
Julian Barnes, Partenze, Einaudi 2026 (pp. 184, euro 18,50)
Non è solo understatement molto british: è uno sguardo – lentamente maturato, c’è da credere – sulla vecchiaia e la morte, che se risulta gradevole al lettore, e lo fa spesso sorridere, non cessa di metterlo alle corde: su, smettila di gingillarti fra luoghi comuni e argomenti scaramantici, sembra dirgli. La realtà e questa, e lo sai bene: fa’ come me, guardala in faccia. E tutto questo senza scadere nell’atteggiamento di chi si sente autorizzato a dar consigli: “Non sono un autore didascalico”, tiene a precisare infatti l’autore.
“Non vi dico che cosa dovete pensare né come dovete vivere. Non parlo ex cathedra; nessun romanziere dovrebbe scrivere in modo condiscendente presumendo di possedere una saggezza superiore. Personalmente, preferisco l’immagine di scrittore e lettore seduti insieme nel dehors di un caffè in una città non meglio identificata di un non meglio identificato paese.”
Il tema, del resto, non è nuovo per Barnes. “È da tutta la vita che litigo con la morte, a livello teorico come fattuale; ne ho anche scritto diverse volte”. Per esempio in Niente paura (in queste note il 22 maggio 2022): “La consapevolezza della morte si è palesata presto per me, quando avevo tredici o quattordici anni. (…) Di recente il mio amico R. mi ha domandato se penso spesso alla morte, e in quali circostanze. Almeno una volta al giorno, gli ho risposto, senza escludere gli intermittenti attacchi notturni. L’idea della morte si insinua sovente nella mia coscienza quando il mondo di fuori offre un parallelo evidente: al calare della sera, quando le giornate si accorciano, o verso la fine di una lunga camminata.” Anche nel romanzo di quattro anni fa Barnes riusciva a scrivere della morte con ironia e umorismo: là, raccontando aneddoti sui propri genitori e il fratello filosofo, sulla propria adolescenza e la propria formazione; qui, inserendo il capitolo sulla propria, ormai vicina fine tra altri due nei quali – fra divagazioni letterarie, proustiane soprattutto, e quindi riflessioni sulla memoria e i ricordi – racconta del ruolo da lui svolto nell’amore tra due amici al tempo del loro primo innamoramento e poi in quello del loro fallimentare rincontro. Un ruolo giocato senza una vera e propria determinazione, dettato più che altro dalle circostanze, e destinato a rivelarsi, se non controproducente, superfluo: come la gran parte delle scelte che si compiono nella vita, verrebbe da dire, e sta qui, forse, il nesso fra quella storia e quest’altra che lo scrittore si trova a vivere dopo che gli è stata diagnosticata una malattia irreversibile, grave al punto da fargli annunciare che questo sarà il suo ultimo romanzo. Un annuncio che a suo modo conferma il nesso fra morte e scrittura, essendo che – diceva l’autore nel ’22 – “(inventare) storie” rivela la vaga speranza che “il (proprio) nome, e una non meglio precisata porzione dell’individualità, continuino ad esistere anche dopo la morte fisica”. Il che non gli impediva di fantasticare sul suo “ultimo libro, quello che avrebbe raccolto tutti i pensieri sulla morte”, un libro forse destinato a rimanere incompiuto: questo del 2025, appunto. Denso di osservazioni e aforismi che vale la pena di conservare.
La vecchiaia, in primo luogo, e il luogo comune che la accompagna in quanto età della saggezza: “Perché mai la nostra esistenza emotiva dovrebbe farsi più lucida e perscrutabile solo perché invecchiamo? Gli anni in più potrebbero anzi fornirci nuovi modi e motivi per incasinarci. Non ho mai creduto alla serenità dei vecchi – mi è sempre parsa una fiaba studiata per rendere loro più apprezzabili e noi più compiaciuti”.
“Non penso che sia il sopraggiungere della maturità a rendermi più filosofo; al contrario, direi la consapevolezza del declino. Parti del mio corpo perdono lentamente colpi ormai da decenni”. Una consapevolezza che tuttavia spesso è bellamente evitata: “Ciascuno di noi ha un atteggiamento diverso riguardo all’invecchiamento e al suo capolinea, dal vano negazionismo fino a una concentrazione di soffocante insistenza sul fenomeno. Tra i settanta e gli ottant’anni, mia madre utilizzava espressioni come ‘un vecchietto giù in paese’, o, a proposito di un uomo costretto al ricovero in ospedale, ‘quel povero vecchio’, come se la vecchiaia non avesse nulla a che fare con la sua persona. Che, tutt’al più, stava andando ‘un po’ in là con gli anni’”.
Quel che comunque obbliga a prender atto della vecchiaia è la morte degli altri: “Avevo raggiunto un’età in cui quasi tutti gli amici di una o anche mezza generazione precedente se ne stavano andando. Non che la morte segua un ordine rigorosamente cronologico nella sua strategia omicida. Mia moglie aveva solo sessantotto anni quando è morta. Scrivo queste pagine a settantasette, e ormai è arrivato il turno della mia generazione. A Martin Amis piace dire mestamente: ‘Il guaio è che non ti puoi fare dei nuovi vecchi amici’. (…) Certo, invecchiando diventa difficile farsi dei nuovi amici, ma quando capita è ancora più appagante. All’improvviso hai davanti tutta una vita nuova, inedita e sconosciuta, una vita dal passato ignoto e dal futuro inesplorato – e nel frattempo, una montagna di cose di cui parlare. È questa la gioia dei ‘nuovi nuovi’ amici. Laddove se ci potessimo ancora fare dei ‘nuovi vecchi’ amici di sicuro cadremmo in scelte compiaciute, nel luogo comune maschile – il classico affiatamento da calzoni in velluto a coste e pipa da mordicchiare, accompagnato da fiumi di retorica nostalgica”.
Ma, oltre alla morte degli altri, lo sguardo che di quelli, viventi, si posa su chi è arrivato all’ultima stagione: “Quando si invecchia, si rafforzano in noi le caratteristiche meno gradite agli altri”, “hai il permesso di essere vecchio, ma non quello di comportarti come un vecchio”.
E, dopo la vecchiaia, la morte, annunciata nella maggioranza dei casi dall’ultima grande malattia diagnostica dal medico e accompagnata, nel caso di Barnes, dalla possibilità di farne ancora una volta occasione di scrittura: “Nell’interregno fra ‘Ora come ora non sono in condizione di stabilire se si tratta di leucemia oppure no’ e una diagnosi definitiva – quando sapevo di avere un ‘semplice’ cancro del sangue – incominciai istintivamente a prendere appunti per quello che sarebbe stato il mio ultimo libro, compiuto o incompiuto che fosse. Chissà quanta gente, mi dicevo, ha immaginato questa situazione e si è chiesta come avrebbe reagito. Personalmente, il mio solo pensiero fu: Scrivi ogni cosa. (…) Ecco qui alcuni appunti: ‘Questo è l’inizio della fine’, ‘Vivo nel presente, ma il mio futuro esisterà solo in forma passata’”.
Seguono considerazioni dettate dalla specificità della malattia, causa diretta della propria morte: “non è il genere di cancro per il quale posso sentirmi responsabile, e di conseguenza in colpa. Oh se solo non avessi fumato/bevuto/mangiato tante schifezze industriali… Questo è un cancro che dipende dall’età avanzata dell’organismo, dal deterioramento, dall’autolesionismo del corpo. È un cancro che affonda le proprie radici nell’assoluta indifferenza dell’universo. È casuale, non significa niente – è solo l’universo che fa il suo mestiere. L’etica e l’intenzionalità non c’entrano col suo sviluppo e il suo epilogo. L’atteggiamento mentale – contrariamente a quel che ci piace pensare – non fa alcuna differenza nell’esito di un tumore. ‘Essere coraggiosi’, farsela addosso o assumere una postura intermedia di ostinata speranza, non cambia le cose. L’espressione da necrologio ‘Se n’è andato dopo una lunga battaglia contro il cancro, combattuta con grande coraggio’ andrebbe riformulata così: ‘Se n’è andato dopo una lunga e coraggiosa battaglia combattuta dal cancro contro di lui’”.
Alla fine, un consuntivo, che recupera la visione della morte che durante la vita è evoluta, fino al momento dell’incontro con quello che in fondo rappresenta il tratto profondo del nostro essere uomini.
“La prima volta che ho pensato seriamente alla morte, me ne sono fatto la seguente immagine: non di qualcosa che ci attende, un capolinea alla fine di un viaggio, una stazione d’arrivo senza ulteriori partenze. L’ho pensata invece come una presenza costante che si sposta su un binario parallelo alla nostra vita. E che in qualunque momento una serie di eventi imprevisti può far deragliare sul nostro binario, spazzandoci via. Continuo a pensarla in questo modo, solo che adesso c’è anche il mio cancro del sangue che corre su un altro binario ancora, dall’altra parte di me. E se la locomotiva della morte ci deraglia addosso, saremo annientati entrambi, nello stesso identico istante. Quasi quasi il mio tumore mi fa pena; anche se devo stare attento a non personalizzarlo. Certi malati di cancro lo fanno, e affibbiano al loro tumore il nome di qualcuno che odiano o che disprezzano – Boris, Thatcher, Putin o che so io. Comprendo la tentazione: battezzi un nemico al quale non hai intenzione di arrenderti. Ma come sappiamo, si tratta di una strategia mentale che non influisce sull’esito. E comunque, nel mio caso, non esiste un centro del male da poter nominare e vilipendere. Si tratta di una presenza anonima e diffusa – niente affatto un compagno come l’ho appena chiamato, perché è tutt’altro che di compagnia. E neppure, per quanto strano possa sembrare, un quotidiano promemoria di morte. Perché non mi occorre alcun memorandum.
‘Incurabile ma gestibile’ suona un po’ come… la vita, no?
Anche se, naturalmente, c’è qualche sognatore che cerca di rifiutare una simile equazione esistenziale. Si tratta di solito dei super-ricchi, quelli che ipotizzano anche viaggi nello spazio e fantasie paranoiche. Per loro, il modo di sfuggire alla morte coincide con l’estensione della durata della vita umana, con l’inversione del processo di invecchiamento, e la possibilità di un trasferimento collettivo (anche se i primi posti andranno ovviamente a loro, agli pseudo-sognatori) su qualche pianeta dove il nostro respiro si farà più lento e vivremo molto, ma molto più a lungo. Nel frattempo ci diamo da fare a distruggere il solo pianeta che abbiamo, e a rendere invivibile la vita delle future generazioni. (…) A me sembra che gli umani siano spesso tanto presi dalla vita che si scordano di essere umani – o comunque dimenticano che cosa significhi esserlo, e che cosa comporti – e quindi che cosa voglia dire essere morti”.
Ma a morire è uno scrittore, che non ha cessato di rivolgersi alla propria pratica neanche avvicinandosi alla fine.
“Scrivere queste cose – mentre le scrivo – mi rende calmo. La concentrazione sulle parole, lo sforzo di avvicinarmi quanto più possibile alla verità. È stato lo stesso quando stava morendo Pat [la moglie]. Terrore e angoscia tenuto a bada scrivendo del mio terrore e della mia angoscia, che riaffioravano quando non stavo scrivendo. Sono calmo anche in ospedale – ci stiamo occupando dell’imprescindibile, e il modo per farlo è mantenersi lucidi di mente e di cuore”.
“Quando ero più giovane, una delle mie regole era ‘scrivi ogni libro come se fosse l’ultimo’. A dettare tale auto-indicazione non era un’acuta consapevolezza della morte; piuttosto, un modesto incitamento a dare il meglio nel mio lavoro. Una simulazione indispensabile – come scrivere fingendo che i miei genitori fossero morti, anche se non lo erano (né io desideravo che lo fossero). Dubito che queste regole possano aver reso migliore o peggiore uno qualsiasi dei miei libri.
Ma in anni più recenti, scrivere ogni libro come se potesse essere l’ultimo ha assunto un significato più intenso e anche più concreto. E di quando in quando mi è capitato di formulare in cuor mio un pensiero: ‘Questo non sarebbe male, per uscire di scena’”.
Per ultima, l’espressione di una sostanziale accettazione della propria fine, inevitabilmente proiettata su quella del mondo così come lo conosciamo.
“Perciò, concludendo, sto andando – letteralmente – da nessuna parte (e temo che ci stiate andando anche voi, amici miei, ma voi restate più a lungo che potete, anche solo per farmi un piacere). Sono consapevole che fra non molto esisterò unicamente sotto forma di qualche libro su uno scaffale, più un insieme di Aneddoti Biografici. La vita non è una tragedia a lieto fine, nonostante le promesse della religione; è piuttosto una farsa dal finale tragico o, tutt’al più, una commedia leggera dal finale triste. O ancora, secondo il detto antico, ‘una commedia per chi pensa, e una tragedia per chi sente’. La prima persona che ho amato, meditando sulla sua morte, una volta mi disse: ‘Mi mancherà sapere che cosa sta succedendo’. Io spero che il futuro non sia orrendo come promette adesso – d’altronde, forse il fatto che a me sembri irreparabilmente fosco è solo una tattica del mio subconscio per minimizzare l’angoscia di morte.

Naturalmente, come ateo/agnostico, non riscontro grandi vantaggi nell’essere morti. Giusto qualche trascurabile consolazione: la fortuna del tempo in cui sono vissuto (in larga misura un’epoca di pace, con maggiori libertà di quelle godute dalle precedenti generazioni), e la fortuna della mia vita (libera dal bisogno, non oppressa dalla religione, sempre interessante – almeno ai miei occhi – e, nella seconda metà, professionalmente proficua). Si aggiunga un’altra consolazione di segno negativo, decisamente più bieca, che ha a che fare con ciò che potrei scamparmi: un mondo in fiamme mentre i potenti si girano svogliatamente dall’altra parte; l’alta probabilità di un inverno nucleare, raggiunto vuoi per incidente vuoi per intento malvagio; la potenziale distruzione della democrazia, tuttora il male minore che siamo riusciti a trovare in termini di forma di governo; e l’inesorabile sconfitta dell’altruismo da parte dell’interesse personale. Il futuro appare apocalittico, ma potrebbe anche trattarsi della visione allucinata di uno in attesa, se non addirittura già a bordo, del treno sbuffante (…) in corsa verso il baratro”.