Il posto del passato

Julio Llamazares, Diversi modi di guardare l’acqua, Il Saggiatore (pp. 176, euro 19)

“Una volta lì ci rendemmo conto che il paese non c’era ancora”. Quello di prima era rimasto nella “valle diventata un bacino idrico”: una storia che si è ripetuta spesso nelle regioni di montagna e altre volte è divenuta materia narrativa, come nel caso di Resto qui, di Marco Balzano (in queste note nell’aprile del 2018).
Gli abitanti han dovuto prendere le loro cose e spostarsi dalle montagne alla pianura, su questa terra vergine, da coltivare. Un pantano, una laguna, da bonificare.

Sono passati quarantacinque anni, ma a differenza degli altri il vecchio Domingo non ha mai voluto tornare a “guardare l’acqua” che, con la costruzione della diga, ha seppellito le loro case: il suo nome è l’unico a mancare fra quelli che titolano i capitoli del romanzo, in cui si succedono le voci di diverse generazioni a volte ripetendo lo stesso nome (Virginia, la moglie di Domingo è madre di un’altra Virginia, e lo stesso nome porterà la nipote). Quel che di Domingo si sa, della sua fatica ad ambientarsi e a imparare un modo di coltivare diverso, lo si viene a sapere dagli altri. Compresa la sua volontà di tornare là, al paese da cui sono stati cacciati, solo dopo la morte, perché i suoi resti trovino posto vicino ai resti delle loro case. E Virginia sarà là, a vedere ciò che rimane dell’uomo con cui ha vissuto sessant’anni divenire “cenere per i pesci” che popolano il lago artificiale. È Teresa, la figlia maggiore, a raccontare questo momento, e dopo di lei le altre voci compongono, una tessera per volta, il mosaico di una storia corale, su cui si staglia la figura del padre, Domingo, dominato per tutta la vita da una malinconia che era insieme nostalgia dei luoghi abbandonati e critica del progresso che molti vedevano nella nuova sistemazione. Ed è ancora lei, Teresa, a guardare i turisti che ammirano l’acqua che copre paesi che neanche immaginano siano esistiti là sotto, a meno che siano arrivati sul posto in uno di quei momenti in cui il campanile di Vegamiàn – il paese d’origine dell’autore – riaffiora (ed è l’immagine di quello di Curon in Valvenosta a presentarsi alla mente del lettore) o ad emergere per qualche giorno sono i ruderi delle case (e ad essere evocato sembra allora l’edificio della vecchia dogana che non di rado, in estate, le acque del lago di Valvestino lasciano scoperto).

Riuniti in un ritorno che assume il significato di un rito – lo spargimento delle ceneri del capostipite – nipoti e pronipoti, alcuni dei quali vedono quei luoghi per la prima volta, provano sentimenti diversi di fronte un “paesaggio così bello e insieme così triste”, egualmente pervasi tuttavia dal senso di una scoperta di un passato che li riguarda, da quella nostalgia vaga che si può provare per qualcosa che non si è potuto conoscere ma che, per vie difficilmente sondabili, si sente far parte di noi stessi. Anche se a dividercene è un cambiamento radicale e irreversibile: il trasferimento forzato – motore delle storie che leggiamo – è stato la cesura fra due mondi, due modi pensare e di vivere. Una cesura, vien da pensare – e qui sta la forza di questo romanzo – avvenuta anche là dove il passato non è stato cancellato dalle acque, ma da un presente che sembra aver fagocitato le altre dimensioni del tempo. Tanto che, pensa con amarezza uno dei nipoti, “rivendicare la memoria delle persone per molti oggi è solo una manifestazione di ingenuità”.

È anche una lunga riflessione sul tempo, questo romanzo, e sul modo in cui si vivono, in epoche come la nostra, il suo trascorrere, lo scomparire delle persone, il mutare dei luoghi.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *