Nessun uomo è un’isola

«Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto.
Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse
un promontorio, come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché
io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana: suona per te». John Donne

L’isola come paradiso perduto da ritrovare o utopia da costruire è presente a lungo nella storia del pensiero, oggi si parla di isole galleggianti (anche “fai da te”) come una specie di “covo della libertà”[1].

Un’ipotetica libertà totale, l’assenza pressoché assoluta di limiti portano ad un individualismo senza confini e fanno cadere le coordinate per un percorso comune di tutta la collettività.

Non dimentichiamo che tante isole furono scelte per costruirvi carceri, per impedire fughe e contatti, e proprio questo è ciò che succede a chi se ne costruisce una per proteggersi: la reclusione.

Il progetto neoliberista, la globalizzazione in veste economica diffondono un senso di insicurezza e precarietà in ogni ambito esistenziale, la soluzione offerta è la chiusura nel privato creando così ostacoli alla ricerca di uscite collettive.

Propaganda, strumentalizzazione, disinformazione spingono a temere il presente e, soprattutto, impediscono di immaginare un “mondo diverso” per il futuro.

Si rifiuta ogni confronto, ci si isola sempre più, ci si lamenta sempre più, ma non è mettendo insieme indifferenza, risentimento, rabbia che si crea un gruppo in grado di porsi come forza politica per affrontare le varie problematiche!

Se vuoi proseguire con la lettura, scarica il pdf cliccando qui sotto.


[1] Alla fine degli anni ‘60 se ne era costruita una nel Mar Adriatico, poi fatta demolire, l’Isola delle Rose, autoproclamatasi stato indipendente, con un proprio governo, lingua, moneta. Tra tanti esempi attuali, l’isola Blue Estate che sarà realizzata nel Mar dei Caraibi, poco lontano da Miami, progettata per regalare una tranquillità assoluta e livelli di privacy, oltre che di lusso, senza precedenti, senza criminalità, con burocrazia ridotta al minimo, senza tasse.

Le frontiere del caos

«Il mondo è grande e terribile e complicato» scriveva Gramsci nel 1917 su L’Avanti… e più tardi: «il vecchio mondo sta morendo e il nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri».

È difficile descrivere con maggior incisività e chiarezza questo nostro tempo… si minimizza la forza del “vecchio”… si ignora la forza del “nuovo”… se non si riuscirà a dargli spazio al più presto, il mondo che faremo sarà troppo simile al vecchio, bloccato in un chiaroscuro che confonde e disorienta, dove agiscono le forze scatenate dal “sonno della ragione”.

Oggi il “chiaroscuro” prende spesso il nome di caos, emerso come per caso in un momento storico segnato da confusione e sbandamento: nulla, invece, è più voluto studiato programmato.

Nell’attesa che si prolunga, i “mostri” temuti da Gramsci sembrano espandersi; sempre al di sopra della legge, per nascondere la loro natura creano disordine e confusione da cui sembra impossibile sfuggire… mostri vecchi e nuovi che intrecciano i loro tentacoli nel presente.

Il problema più grave non è tanto indicare ì mostri che è facile individuare, ma smascherare la pericolosa “banalità del male” denunciata da Hannah Arendt, che, in vesti e funzioni diverse, si nasconde dietro la normalità, con le ombre racchiuse nelle pieghe della quotidianità… quei mostri con un’apparenza inoffensiva finché non gettano la maschera e si scatenano contro ogni parvenza di convivenza civile, cultura, rispetto e spalancano le porte a violenza, odio, calunnie, vendetta, falsità; inondano le reti sociali, s’infiltrano in piazze e rivendicazioni stravolgendone significati e obiettivi… “l’inevitabile” repressione viene presentata e percepita come necessaria, si accettano così decreti e regole che in tempi di “ordine” sarebbe impossibile imporre.

Questa situazione di decadenza, di degrado sociale, politico, culturale, etico appare “normale” per una parte dell’opinione pubblica.

Profitto – produttività – efficienza… gli dei (o i demoni) di oggi portati avanti da una (pretesa) ordinata logica mezzi–fini negano ogni traccia di razionalità in tutto ciò che fa sì che un uomo sia uomo nel significato più profondo: libertà bellezza amore paura speranza sogno fatica immaginazione dubbio sofferenza pensiero… per impedire ogni “disturbo” al cosiddetto progresso che si costruisce alle spalle – o contro – la maggior parte dell’umanità, destinata a divenire semplice pedina nel gioco del mercato e della tecnologia, sconvolgendo coordinate storiche e geografiche.

È l’ordine che serve ad appiattire, a togliere punti di riferimento, a creare il silenzio di idee, desideri, dubbi, a chiudere nell’oscurità della paura, in un assedio alla verità, alla giustizia, alla vita sino a capitolare in una disastrosa resa e chiudersi nel proprio mondo individuale.

Dal caos, si dice, nascono crisi a catena, così situazioni ignorate da sempre sembrano esplodere improvvisamente, con grande violenza e disordine.

Non è il caos a creare la crisi, sono le molteplici crisi – climatica, sanitaria, politica, sociale, economica, etica… – a provocare il caos che incontriamo ovunque.

Se vuoi proseguire con la lettura, scarica il pdf cliccando qui sotto.

La memoria di un giorno

La memoria di un giorno. Il giorno in cui in un villaggio della campagna ungherese arrivano due ebrei, trasportano due casse, affittano un carro per portarle dalla stazione al paese. È di quel giorno che racconta 1945, un film del 2017, di Ferenc Török. Trasmesso da Rai storia la sera del 25 gennaio, tuttora presente fra le proposte di Rai Play.

È lo stesso giorno – lo sentiamo dalla radio all’inizio del film: il 6 agosto 1945 – in cui una  bomba atomica  viene sganciata su Hiroshima. Ma si tratta di un evento che avviene lontano, e cade nella disattenzione generale: per i paesani è un giorno di festa, si sposa il figlio del notaio comunale, il boss della comunità, che il capostazione si precipita ad informare: sono tornati. Gli ebrei. Sono solo due ma potrebbero esser venuti a rivendicare anche per le famiglie degli altri, deportati e uccisi nei lager, le proprietà loro confiscate e poi “riassegnate” ai locali.

La comparsa dell’anziano e del giovane, che camminano silenziosi dietro al carro, getta nel panico l’intero paese, mobilitato da un interesse feroce a conservare il maltolto, chiuso in una rete di omertà che il pentimento di uno solo e il rifiuto disperato della connivenza da parte della moglie e del figlio del notaio non bastano a scalfire.
Sarà il comportamento dei due ebrei a svelare, senza far dichiarazioni, la ragione vera del loro viaggio, e a far così deflagrare il patto tacito stretto dagli abitanti.
Ma qual è il giorno in cui un intero paese ha derogato ai principi di civiltà, ai sentimenti di umanità? Come può una collettività farsi branco? convertirsi a un’ideologia e a pratiche che erano fino a quel momento sembrate esserle estranee?  
È la domanda che il film ci lascia. E non è mai venuto il giorno in cui la si possa “consegnare alla storia”, per usare l’espressione che i fautori della riconciliazione e degli effetti benefici dell’oblio prediligono.   

