Preistoria di vita

Ian McEwan, Nel guscio, Einaudi 2017 (pp. 173, euro 18)

“Come è possibile che io (…) sappia già quanto basta per sbagliarmi su tante cose? Beh, ho le mie fonti, io ascolto. Mia madre Trudy, quando non sta insieme al suo amico Claude, ama la radio e predilige i dibattiti alla musica. (…) Oltre il chiassoso sciaguattare di stomaco e intestino, sento i notiziari, scaturigine di qualsiasi brutto sogno. Guidato da un autolesionismo implacabile, non mi perdo una sillaba di qualunque indagine e qualunque polemica. Le repliche orarie e i sommari ogni trenta minuti non mi annoiano mai”: di chi è la voce che ci informa del suo essere al corrente di quanto accade?

Non c’è dubbio: per quanto sorprendente, il protagonista del romanzo non è ancora nato. “A metà di una lunga nottata tranquilla, a volte assesto a mia madre un calcione violento. Lei si sveglia, non riesce più a prendere sonno, e allora accende la radio. Uno scherzo crudele, lo so, ma la mattina siamo tutti e due più informati”. Ma non tiene soltanto ad essere aggiornato, il personaggio. Anche i piaceri del corpo – di un corpo ancora in formazione… – lo attraggono: “So che l’alcol mi abbasserà il quoziente di intelligenza. Lo fa a tutti. Ma, oh, un verecondo Pinot Noir allegro, o un sauvignon profumato d’uva spina hanno il potere di farmi piroettare e ruzzolare nel mio mare segreto, mulinando dalle pareti elastiche della fortezza che è casa mia”. Anche se “Lei però un terzo bicchiere non se lo concede mai, e questo mi fa male”. Né i rapporti del meno che giovane essere si limitano a quelli primari, con la madre: se mal sopporta l’attuale compagno di lei, quel Claude già citato, già sperimenta il rimpianto per il padre biologico, “poeta misconosciuto” e coraggioso quanto squattrinato editore di poesia: “come ogni figlio di genitori separati, vorrei tanto ricongiungere questa coppia, al fine di riconciliare la mia condizione al mio genoma”. Ma si tratta di un desiderio destinato a rimanere tale in una situazione ingarbugliata com’è quella della sua famiglia: l’amante della madre è suo zio, il fratello del padre, il quale “rimane follemente innamorato di mia madre” e “continua a credere alla storia che gli ha rifilato lei, secondo la quale la separazione dovrebbe dare a entrambi ‘spazio e tempo per crescere’ così da rinnovare il loro reciproco impegno”. E dunque non sembrerebbe restare altra strada che quella di rassegnarsi alla presenza di Claude, anche se “non sono in tanti a sapere che cosa significhi ritrovarsi il pene del rivale del proprio padre a pochi centimetri dal naso”. Non rassegnazione allora, ma risentimento, anche nei confronti della propria madre, che “ha preferito il fratello di mio padre, tradito suo marito, rovinato suo figlio”, mentre “mio zio ha defraudato il fratello della sposa, ingannato il padre di suo nipote, offeso pesantemente il figlio di sua cognata” e “mio padre è privo di difese per natura, come io lo sono per le circostanze”.

Un gioco delle parti condotto con humour e leggerezza, ironia e genuino divertimento, almeno fino a che non si mette in pratica la volontà dei due amanti di disfarsi del marito/fratello. Piuttosto che seguire le peripezie dei tre (cui si aggiunge la presunta amante del padre), è tuttavia opportuno arrivare al dunque: la nascita. Perché se sono molti i romanzi che sanno descrivere in pagine incomparabili il vissuto della morte (da Tolstoj a Yourcenar), non ne ce ne sono molti che descrivano il vissuto della nascita dal punto di vista del nascituro, protagonista a pieno titolo dell’evento che lo metterà al mondo: “È venuto il momento di entrare in scena”, lo sentiamo annunciare. Il momento “di mettere fine a ogni altro epilogo. Ora di cominciare. Non mi è facile liberare il braccio destro schiacciato contro il petto, e nemmeno recuperare la mobilità del polso. Ma ecco, è fatta. (…) Due settimane al termine e ho già le unghie lunghe. Procedo al mio primo tentativo di incisione. Ma ho le unghie molli e, per quanto fine, l’involucro è piuttosto resistente. L’evoluzione sa il fatto suo. Cerco al tatto la rientranza lasciata dal mio dito. C’è una gualcitura, chiaramente percepibile, ed è lì che torno a provare, una, più volte, finché al quinto tentativo avverto un cedimento minimo e, al sesto, un accenno di lacerazione. In questo strappo riesco a infilare la punta dell’unghia, il dito, due, tre, quattro dita e infine il pugno stretto va allo sfondamento cui segue un grande scroscio, la cataratta dell’inizio della vita. (…) Mia madre emette una specie di gemito mortificato”: “Le acque. Mi si sono rotte le acque!”.

Vale la pena di seguire il viaggio: “l’enorme potere di mia madre si scatena e intorno a me le mura fremono, si scuotono e mi si serrano addosso. Un terremoto, un gigantesco sconquasso nella sua spelonca. Come un apprendista stregone mi sento inorridito e poi annientato dall’energia che viene sprigionata. Dovevo aspettare il mio turno. Solo un idiota si metterebbe nei guai con una forza di queste proporzioni. Da una grande distanza sento la voce di mia madre. Potrebbe trattarsi di un grido di aiuto o di giubilo come pure di dolore. E infine lo sento, proprio intorno alla testa, la mia corona… si è dilatata di un centimetro! Tornare indietro ormai non è più pensabile. (…) Un viaggio inesorabile, un’espulsione impietosa. Il cordone si sgomitola dietro la mia lentissima avanzata. Avanti e fuori. Spietate forze di natura vogliono schiacciarmi. (…) Per un tratto, sono sordo, cieco, muto, e mi fa male dappertutto. Ma ancor più male fa a mia madre che grida mentre rinnova il sacrificio di tutte le madri a beneficio dei loro infanti capoccioni e strillatori. Striscio ancora un momento cigolando verso un’uscita glutinosa come cera ed eccomi qua, gettato nudo nel regno”. Nel mondo, nel tempo. E fra gli altri, fino a quel momento solo conosciuti attraverso le loro voci, e qualche intrusione… “Mia madre si muove e mi costringe a girare la testa. Intravedo Claude di sfuggita. Più piccolo di come me lo immaginavo, con le spalle strette, l’aria volpigna. Un’innegabile espressione di disgusto. (…) Mia madre si sposta in modo che possiamo scambiarci un lungo sguardo. Ecco il momento che aspettavo. Aveva ragione mio padre, è una faccia incantevole. I capelli, più scuri di come immaginavo, gli occhi di un verde più puro, il viso ancora arrossato dallo sforzo recente, il naso, in effetti, un cosino minuscolo. Mi sembra di vedere il mondo intero in questa faccia”.

Il sorriso dell’autore, che ci ha accompagnato in tutte queste pagine, è ora il sorriso, il primo sorriso che il nuovo nato rivolge, meravigliato e soddisfatto, a chi lo ha messo al mondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *