Un tempo fuori dal tempo

17/12/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Benjamin Gross, Un momento di eternità. Il sabato nella tradizione ebraica, EDB 2018 (pp. 206,euro 19,50)

Lo shabbat: “il contributo più importante che l’ebraismo ha portato all’umanità”, avverte inapertura Benjamin Gross. Per tutta l’umanità, per ebrei e non ebrei, per credenti e non credenti. E lo stesso si può dire per questo libro del grande pensatore ebraico scomparso tre anni fa. Chi, infatti, ha una conoscenza soprattutto letteraria dell’ebraismo e delle sue pratiche trova in queste pagine le nozioni necessarie per tradurre le suggestioni che gli sono venute dalla lettura di romanzi e racconti in riferimenti filosofici precisi, in rimandi essenziali al grande racconto biblico e al significato profondo che si manifesta nel rito delle festività del calendario ebraico. Ma, quel che più conta, trova anche lo spunto per riflessioni che lo riguardano, perché rappresentano una critica stringente della concezione del tempo che domina il nostro mondo. Una concezione disposta a riconoscere la necessità di un giorno di riposo settimanale, non fosse che già l’espressione, giorno di riposo,  richiama  l’immagine della saracinesca abbassata di un pubblico esercizio, e dunque la sensazione che sia un significato puramente utilitaristico quello che si attribuisce all’interruzione del lavoro (sempre che, di questi tempi, non finisca col prevalere l’imperativo alla continuità dei consumi in untempo del tutto indifferenziato, come il dibattito sull’apertura domenicale di negozi e centri commerciali fa presagire).

E’ su questo sfondo, a confronto con questa mentalità diffusa, che risalta la concezione dello shabbat,occasione per ricordare che “C’è un tempo fuori dal tempo abituale, totalmente altro, che è un riferimento per la coscienza di fronte allo scorrere incessante del tempo.” Non ci troviamo di fronte, semplicemente, a un invito giudizioso a rallentare il ritmo delle nostre giornate, né solo all’offerta di un espediente per lenire il dolore – del quale si può essere più o meno consapevoli – cheappunto lo scorrere del tempo genera. L’osservanza dello shabbat, l’astensione dal lavoro non in quanto faticoso ma in quanto espressione della volontà di lasciare un segno nel mondo, coincide con il riconoscimento di un limite, e rappresenta perciò la via per mettere a fuoco un impegno decisivo, essenziale, senza il quale la nostra umanità è sviata, la nostra vita mancata: l’impegno a coltivare la capacità di vedere una dimensione della realtà, degli altri, di noi stessi, che non si esaurisce in ciò che lo sguardo ordinariamente ci offre, che non si risolve nell’esteriorità e in un presente che rende superfluo il passato e non sa immaginare il futuro. Un impegno non effimero ad ammettere il bisogno di un senso, di un’ulteriorità, di una trascendenza immanente, operante, ravvisabile qui e ora; un impegno a non cedere all’insensatezza che pervade il nostro essere sociale, a non proiettarla sulla nostra intera esistenza: non si è gettati nel mondo; si è parte, per quanto infinitesimale, di una storia nella quale dimensione cosmologica e dimensione umana si integrano. Non si nasce da se stessi, ma da “persone che non sono come le altre”, i genitori: persone “che l’individuo non ha scelto, ma alle quali è indissolubilmente legato” perché è da loro che proviene la coscienza di essere, tutti, anelli di una catena, parte di una storia, creature chenon possono prescindere da un rapporto che, come quello di filiazione, permette di cogliere la propria umana natura.

Le acquisizioni della fisica, dell’astrofisica contemporanea soprattutto, così come gli orizzonti del pensiero ecologista balenano qui e là in un discorso capace di attenersi al tema che si è dato ma anche di misurarsi con la realtà dell’oggi, con il nichilismo più o meno esplicito che circola nella società e pervade le vite, con l’“indifferenza” e l’“irresponsabilità nei confronti della dimensione sociale”, con la perdita della “nozione fondamentale del limite”. E’ in questo confronto serrato che emerge un’innegabile “tensione tra lo spirito occidentale e l’esistenza ebraica” in quanto testimonianza – nei suoi principi fondamentali, in quello dell’osservanza dello shabbat in primo luogo – della possibilità, per “un mondo disorientato”, “di ritrovare il soffio di una vera vita, che non sia né abbandono alla materialità, né evasione in un idealismo astratto”, sull’onda di un sentimento di nostalgia e insieme di speranza. Nostalgia e speranza: i due volti di un identico bisogno che definisce il nostro essere uomini, incapaci di rassegnarci a una vita senza significato, attraversati da un senso di perdita e allo stesso tempo da una tensione inestinguibile verso un mondo nel quale la serenità dello shabbat si estenda agli altri giorni, a tutti quelli che ci è dato vivere.

Le storie degli altri

09/12/2018 | Scritto da Secondorizzonte | (0 Commenti)
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Rachel Cusk, Resoconto, Einaudi 2018 (pp. 185, euro 17)

“Vedere nella vita degli altri una cronaca della mia”: più che una scelta, una condizione. La protagonista – scrittrice, ad Atene per insegnare in un corso di scrittura – si chiede se sia “più reale” “vivere nel momento o fuori di esso”: nel frattempo, osserva gli altri, li ascolta soprattutto.

Si forma l’opinione che la maggior parte della vita, e delle scelte che si compiono, non avviene in uno stato di consapevolezza, ed è una cosa che si paga, questa: “Talora penso che (…) uno forgi il suo destino in base a ciò di cui non si accorge o per cui non prova compassione, e che infine sarà costretto a sperimentare proprio ciò che non conosce né si sforza di comprendere.” Ma del resto, forse ha ragione quel tale (uno dei tanti che lei ascolta) convinto che “migliorare le cose è impossibile, e che ne sono altrettanto responsabili le brave e le cattive persone, e che forse l’idea stessa di miglioramento è una fantasia personale, solitaria (…)”. Un modo di vedere che sembra trovare un corrispettivo nella parole di quell’altro, secondo il quale “una storia può essere una semplice successione di eventi nei quali ci sentiamo coinvolti, ma sui quali non esercitiamo alcuna influenza”, per cui “è pericolosa la tendenza a romanzare le nostre esperienze, inducendoci a credere che nella vita umana ci sia un qualche disegno e che siamo più importanti di quanto siamo in realtà.”

Da riflessioni simili, e da una disposizione solo apparentemente passiva rispetto a quel che succede e a chi si incontra, nasce quello che non a caso l’autrice identifica come un recosonto, più che un romanzo. Un resoconto fitto, però, di considerazioni sull’artificiosità dello sforzarsi perché qualcosa accada, sulla convenienza di vivere come una rondine sorvola il territorio, seguendone le forme senza poggiar visi, sull’inevitabilità di avvertire l’esistenza “come un dolore segreto, un tormento interiore impossibile da condividere con gli altri”. Tanto che nel racconto di un altro, che pure lei segue, non può non sentire “il resoconto di ciò che lei non era”, una sorta di “antidescrizione” che, tuttavia, le dava un’idea della persona che era adesso.”

Molte chiacchiere si sono lette all’uscita di questo libro, assunto come prova della ormai decretata (e pare mai avvenuta) morte del romanzo: “Ho cercato di ripensare le convenzioni del romanzo moderno, ammette Cusk in un’intervista (“La Repubblica”, 13 settembre), per controbattere, però, che le sue scelte nascono solo dall’esigenza di “sentirsi libera”, non volendo “camuffare il fatto che la narrazione è compromessa da diversi punti di vista, come invece fa la letteratura tradizionale”, e dovendo quindi “stravolgere le convenzioni, in maniera intuitiva”.  Ha detto bene un altro commentatore (Paolo di Paolo, sullo stesso giornale un paio di giorni dopo): “E’ come se Cusk trovasse la forma di ciò che scrive mentre la sta cercando. Funziona così: qualcuno narra di qualcuno che sta narrando, e si limita ad assecondare quel movimento”. Viene in mente il bel libro di un sociologo, Paolo Jedlowski: Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana (Bruno Mondadori 2002). La vita come intreccio di storie, nostre e degli altri, così il sociologo, ma non diversamente la romanziera: “M’interessa il modo in cui la gente parla delle proprie vite: si creano, senza volerlo, piccole strutture narrative affascinanti.” Affascinanti e tanto ricche da giustificare una trilogia, di cui Resoconto è il primo volume.

Brescia, 9 dicembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Vito Cagli, La medicina ne La montagna magica di Thomas Mann, Armando Editore 2018 (pp. 80, euro 18)

Fine biblista al tempo in cui scriverà Giuseppe e i suoi fratelli, musicologo aggiornato sui caratteri della dodecafonia quando si dedicherà al Doctor Faustus, Thomas Mann si rivela conoscitore dei più recenti sviluppi della concezione e dei metodi della medicina nei primi anni Venti mentre lavora alla Montagna magica. “Un estimatore e un ammiratore della scienza medica” si dichiarava del resto lo scrittore stesso. E tale appunto si dimostra nel romanzo ambientato a Davos, dove, è bene ricordare, sua moglie era stata paziente di un sanatorio pochi anni prima della Grande Guerra, in un’epoca nel quale la cura della tubercolosi polmonare non poteva ancora contare sulla cura antibiotica e al regime di vita imposto in quel mondo fuori dal mondo, in quelle “isole della maga Circe” fuori dal tempo che erano i sanatori si attribuiva una funzione decisiva. Così come un ruolo centrale occupava la capacità diagnostica, ancor prima della proposta terapeutica. Entrambe descritte da Mann “in modo perfettamente aderente” a quelle che erano le concezioni  e le conoscenze dell’epoca, come dimostra il puntuale raffronto che Cagli opera fra le posizioni via via assunte dal dottor Behrens, il dirigente del sanatorio, e quanto si legge nel Trattato di un luminare del tempo, il professore Adolph Strümpell.
Ma questo libro va oltre questa documentata constatazione. Le sue pagine suggeriscono un altro modo di attraversare la storia di Hans Castorp – che del resto lo stesso autore riteneva dovesse esser letta due volte (almeno, aggiungiamo noi) – e più in generale di riconsiderare uno dei temi centrali nella narrativa manniana, presente anche in altri romanzi e racconti come puntualmente ci segnala Cagli nelle prime pagine del suo saggio: la malattia, i suoi significati, le sue implicazioni. Oltre all’”amore per la verità” – ci ricorda Cagli – “il senso per la malattia” era, a detta dello stesso Mann, la seconda “tendenza del suo carattere”. Ma che cos’è, come si può intendere la malattia? “Rottura delle regole, disordine, via delle conoscenza, spinta alla genialità oppure, soltanto, semplice processo biologico alterato che segue esclusivamente le leggi del mondo fisico”?  Una domande aperta, che si declina secondo i punti di vista dei diversi personaggi della Montagna magica, e lascia comunque fin da questo romanzo trapelare quell’“ombra nel pensiero di Mann” che si manifesterà con chiarezza molti anni dopo, in un romanzo breve, L’inganno, dove apparirà chiaro come “ogni costruzione sui possibili significati della malattia si scontri con l’ineluttabilità delle leggi biologiche”.
Thomas Mann era comunque “interessato alle interpretazioni della malattia secondo le teorie che, sulla scia di Freud, tentavano di indagare il ‘misterioso salto’ fra psiche e corpo”, aprendo a una “visione in cui il taedium vitae passa da patologia organica (l’‘esaurimento nervoso’) a categoria psicologica” e “una malattia somatica diviene il mezzo per acquietare un diverso e più profondo disagio”. Le sue pagine tuttavia sembrano a volte anticipare osservazioni come quelle che Virgina Woolf esprimerà pochi anni dopo, nel 1930, individuando nella malattia l’occasione di uno sguardo diverso, che “adorna le facce degli assenti (abbastanza normali quando in salute) di nuovi significati, mentre la mente imbastisce su di loro migliaia di leggende e romanzi, per cui non ha né tempo né libertà in salute”. La malattia come occasione favorevole alla produzione letteraria, dunque. Non è un caso che lo stesso Cagli sia autore di un altro libro Malattie come racconti (Armando 2005), che significativamente echeggia fin dal titolo il Malattia come metafora di Susan Sontag, e, soprattutto, rimanda anche alla considerazione che “la letteratura e ogni altra forma d’arte dovrebbero far parte del corredo formativo del medico e lo aiuterebbero ad accostare i pazienti come esseri umani e a saperci confrontare con la malattia e la morte”. E’ infatti questo uno dei tratti di fondo del pensiero di Vito Cagli: la riflessione sulla malattia fa tutt’uno con  la considerazione critica della medicina, attraversata sempre dalla sensazione di fare troppo o di far troppo poco.
Più in generale, il saggio sulla Montagna magica merita l’attenzione dovuta a un contributo originale alla riflessione sul ruolo e gli scopi della tecnica nel nostro mondo ed entro questo quadro, appunto, su quell’insieme di procedure che caratterizza la medicina. Un contributo, quello di Cagli, tanto più significativo alla luce del fatto che, se sono numerosi gli psichiatri e gli psicanalisti che riflettono sulle loro discipline e le loro pratiche – da Borgna a Lingiardi a molti altri – non altrettanti sembrano i medici interessati e capaci a muoversi in questa direzione.