Di un altro giorno racconta un articolo di Paolo Rumiz apparso su “Robinson”, il supplemento di “Repubblica”, del 23 gennaio (Dove sono i sommersi e i salvati).
Il giorno in cui incontrò, in un campo profughi vicino a Islamabad,  “una famiglia muta. Padre, madre e due bambini. Erano inerti. Non chiedevano nulla, neanche da mangiare, e non c’era modo di capire cosa fosse accaduto. Si era tentato di tutto, senza successo”. 
Il giorno in cui, alla fine, “la storia emerse dalla bocca dell’uomo, in un racconto privo di apparente emozione”.
Il giorno in cui, dopo vent’anni, nei quali  ha tentato di raccontare quella storia senza riuscirci, lo fa. Riesce a trovare le parole, a superare la difficoltà di riferire non “tanto la cronaca dell’accaduto, ma il silenzio. Era irriproducibile. Un silenzio irreale, che catturava anche me e dava la dimensione di un dolore bestiale, incomprensibile nel nostro mondo”. E ci riesce perché ha capito che “lì, in quel campo, il dramma dei rifugiati si è saldato per sempre con quello dell’Olocausto, ed è stato lì che mi è apparso chiaro il ruolo del silenzio nella rimozione degli orrori. Silenzio degli aguzzini, dei bempensanti, della politica. Silenzio delle Ong, tenute sotto ricatto nel loro lavoro in prima linea. Ed è paradossale che anche chi ce l’ha fatta sia complice di questo oblio. I fantasmi arrivano in Italia, increduli e spaesati, ti sfiorano, finiscono in quarantena e si dissolvono nuovamente. Raccontano poco e vogliono dimenticare”.
Il giorno in cui noi leggiamo questo racconto, noi che “degli Ultimi sappiamo storie a lieto fine. Delle altre, poco o nulla”. Non solo perché “non è roba che vedi in tv”, ma anche perché “c’è il Covid a sdoganare l’indifferenza”. “E non ci sarà nessuno Spielberg a raccontare questa tragedia”.

“La ritualizzazione del Giorno della Memoria, subito depotenziato e banalizzato”, “non ha fatto che aggiungere altra noia ai rituali della vita scolastica sostituendosi alla Messa d’inizio anno scolastico che non era certo un’iniezione di spiritualità”, denuncia uno storico, Adriano Prosperi, nel suo recente Un tempo senza storia. La distruzione del passato (Einaudi 2021).
“Quando nei dintorni di Trieste vedo reticolati, cani lupo e mucchi di vestiti abbandonati nei boschi”, sembra fargli eco Rumiz, “dico che non me ne frega niente che fra vent’anni noi si istituisca un altro Giorno della Memoria per salvarci l’anima, ricordando queste vittime a tragedia finita. L’Italia è circondata di morti, in terra e in mare. Oggi, non ieri. Però è l’unico paese d’Europa a vantare non uno ma due giorni della memoria”.

Il tempo della pazienza

Mi è sempre più chiaro che il tempo che stiamo attraversando chiede di essere chiamato tempo della pazienza.

La pazienza non è inerte sopportazione; è un’energia che agisce con forza: generativa, creativa, illuminante. È all’opera in tutti i momenti della vita, ma ci sono situazioni nelle quali la sua azione si mostra più chiaramente dandoci la possibilità di osservarla e di riconoscerla.

La sofferenza è uno di questi momenti e lì la vediamo all’opera con le tensioni, i conflitti che è costretta ad agire, perché la pazienza non è data. È il frutto di un esercizio difficile nel quale impariamo a conoscerci, riconoscendo le energie originarie della nostra natura: la mitezza, l’aggressività, l’ira… perché è con queste che ciascuno/a di noi affronta le tensioni da cui può scaturire la pazienza. Mi sembra di poter riconoscere tre generi di pazienza: la pazienza dell’attesa; la pazienza creativa; la pazienza filosofica.

Il tempo che stiamo vivendo le mette all’opera tutte e tre.

La pazienza dell’attesa, energia generativa, quella della madre che accoglie nel suo corpo la gestazione. Esperienza che si trova faccia a faccia con il mistero, in tensione con il senso di impotenza , in conflitto con la volontà di tutto controllare, con l’illusione di poter dominare il corso del processo… Facciamo fatica a percepire la maternità in questi termini perché la medicina ci dà l’illusione di tener sotto controllo la gravidanza, ma se ci pensiamo bene, non può interferire con il divenire dell’embrione, una volta avviato il processo, se non interrompendolo o disponendo qualche misura di protezione. Come fa un bravo giardiniere che ha messo a dimora un seme.

La pazienza creativa, propria dell’arte, della poesia, dell’invenzione letteraria. Questa pazienza matura in conflitto e in tensione con l’impazienza, la frettolosità, la volontà di raggiungere un risultato, l’incapacità di ascolto interiore… “Nel cuore è la sorgente della parola”, si legge nelle Upanishad. In questo tempo abbiamo bisogno di parole che scaturiscano da questa sorgente. La pazienza filosofica: la pazienza di pensare, di riflettere, di trovare parole precise. Perché maturi questa pazienza ci vuole coraggio, il coraggio di riguardare quello che è accaduto e sta accadendo nell’attesa che la verità si faccia sentire, che nella sofferenza si possa avvistare un significato aprendoci a letture impreviste del reale, aprendoci a una visione più ampia delle cose che accadono.


In conclusione, la segnalazione di una lettura utile e una riflessione di Romano Guardini:

*Gabriella Caramore, Pazienza, Il Mulino 2014

*“Per la pazienza ci vuole forza, molta forza. Solo l’uomo forte può esercitare una pazienza davvero viva: può riprendere su di sé sempre di nuovo ciò che è, e di continuo ricominciare. La pazienza senza forza è pura passività, supina subordinazione, abitudinarietà cosificata. E occorre amore, a una pazienza autentica, amore per la vita. Giacché le cose vive crescono lentamente, hanno la loro ora, fanno giri e rigiri numerosi. Esse hanno bisogno di fiducia. Chi non ama la vita non ha pazienza con essa. Allora arrivano le furie e i cortocircuiti. E ne nascono ferite e cocci.”

La pazienza, virtù non eroica

Su “Doppiozero”, rivista on line, del 14 dicembre si può leggere una considerazione di Antonio Prete – autore di studi tra i quali secondorizzonte ha segnalato il 19 maggio 2019 Nostalgia. Storia di un sentimento, Cortina 2018 e il 10 novembre dello stesso anno La poesia del vivente. Leopardi con noi, Bollati Boringhieri 2019. 

Bastano poche, brevi citazioni per dare l’idea dell’originalità e della tempestività di questo scritto, leggibile nella sua interezza qui.

