La fine di tutto

Georges Simenon, La morte di Auguste, Adelphi 2025 (pp. 155, euro 18)

Tre fratelli che ormai si ignoravano ma che, dopo la morte improvvisa del padre, devono confrontarsi, loro e le loro mogli, con la questione dell’eredità: personaggi e situazione che più frusti non si potrebbe immaginare. Avidità, meschinità, sentimenti fratricidi che la storia familiare condivisa e le buone maniere a stento tengono a bada, che altro?

Eppure, se questa materia cade fra le mani di Simenon si fa ennesima occasione di coltura della sua mai terminata analisi della mentalità e dei comportamenti di una piccola borghesia che si declina in figure tra loro diverse e complementari e si staglia, in questo caso, su un paesaggio vivo, che non abbiamo conosciuto se non dalle immagini precedenti la sua trasformazione o nelle pagine di Zola. Le Halles e il groviglio di botteghe e mescite che ne erano contorno offrono lo sfondo alla vicenda del contadino fattosi oste, orgoglioso della sua ascesa sociale e geloso dei suoi risparmi, burbero ma solidale nei confronti di Antoine, quello dei tre figli che è rimasto a lavorare con lui e, ormai adulto e ammogliato, si è mantenuto in uno stato di soggezione nei confronti del genitore. Non così gli altri due, il magistrato, ingrigito nella sua vita metodica e cedevole alle ambizioni di moglie e figlia, e l’irregolare, il sognatore sempre lì lì per combinare l’affare che gli cambierà la vita mentre, nel frattempo, si abbrutisce nell’alcolismo. È lui soprattutto a innescare la spirale di invidia e sospetto, che coinvolgerà anche il magistrato, rivolta contro il severo, paziente fratello rimasto a lavorare nel bistrot di famiglia. Senonché, la materia del contendere svanirà nella triste realtà di pochi spiccioli, scampati alla truffa di cui il defunto è rimasto vittima molto tempo prima. La rassegnazione e la fine delle recriminazioni e delle rivalità potrebbero far seguito alla triste scoperta, invece no: la scena conclusiva del funerale del padre restituisce l’immagine non solo di una relazione ormai consumata tra fratelli e della disgregazione di una famiglia, ma di una generale insensatezza degli sforzi e delle speranze, di una constatazione senza appello della caducità che travolge cose e persone.

“Si sarebbe detto che tutto il popolo delle Halles, tutti i commercianti del quartiere si fossero dati appuntamento (…) i tre fratelli camminavano fianco a fianco dietro al carro funebre (…) non si scambiavano né una parola né uno sguardo”.

“Nel giro di pochi anni le Halles sarebbero sparite, i padiglioni smontati come giocattoli; sarebbero crollate per prime le facciate delle case, i pavimenti, le scale, rivelando su pezzi di muro la carta da parati con le tracce dei mobili. (…) Per Antoine, forse anche per altri, lui [il padre] non era soltanto morto. Non esisteva più. Al suo posto non restava niente. Non lasciava niente dietro di sé.

C’era stata un tempo la ragazza di sedici anni dai biondi capelli arruffati, di cui lui aveva tenuto la fotografia nel portafoglio per tutta la vita.

C’era stato quel bistrot alle Halles, con le salsicce, i prosciutti, le enormi pagnotte, di cui il vecchio stava mostrando orgoglioso la fotografia a una coppia nel momento in cui era stramazzato trascinando con sé tovaglia, piatti e posate.

E c’erano stati dei figli, prima Ferdinand, Antoine e poi Bernard, che l’uno dopo l’altro avevano gattonato nella segatura davanti al bancone di stagno.

Avevano formato una famiglia. Auguste aveva avuto una moglie e tre figli.

(…) Tre figli che erano stati fratelli, che avevano dormito insieme, che avevano avuto la stessa paura del buio, che avevano scorrazzato con la stessa gioia nel sole della strada.

E adesso erano tutti e tre dentro quella macchina, muti, senza niente da dirsi, senza osare aprir bocca, perché il vecchio Auguste era morto e loro erano diventati degli estranei.

(…) Antoine guardò i due volti che gli stavano di fronte.

Erano vuoti quanto il suo”.

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