
Massimo Recalcati, Uno diviso due. Fratelli e sorelle, Feltrinelli 2025 (pp. 128, euro 16)
“Negli anni mi sono occupato di decifrare i legami famigliari attraverso la figura del padre, della madre e del figlio. Mancava, per completare la mia ricerca, il riferimento ai fratelli e alle sorelle”: oltre che colmare una lacuna, scopo di questo libro è “emancipare il legame di fratellanza e di sorellanza dal sangue, dalla stirpe e dalla genealogia. Non assumerlo come una legge di natura ma concepirlo come una costruzione simbolica”.
E lo scopo è perseguito richiamando non solo specifici casi clinici o vicende e personaggi della Bibbia, ma anche film come Gli inseparabili di Cronemberg e Rocco e i suoi fratelli di Visconti, o romanzi come Il passeggero di Cormac McCarthy e L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio (oltre che evocando le ragioni profonde delle posizioni assunte da pensatori come Freud e Severino).
Dato che una costruzione deve comunque avere un fondamento da cui prendere origine e sul quale poggiare, è bene ricordare che Freud sosteneva che l’odio è più antico dell’amore, e dunque “il ripudio del fratello o della sorella [è] più originario rispetto alla loro accoglienza. Questo per una ragione evidente: la nascita del fratello o della sorella impone un decentramento inevitabile alla vita del figlio, il quale è costretto a esporsi giocoforza al regime plurale del Due, all’impossibilità di essere un Uno indiviso, un Uno tutto solo”. Ma questo accade anche a chi non ha fratelli o sorelle, perché “in realtà – e qui è Lacan ad essere evocato –, l’Uno è sempre diviso Due”, per cui anche i figli unici, che sono vissuti “sospesi al fantasma sempre in agguato della nascita di un possibile fratello o sorella”, “molto spesso si trovano nella necessità narcisistica di dover ribadire costantemente la loro condizione di superiorità impareggiabile, di unicità insostituibile”.
Chi invece è fratello o sorella non può sfuggire alla “spinta alla negazione del Due”, che può risolversi in “fusione incestuosa” o in “lotta a morte”, essendo che il fratello o la sorella “incarn(a)no in realtà l’ideale irraggiungibile del soggetto”, l’essere Uno. Di qui la “gelosia invidiosa che spesso corrode i rapporti fraterni o sororali. Si invidia il fratello o la sorella che incarnano inconsciamente l’ideale del soggetto invidioso. È questa la sostanza del “complesso di Caino”: il rapporto tra idealizzazione e aggressività rivela come all’origine dell’odio vi sia il sentimento del soggetto di sentirsi defraudato dalla presenza di un altro che egli non può eguagliare.
Non è tuttavia possibile ridurre i legami di fratellanza e di sorellanza al complesso di Caino, che si articola in senso di “intrusione” per chi è nato prima e di “esclusione” per chi è venuto dopo (come capitato a Gustave Flaubert, la cui infanzia è stata “ricostruita in modo magistrale da Jean-Paul Sartre ne L’idiota della famiglia”, su cui lo stesso Recalcati si è soffermato in un altro libro (in queste note il 9 maggio 2021): “in gioco è ancora una volta la grande partita dell’eredità: come si diviene fratelli e sorelle al di là del mito della consanguineità che sostiene l’illusione fondamentalista dell’Uno che vorrebbe escludere il Due?”
Secondo diversi approcci e punti di vista, la considerazione di fondo è che i rapporti istaurati con i fratelli e le sorelle peseranno poi sul resto della vita.
“Tra fratelli e sorelle è assai frequente trovare legami che non sono affatto bilanciati, ma dove, al contrario, uno dei due è sempre in condizione di sudditanza o di rivendicazione aggressiva verso l’immagine ideale di sé stesso incarnata nell’altro”. Che cosa ne deriva? Che “è il fratello o la sorella, la prima incarnazione del rivale che può generare nel soggetto la minaccia dell’esclusione e della sostituzione. Si tratta di una lesione dell’immagine narcisistica di sé stessi che può condizionare la vita adulta”, una vita condizionata in tali casi da un “complesso fraterno”. Ma non solo la vita individuale ne è a volte condizionata, tanto da portare Freud a sostenere che “la posizione occupata dal bambino nella serie dei figli è un fattore (…) che dovrebbe venir preso in considerazione in ogni biografia”. Anche nella vita collettiva la resistenza ad ammettere il Due agisce innegabilmente, come “risulta assai emblematico il conflitto israelo-palestinese riaccesosi drasticamente dopo i drammatici fatti del 7 ottobre 2023”: “Il progetto dei ‘due popoli in due stati’, l’unica possibile soluzione politica di quel conflitto che si trascina dalla nascita di Israele, viene ostacolato dai fondamentalisti religiosi di ambo le parti, i quali coltivano il sogno cainesco dell’Uno senza il Due, dell’Uno che vorrebbe escludere a tutti i costi l’esistenza del Due. È questa, infatti, l’essenza di ogni fondamentalismo: soppressione del pluralismo del Due nel nome dell’identità rigida e originaria dell’Uno. La violenza dell’odio – individuale e collettivo – ha sempre come sua genesi l’intolleranza per il trauma (benefico) del Due. Essa sospinge ogni volta verso l’Uno, l’identico, il simile, l’eguale escludendo il Due, il differente, lo straniero, il difforme. In questo senso la violenza dell’odio come esclusione del Due è sempre antagonista a un autentico sentimento di fratellanza e di sorellanza”.
Un sentimento che del resto “la Rivoluzione francese ha legittimato politicamente” dandogli un fondamento preciso: “la fratellanza non è un fatto di sangue ma un’aspirazione collettiva che deve avere la stessa dignità degli ideali di libertà ed eguaglianza”. Un’indicazione che resta decisiva per “provare a pensare la fratellanza e la sorellanza come la possibilità umana di fertilizzare i legami orizzontali rendendoli generativi”: “se i legami di sangue restano impigliati molto spesso in una versione drasticamente riduttiva dell’eredità intesa come eredità del sangue, dei geni e dei patrimoni, quelli simbolici, sui quali può costituirsi il principio di fratellanza e di sorellanza, sganciano l’eredità da ogni riferimento a una discendenza stabilita dalla consanguineità”. E dunque – ecco il passaggio decisivo – “dovremmo considerare che la matrice del legame più autentico di fratellanza o di sorellanza si trova nel nostro destino mortale, nel nostro urto contro le avversità, nel riconoscimento della condivisione del carattere tragico e finito della nostra esistenza”. Perché “è proprio di fronte alla nostra inermità strutturale e inemendabile che acquista valore il sentimento dell’essere davvero fratelli e sorelle. (…) imparare a vedere nel reale della morte e della sofferenza ciò che unisce radicalmente l’Uno all’Altro nel segno di una solidarietà che non ha più come perno la reciproca identificazione, bensì il riconoscimento del reale incondivisibile del nostro destino mortale”.

Altrimenti detto: “la fratellanza è una costruzione non un dato di partenza, è un impegno non una rendita, è una possibilità non una Legge della natura. In gioco ancora una volta è come intendere il vero significato dell’eredità. Ma non quella che tormenta fratelli e sorelle nei tempi del lascito testamentario dei propri genitori che, come lo psicoanalista sa bene, è frequentemente materia di continui e infiniti litigi. La vera eredità non è fatta dalle proprietà acquisite o dalle rendite, non si esaurisce nella trasmissione di determinati geni, ma consiste nella responsabilità di fare nostro quello che abbiamo ricevuto dall’Altro, di fare qualcosa di ciò che l’incontro con l’Altro ha fatto di noi stessi”.