«Un sentimento che la condizione tragica della pandemia evoca, e incessantemente invoca, è certamente la compassione, cioè la prossimità al dolore dell’altro, il dialogo assiduo con quel dolore. Un altro sentimento su cui il tempo della pandemia invita a riflettere è la pazienza, sentimento-virtù che nell’etimo, e per un lungo tratto della sua storia, ha a che fare anch’esso con il patire, con il prendere su di sé le forme del patire. 

(…)

Con il diffondersi planetario del virus, e con il modificarsi dei modi di vita, di incontro, di relazione, un nuovo tempo si è dischiuso (…). Prendere su di sé questo tempo della sospensione, con il patimento che è implicito, è compito del sentimento, o virtù, che chiamiamo appunto pazienza. Solo in questa accezione, la pazienza può mostrarsi alleata di un’altra grande virtù, la speranza, un vento che può ravvivare l’aria ferma di questo tempo sospeso. 

Pazienza è virtù del sì. Accettazione. Un’accettazione che ha come presupposto il riconoscimento di un accadere che è al di là delle nostre singole scelte, della nostra volontà, o del nostro potere di immediata modificazione dell’esistente. Un’accettazione che non è passività, rinuncia alla critica, abbandono al flusso degli eventi, e tanto meno consenso a forme di potere che creano diseguaglianze o non agiscono per cambiare in meglio le condizioni di vita degli individui, sotto tutti i cieli.

(…)

[Nello Zibaldone,  Leopardi] scrive: “la pazienza è la più eroica delle virtù giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico”. 

L’esercizio di questo eroismo nascosto, dimesso, privo d’orgoglio e di esibizione è certamente difficile, ma appartiene al dialogo con il dolore che il vivente può intrattenere. In questo senso la pazienza ritrova la sua radice, e si avvicina alla compassione. 

Oggi essa si propone a noi sia come relazione con un tempo che è tempo del paziente, del patire, sia come esercizio di un’attesa, che è attesa di un tempo altro: attesa liberata dalla spina dell’ansietà e desiderosa di scorgere il principio di una svolta».

Il diritto alla bellezza

«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore»[1].

La bellezza deve essere accessibile a tutti, deve essere considerata un diritto per tutta l’umanità perché è un mezzo indispensabile per la crescita spirituale dell’uomo, per la sua libertà di coscienza, per la sua presenza nella società e nella storia.

Friedrich Schiller – alla fine del ‘700 – si chiedeva: «Com’è possibile che in questi tempi moderni, con tutte le conoscenze e tutta la tecnologia, siamo ancora dei barbari? Vi deve essere qualcosa nella mente della gente, nel carattere degli esseri umani, che impedisce la ricezione diretta della verità. […] Ogni miglioramento nel dominio della politica può soltanto essere pensato attraverso la nobilitazione del carattere dell’individuo. […E ciò] Può accadere soltanto attraverso il bello artistico».

Egli è convinto che «il buon cittadino si forma nell’educazione alla bellezza e che quest’ultima si può fruire solo in un modo: nell’esercizio del gioco. Per Schiller si tratta di un riferimento metaforico, evidentemente, che allude alla fantasia e all’emozione. La bellezza è un meraviglioso gioco di crescita collettiva che non può essere negato a nessuno» (Irene Boldriga).

La storia ci offre numerosi esempi di come il ricorso alla “bellezza” sia stato chiesto e offerto in momenti oscuri.

Firenze, come tante altre contrade italiane, fu segnata da scontri di potere, lotte intestine, guerre tra fazioni opposte, calamità naturali che fecero numerose vittime… Nel 1373, in cerca di qualcosa che affrancasse, almeno per un po’, da tanta oscurità, un gruppo di cittadini invia ai Priori delle Belle Arti e al Gonfaloniere di Giustizia la richiesta della lettura pubblica della Divina Commedia:

«A favore dei cittadini della città di Firenze che desiderano essere istruiti nel libro di Dante, dal quale, tanto nella fuga dei vizi quanto nell’acquisizione delle virtù, quanto nella bella eloquenza possono anche i non grammatici essere educati […] chiediamo che abbiate la premura di ottenere e di approvare solennemente la scelta di un uomo capace e sapiente, ben istruito nella scienza di questo tipo di poesia, per il tempo che desiderate, ma non maggiore di un anno, perché legga il libro volgarmente chiamato El Dante nella città di Firenze a tutti coloro che vogliono ascoltare, tutti i giorni non festivi, in un ciclo di lezioni continue come di solito avviene in simili circostanze».

Il popolo cercava nella cultura, nel “bello” le risorse interiori per ritrovarsi e riprendersi, per trovare forza, speranza, coraggio del futuro con quella bellezza che riempie coscienza e intelligenza.

Continua a leggere Il diritto alla bellezza

Un’altra scuola è possibile?

Nulla, oggi, può apparire più scontato della scuola, dell’“andare a scuola”… un diritto conquistato a fatica contro ostacoli di ogni tipo, contro pregiudizi, alibi culturali, fattori politici, denunce del campo religioso… una volta dichiarata obbligatoria (e – sembrava – gratuita) si ritenne raggiunto l’obiettivo e l’attenzione si rivolse a problemi più “urgenti” lasciando questo settore strategico per l’intera società nelle mani di “addetti ai lavori”, che si sono rivelati spesso incompetenti e incapaci. Per Maria Montessori un paese che non ha a cuore l’istruzione dei bambini e dei giovani è un paese senza futuro.

Con il passar del tempo, come tanti altri diritti, anche quello di una scuola pubblica di qualità, aperta veramente a tutti, di un’educazione/istruzione nel più ampio significato è stato compromesso.

Sotto ogni bandiera politica i “tagli” alla scuola – soffocata in una selva di regole, decreti, decisioni lontane dalle sue finalità – sono stati devastanti ed hanno portato a situazioni insostenibili “corrette”, per continuare a rispondere il più possibile alla sua vera natura, dalla buona volontà e professionalità di persone presenti nelle istituzioni scolastiche. Ma questo non può essere sufficiente e ce ne rendiamo sempre più conto.

Anche la scuola è diventata una “merce”, un “prodotto di mercato” per cui deve rispondere alle sue esigenze preparando giovani capaci di servire “il” e “al” sistema economico e politico attuale?

Negli ultimi anni ai dirigenti scolastici è stato chiesto, in pratica, di divenire “imprenditori” e di gestire con logiche quasi economiciste un patrimonio comune che non ha nulla a che vedere con leggi e interessi finanziari.

La logica del mercato vuol trasformare il diritto universale all’educazione in un bene di consumo con l’obiettivo di creare persone “competenti” e “produttive”, “funzionali al sistema”. Chi non ha le stesse opportunità diviene manodopera a buon mercato, con sempre meno diritti, a rischio di esclusione, con un futuro incerto.

Quando alla scuola si chiede un qualche profitto, significa che non è più considerata uno degli strumenti principali per la democrazia, se ne perde totalmente il significato e la ragion d’essere.

Continua a leggere il testo in pdf

Il silenzio della verità

Per una “ecologia della parola”

Accanto all’ecologia dell’ambiente, ai pericoli che ne possono derivare per l’intera umanità se non si innescano costumi sostenibili e di rispetto dei suoi ritmi, c’è anche una “ecologia della parola” da rispettare e da usare in modo “sostenibile” perché ne dipende il senso stesso del vivere insieme, delle prospettive di futuro, dei valori che intessono l’espressione dell’esistenza come individui e come società.

«Le parole sono il bmeglio e il peggio che abbiamo… Per le meraviglieche si possono esprimerecon la parola, se usataconarmoniae profondità; possono però diventareviolenteseutilizzate male, se si cambiail loro significato» (José Saramago).

Alcune, nelle mani di persone abili a manipolare la comunicazione, vengono divulgate quasi come “parole d’ordine” alle quali tanti si sentono costretti ad ubbidire per non mettersi fuori dal contesto in cui vivono, perché così fanno tutti, senza preoccuparsi di capire il fine per cui vengono usate… parole che “fanno solo rumore” e non chiariscono concetti e fatti, non informano, non aiutano a “dar forma alla mente”.

In una reale democrazia le istituzioni politiche, per essere autorevoli e riconosciute, devono essere capaci, da una parte, di dare regole precise, dall’altra, di coinvolgere tutti i cittadini considerati non oggetti da utilizzare ai più diversi fini ma soggetti e protagonisti del vivere insieme.

Governi e istituzioni, invece, non parlano realmente alla gente, non spiegano la situazione e le proposte per superare i problemi… anzi creano spesso un clima di allarme per avere le mani libere e non dar spazio a critiche e contestazioni: “non ci sono alternative”, “se non si prendono queste misure il paese cadrà nel caos e il futuro sarà incerto e difficile per tutti”… L’insicurezza per il presente e il timore per il domani rendono la gente incerta e preoccupata, di conseguenza più controllabile.

Del resto, nessuno può negare che in tutto il percorso storico la menzogna e la manipolazione dell’informazione abbiano fatto parte degli strumenti del potere.

“Le parole sono pietre” (Carlo Levi) e, secondo l’uso che se ne fa, si possono costruire muri o ponti, senza dimenticare poi che, soprattutto in questi tempi, «informazioni false producono eventi veri», basta pensare alla guerra in Iraq del 2003, alla distorsione dei dati sull’immigrazione, alla strumentalizzazione del terrorismo….

Continua a leggere il testo in pdf

Una cronaca che si fa Storia

Dieci buone ragioni per leggere un “minidiario” dai giorni della reclusione

▸ dai giorni del coronavirus

Esco alle otto e mezza di sera, perché non ho voglia di rifare la coda fuori dal supermercato, a un metro da quello prima e da quello dopo, che ci si guarda in tralice di continuo per far mantenere la distanza, con il serpentone che si allunga finché il supermercato non lo vedi nemmeno. Fuori, vuoto.
Ma vuoto vuoto. Che ho un primo attimo in cui dico ah, però, bello, mai visto così e poi mi scopro inquieto, perché le montagne, le vallate, il mare sono belli quando non ci sono le persone, le città no: se sono vuote sono città morte.

Comincia così il “minidiario dei giorni di reclusione”, scritto a partire dal 13 marzo, pochi giorni dopo l’inizio del “lockdown”, ma “scritto un po’ così”:

Sto scrivendo di getto, rileggendo a malapena quanto scrivo (è una delle regole che mi sono dato per questo diario, lo dichiaro fin dal titolo).

Ma scritto da chi? Da Trivigante, stando al nome del sito – trivigante e le cose – che evoca un personaggio dei poemi quattrocenteschi di Pulci, Boiardo e Ariosto.
E perché leggerlo, di questi tempi, intasati di commenti punti di vista critiche eccetera?
Per dieci buone ragioni. Che ti si fanno chiare man mano leggi il già scritto e si confermano poi di giorni in giorno (sperando che Trivigante tenga duro).

1.

Condizioni di vita comuni, o molto simili – anche se la barca un cui ci troviamo non è mai stata la stessa, e tanto meno lo è stata via via che la Fase Uno procedeva fino a sfociare, si fa per dire, nella Due – non hanno sgombrato la scrittura da una sua abituale e radicata postura: molte delle cose che abbiamo letto e leggiamo in questi giorni portano in sé l’ambizione, più o meno dissimulata, di alzarsi una spanna sopra gli altri, di distinguersene. Come se scrivendo, appunto, si potesse guardare quello che sta intorno da una posizione privilegiata, tirandosene fuori nella sostanza. O immaginando di farlo, comunque.
Qui no: chi scrive questo diario lo fa proprio perché si sente uno e centomila. Nessuno no, non scriverebbe altrimenti, non alimenterebbe con la scrittura quotidiana un desiderio più grande: condividere cose viste e sensazioni provate. Un desiderio che presuppone una cosa non da poco, e sempre più rara, o quanto meno rarefatta: la fiducia che un terreno comune esista, e sia quello a contare, in definitiva, e ad evitare che le voci che si fanno sentire, pretendendo di essere ascoltate, per quanto penetranti e preveggenti finiscano per clamare nel deserto.
E cosa di più comune del desiderio di fare qualcosa di sensato in questo tempo libero imposto? Senza tuttavia dare indicazioni e stilare vademecum, si badi. Offrendo se mai un esempio, raccontando la propria esperienza:

Suddividere la giornata in unità di tempo (venti minuti, mezz’ora) e dedicarne in modo accurato alcune ad attività pianificate, anche in modo multiplo, aiuta. Pulire e Netflix non aiutano, da soli. Per fare, quindi, un esempio, questo minidiario è una cosa di questo tipo, serve a me. A ciascuno, dunque, il suo.

2.

Il ricorso a un termine impegnativo come diario (per quanto abbassato da quel mini) non prelude al ripiegamento su di sé che tradizionalmente connota il genere: il rischio poteva forse esserci, ma l’antidoto è fin dall’inizio efficace, e consiste nell’ironia, colore dello sguardo che l’autore rivolge a se stesso e proprio per questo è capace di allargare agli altri:

Oggi l’Eco di Bergamo aveva undici pagine di necrologi, che delizia per gli anziani al bar, se solo ci fossero.

Oggi è il 22 marzo e se fosse il 1848, forse sarei fuori a finire le Cinque giornate contro gli austriaci. Non so, forse no, chissà, è che la prospettiva attualmente mi pare desiderabile rispetto allo stare chiuso in casa.

Bertolaso, al secondo giorno di lavoro, si è ammalato. Nella migliore tradizione del raccomandato appena ottenuto il posto fisso. Lo so, potevo non dirla ma non sono riuscito a trattenermi.

Al trentottesimo giorno di diario dalla reclusione è difficile non ripetersi o non arenarsi. (…) Ma come ha fatto Pellico nelle sue prigioni? (…) Forse dovrei fare come Pellico: «volsero alcuni giorni, ed io era nel medesimo stato; cioè in una mestizia dolce, piena di pace e di pensieri religiosi». D’accordo, ora mestizia dolce, per i pensieri religiosi vediamo più avanti. Dio, come vorrei andare in un bar a dire cazzate.

