Il diniego dell’animale umano

Fred Bodsworth, L’ultimo dei chiurli, Adelphi 2025

“Mentre la notte crepuscolare artica si dissolveva di colpo nel bagliore rosa e poi giallo del mattino irruento di giugno, il chiurlo eschimese riconobbe finalmente la familiare ansa a S del fiume orlato di ghiaccio, a meno di mille metri più in basso. Negli ottocento chilometri di tundra piatta e monotona sorvolati quella notte aveva visto molti fiumi con molte anse identiche a questa, eppure capì di essere a casa. Era stanco. Le barbe marroni delle penne remiganti erano lise e sfilacciate dal volo migratorio iniziato a piccole tappe sotto i tropici e finito ora con una corsa frenetica e ininterrotta sulle terre sterili e senza alberi, mentre la folle smania dell’accoppiamento si impadroniva di lui. (…)

Da millenni i maschi di chiurlo eschimese arrivavano in giugno con la primavera a prendere possesso dei loro terreni di nidificazione. Qui nella desolata tundra artica aspettavano spasmodicamente l’arrivo delle femmine in cerca di un compagno per quell’anno. Nell’attesa, ogni maschio sfogava l’ardore febbrile della stagione riproduttiva lottando selvaggiamente per difendere dagli altri maschi il territorio prescelto”.

Il sentimento di meraviglia e ammirazione, innanzitutto, per le imprese del “popolo migratore” – come recitava il titolo del bel film del 2002 – di cui il chiurlo è parte. Di seguito, la pietà, e la rabbia, per la sorte imposta dagli uomini a questi animali, documentata dall’autore ad ogni capitolo: “durante il nostro viaggio sulle coste del Labrador nell’estate del 1906 – si legge in una delle molte testimonianze riportate – non ne incontrammo nessuno. Parlammo con molti residenti e tutti convennero che i chiurli, un tempo molto abbondanti, si erano improvvisamente ridotti, al punto che ormai in una stagione se ne vedevano solo due o tre, o anche nessuno. Il capitano Parsons del postale «Virginia Lake» ha detto che fino a trenta anni fa abbondavano. Spesso sparava a un centinaio di chiurli prima di colazione, uccidendone venti con una sola scarica di colpi. I pescatori ne uccidevano a migliaia… Tenevano i fucili carichi presso le stazioni di pesca e sparavano tra le masse in volo, abbattendone venti o venticinque alla volta. Riassumendo le prove, possiamo dire che i nativi del Labrador hanno costantemente perseguitato i chiurli eschimesi ma si sono resi conto della loro diminuzione solo intorno al 1888 o 1890. Dal 1892 sono apparsi sulle coste del Labrador solo pochi esemplari superstiti di questo uccello, che un tempo abbondava”.

È in questo quadro che si colloca l’esperienza di solitudine del chiurlo protagonista del racconto: “nell’estasi del ritorno, il chiurlo non ricordava che da tre estati era misteriosamente solo e che ogni volta il fuoco dell’accoppiamento si era spento in lui inappagato, mentre le settimane passavano solitarie e, inspiegabilmente, non arrivava nessuna femmina”.

Ma ecco, a questo punto compare la prima di molte, insistite avvertenze: “Il suo cervello, dominato dall’istinto, non sapeva né si chiedeva perché” dell’assenza della femmina, né del proprio stesso comportamento, dettato – l’autore si premura di ricordarci – da “un bisogno che sentiva ma non capiva (…) Il chiurlo, che aveva lottato selvaggiamente tutta l’estate per stare da solo, ora aveva un impellente desiderio di compagnia. Non era questione di ragionamento né di intelligenza. Stava semplicemente rispondendo, secondo gli schemi ancestrali della sua razza, ai cicli fisiologici che regolavano il suo organismo”. E come il richiamo sessuale, così quello a migrare non va scambiato per una motivazione di cui questo essere sia consapevole: “Perfino il cervello semplice del chiurlo intuiva vagamente che la rotta invisibile dell’estensione di due continenti era una lunga, truce sfida fatta di tempeste, nemici e morte”. Inconsapevole ma capace di intuire, dunque: la lettura rigidamente meccanicista del comportamento del chiurlo, pur ribadita ossessivamente in quelli che si presentano come fondamenti indiscutibili e scontati, registra molto spesso discrepanze che, al di là delle intenzioni, ne denunciano il carattere pregiudiziale.

Opera capace di tramettere empatia e considerazione per l’animale, questo libro è anche un ottimo esempio dell’“antropodiniego” sul quale si interrogava Frans de Waal (in queste note il 23 maggio dello scorso anno). “Perché l’umanità è così incline a sottovalutare l’intelligenza animale?” si chiedeva l’etologo e primatologo olandese: perché esiste una “resistenza interna”, che contraddice la nostra stessa intelligenza di animali umani, ancora restii ad ammettere quanto riconosciuto da Charles Darwin, ossia che “non c’è dubbio che la differenza fra la mente dell’uomo e quella degli animali superiori sia certamente, per quanto grande, di grado e non di genere”.

Non ragiona, il chiurlo, o, piuttosto, non ragiona come noi?

L’empatia e la partecipazione non bastano. Quello che occorre è riconoscere il fatto che “il confronto – pur legittimo e anzi inevitabile – non è fra gli esseri umani e gli animali, ma fra una specie animale – la nostra – e una grande varietà di altre”, solo per convenzione raggruppabili sotto l’etichetta di animali.

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