
Henning Mankell, Nel cuore profondo, Marsilio 2021 (pp. 472, euro 18)
Atmosfere cupe, fra tempeste e banchise ghiacciate del Baltico; una natura che non consoce altra legge che quella del più forte, tanto più in un’epoca nella quale il mare è percorso dalle corazzate tedesche e russe che si affrontano nella più distruttiva delle guerre fino allora combattute, la prima guerra mondiale: il senso di una catastrofe incombente percorre questo romanzo fin dalle prime pagine – occupate da un’anticipazione angosciosa, il tentativo di fuga di una pazza dal manicomio in cui era rinchiusa da ventitré anni – e accompagna la narrazione che ci riporta alle missioni del capitano esperto in misurazioni batimetriche, capace di rilevare inesattezze nelle carte nautiche ma in realtà sempre “alla ricerca di qualcos’altro: un punto in cui il batimetro non sarebbe mai riuscito a raggiungere il fondo. Un punto in cui il batimetro cessava di essere uno strumento tecnico per trasformarsi in un mezzo poetico”. Non è tuttavia nell’idillio che la sua storia sfocerà, ma nella tragedia, perché la profondità del suo cuore è irraggiungibile, sulla sua vita gravano ombre di cui ignora la natura e lo portano ad azioni che, a posteriori, gli sembrano compiute da un altro. E che Mankell racconta guardandosi dall’attingere all’onniscienza del narratore, preferendo il ruolo di testimone, apparentemente distaccato, delle menzogne nelle quali il protagonista si imprigiona: “volevo riflettere sul perché al mondo ci siano troppi uomini che mentono quando si tratta di sentimenti”, ha raccontato lo scrittore nel 2014, dieci anni dopo l’uscita del libro: “uomini che agiscono senza controllo dei sentimenti nei riguardi delle donne, e se un uomo perde il controllo, può sprofondare nell’abisso interno e può accadere di tutto”.
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