Diobono, cinquanta giorni. Cinquanta giorni che non bevo un cappuccino al bar. Ma oggi c’è il decreto, stasera c’è Conte. E allora sì. Ormai è una corsa parossistica: si potrà andare a innaffiare gli orti, anche quelli degli altri; si potrà andare nelle seconde case ma solo nelle proprie; si potrà andare in giro, sì, ma con giudizio; si potrà divertirsi sì, ma con la testa; si potrà fare il bagno ma solo chi abita a tre metri al mare o su chiatte galleggianti; (…) si potrà andare a Cuneo il giovedì; si potrà volare col parapendio ma non in luoghi affollati; si potrà andare al ristorante ma solo ordinando il secondo; si potrà spostarsi in un’altra regione ma solo su mezzi a due ruote; (…) riapriranno i cinema e le case chiuse; ci sarà la pace fiscale e quella edilizia e sarà tre volte natale e festa tutto il giorno; si potrà, infine, andare in vacanza ma solo con il camper o la roulotte. Ecco, non sono tutte affermazioni così lontane da quanto si sente in questi giorni.

3.

L’ironia, ma non solo: a non fare di questo un (mini)diario intimo è anche, o soprattutto forse, la propensione nativa, verrebbe da dire, più che intenzionale e programmatica, di concepire ogni passaggio entro una dimensione collettiva, naturalmente aperta a raccogliere, tra i fatti della cronaca, quelli sintomatici di una situazione comune e, in particolare, di un modo di sentire che non si limita al singolo. Il che è reso possibile proprio dal fatto che non li si guarda dall’alto o da fuori, gli altri, ma partendo da sé, dalle proprie sensazioni, da un confronto puntuale me e loro, fra prima e dopo:

Devo essere l’unico rintronato che non ha la mascherina. Nel senso che non ne possiedo nemmeno una. Ci ho provato a prenderle, ho chiesto al supermercato, in farmacia, in tutti i luoghi in cui è possibile farlo. (…) ce l’hanno proprio tutti e io non riesco a capire dove le abbiano prese, è un vero mistero. Dappertutto ci sono cartelli in vetrina che dicono che mascherine e disinfettanti sono finiti, ci dev’essere un mercato nero, un luogo segreto, un commercio sotterraneo di cui non sono a conoscenza. (…) Poi, alla fine, una persona gentile me ne regala una, di quelle sanitarie blu con i legacci. Grazie. Almeno ce l’ho anch’io, mi dava fastidio non possederne una a mia volta. Per averla.

Tutte quelle belle volte in cui mi sono detto aspetta aspetta senti che silenzio… Già, ma non era il silenzio, il supersilenzio di questi giorni, era un silenzio con il rumore di una macchina di fondo, qualche voce, un aereo, una sirena, un cacchio di coso che facesse qualche tipo di rumore. Adesso no. Stamattina, poi, non c’era davvero anima viva in giro e il silenzio era totale. Ecco, quando è così io ho un po’ paura. Forse paura no, sono inquieto. Perché un conto è stare da solo quando sei in mezzo alla folla, giusto, sacrosanto, e un conto è stare da solo perché sei da solo. 

Io ci ho messo poco a organizzarmi per lavorare a casa, documenti, pc, connessione, vpn, cose così, alla fine abbiamo chiuso l’ufficio ormai quasi due settimane fa e tutti a casa, a lavorare. Il problema è che la prima settimana sono saltati tutti gli appuntamenti – consulenze, incontri per lavori nuovi, preventivi eccetera – e la seconda il lavoro è proprio svanito. Puf. Nel senso che non è entrato assolutamente nulla di nuovo. (…) Che è un bel paradosso, a pensarci: in ospedale e in tutto il settore sanitario non sanno da che parte girarsi, porelli, fanno turni massacranti, travolti dalla marea di ricoverati, lavorano bardati che nemmeno i cosmonauti, e io – come molti altri, direi – sono costretto a casa a domandarmi se guardare una serie tv o sbrinare il freezer.

Ho dovuto mettere un freno anche ai vari telegram, whatsapp, chat e compagnia bella, perché il profluvio di scambi, mi sono reso conto, mi stava travolgendo e mantenendo il mio umore perennemente basso: non posso convivere tutto il giorno con lo scemo a Treviso che è uscito col cane di pezza, con lo stordito che ieri ha bruciato la vecchia (tradizione) in cascina ed erano in ottanta, con la rintronata che fingeva di avere la spesa e in realtà se l’era portata da casa, con gli irresponsabili di ogni forma e colore. Ecco, non ce la faccio.

Sveglio presto, in preda a una certa agitazione da non-uscirò-mai-più-di-casa, invece esco e mi dedico al movimento da criceto: dopo dieci giri dell’isolato attorno a casa sento che va meglio, sono più calmo.

4.

Il continuo, puntuale andirivieni fra sé e gli altri non occupa l’intero spazio del discorso: accanto alla scrittura c’è la vita che, guarda caso, ti avvicina anche fisicamente – per il poco che è possibile – agli altri. Lo scrivere non fagocita il vivere ma continua a rappresentarne solo un momento, per quanto indispensabile:

Da parecchio tempo, ogni volta che vado a fare il bucato cerco di aiutarlo e oggi lo stesso, ma mi rendo conto di come tutta questa situazione lo metta ai margini ancor di più: procurarsi del cibo, ricevere qualche soldo dalle persone di passaggio, approfittare della vicinanza di un supermercato, trovare eventualmente strutture per un pasto e una doccia, tutto ciò è diventato enormemente più difficile. E le persone si mantengono ancor più a distanza. Gli dò tutto quello che ho, in tempi normali sarebbe quasi uno sproposito ma questi non sono tempi normali, io non so quando potrò aiutarlo di nuovo e lui ha il vizio di mangiare tutti i giorni.

Oggi spesa. Frutta e verdura, non supermercato, perché vivaddio non è possibile credere alle notizie che la vitamina C guarisce dal virus e non avere le arance. Parto con lo zaino da trenta litri, due borse giganti della coop, un bauletto, pronto al trasporto perché ho da rifornire almeno cinque persone/nuclei familiari, il che fa un sacco ma un sacco di frutta e verdura. Perché l’imperativo del periodo non è solo andare a fare la spesa uno per tanti ma è anche prendere un po’ di roba in modo da andarci il meno possibile.

Fare la spesa per qualcun altro mi costringe a cercare prodotti sconosciuti e, di conseguenza, andare in corsie del supermercato che non avevo mai frequentato. Quello delle farine e delle fecole, per esempio, manco avevo idea non solo di dove fosse ma che ci fosse proprio. Che esistessero così tante tipologie di tè l’avevo letto nella narrativa inglese ma non pensavo fosse vero. Che qualcuno presti attenzione al dentifricio che acquista e che, anzi, ne voglia una marca specifica e un modello specifico a un aroma specifico questa per me è una vera novità. Io di solito li faccio girare per non dare soddisfazione a nessuno: una volta colgate, una volta mentadent, una volta pastadelcapitano. Che esistessero patatine allo zenzero è una cosa che ignoravo e che avrei continuato a.

