Il personaggio Leopardi

Marco Dondero, docente di Letteratura italiana all’Università di Macerata e, oggi, a Roma Tre, ha dedicato a Leopardi un libro che, a cinque anni di distanza, ha voluto aggiornare con un saggio, intitolato Nuovi esempi di Leopardi ‘personaggio’, pubblicato nella rivista internazionale “Leopardiana” (n. 4, 2025). Di seguito, i passaggi riguardanti Quei monti azzurri.

“Nel 2020 ho pubblicato un volume intitolato Leopardi personaggio nel quale dapprima ho analizzato l’autorappresentazione di Leopardi in qualità di ‘personaggio-poeta’ nei Canti e poi – dopo un intermezzo dedicato ai ‘dintorni del Leopardi personaggio’ in cui ho accennato a diverse esperienze letterarie quali il ‘leopardismo’, la riscrittura delle Operette morali o i numerosissimi romanzi e racconti in cui Leopardi e i suoi versi vengono citati per fornire una connotazione a un personaggio – ho studiato la presenza del Leopardi ‘personaggio’ nella letteratura italiana del Novecento e del Duemila, soffermandomi su quelle opere squisitamente creative in cui il poeta è rappresentato come una figura puramente di finzione, slegata dalle reali contingenze storiche: un vero e proprio personaggio letterario.

Naturalmente, dal lavoro era esclusa ogni pretesa di completezza; innanzitutto, e in particolare a proposito dei ‘dintorni’ del Leopardi personaggio, a causa della oggettiva impossibilità di leggere (e in ogni caso, anche qualora letti, di ricordare) tutti i libri che possano contenere rimandi leopardiani.

(…) Ciò che mi propongo in questa sede (consapevole anche in questo caso della sicura incompletezza dell’operazione) è un tentativo di aggiornamento del lavoro: non sono pochi infatti i volumi usciti negli ultimi cinque anni nei quali la presenza leopardiana è notevole, e ben tre a mia conoscenza sono i romanzi che presentano un Leopardi personaggio.

(…) I romanzi esplicitamente contenenti un Leopardi ‘personaggio’ pubblicati negli ultimi anni sono a mia conoscenza tre (due dei quali pubblicati dall’editore romano Castelvecchi): Quei monti azzurri di Carlo Simoni (2019, letto solo dopo aver chiuso il citato Leopardi personaggio), Potenza e Bellezza. Cronache da Roma e da Parigi (1796-1819) di Elido Fazi (2021) e Non era la volta di Claudio Gigante (2022). Da un punto di vista generale, Leopardi non è mai l’io narrante: i libri di Simoni e Gigante sono in prima persona ma i narratori sono nel primo caso Paolina Leopardi e nel secondo il personaggio d’invenzione Cesare Ripa, mentre il libro di Fazi è in terza persona. I volumi sono incentrati tutti su una porzione limitata della vita di Leopardi, anche se vengono spesso rievocati momenti del suo passato. Nel testo di Simoni il focus è direttamente su Giacomo, mentre in Fazi e Gigante il personaggio Leopardi è inserito in una narrazione più ampia, che in entrambi i casi – ma con concezioni opposte – si confronta con la storia del primo Ottocento. Non ultimo dei motivi di interesse è la modalità con cui i tre testi ‘riusano’ le opere leopardiane, che va dalle citazioni esplicite alle citazioni espresse con linguaggio semplificato, fino alle riscritture attualizzanti: come si vedrà nelle singole analisi. Carlo Simoni, che già in suoi romanzi precedenti aveva finzionalizzato scrittori del passato (Thomas Mann in L’incompleto conoscersi, 2014, Walter Benjamin in Il miserabile, 2018), immagina nel suo Quei monti azzurri un diario di mano di Paolina Leopardi che va dal luglio del 1817 al novembre 1819. Il modello originario è quello del Diario del primo amore, ma un precedente moderno va senz’altro individuato nel già ricordato Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, il romanzo in cui Michele Mari aveva prodotto un diario fittizio di mano di Orazio Carlo, il fratello minore di Tardegardo Giacomo. Diversamente da Mari, Simoni rinuncia a una scrupolosa mimesi della lingua primo-ottocentesca e offre un testo composto in forma piana, con solo poche modificazioni (quali ad esempio le frequenti apocopi dei verbi o alcuni termini aulici) rispetto all’italiano standard odierno. Oltre a Giacomo, il personaggio al centro del diario è Pietro Giordani (nel testo sono parafrasate diverse lettere di lui a Giacomo, e di Giacomo a lui): Paolina è gelosa del suo influsso su Giacomo, ma ne è anche segretamente attratta ancor prima di conoscerlo di persona, tanto da immaginare che proprio Pietro, sebbene più anziano, potrebbe diventare suo marito; si legge ad esempio in una pagina del gennaio 1818, quando ancora i due non si sono incontrati, di un sogno della notte precedente, nel quale traspare anche un sottofondo incestuoso (un elemento che era stato esplicitamente evidenziato nel dramma Giacomo, il prepotente di Giuseppe Manfridi, del 1989):

M’è bastato udire quel nome per tornar a provare il sommovimento che il sogno di stanotte m’aveva portato. Durava oltre quello il sentimento che m’era parso di vivere. Pietro, così lo chiamavo nel sogno, col solo nome… Pietro era di già arrivato a Recanati, ma non da mio fratello: da me era venuto! Per vedermi e raccontarmi di sé, e qui – eravamo alla panca che sta sul sentiero per il colle – riprendeva le parole che aveva scritto in una lettera a Giacomo nella primavera passata. Me ne avvedevo, già nel sogno, ma allo stesso tempo era come le pronunciasse, e io le udissi, per la prima volta, e solo a me fossero dirette. […] ora che mi sentivo persuasa esser lui, Pietro, della tempra medesima di mio fratello, e mi commuovevo, sentendo crescere in me un moto d’amore che dall’aπetto per Giacomo trascorreva nel desiderio d’esser sua, intieramente sua: di Pietro…

Il volume è ricco di riscritture e di rimandi a notizie sulla vita di Leopardi. Le prime parole del libro si riferiscono alla biblioteca, luogo di elezione ma anche di reclusione del giovane Giacomo: ‘Nessuno, nella sala della biblioteca in cui passa le sue giornate’;  e già nelle note del primo mese del diario compaiono la ‘consueta passeggiata al colle’, la predilezione per la tazza di cioccolata, il ‘passero solitario’. Poi, l’abitudine di vegliare ‘la notte, in ginocchio avanti il tavolino per poter scrivere fino all’ultimo momento alla fiammella vacillante della candela che finiva di consumarsi’, come ricordava il fratello Carlo scrivendo a Prospero Viani il 9 settembre 1845: ‘Certo, nessuno è stato testimonio del suo affaticarsi più di me, che, avendo sempre nella prima età dormito nella stessa camera con lui, lo vedeva, svegliandomi nella notte tardissima, in ginocchio avanti il tavolino per potere scrivere fino all’ultimo momento col lume che si spegneva’. E ancora, la renitenza a maneggiare il coltello, il divertimento infantile ‘con l’altarino’ e la giovanile paura, dovuta al ‘travaglio degli scrupoli’, ‘di camminare per non mettere il piede sopra la croce nella congiunzione dei mattoni’ che traggono origine dal Memoriale composto da Monaldo Leopardi nel luglio 1837 e inviato a Antonio Ranieri, il quale se ne sarebbe servito per stendere la Notizia intorno agli scritti, alla vita ed ai costumi di Giacomo Leopardi che premise all’edizione delle Opere Le Monnier, Firenze 1845. E infine il ricordo dei racconti delle battaglie combattute dai giovani fratelli Leopardi contro il tiranno Amostante, dietro la cui figura si nascondeva il padre Monaldo, come si legge nel volume Note biografiche sopra Leopardi e la sua famiglia della seconda moglie di Carlo, Teresa Teja. Sempre nelle note del primo mese del diario compaiono riferimenti a diversi scritti giovanili di Leopardi; come: ‘Volgendo lieto e giocondo il tergo all’usato albergo: così Muccio ne disse appunto l’indomani, in uno dei componimenti coi quali già a quel tempo, appena dodicenne, sapeva incantare i fratelli’, che rappresenta una citazione dei vv. 18-20 della ‘favola’ L’Ucello: ‘e de l’usato albergo, / l’ali scuotendo volsegli / lieto, e giocondo il tergo’ (una divertita riscrittura del testo era stata già proposta nel 1951 da Umberto Saba, nello scritto Una poesia in tre stati); oppure le citazioni degli altri ‘puerili’ Alla Signora Contessa Paolina Leopardi e Contro la Minestra. Ampliando lo sguardo all’intero volume e ad altre opere leopardiane, si nota anche una serie di rimandi a opere meno conosciute, come le due canzoni ‘rifiutate’ del 1819: ad esempio, la riscrittura semplificata di alcuni versi della prima, Per una donna inferma di malattia lunga e mortale (‘Poveri noi mortali / che incontro al fato non abbiam valore. / […] / ché qual mai visse più, quei visse poco, / […] / Ma questo ti conforti / sopra ogni cosa, ch’innocente mori, / né ’l mondo ti spirò suo puzzo in viso’, vv. 79-80, 115, 118-120), in una nota del diario del marzo 1819: ‘noi mortali non abbiamo alcun valore contro il fato, e non conta che si possa vivere a lungo, ch’è sempre poco quel che si dura. E dunque beata colei che sta morendo: prima che il mondo scellerato in cui siamo nati le spiri in viso il suo puzzo’. Non mancano, naturalmente, i riferimenti ai Canti: dal più nascosto rimando all’idillio Alla luna, il cui titolo originario era La ricordanza (‘d’una dolcissima ricordanza si trattava, ad essa dedicata, alla luna’), fino alla citazione esplicita dell’Infinito, seguita da una più coperta ai versi delle Ricordanze (‘di quel lontano mar, quei monti azzurri, / che di qua scopro, e che varcare un giorno / io mi pensava, arcani mondi, arcana / felicità fingendo al viver mio!’, vv. 21-24) dai quali è ricavato il titolo stesso del volume: ‘Se non son io a ridirmelo, è il canto stesso de L’infinito a risonar nella mia mente, facendomi ogni volta scoprir qualcosa che giurerei di non aver prima veduto. […] Stasera è quella siepe ad aver conquistato il mio sentire: dove sono i monti azzurri che lo tiravan là, a contemplarli, a nutrir il sogno di poter essere un giorno valicati?’.    Un’opera leopardiana che spesso è stata al centro di rielaborazioni moderne (uno degli esempi migliori è quello del romanzo di Giampaolo Rugarli Il bruno dei crepuscoli, 1998), e che è stata riscritta in due dei tre romanzi di cui mi occupo, di Simoni e di Fazi (dunque vale sottolinearlo), è il Diario del primo amore, del dicembre 1817-gennaio 1818, dedicato alla riflessione sulla passione per la cugina di Monaldo Geltrude Cassi Lazzari. Ecco il bellissimo incipit del testo, in cui Giacomo descrive l’incontro con la donna:

Io cominciando a sentire l’impero della bellezza, da più d’un anno desiderava di parlare e conversare, come tutti fanno, con donne avvenenti, delle quali un sorriso solo, per rarissimo caso gittato sopra di me, mi pareva cosa stranissima e maravigliosamente dolce e lusinghiera: e questo desiderio nella mia forzata solitudine era stato vanissimo fin qui. Ma la sera dell’ultimo Giovedì, arrivò in casa nostra, aspettata con piacere da me, né conosciuta mai, ma creduta capace di dare qualche sfogo al mio antico desiderio, una Signora Pesarese nostra parente più tosto lontana, di ventisei anni, col marito di oltre a cinquanta, grosso e pacifico, alta e membruta quanto nessuna donna ch’io m’abbia veduta mai, di volto però tutt’altro che grossolano, lineamenti tra il forte e il delicato, bel colore, occhi nerissimi, capelli castagni, maniere benigne, e, secondo me, graziose, lontanissime dalle affettate, molto meno lontane dalle primitive, tutte proprie delle Signore di Romagna e particolarmente delle Pesaresi, diversissime, ma per una certa qualità inesprimibile, dalle nostre Marchegiane.   

Ed ecco la riscrittura di Simoni, dove si notano l’inversione delle due parti in cui è divisa la prosa leopardiana (prima descrizione del proprio animo, poi descrizione della Signora) e naturalmente la semplificazione del dettato: ‘Dal canto suo, una Giunone mi s’è presentata la Signora, una di quelle donne grandi com’è anche nostra madre. Di modi benigni però, e dalle movenze graziose tanto da compensare l’imponenza della figura e la nettezza dei tratti, così marcata da risultare a momenti poco femminea. Proprio dalla commistione di caratteri all’apparenza inconciliabili m’è parso provenisse il fascino di Geltrude, e non diversamente deve aver sentito Giacomo. Era tempo – mi aveva rivelato Carlo, confidente suo in simili affari – ch’egli attendeva di potersi intrattenere con una donna avvenente, di poterle parlare udendone la voce, di arrivar a riceverne un sorriso’.   

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