I politici, un’altra razza

Ian McEwan, Lo scarafaggio, Einaudi 2019 (pp. 114, euro 16)

La Brexit, la società e la politica che hanno portato la Gran Bretagna ad uscire all’inizio del 2020 dalla UE, non potevano certo non lasciare traccia nella narrativa di Jonathan Coe, nel cui Middle England si trovano infatti riferimenti circostanziati al referendum nel quale poco più di un terzo degli elettori bastò a determinare quella scelta.

Ma era prevedibile, nel caso di uno scrittore per il quale suona pertinente l’affermazione di Lukács, secondo il quale la letteratura, in fondo, non è che un ramo della critica sociale. Non altrettanto scontato che uno scrittore come McEwan, più attento, si direbbe, alle evoluzioni, e involuzioni, sociali di lungo periodo, dedicasse un lungo racconto alla vicenda, a suo dire – lo leggiamo nella postfazione al romanzo – frutto di un “obnubilamento” prodotto da “tutti i movimenti populisti che attualmente attanagliano l’Europa” e non solo, accomunati da “sfrenata irrazionalità, ostilità verso lo straniero, rifiuto di un’analisi seria della realtà, diffidenza nei confronti degli ‘esperti’, ribalda parzialità in favore della propria nazione, appassionata fiducia nelle soluzioni facili, nostalgia per certe forme di ‘purezza’ culturale’”. Una serie di ingredienti che non possono non richiamare la figura che attualmente domina la scena politica mondiale, quel Trump che quando McEwan scriveva questo romanzo era al suo primo mandato, ma del quale lo scrittore sembra già individuare le posizioni di fondo e prevederne lo sviluppo. Che le attribuisca al premier inglese del momento è secondario, dal momento che pare rappresentino delle costanti, ormai, nel profilo che si può tracciare dei leader attuali. L’impressione di una preveggenza dello scrittore cresce mano a mano che la lettura procede: la follia egocentrica del protagonista, il miscuglio di improvvisazione arrogante e privato interesse, l’atteggiamento ricattatorio che trova puntuale riscontro nel servilismo degli altri membri del governo e, non occorre dirlo, nell’ignavia di Bruxelles…

Non li avevamo visto arrivare questi sovvertitori delle regole basilari dell’esercizio democratico del potere? Si deve essere posto una domanda del genere, McEwan, per aver escogitato la riposta sorprendente in cui consiste il racconto: ci hanno sorpreso, questi politici, e continuano a farlo, perché sono diversi, d’un’altra razza, sembrano uomini come noi ma nascondono un’identità che ha tutt’altra origine.

Sono scarafaggi. Il premier innanzitutto, che una bella mattina si sveglia e trasecola nel vedersi trasformato in un animale che ha solo quattro arti e uno scheletro interno anziché esterno al proprio corpo. Ma non solo, il ribaltamento della kafkiana metamorfosi non ha fatto della blatta soltanto un uomo, ma un primo ministro. L’idea, racconta lo stesso McEwan, è nata “nel momento in cui la disperazione [suscitata dalla scelta dissennata del governo] incontrava lo sberleffo” e dunque non poteva che rifarsi a precedenti illustri: “dopo aver reso il dovuto omaggio a Franz Kafka – spiega ancora lo scrittore –, è stato a Swift che ho guardato”, al “pamphlet dal titolo Una modesta proposta”, all’“imperturbabilità con cui vi si afferma che cuocere e mangiare bambini costituirebbe la soluzione a un annoso problema sociale” quale la sovrappopolazione dei cattolici irlandesi.

“Con la Brexit – affermava, nel 2019, lo scrittore inglese – qualcosa di orrendo e di innaturali si è insinuato nello spirito della nostra politica e mi è sembrato perciò ragionevole ricorrere all’immagine dello scarafaggio, un essere ripugnante e detestatissimo”, promotore – nel racconto – di “un progetto politico ed economico all’altezza dell’assurdità autolesionistica della Brexit”.

“Il populismo. Ignaro della sua stessa ignoranza (…) potrebbe in futuro evocare altri mostri, alcuni dei quali assai più violenti e nefasti perfino della Brexit”: la guerra, ad esempio… E un generalizzato riarmo”…

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