Cose belle o particolari del periodo: i miei vicini che mi hanno regalato una forma di pane fatto da loro; una riunione con i miei zii, oggi, per decidere alcune cose su un affitto, fatta in cortile, ognuno in un cantone a debita distanza, essendo appunto in quattro; la mia vicina e amica T. che ogni mercoledì sera fa la pasta per due e me ne lascia una pentolata davanti alla porta; E. e F., due amici, con i quali facciamo lo scambio frutta/vino, io porto la frutta e, per fortuna, ricevo vino (molto più buono di quello che avrei preso io); persone per cui faccio la spesa, in modo che non escano di casa, che mi guardano dagli spioncini e parlano con gratitudine vera al di là della porta; gli stessi che poi mi regalano mascherine; una colomba superbuona ricevuta in regalo che sarà suddivisa in nove parti uguali, una per ogni persona presente in cortile, così festeggeremo in qualche maniera; i disegni ricevuti dalle bambine mie vicine ogni volta che porto loro delle fragole o delle cose buone; l’espressione degli occhi della guardia giurata che sta fuori dal supermercato ogni volta che la saluto cordialmente. Ce ne sono altre, il punto è che sono tutte cose che coinvolgono persone, bene o male. Un altro motivo per cui è difficile: mancano le persone.

5.

Sembrava immobile, e non era: queste pagine ci aiutano a percepire l’evoluzione che si è verificata nelle 55 giornate (ad oggi, cioè fino al diario della scorsa giornata, il 1° maggio), a ripercorre tappe che si sono succedute, lungo un percorso che ha incrociato, senza tuttavia coincidervi, le periodizzazioni segnate dai discorsi di Conte:

Sono giunto alla conclusione che sia sbagliato intrattenersi, in generale e soprattutto in questo periodo, intendo dire cercando svaghi per far passare il tempo, puntando ad arrivare a sera. È un errore in generale, perché distrarsi significa perdersi ore, giorni, mesi e anni di vita, e in particolare in questo periodo, perché non sarà breve – si è detto ma ora non breve comincia ad assumere una connotazione più precisa – e cercare distrazioni di continuo per far passare alcune ore porta solo, prima o poi, a scoppiare.

Il pensiero, a momenti, mi rode un po’, da qualche parte dentro di me c’è qualcosa che spinge alla ribellione solo per infrangere il divieto. Poi, ovvio, non lo faccio e sto buono, distraendomi come posso. Immagino che il sentimento sia alquanto condiviso. E poi c’è il terzo elemento che mi scoccia, e parecchio: il fatto che le regole siano così strette perché c’è una percentuale di persone, esigua o meno, che se ne è fregata finora.

Oggi sono andato al supermercato per il rifornimento delle persone che contano su di me e il mio giro di rifocillazione e la novità, oltre alle entrate contingentate, le mascherine, i guanti, gli orari ridotti dei giorni scorsi, è che provano la temperatura all’entrata. Con un pistoletto che puntano alla fronte e che dà subito la rilevazione della temperatura. Ecco, a me oggi il signore all’entrata ha puntato il coso, poi ha guardato perplesso, me l’ha rifatto (e io, a quel punto, ovviamente penso che ci sia un problema), ha guardato ancora perplesso, e me l’ha ripuntato la terza volta. Ahia, mi dico, e mi prefiguro un futuro a breve di reclusione e di diagnosi fatali. Il signore comprende il mio sguardo interrogativo e gira verso di me il pistoletto: lei ha trentaquattro. 34. Perfetto, o sto defungendo o direi che lo strumento altamente tecnologico ci garantisce una vera sicurezza, dentro il supermercato.

Scrivere, leggere, zappare, lettera, testamento. Ovvero, esattamente come prima della pandemia, sebbene siano stati tolti i viaggi e le visite di qualsiasi tipo. Per cui, trovo curioso questo bombardamento in rete di suggerimenti di cose da vedere, serie tv, film, cose da leggere, libri, fumetti, articoli, cose da sentire, podcast, canzoni, radio, per far passare il tempo in questo periodo. (…) Che poi, uno non comincerà a leggere ora, se non gradiva prima, e tendenzialmente non cambierà le proprie predilezioni proprio ora: usciremo da questo periodo e l’Italia sarà diventata una nazione di accaniti lettori? Giuro, questa non me la vorrei proprio perdere.

6.

E nell’evoluzione generale, torna con regolarità quella personale, a continuare il contrappunto che connota queste pagine, in cui non si scrive per far finta di essere sani:

Faccio fatica, dicevo, perché non posso fare alcune cose che sono essenziali per il mio equilibrio e che portano bellezza e meraviglia nella mia esistenza. Lo so, capita a tutti, ma i tutti non sono nella mia testa e devo invece conviverci io con me stesso.

Scrivere, anche questo minidiario, ascoltare un disco nuovo, lavorare a pleiliste musicali per il godimento diffuso, ascoltare musica buona davvero, leggere testi che contengano bellezza e ingegno, vagolare sulle mappe immaginando viaggi alla ricerca di itinerari coinvolgenti, imparare qualche cosa di nuovo, fare qualche conversazione di qualità, inviare una foto o un pensiero appropriato a qualcuno che possa apprezzare, fare un’azione utile per una persona, mettere a posto qualcosa, fare una gentilezza, condividere una cosa bella scoperta da poco, leggere o guardare una cosa che mi faccia fare una risata, fare movimento, buttare via una cosa inutile, pulire un angolino. Queste sono attività che cerco di fare ogni giorno, niente di zen o da allenamento da Karate Kid, tutt’altro, semplicemente cose che mi piace fare e che danno un senso, a sera, alla giornata. 

Per quanto riguarda me, le cose hanno preso un certo ritmo costante, i giorni feriali impegnati tra spese e consegne, i festivi talvolta pure o dedicati a pulizie e scrittura, le incazzature ci sono ma sono lì, in un angolo

Mutamenti d’umore, sia mio che delle persone con cui parlo, almeno alcune. Da un primo periodo di disponibilità e, direi, rassegnazione, dettate dall’emergenza, adesso lo stato d’animo prevalente è quello della stanchezza e della rabbia crescente a fronte di una politica che dire incerta è dire poco, a livello regionale lombardo poi non ne parliamo. Il timore che tutto si prolunghi e che non venga affrontato nel modo migliore si fa largo in molti, da quel poco che riesco a percepire al telefono con alcuni amici. Altri no, hanno staccato i canali di informazione e attendono diligenti. Bravi, lo dico seriamente. Io no, non riesco

7.