Brescia, 4 dicembre 2018
Carlo Simoni

stefansson immJón Kalman Stefánsson, Storia di Ásta. Dove fuggire, se non c’è modo di uscire dal mondo?, Iperborea 2018 (pp. 480, euro 19,50)

“Cominciamo dall’inizio: siamo a Vestubær, il quartiere ovest di Reykjavík, all’inizio degli anni Cinquanta dello scorso secolo, e spiego com’è nato il nome Ásta”: un titolo-sommario apre il romanzo. Il luogo, il tempo, la protagonista. Ma non è tutto: “Poi perdo il filo”, conclude l’autore, confermando e anzi accentuando in questo libro il tono di racconto orale della sua scrittura, che qui giunge a una sorta di confidenza con il lettore. Non si tratto di un semplice tratto stilistico, e men che meno del desiderio di risultare accattivante: siamo tutti nella stessa barca, sembra dire Stefánsson con le sue aperture al lettore, tu che leggi e io che scrivo, accomunati dalla condizione umana, dalle vite che stiamo vivendo e, pur dissimili, ci obbligano tutti indistintamente al confronto con le cose essenziali dell’esistenza. Le paure e le speranze, le gioie e le delusioni, le nascite e le morti, gli innamoramenti e gli abbandoni, che la trama del romanzo cucirà insieme come pezze colorate che rimandano una all’altra senza un nesso preciso di sequenzialità, e si accavallano in un andirivieni temporale incessante, ma alla fine lasciano trasparire una storia che prende spunto dalla vita dei personaggi per incrociare quella di tutti. E sono, anche in questo romanzo, le aperture ora liriche, ora aforistiche a gettare il ponte fra le vicende narrate e la più generale dimensione dell’esistenza: fin dal sottotitolo, per poi intrecciarsi al racconto facendo emergere i temi su cui l’autore ci ha abituato a riflettere nei suoi romanzi precedenti (in questi Appunti, lo scorso 18 febbraio).

L’amore e il sesso: motori delle scelte e dei destini, perché solo l’incantesimo che immaginari extraterrestri potrebbero esercitare sugli uomini riuscirebbe a liberarli dall’insoffferenza per la routine che li tortura finché sono vivi; la fragile brevità della vita e l’inevitabilità della morte, il suo essere inscritta nella vita senza per questo risultare serenamente accettabile; la narrazione e la poesia, la scrittura come tentativo di trovare un senso della vita, almeno fin tanto che si scrive: tutto cambia quando mi metto a scrivere. “La scrittura libera qualcosa dentro di me (…) mentre scrivo divento più grande della persona che sono. Sì, mi trasformo in una corda sensibile che vibra tra ciò che è evidente e ciò che è nascosto.” Questa l’esperienza del poeta. Ma il romanziere (perché anche lui, lo scrittore, si fa personaggio del romanzo)? Be’, chi scrive romanzi è ancor più costretto a fare i conti con il mondo in cui viviamo oggi: c’è chi lo incita a scrivere per le nuove generazioni, “per salvare il mondo”, “ma più leggo articoli d’attualità, più mi sembra che il mio compito diventi più vasto, la mia responsabilità più grave. (…) Chi di noi sopravvivrà alle tenebre che in questo momento avvolgono il pianeta?”

C’è però anche chi ti chiede solo di fare il tuo mestiere, dando per scontato che chi scrive abbia il suo ruolo, sia a suo modo necessario. Come il padrone della casa dove lo scrittore si è ritirato per lavorare a questo suo romanzo, che gli offre un migliore sistemazione presso il faro dell’isola chiedendo in cambio la possibilità di pubblicizzare sul suo sito di promozione turistica “la casa dello scrittore, che alimenta il faro”: come il faro rompe l’oscurità delle notti marine così lo scrittore fende le tenebre del mondo. Un “mandato sociale” all’altezza dei tempi… Tempi nei quali nelle librerie campeggia “un grande tavolo posizionato nel posto migliore con i volumi di maggior richiamo (…): i gialli appena usciti, i manuali di cucina, i libri che ci aiutano a dormire meglio, ad avere una vita sessuale migliore, cinquanta modi per non ingrassare mangiando comunque tutto ciò di cui abbiamo voglia (…)”. Ma la banalizzazione è solo un aspetto della nostra epoca dominata dai social, nella quale “alcuni raccolgono ammirazione e fama per il coraggio con cui affrontano le tempeste del mondo, quando in realtà le rifuggono. Anzi, si lanciano nelle tempeste per non dover affrontare se stessi.”

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Brescia, 2 dicembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Il linguaggio dei piedi

26/11/2018 | Scritto da Secondorizzonte | (0 Commenti)

zallot immVirtus Zallot, Con i piedi nel Medioevo, Il Mulino 2018 (pp. 220, euro 25,00)

In anni non tanto lontani – anni Cinquanta, su per giù – le persone ammodo non dicevano piedi. Dicevano estremità.

