
Charles-Ferdinand Ramuz, Presenza della morte, Feltrinelli 2025
“Allora vennero le grandi parole; il grande messaggio fu inviato da un continente all’altro di là dall’oceano. (…) Ogni forma di vita finirà. Ci sarà un calore crescente. Insopportabile per tutto ciò che vive. Eppure non si vede ancora nulla”. E dunque, a parte la siccità a la grande calura, niente di eccezionale sembra profilarsi: “certo un po’ soffrivamo, ma era sopportabile, perché c’era quello splendore del cielo, e poi siamo in riva a un lago”, quello di Ginevra, in cui ci si può bagnare, e quindi “sì, è vero, fa caldo, ma è bello!”.
Un romanzo distopico sul riscaldamento globale? Sul disastro incombente e l’indifferenza con la quale lo si affronta? Sembrerebbe, non fosse che lo scrittore svizzero ha scritto questo romanzo nel 1922, rispondendo non a un’emergenza reale a lui contemporanea, ma alla sua ispirazione. Che potrebbe essere sintetizzata in una cupa visionarietà suscitata dalla constatazione della resistenza che tutti oppongono a ciò che potrebbe turbare il tranquillo svolgersi delle loro vite. Ricordo della reazione, o della mancanza di reazione, di qualche anno prima, all’annunciarsi della Grande guerra? Anche, forse, ma più probabilmente frutto di un pessimismo antropologico che percorre anche un altro romanzo, di poco successivo, Paura in montagna. In entrambi i casi, la descrizione dell’inerzia, dell’attaccamento alle abitudini, dello scetticismo riguardo ad ogni avvertimento di pericolo prelude al racconto della catastrofe. Un racconto di taglio espressionista, nel quale rappresentazioni corali, ricche di ritratti impietosi – come nei quadri di Grosz – fanno spazio a episodi rivelatori del male che avanza: ai cittadini che non smettono di cerar refrigerio nel loro lago anche quando è divenuto una distesa ribollente di melma faranno riscontro i montanari divisi tra pochi vecchi che presagiscono il peggio e gli altri che si rifiutano di ammetterne la possibilità.
A rendere più che inquietante, perturbante piuttosto, il racconto è in entrambi i casi la lingua cui lo scrittore ricorre, scabra, spezzata, che intenzionalmente confonde i tempi verbali e le voci narranti, e si rivela funzionale a una narrazione dai toni assillanti, che nulla concede alla continuità ma preferisce giustapporre scene e figure, in una successione che non lascia tregua, soprattutto in Presenza della morte, dove non si danno gli squarci descrittivi che la montagna ispirerà.

“Storie che non possono essere raccontate e che tuttavia impongono di essere raccontate. Può la lingua con cui (le) si racconta (e poi le si traduce) essere imperturbabile, rassicurante, perfino piacevole?”, sintetizza Maria Nadotti – traduttrice del romanzo del ’22 – nella sua postfazione, per poi concludere, a proposito del cataclisma che Presenza della morte racconta: “L’aveva profetizzato, Ramuz, o il suo è solo un esercizio di immaginazione, un addestramento etico del pensiero? Mi piace credere che i profeti non esistano, che esistano invece persone dotate di una formidabile attenzione, capaci di leggere l’avvenire nei segni sempre e già presenti di ciò che va preparandosi”.