Che siano a meno i giornali, la fonte, quella dell’informarsi, del conoscere, del confrontare fatti e fatterelli resta una pratica irrinunciabile, che guarda oltre il locale coltivando curiosità e conservando capacità di meravigliarsi, sorridere e, perché no, provare scandalo:

Oltre ai sanitari, ovviamente, e tutto ciò che ci gira attorno, si va dalle grandi aziende come la LVMH, gigantesco conglomerato di marchi del lusso come Dior e Loewe, che ha annunciato ieri di aver convertito l’intera linea di produzione di profumi in gel disinfettante per le mani (…) a Jennifer Haller, donna di 43 anni di Seattle con due figlie adolescenti, che due giorni fa si è fatta iniettare la prima dose di “mRNA-1273”, dando il via ufficiale alla sperimentazione dei vaccini al Covid-19 sull’uomo. Meglio: sulla donna. 

Questa la devo segnalare qui: Kellyanne Conway ha diretto la campagna elettorale di Trump nel 2016 e, a vittoria ottenuta, è stata eletta «Counselor to the President». Come tale, consiglia e ieri ha detto una cosa interessante sul virus: «Stiamo parlando del COVID-19, non del COVID-1, quindi chi lavora all’OMS dovrebbe ormai esserne venuto a capo». Testuale. 

8.

Ed è soprattutto la cronaca politica ad alimentare il commento, a motivare il giudizio:

E io, ancora una volta, ringrazio il cielo che tutto ciò non sia accaduto un anno fa, con quel governo, quella ministra della salute, e quello là, oltre a tutto. Oggi avremmo l’esercito in strada con proiettili di gomma e idranti. 

Per fortuna, mi ripeto, al governo il sale in zucca c’è e, a Cesare!, si stanno comportando bene, dando dimostrazione di serietà e prontezza. Nessuno, credo, possa dirsi abbandonato in questo momento. I casini più evidenti si riscontrano quando intervengono i governatori locali delle zone più colpite, Lombardia e Veneto, dunque leghisti entrambi, che premono per avere la propria visibilità e, quindi, impongono conferenze stampa in concorrenza con quelle ufficiali della protezione civile.

Sempre peggio la mia insofferenza nei confronti della gestione lombarda della crisi. Ma vivaddio, come posso sentirmi meglio se ogni giorno ce n’è una? Oggi gli spazi pubblicitari sui giornali acquistati da Regione Lombardia (soldi tuoi, soldi miei): «28.224 vite salvate. Sanità privata insieme alla sanità pubblica». Un morto su dieci al mondo, al mondo!, è in Lombardia e pure mi tocca guardare le pubblicità sui giornali pagate con il mio bollo del motorino. Sono sempre più basito e incazzato, va bene tutto ma essere prima bastonati e poi presi in giro no, no!

La pletora di individui o enti o chissà dio cosa che intervengono a casaccio nel dibattito pubblico e menano il can per l’aia: chi sostiene che la seconda ondata di contagio sia inevitabile, chi dice subito chi dice in autunno, e ovviamente non ci sono dati per dirlo ma l’acqua al mulino della riapertura rapida è portata (trad.: se ci sarà comunque, tanto vale lavorare finché si può)

Io no, non ho cantato [il 25 aprile]: io sono scappato. Lo ammetto, mi spiace davvero per chi non lo può fare, sono uscito e me ne sono andato a camminare per i campi. Senza incontrare nessuno, senza contagiare nessuno, senza parlare con nessuno, ho portato un fiorellino alla lapide di un partigiano non distante da casa, e poi ho camminato. Perché va bene non andare in piazza ma stare pure chiuso in casa anche il 25 aprile non ce l’ho fatta. Ho camminato, ho pensato, ho canticchiato, mi sono commosso, ho ricordato, ho celebrato, ho parlato e salutato chi non c’è più, ho ringraziato. Come sono certo hanno fatto molti come me.

Senza comunque mai cedere alla seriosità cui la cronaca politica ritiene di doversi attenere:

I democratici guadagano quasi mezzo punto, passando dal 22,5% della scorsa settimana all’attuale 22,9%. Non c’è che dire: prendi Zingaretti, chiudilo in casa con un virus brutto, riducilo al silenzio e il partito guadagna.

La Regione Lombardia ha (aveva, a questo punto) un piano pronto per affrontare un’ipotetica pandemia (…). Forse alla prossima stretta mi faccio trovare in Trentino.

Ho già detto che una cosa che mi scoccia parecchio è saltare il 25 aprile, di regola in corteo a Milano, come è d’uopo. Qualcuno propone di cantare «Bella ciao» dai balconi, qualcun altro non è d’accordo – e te pareva… – e opta per «Fischia il vento», perché se non si va divisi non ci si diverte. Non so come andrà, so che non sarò in piazza e non vedrò le persone come me, cosa che mi dà sempre una bella iniezione di fiducia. Poi, ieri sera, ho sentito parlare Caterina Avanza, una che si definisce «euroguerrigliera» e non eletta col PD alle elezioni europee, di «Partigiani 4.0» e mi è venuta ancor più voglia di piazza e di bandiere. Di Partigiani 1.0, che poi mi sono perso il due e il tre.

9.

La constatazione che progressivamente si impone, scorrendo queste pagine, è che in esse, grazie ad esse, la cronaca si fa Storia, una Storia fatta di storie, delle storie di chi non si sarebbe mai aspettato di vivere una vicenda simile, né di viverla come di fatto la sta vivendo:

A proposito del minidiario, non l’ho detto finora: più di quindici anni di blog in rete nei quali non solo non ho mai detto il mio nome ma nemmeno la città (le città) dove ho vissuto e vivo, le cose che faccio, insomma per farla breve ho parlato molto raramente di me e ora, in questa situazione imprevedibile, mi ritrovo a doverlo fare, anche se in misura minima, tutti i giorni. È curioso, è pur vero che ho scelto io di farlo e dedicarmici perché so che in futuro mi sarà utile aver raccolto le impressioni giorno per giorno, per capire come da un punto A (un tizio a Codogno ma poi scopriremo che non è così, che si deve retrodatare la cosa di parecchio) a un punto C (che ancora non conosciamo) attraverso parecchi punti B (la quarantena, la chiusura della Lombardia prima e del paese poi) che prima parevano inimmaginabili. Per esempio, sono certo che tra qualche anno non ricorderemo esattamente come si passò, nell’inverno 2020, da una situazione di normalità, o quasi, alla chiusura dei confini regionali e all’impossibilità di muoversi all’interno del paese, sarà un ricordo indistinto, non preciso. Per questo serve scrivere le cose giorno per giorno, anche frettolosamente come sto facendo qui io. 

Come me alcune persone si sono poste la questione di come documentare questa pandemia: se per i dati dei contagiati ci sono i bollettini, se per la cronaca ci sono i giornali, se per i decreti ci sono gli atti del Governo, per raccontare cosa è successo, succede e succederà nelle vite comuni, tra la popolazione, servono altri modi. Scrivere, magari, riprendere, i modi sono molti, purché siano trasmissibili.

Ora – e mi si perdoni l’accostamento – ho compreso come avvengono le cose: si ritengono impossibili (ancora una ripetizione ma non trovo un termine analogo di pari forza per esprimere il concetto) fino a un certo punto e poi è troppo tardi. Ecco cos’è successo in Germania all’avvento del nazismo e in mille altre situazioni della storia umana, ecco perché le persone non scappano o si mettono al sicuro, ecco perché si sta lì immobili a osservare la catena degli eventi senza prendere alcuna decisione. Perché, semplicemente, non ci si crede.