Un  pudore di cui non avrebbero probabilmente saputo spiegare le ragioni, ma di cui si può trovare un corrispettivo nell’atteggiamento degli storici dell’arte, grandi indagatori delle movenze e delle posture di braccia e mani, ma assai poco propensi ad abbassare allo sguardo. Alle estremità, appunto. Lo nota Chiara Frugoni – la grande medievista della quale l’autrice si dichiara allieva – che nella sua prefazione ricorda una zia che ogni volta che doveva nominare le estremità premetteva un compito “con licenza parlando”. Un fare ben diverso da quello del Nanni Moretti di Bianca, il cui sguardo è appunto ai piedi che ossessivamente corre ( “Ogni scarpa una camminata. Ogni camminata una diversa concezione del mondo”).   

Tutti atteggiamenti nei quali si possono rintracciare i segni di una storia che affonda le sue radici in secoli lontani, una storia ricostruibile innanzitutto sulla base del patrimonio iconografico che il passato ci ha consegnato: “Nella società medievale piedi e calzature erano figure parlanti”, avverte l’autrice aprendo il suo saggio, e nelle immagini del Medioevo “contribuiscono a definire la condizione fisica ed esistenziale delle figure”, “raccontando storie e frammenti di Storia” a chi, come Virtus Zallot, a una lettura estetico-stilistica antepone un’indagine iconografica che prescinde dal valore artistico, coerentemente occupandosi più di opere minori – bresciane, in alcuni casi – che di capolavori.

E’ quindi la grande lezione della storiografia delle mentalità, della vita quotidiana e della cultura materiale a innervare le competenze storico-artistiche e a permettere di far emergere un “linguaggio dei piedi”, una gamma di “gesti e usi che ancora ci appartengono” e sono documentati da una straordinaria, capillare analisi. Dai piedi mostruosi o diabolici a quelli “che soffrono” – i piedi dello storpio, “bisognoso per antonomasia” nell’arte del Medioevo –, ma, si badi, se è una spina conficcatasi nel piede quella che fa soffrire, si tratta in realtà d’altro: “la spina è peccato da estrarre ed espiare”, così come avere i piedi calzati o scalzi era un dato carico di valenze simboliche, “che elevava o declassava, proteggeva o esponeva”- Del resto, scalzare non significa ancora oggi declassare, compromettere l’autorità o il ruolo di qualcuno? Mentre scalzarsi poteva suggerire la volontà di abbandonare il peccato, sempre che non alludesse a una precisa e a suo modo polemica dichiarazione: si pensi ai primi francescani (o, per altro verso, ai “medici scalzi” della Cina di Mao). Analogamente, in un gioco di rimandi e simbolismi che ha in molti casi perduto per noi l’immediatezza del suo significato, lavare i piedi – e far levare le scarpe a chi arriva – è espressione di cortesia, umiltà o addirittura deferenza al limite della devozione; calcare i propri calzari su draghi e diavoli (o eretici), calpestarli insomma, è il segno della vittoria sul male, o sulla morte; accostare il proprio capo a piedi altrui, prosternandosi, dice della reverenza assoluta di chi  può giungere – o è richiesto, se al cospetto del papa – a baciarli (senza per questo aver nulla a spartire con l’inclinazione adulatoria e servile del  leccapiedi). La preziosità dell’appoggio offerto ai piedi può indicare lo status del personaggio, i cui piedi godono in questo modo del privilegio di non toccar terra, che li sporcherebbe, ma conta soprattutto, in questo senso, la foggia dei calzari, prodotto dell’arte dei ciabattini e dei calzolai non di rado presenti nell’iconografia medievale, figure di artigiani con i quali si conclude questa rassegna, sorta di andirivieni colto e accattivante – grazie anche a un vasto apparato di immagini – fra sacro e profano, fra storia dei privilegiati e vicende di gente comune, fra arte e immaginario.

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Brescia, 25 novembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Il paradosso del depresso

18/11/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

pomella immAndrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi 2018 (pp. 208, euro 18,50)

Guardarsi da fuori, ma saperlo fare senza perdere un’attenzione penetrante e fedele a quel che accade dentro: una capacità che si fonda sull’assenza di concessioni al bisogno di urlare il dolore incomunicabile che la depressione comporta, e pur arrivando a darne una rappresentazione precisa, aderente alle ricorrenze e alle manifestazioni cangianti d’un male che si è fatto condizione diffusa e per lo più inconfessata.

Ammettere di considerare unica la propria depressione, imparagonabile a quella di cui altri possono soffrire, e nello stesso tempo riferirne con una voce sommessa, impegnata a renderne l’idea a chi non l’ha sperimentata mai, almeno nelle forme virulente qui raccontate. Qui è il punto: l’autore, portatore con ogni evidenza di questa esperienza, non classifica, non spiega – lucidamente critico com’è del discorso che accompagna la medicalizzazione del disagio depressivo – ma, appunto, racconta, a partire dal fenomeno che segnala il male: il cattivo umore al risveglio, immotivato, e pure ineludibile nella sua ambiguità inquietante. Segno di una malattia da curare, o solo di uno stato  che non resta che accettare? Espressione del “carattere difficile” che fin da ragazzo in famiglia gli è stato attribuito, inducendolo a ritenerlo una propria colpa, o percezione oggettiva di quel che sono il mondo, e la vita? Devianza o lucidità al suo grado massimo? Effetto di uno sguardo distorto o d’ una capacità insolita di cogliere la verità della condizione umana? Percezione del leopardiano “solido nulla” o fraintendimento di quel che i giorni, il vivere propongono?

“Nell’epistolario di Freud – cita l’autore – si legge: Nel momento in cui ci si interroga sul senso e sul valore della vita si è malati. Giacché i due problemi non esistono in senso oggettivo.” Questa “istantanea realistica e feroce della depressione – commenta Pomella – contiene in sé il gioco assurdo, il paradosso impazzito in cui si dibatte il depresso.  Sono malato nell’istante in cui dico a me stesso che la vita non ha significato. Ma se è – oggettivamente – così, ossia se la vita è realisticamente priva di significato, allora gli altri, coloro che invece intravedono nella vita un significato, sono colpevoli di rimozione. Dunque – ecco la conclusione paradossale – si può dire che la malattia è insita negli esseri umani, ma solo coloro che riconoscono di essere malati vengono considerati tali, tutti gli altri si ritengono integri, e quindi l’integrità è la loro malattia.” Di qui la costatazione attorno alla quale ruota tutta la narrazione: “ Il depresso di dibatte tutta la vita in questo corto circuito alimentato dal proprio realismo e dalla propria lucidità.” Dalla “grandiosa presa di coscienza” che lo contraddistingue e lo affligge.

La comprensione e la stanchezza della moglie di fronte al caratteristico “egoismo del depresso” che il marito manifesta, il benefico mantenersi di una relazione luminosa e trasparente con il figlio ancora bambino, gli psicofarmaci e gli psichiatri, e il continuo arrovellarsi sugli elementi “detonatori della malattia” (il precoce abbandono da parte del padre, in questo caso – avvicinabile quindi a quello raccontato nel Male oscuro di Giuseppe Berto, sui cui infatti l’autore si sofferma –, e la rottura che nel bambino di allora si è consumata nei confronti del genitore): tutto per giungere a una condizione per cui, senza aver finalmente trovato un senso della vita, il non trovarne non fa più soffrire. Nella forma della depressione, almeno.

Bando alla – comprensibile – resistenza a leggere di depressi e depressione, in conclusione: la fluidità della narrazione e la pertinenza, la profondità delle riflessioni di cui si sostanzia, preservano questo libro dal rischio della confessione penosa e, soprattutto, chiusa inevitabilmente entro i confini di un’esperienza individuale.

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Brescia, 18 novembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

raimo immChristian Raimo, Ho 16 anni e sono fascista. Indagine sui ragazzi e l’estrema destra, Piemme 2018 (pp. 112, euro 13) 
Christian Raimo, La parte migliore, Einaudi 2018 (pp. 209, euro 18,50)

“Un gruppo con cui stare insieme, un’identità in cui sia facile riconoscersi”: è questo che cercano i ragazzi  dai 13 ai 20 anni che si trovano in Piazza Cavour, dietro il Palazzaccio, a Roma.

E se gli chiedi non esitano: “Io sono fascista”, “pure io sono fascista”. Lo stesso a Milano, Firenze, Padova, Palermo. “Essere fascisti è di moda”, anche nel senso stretto della parola: quelli di Casa Pound vestono Pivert, che fa promozione nelle loro sedi.
Casa Pound e Forza Nuova, riferimenti essenziali nella nebulosa del neofascismo italiano, presenze ormai consuete sugli organi di informazione (si sdogana o li si costringe al gioco democratico intervistandoli?), agenti di un’“educazione fascistoide di massa, quotidiana, spacciata per racconto del reale”, che di fatto ha fomentato il ritorno del “razzismo di strada” con le sue aggressioni e l’ostilità diffusa nei confronti degli immigrati, ma anche con l’affermazione di liste di destra nelle scuole (non mancano esempi a Brescia).
La diffusione del neofascismo fra i giovani non è fenomeno piovuta dal cielo: l’autore ne ripercorre i passaggi  significativi, ne individua i protagonisti, ma è un fatto che i millennials di destra non è dalla conoscenza del passato recente, e neanche di quello lontano, che traggono le loro motivazioni: “Per noi c’è la fascinazione per un simbolo, la bandiera, che agisce sul piano emozionale.” Qualche lettura; le idee, se mai, vengon dopo, ma a contare soprattutto sono le riunioni, i volantinaggi, le affissioni, i turni – per quelli di Blocco Studentesco – per tener aperte le sedi di casa Pound. E una formazione che ha più i caratteri di un’iniziazione; il cameratismo inteso come legame sacro, e regolato da gerarchia e disciplina militari (il nuovo militante giura su un “decalogo” ripreso da quello della decima Mas): l’apparato organizzativo e lo spirito di gruppo, assimilabile a quello di una setta religiosa, fanno la differenza con generiche forme di aggregazione riconducibili alla galassia populista. Non occorrono riferimenti culturali definiti e che abbiano riscontro nella realtà; bastano “sillogismi” come quello che lega “protezione a sicurezza e quest’ultima a identità” perché, di fatto, l’asse si sposti “dalla cittadinanza sociale a quella etnica” e si avviino così la costruzione di una nuova egemonia, la diffusione di un nuovo senso comune, cementato da un sincretismo culturale di cui antifemminismo e mito complottista della “grande sostituzione” sono elemento centrali  e che nei social “sembra aver trovato il suo habitat naturale”.
Tutto questo, in un tempo nel quale “il fascismo non indigna, il ritorno di violenze squadriste non suscita allarme”, l’antirazzismo si coniuga con il sì ai respingimenti, e una più o meno dichiarata ideologia fascista – notava Marco D’Eramo –  “è rimasta l’unica ideologia anti-sistema disponibile per un adolescente”.

                                                                                       °°°°°

Oltre l’inchiesta, il romanzo: è ancora l’adolescenza al centro dell’ultimo romanzo di Raimo, La parte migliore.
Laura ha diciassette anni, è incinta, dopo un rapporto del tutto casuale con un compagno di scuola. Vive con la madre, da tempo separata dal marito. La narrazione procede attraverso il resoconto di quello che le due pensano, si dicono; più spesso non si dicono.
Leda, la madre, è psicologa, assistente domiciliare di malati terminali,  a confronto con un dolore che “non è una lama”, ma piuttosto “agisce come carta vetrata: consuma, livella, polverizza. E devi osservare questo sfregamento ogni giorno per ore e in ogni deformazione”, per poi, la sera, cercare “di fare pace con la giornata”, cercare di “concedersi un momento anche piccolissimo per sé prima di addormentarsi (…) e almeno per cinque minuti tornare umana, impressionabile.”
Laura la sente, di là dal muro che divide le loro camere, bisbigliare: con Adriano, il fratello morto bambino, tragicamente,  banalmente, per quella che genitori si rimprovereranno come una disattenzione imperdonabile, e sarà causa della fine della loro unione. Un passato che non è passato, che continua a vivere in un rapporto madre-figlia in cui la seconda avverte l’amore della prima  come “nascosto in una scatola che è nascosta in una scatola”. Un rapporto che si complica ora con questa gravidanza accidentale, intempestiva, per nulla desiderata, che obbliga la madre a prendere atto, come fosse una scoperta, del cambiamento della figlia: “una bambina con dentro una donna, non una creatura pronta a essere adulta”, “una figlia che si era fatta una scopata da ubriaca con una ragazzino coglione ed era rimasta incinta”, costringendola per l’ennesima volta a “pagare le conseguenze degli altri, e non poter abbandonare la scena nemmeno per un istante”. Ma sono solo pensieri questi, sensazioni che Leda non lascia trasparire, sicché Laura percepisce nella madre un unico “sentimento: la condiscendenza per ogni fottuto accadimento (…). Per quale cazzo di motivo – si chiede – non si era nemmeno incazzata un minuto quando le aveva detto che era incinta?”
Mentre la vicenda si snoda, lungo queste linee parallele, affiora con un risalto sempre più definito la fisionomia dell’adolescente, degli adolescenti, e del loro modo di stare al mondo. Un mondo separato ma nient’affatto capace di realizzare al proprio interno relazioni di  comprensione e solidarietà : non è un caso che Laura desideri ma non sappia risolversi a confessare ai compagni il proprio stato, col rischio di essere considerata “la vittima, coccolata e compianta”.  Perché la sua è una generazione di giovani che viaggiano solo nella rete, dove “metti mi piace perché vuoi appartenere a una parte, scrivi che apprezzi qualcosa perché sei tu a voler essere apprezzato.” Nessuno che sceglie di “allontanarsi con un viaggio in solitaria, andarsene di casa almeno per un anno con la scommessa di cavarsela”, eppure pronti a tranciare “giudizi sul mondo, su come fosse giusto vivere in Paesi lontani ventimila chilometri”. Di fatto, incapaci di mettere in discussione nulla “con la scusa di mettere in discussione tutto.”
Ma Laura una via d’uscita, un’idea di alternativa ce l’ha: la poesia. “L’unica speranza che coltiva, l’unica arma vera che abbiamo a disposizione, pensa Laura senza pensare, è la forma poetica.” Ed è una scoperta solo sua, una convinzione che la distingue, perché “a scuola si insegna a leggere le poesie e impararle a memoria da quando si hanno sei anni, e non si insegna a scriverla, la poesia”, come si pensasse che “a diciassette anni nessuno rifletta sul senso della vita”. Ma non è solo questione di modelli educativi: “la maggior parte delle persone che Laura conosceva, e che doveva frequentare se non voleva sorbirsi le accuse di essere una sociopatica, non era solo paranoicamente attenta al giudizio della gente, ma passava tutto il tempo alle prese con il bisogno di performarla, la propria vita (…) L’incubo di tutti non era il terrorismo o un tumore a diciott’anni, l’angoscia peggiore erano le figure di merda, e ogni giorno cercavano di sfoderare un’immagine di sé che evitasse la peste dell’imbarazzo (…).”
Ed è qui che lo sguardo del romanziere converge con quello dello psicanalista: “L’esposizione alla vergogna sociale”, la paura di non essere all’altezza, sono oggi i tratti caratterizzanti dei giovani – e, sempre più, non solo dei giovani – secondo Pietropolli Charmet (di cui questi Appunti si sono occupati lo scorso 21ottobre).

   Raimo ritrattoRaimo Ho 16 anniraimo parte migliore

Brescia, 11 novembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

benjamin immWalter Benjamin, Esperienza e povertà, a cura di Massimo Palma, Castelvecchi 2018 (pp. 93, euro 12,50)

Più citato che letto: lo si può dire di molti autori, ma certamente l’osservazione si attaglia in modo particolare a pensatori come Walter Benjamin, la cui opera, oltretutto, è spesso ridotta a un titolo, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, così come la sua fisionomia appare fissata nei ritratti fotografici di Gisèle Freund, nei quali il suo volto si fa icona del filosofo contemporaneo, tormentosamente concentrato, un po’ com’è avvenuto ad Einstein, nell’immagine che ne ritrae l’espressione bonaria e i capelli ribelli.

Un analogo processo di riduzione sembra del resto aver pesato in molte delle biografie di Benjamin, nelle quali la sua vita sembra fatalmente precipitare, e riassumersi, nella fine tragica incontrata nel 1940 a Port Bou, il paese ai piedi dei Pirenei dal quale Benjamin contava di passare in Spagna e raggiungere il porto dal quale imbarcarsi per gli Stati Uniti.

Ebreo per stirpe, comunista a suo modo, intellettuale emarginato – dall’accademia nella quale aveva cercato invano di accreditarsi, dai giornali con i quali non disdegnava di collaborare –, esule per necessità e quindi  “migrante economico” (secondo la calzante definizione di Massimo Palma, il curatore di questo libro): nel personaggio si sommano le condizioni ideali per la sua “santificazione”, la santificazione del genio incompreso prima e della vittima poi.

Libri come questo servono, riproponendo scritti poco frequentati o che meritano comunque di essere riletti, a mettere in guardia contro quella che – al di là delle intenzioni – per il tramite di una facile e tutto sommato comprensibile empatia si rivela per una neutralizzazione, di fatto, della carica critica e per alcuni aspetti provocatoria del pensiero di Benjamin.

La selezione che ci viene proposta assume, alla lettura, il significato di una sequenza ragionata, dalla scopo ben preciso: Il carattere distruttivo e Scavare e ricordare, rispettivamente risalenti al 1931  e all’anno successivo, risultano premessa necessaria a Esperienza e povertà, del 1933, che a sua volta suona come una sintetica prova di quello che si può considerare un classico, un’opera che torna a distanza di tempo, ad ogni rilettura, a dire cose sorprendentemente attuali: è inevitabile pensare alla proliferazione di messaggi determinata dal web e alle sue conseguenze leggendo Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, scritto tre anni dopo.

La perentorietà, il tono che potrebbe suonare vagamente superomistico del primo scritto, così come l’icasticità e la concisione del secondo, si sciolgono in una prosa colloquiale in Esperienza e povertà, non a caso assunto come titolo dell’intera raccolta: la riflessione sul destino dell’esperienza, della possibilità di farne anche nel mondo attuale, trova alimento nel confronto con la povertà, un confronto obbligato per l’autore nella seconda estate passata a Ibiza, dove appunto il saggio venne composto (circostanza, questa, sulla quale si sofferma anche Il miserabile, romanzo pubblicato dallo stesso editore in questi giorni, sul quale questa nota non si sofferma non volendo correre il rischio dell’autorecensione). Ma la povertà di cui Benjamin parla non è tanto quella materiale,q uanto piuttosto la povertà di esperienza. E’ l’esperienza stessa, infatti, ad essere oggi “in ribasso”, e questa svalutazione che è insieme perdita di una risorsa essenziale per la vita, ha preso le mosse dalla Grande Guerra, dai cui campi di battaglia “la gente (tornava) ammutolita”, “non più ricca, più povera di esperienza comunicabile”. L’“impetuoso dispiegamento della tecnica” nel corso dei combattimenti aveva avviato un processo irreversibile: “un’indigenza di nuova specie”, da quei giorni, “si  è abbattuta sugli uomini”, perché la povertà di esperienza è solo un aspetto di una più sostanziale e pervasiva povertà, “non solo di esperienze private, ma di esperienze umane in genere.” Non ne mancano i sintomi rivelatori: il tramonto dell’arte di narrare, in primo luogo. E’ questo il nesso fra questo saggio e l’altro che segue, Il narratore, ma prima di passare a quello occorre considerare lo sviluppo che questa constatazione trova in Esperienza e povertà: la perdita della capacità di far davvero esperienza si rivela “una nuova forma di barbarie”. Sennonché – ecco il Benjamin che non si lascia costringere entro le formule della deprecazione dei tempi – è possibile “introdurre un nuovo, positivo concetto di barbarie” se si sa interpretare quella stessa perdita come opportunità di “cominciare daccapo”, di “cominciare dal nuovo”, come hanno fatto del resto i grandi creatori, animati da una carattere distruttivo senza il quale non avrebbero potuto divenire “costruttori”. Così Descartes, Klee. O Brecht e Loos, il cui “segno distintivo è la totale mancanza di illusioni sull’epoca e tuttavia una professione di fede priva di scrupoli a suo favore”.

C’è qualcosa di più, in affermazioni del genere, di quanto espresso nel pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà che Gramsci poco più di un decennio prima riprendeva da Romain Rolland. Quello che entra in gioco è  il significato stesso della cultura, la sua funzione: gli uomini, poveri di esperienza come ormai sono,  si sono stancati della “cultura”; “l’umanità si prepara a sopravvivere alla cultura, se così deve essere.” E non si tratta di una prospettiva apocalittica, perché “quel che è importante  è che lo fa ridendo”.

E’ questo che stava avvenendo negli anni Trenta? E sta avvenendo ancora oggi, o è già avvenuto? Le parole che concludono il saggio suscitano domande di questo genere, inquietanti, e non facilmente eludibili. Si possono ravvedere corrispondenze in esperienze come quelle del Sessantotto, che innegabilmente è stato animato, anche, dalla pulsione a “far piazza pulita” – per usare ancora un’espressione di Benjamin – di una cultura oppressiva e obsoleta? Ha senso cercarne nel “nichilismo attivo” che secondo Umberto Galimberti serpeggia fra i giovani di oggi? o fra alcuni di loro almeno, quelli che cercano di trasformare la crisi del mondo vitale, nel quale siamo tutti immersi, in una nuova opportunità di ridisegnare i rapporti umani, rimettendo in discussione le mappe – fisiche, mentali e sociali – trasmesse dalle precedenti generazioni”? (La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo, Feltrinelli 2018)

E’ solo dopo aver attraversato queste riflessioni che leggiamo l’ultimo saggio, il più denso e insieme il più accessibile nella sua scrittura piana ed evocativa di sensazioni che ci appartengono: chi non ha sperimentato il fatto che “Diventa sempre più raro incontrare persone che possano raccontare davvero qualcosa”? Non chiacchierare, non intrattenere, non riempire ad ogni costo un silenzio altrimenti imbarazzante o avvertito addirittura come minaccioso, ma raccontare.

Non si tratta di una superficiale evoluzione dei costumi, è ben di più: “E’ come se una facoltà che ci sembrava inalienabile, la più sicura tra le cose sicure, ci venisse sottratta. La facoltà di scambiarsi esperienze”, venuta meno per una ragione sostanziale: “l’esperienza è deprezzata.” E sappiamo a partire da quale catastrofico evento. Fin qui, Il narratore riprende il saggio che abbiamo letto prima, ma per andare oltre: chi  sapeva narrare – contadino, marinaio o artigiano che fosse – era “un uomo che dispensa(va) consigli all’ascoltatore”, e a suo modo diffondeva “saggezza”. Ora, “l’arte della narrazione tende al termine perché l’epica della verità, la saggezza, sta morendo”, e – si badi – “nulla sarebbe più fatuo di voler ravvisare [in questo processo] unicamente un ‘fenomeno di decadenza’”. Si tratta piuttosto di rintracciarne le cause: l’“emergere del romanzo all’inizio della modernità”, in primo luogo (Don Chisciotte è la personificazione del fatto che la saggezza ha disertato la grandezza d’animo); in secondo, il dominio dell’informazione, “inconciliabile con lo spirito della narrazione”: “Ogni mattina [l’apparto dell’informazione] ci aggiorna sulle novità del globo terrestre. Eppure siamo poveri di storie degne di nota.” Il che significa: poveri di narrazioni che, a differenza delle “notizie”, durino nel tempo, mantengano la loro efficacia senza consumarsi subito. Come accade ai comunicati dei giornali e dei mass media, appunto, che – volendo parafrasare un passaggio di Scavare e ricordare – ci trasmettano soprattutto o solamente “fatti”, incapaci di  restituirci il senso della nostra volontà di sapere, inevitabilmente conculcata  dall’ossessione di essere informati.