10.

La Storia dunque, ma non la Fine della Storia: basta tenere aperti gli occhi, navigare nel mare dell’informazione ma con la bussola, sapendovi discernere quel che conta, non accumulando ma interpretando i fatti, e la Storia continua. E siamo noi, per quanto surclassati dalla cieca vita del SARS-CoV-2 – per gli amici, Coronavirus – a farla, o a opporvi resistenza (resistenza per favore, non “resilienza”…):

In Danimarca l’hanno fatto, un concerto con pubblico presente in modalità drive-in: (…) pare, dal palco, un concerto in una concessionaria dopo una catastrofe nucleare. Ma al di là delle impressioni, i problemi: E se, come sempre capita a un concerto, ho bevuto molta birra e devo andare a pisciare, ci vado a piedi o con l’auto? Perché non è mica semplice, vista la disposizione nella foto, sarebbe un bello sketch: scusate, scusate, devo andare in bagno, mentre prendo a sportellate tutte le auto tra me e il cesso. Una delle attività principali del periodo sono le videoconferenze. Io le odio, mi danno abbastanza fastidio e cerco di evitarle in ogni modo. Non capisco perché non bastino le audio – e sia necessario aggiungere il video-(…) Io, una volta, quando mi hanno chiamato per la videoconferenza ero al cassonetto.

Il diritto della persona all’interno delle contraddizioni sociali

Interesse generale e interesse particolare

Interesse particolare e interesse generale sono concetti contraddittori e contrastanti o elementi che possono essere conciliati dalle norme giuridiche e dall’azione delle autorità pubbliche?

L’interesse particolare è incompatibile con l’interesse generale o ne è, normalmente, complementare?

Quale ruolo gioca l’interesse generale nello scenario politico-economico, socio-culturale attuale?

È ancora reale il suo valore come elemento di giustificazione dell’azione dello Stato e come fattore di coesione nelle società?

Il nostro futuro è legato alle risposte che sapremo dare a queste domande.

Nella prassi politica si fa grande uso (e abuso) del concetto di interesse generale, spesso per legittimare scelte ed azioni e dare un senso razionale a certe prese di posizioni senza dover ricorrere a troppe giustificazioni.

Il dibattito segue due linee fondamentali: l’utilità e la razionalità.

Nell’ottica dell’”utilità”, la questione viene risolta come “il massimo beneficio per il maggior numero di persone”; nella prospettiva della “razionalità”, invece, vengono posti limiti al criterio quantitativo, da cui deriverebbe una “dittatura della volontà della maggioranza”, la “sintesi finale” non può essere considerata espressione della volontà generale perché ne rimane estranea la partecipazione delle minoranze.

Nel corso della storia, pur con termini e caratteristiche diverse, l’interesse generale è stato oggetto di studi, analisi, diatribe ma acquisì maggior forza soprattutto a partire dal XVI secolo, in molti casi assumendo il carattere di “ragion di Stato”.

Machiavelli, in particolare, punta ad un ampliamento dello spazio di deroga delle norme che, sotto la pressione di una qualche emergenza, viene concesso alla politica in nome di un interesse generale superiore. L’unica ragione evidente, però, è quella di salvaguardare il potere del “sovrano”, senza tenere in considerazione la volontà popolare, secondo il principio che “il fine giustifica i mezzi” [1].

Quando chi gode del privilegio di governare parla di bene comune per difendere i propri interessi specifici, quando il concetto di interesse generale viene usato per dare utilità e razionalità alle azioni del potere, come argomento decisivo nel processo decisionale, risulta inevitabilmente snaturato, compromesso e perde il suo valore: non dipende più dalla volontà generale ed è funzionale a interessi particolari.

Una minoranza che fa propria l’interpretazione di ciò che è interesse generale ne fa una questione di potere; si proclama la razionalità delle proprie azioni per nascondere i reali interessi di un leader, di una élite, di lobby di ogni tipo, di un partito politico, di poteri economico-finanziari, dello staff di un giudice, di gruppi di pressione… una  “ragion di Stato” camuffata dietro il tanto abusato termine di “bene comune”.

Gli “interpreti” attuali della volontà collettiva, o almeno di ciò che viene presentato come interesse di tutti, si rifanno alla democrazia rappresentativa e non più ai miti o alle interpretazioni religiose del passato, ma ritengono ancora di avere il brevetto esclusivo di interpretare il senso comune, di determinare l’interesse generale, la cui garanzia, invece, corrisponde all’insieme sociale, alla società nel suo complesso, consapevole e cosciente di diritti e doveri, in una sintesi della volontà di tutti, in cui converge una pluralità di maggioranza e minoranza come salvaguardia dello Stato di diritto.

Ci si nasconde dietro la “razionalità” di certe scelte (risuona come un eco del “non ci sono alternative”!) per riaffermare il proprio potere decisionale e difendere interessi politici, elettorali, economici… Così una minoranza finisce per dominare la maggioranza e deciderne i destini; nel proporre l’uguaglianza garantita sull’interesse generale, di fatto, si crea – diritto alla mano – sempre più disuguaglianza.

L’interesse generale non è una verità assoluta rivelata a pochi eletti, tanto meno quando è nelle mani di chi esercita il potere, è un lungo percorso di un processo di sintesi d’interessi collettivi al cui interno nessun interesse peculiare deve prevalere.

Anche oggi, nella democrazia rappresentativa, si continua a delegare ad “interpreti” la comprensione della volontà popolare e ad agire di conseguenza.

È indispensabile trovare meccanismi che rendano inutile (o per lo meno controllabile) la presenza di questi interpreti, poiché un interesse è veramente generale solo se espressione della volontà collettiva liberamente espressa.

Troppo spesso, da ormai troppo tempo, gran parte della gente, superficiale e indifferente, ha finito per mettere nelle mani dei politici un assegno in bianco per determinare il suo futuro nell’illusione che venga salvaguardato il proprio interesse personale, senza neppure chiedersi quale esso veramente sia.

I fatti degli ultimi mesi hanno evidenziato come tante percezioni fossero errate e come sia necessario, e urgente, comprendere che l’interesse individuale passa attraverso l’interesse della collettività perché tutti possano sviluppare ed esprimere il massimo delle proprie capacità e diritti.

Dietro il concetto d’interesse generale c’è la persona e la sua dignità, c’è l’obiettivo di realizzare condizioni di vita che permettano il pieno sviluppo di ogni individuo e della collettività perché in una società di uomini e donne pienamente “realizzati” tutti vivono meglio.

La dignità, in una concezione integrale della persona, deve essere messa al centro, come fondamento di ogni collettività; l’essere umano viene riconosciuto come cardine e principio dello Stato e della società, nel rispetto del suo particolare valore, unito nella garanzia dei diritti di ogni persona e gruppo.

Continua a leggere Il diritto della persona all’interno delle contraddizioni sociali