Ma c’è di più, molto di più in queste pagine. Conviene limitarsi, qui, a segnalare un passaggio nodale: la morte, il morire, un tempo evento che faceva parte della vita comune – non si spiegherebbero altrimenti le scritte che si leggono sotto le meridiane, come quell’“Ultima multis” visto a Ibiza – “nel corso della modernità (è stato) espulso dall’ambiente percettivo dei viventi”. Il fatto è che proprio nelle espressioni e negli sguardi del morente, rivelatori di una “vita vissuta”, il narratore traeva la propria autorità, condividendola con quella che anche “il più povero dei diavoli” possiede nel morire; perpetuandola poi nei suoi racconti e così coltivando un’“arte” utile alla vita (come le tante ciance sullo storytelling a loro modo, un modo distorto e ambiguo, spesso maldestro, nonostante tutto testimoniano).

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Brescia, 4 novembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Un doppio puzzle

28/10/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

indridason immArnaldur Indriđason, La ragazza delle nave, Guanda 2018, (pp. 331, euro 18,60)

Non siamo nei paesaggi cupi e coinvolgenti dell’Islanda del commissario Erlendur Sveinsson; non ci troviamo davanti a un romanzo del livello dei capolavori di Indriđason (da La signora in verde a La voce).

Qui è il commissario Flovent a condurre le indagini, ma la storia riesce avvincente in forza della sua struttura: di polizieschi costruiti come un puzzle ne conosciamo, ma La ragazza delle nave non è esattamente questo. I personaggi e i fatti sono immersi in una trama dislocata su due piani temporali diversi, ma non solo: sembrano disposti secondo una logica che li ha scomposti in vicende distinte che sta al lettore ricomporre, scoprendo un intreccio che, alla fine, gli pare fosse tutto già lì. Ma smontato nelle sue parti, appunto.

Un gioco affascinante, che vale la pena di accettare. Con un’avvertenza: non si legga, prima di cominciare, la quarta di copertina. Sarebbe un po’ come partire dalla battuta finale di una barzelletta.

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Brescia, 28 ottobre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

La paura di essere nessuno

21/10/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

pietropolli immGustavo Pietropolli Charmet, L’insostenibile bisogno di ammirazione, Laterza 2018 (pp. 157, euro 16)

Non il desiderio di fama, se non di gloria addirittura: cose d’altri tempi.

Il bisogno di ammirazione è altro, diverso anche da quello di ottenere riconoscimento e considerazione in forza di quel che si fa. Il bisogno  sul quale qui ci si interroga è quello che spinge a “Cercare con ogni mezzo di essere ammirati, cioè di  divenire socialmente visibili, suscitare grande stima – questo sì, ma – circonfusa da meraviglia e stupore.” Insostenibile, tanto è coattivo, condizionante, perché “Non è solo ambizione, suscettibilità, orgoglio, sentimento del proprio valore; è una vera e propria questione di sopravvivenza identitaria, simbolica, di ruolo sociale”. E’ la risposta alla paura più grande: quella di esser nessuno (o di sentirsi tale, perlomeno).

La figura dell’autore – psichiatra e psicoterapeuta che ha dedicato vari libri alla fragilità e alla spavalderia degli adolescenti di oggi (per richiamare il titolo di uno dei suoi studi) –, ma anche i frequenti riferimenti, sin dalle prime pagine, ai ragazzi, ai giovani, lasciano pensare che a quelli si riferisca essenzialmente il discorso. Sennonché, pagina dopo pagina, cominciano a balenare nella mente del lettore figure di adolescenti che non hanno smesso di esserlo una volta divenuti adulti – persone che si conoscono magari, ma ancor più che si incontrano nei telegiornali della sera e nelle cronache politiche dei giornali. Procedendo nella lettura, tuttavia, in certe descrizioni di atteggiamenti riscontrabili entro la cerchia familiare e in certi comportamenti in pubblico, il lettore è a volte indotto a dubitare che anche di lui si parli. E non si sbaglia, perché nella nostra società – la società del narcisismo (e della competizione, continua e pervasiva) – il bisogno di ammirazione risponde a “una grave carenza di autostima” che non riguarda solo i giovani ma “con il passare degli anni anche un buon numero di adulti.” Che è come dire: non si è vaccinati, neanche da adulti, dall’ansia di esserci e dalla coazione a darne prove continue. Perché “L’esposizione alla vergogna sociale”, la vergogna di non essere all’altezza – fisicamente, caratterialmente, economicamente – è ormai tanto diffusa  da “aver contribuito a rendere permalosa una moltitudine di persone giovani e adulte a fronte di eventi relazionali (…) vissuti come gravi attacchi al proprio sentimento di valore.”

E allora, lo dobbiamo riconoscere: i giovani non sono che i segnalatori – più esposti, più sensibili – a un fenomeno che investe la nostra cultura e il nostro vivere collettivo sull’onda di cambiamenti profondi e poco percepiti. La paura dei castighi e il sentimento di colpa, attorno ai quali fino a pochi decenni fa si organizzava l’esperienza infantile e si forgiava il carattere dell’adulto, sono stati sostituiti – per il tramite di un drastico cambiamento del modello educativo – dalla paura della vergogna e da un bisogno di riconoscimento che si differenzia da quello di una volta per “la quantità e la qualità” che lo connotano, ma “soprattutto (per) i mezzi con i quali si cerca di conquistarl(o) e l’esclusiva devozione a questo obiettivo.”

Al fondo di tutto, ecco la conclusione, una mutazione antropologica avvenuta silenziosamente, come tutte le grandi trasformazioni: “il Sé individuale ha preso ampiamente il sopravvento sulle esigenze e i valori della comunità sociale”. “Un cambiamento non da poco, destinato a ricadere in varie forme sull’organizzazione sociale dei prossimi anni, ma del quale “nessuno si scandalizza”. E’ questo a “fa(r) sì che la crisi etica generalizzata passi sotto silenzio e si ritenga che la crisi economica  sia di gran lunga più importante e concreta mentre è molto verosimile che la crisi economica sia parente stretta della crisi etica”.

La pagine finali aprono qualche speranza, indicando strategie e comportamenti in grado di confrontarsi con la “catastrofe” avvenuta e di contrastare la “crisi radicale” che viviamo. Ma sono anche altre le pagine che fanno di questo un libro utile e tempestivo, pagine capaci di restituire con esattezza la fenomenologia di certe situazioni, come quella delle infinite discussioni in cui spesso le coppie si impantanano, o di certi profili, come quello dei “permalosi e offesi”.

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Brescia, 21 ottobre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora