I significati di una scelta insensata

Vittorio Lingiardi, Farsi male. Variazioni sul masochismo, Einaudi 2025 (pp. 14, euro 240)

Sgombrato il campo da due idee infondate quanto diffuse (il masochismo non è componente tipica del femminile né ha a che fare esclusivamente con la sfera sessuale: si può essere masochisti nella vita quotidiana e nelle relazioni sociali e non nelle pratiche sessuali), l’autore spiega anche che è riduttivo e fuorviante ritenere il masochismo come passività: il masochista – a suo modo – ‘educa’ il sadico.

Una volta detto ciò che il masochismo non è e ciò con cui non va confuso, resta il quesito, di portata generale: che cos’è? che origine ha? Ossia: perché ci si fa male? O meglio, entrando nel cuore della questione: qual è il confine fra convivenza con questa pratica ‘insensata’ e connivenza con essa? Altrimenti detto: “‘Porgere l’altra guancia’: quando è Vangelo e quando sintomo?”.

C’è un filo diretto fra la precedente indagine di Lingiardi (Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo, in queste note il 31 ottobre 2021): “Molti comportamenti che frettolosamente definiamo masochistici hanno radici nel terreno accidentato del nostro narcisismo, cioè nell’eterno tentativo di piacere o di piacersi, purtroppo a spese del proprio bene”. Per cui si instaura – sulla base di “esperienze negative o umilianti dell’infanzia” –, e si perpetua in una ripetizione che può interessare la vita intera, “la tendenza a evitare o compromettere le esperienze piacevoli; l’essere attratti da situazioni destinate alla delusione, al fallimento e alla sofferenza; l’incapacità di farsi dare una mano; deprimersi o sentirsi colpevoli di fronte a un successo; immolarsi, dimentichi di sé, anche quando non richiesto”. Scendendo nella casistica delle manifestazioni del masochismo: “oltre alla ‘scelta’ di partner disfunzionali, (…) trovarsi sempre in situazioni lavorative frustranti; digerire umiliazioni e compiti sgradevoli; non mostrare come ci si sente veramente; criticarsi sempre, senza mai concedersi la tregua dell’autoindulgenza; non saper dire dei no, per compiacenza e a volte un po’ di vanità, ma poi ritrovarsi insofferenti, arrabbiati o inutilmente stanchi; lavorare fino allo sfinimento per realizzare aspettative altrui pensando siano le proprie; lamentarsi senza far nulla per cambiare le cose; non riuscire a provare piacere senza il retrogusto spiacevole della colpa” e, spesso, un vissuto depressivo delle proprie stesse scelte. Una casistica cui corrispondono diverse figure, o strategie, in cui il masochismo si realizza (al “masochista evitante” si accompagnano l’onnipotente, l’autodistruttivo, il sopraffatto, il virtuoso). Profili diversi ma accomunati dal “non saper scegliere per il proprio bene, (dalla) fatica di godere di sé, di riconoscere il proprio valore. Fino alla paura di essere felici”. Perché, occorre non dimenticarlo, “soffrire è anche un modo per sentirsi vivi, avere un senso”. Di qui “la tendenza a coinvolgersi in relazioni personali o situazioni lavorative che procurano sofferenza, infelicità e senso di fallimento”, o addirittura a cedere a reazioni depressive a conclusione di eventi che pure hanno messo in luce il proprio saper fare e il riconoscimento che ce ne può venire, o meglio: che ce ne potrebbe venire se non si avvertisse una sorta di tradimento o usurpazione nel proprio successo.

Ma è un fatto: “La bilancia della vita, di solito, pende più verso il farsi male che il farsi bene”. E dunque, ci si può chiedere a questo punto, “come parliamo di ‘narcisismo sano’, possiamo parlare di un ‘masochismo utile’?”, un masochismo cioè che si risolve in “educazione di sé che resiste all’immediatezza della soddisfazione, tollera la frustrazione, affronta grandi fatiche in vista di un obiettivo”, o anche: nella capacità di soffrire “(riconoscendo) il dolore come esperienza propria, che ci lega a noi stessi”, anziché “sentirlo soltanto, senza integrarlo”, essendo “la vitalità dell’esperienza dolorosa (a distinguere) la trasformazione dall’autodistruzione”. Dalla quale non preserva l’illusoria pretesa di contare solo su sé stessi, e dunque il proposito più o meno consapevole di erigere un muro tra sé e gli altri, dai quali sappiamo può venirci dolore: “Un’indipendenza completa [infatti] non è possibile né auspicabile. Tutti abbiamo bisogno di approvazione, riconoscimento e ammirazione. La persona ‘matura’ è capace di autonomia e, insieme, di consapevole dipendenza: tollera la solitudine, regge il dolore della mancanza, assume responsabilità; ma sa anche legarsi senza avere paura, chiedere aiuto, disperarsi quando perde chi ama”. Ma non essere, in questo senso, “maturi” non è una colpa, come sarebbe portato a pensare il masochista: “Se le cure che abbiamo ricevuto sono sufficientemente buone, tendiamo a sviluppare, biologia permettendo, un attaccamento relativamente sicuro. Impariamo a fidarci degli altri, ma anche di noi stessi; sappiamo appoggiarci agli altri e chiedere aiuto, ma anche esplorare l’ambiente. La sicurezza che ci hanno trasmesso i nostri genitori a un certo punto è nostra, dentro di noi”. Ha insomma origini che non dipendono in tutto da noi il fatto di saper sviluppare un rapporto equilibrato e produttivo con gli altri, non “la dipendenza patologica (che) si basa su un’idealizzazione dell’altro come oggetto “nutriente” esclusivo e su un’idea di noi stessi come deprivati, bisognosi, incapaci di badarci e di bastarci”, ma “la dipendenza sana, invece, (che) è fatta di reciprocità e negoziazione, della capacità di riconoscersi e accettare la separatezza in presenza del legame e delle sue inevitabili tensioni”. E oltre la dipendenza, l’amore in quanto “costruzione di libertà nel legame, non distruzione del legame nel possesso (…) Non è la stabilità a fondare il legame, ma la capacità di ritrovarlo dopo la rottura”: “costruire e abitare con l’altro una relazione capace di sostenere le oscillazioni – inevitabili, dolorose – tra riconoscimento e distruzione è l’unica occasione che abbiamo per sperimentare, quando accade, la forza di una dipendenza sicura”.

Una lunga traversata delle interpretazioni psicanalitiche del masochismo che si sono via via formulate occupa la parte centrale del libro per concludersi nel riconoscimento di un sostanziale cambio di prospettiva rispetto a quella delineata da Freud: “ciò che nelle riflessioni future sul masochismo prenderà il posto della pulsione di morte: i legami e le loro vicissitudini. Non siamo più al crocevia tra pulsione di morte e Super-Io, ma tra ricerca di sicurezza e coesione personale. Protagonista non è più l’abisso della colpa, ma la frattura narcisistica, la tragedia sospesa sul vuoto e sul senso di fallimento del Sé. Si soffre non per avere desiderato ciò che non dovevamo, ma perché non siamo stati visti, accolti, rispecchiati. La ricerca del dolore diventa la conferma di esistere, un modo di sentirsi vivi, di stabilire un legame, di rappresentare la propria solitudine traumatica”.

Si tratta di una “rivoluzione relazionale: la ricerca del dolore non va associata alla pulsione di morte né al senso di colpa edipico, ma al significato e alla funzione”: “il modo in cui credo di dover essere con gli altri rappresenta la persona che penso di essere. Il nostro motore non sono i conflitti, gli impulsi e le difese, ma la lotta tra il bisogno di instaurare e mantenere i legami con gli altri e il tentativo di sottrarci ai rischi e ai dolori che quei legami comportano”. Una lotta che, collocandosi entro il comune, fondamentale e inestinguibile “bisogno di essere riconosciuti”, ha comunque origini e storia proprie, diverse per ciascuno di noi. “Ciò che ci lega non sono tanto le caratteristiche reali, nel bene e nel male, dei nostri genitori, quanto piuttosto alcuni aspetti intravisti, parziali, fantasticati: non ciò che ci ha soddisfatto, ma ciò che è mancato. Non il cibo, ma la fame. Non il bacio, anche quando c’è stato, ma l’assenza del volto. Sono le zone più sofferenti dei nostri genitori – la privazione, il dolore, la depressione – a diventare i luoghi del nostro attaccamento, quelli a cui ci stringiamo con più forza, perché è lì che sono esistiti di più dal punto di vista emotivo. (…) Siamo divisi tra fedeltà e autonomia, appartenenza e libertà. Trovare un equilibrio in questa tensione – essere leali a chi ci ha dato la vita o a ciò che vorremmo diventare? – è il compito di tutta un’esistenza”. Ma “è la qualità dei nostri inizi, ciò che ci è stato dato o negato, a stabilire il ritmo di questo doppio movimento. Per chi ha conosciuto un’infanzia ferita, lasciare i legami originari può sembrare un tradimento, la recisione del filo che ci lega alla verità affettiva che conosciamo. Sembrerebbe di escluderci dalla vita, diventare non viventi. Cambiare, foss’anche aprirci alla possibilità di un altro tipo di intimità, ci farebbe perdere il contatto con gli oggetti interni che abitano la nostra casa. Anche se dolorosi, sono legami che ci hanno dato un senso di esistenza. Intrisi di malessere, ci hanno comunque offerto appartenenza”.

La traversata del campo psicanalitico si completa con l’individuazione di “quattro figure – dispositivi psichici, percorsi mentali, potemmo definirli in molti modi – che ci aiutano a capire alcune dinamiche del nostro farsi male. Si chiamano, nell’ordine: coazione a ripetere, sabotatore interno, identificazione con l’aggressore, falso Sé”.

  • La coazione a ripetere:

“Il corpo ricorda, il sistema nervoso torna ad accendersi: basta uno stimolo sottile – un volto, una voce, un’assenza – per riattualizzare il dolore originario. (…) Anche quando non possiamo definire traumatica la nostra infanzia, le cure che riceviamo sono costellate di confusioni, angosce e timori. (…) Il ‘carattere demoniaco’ della ripetizione, a metà tra il demone diabolico e l’antico daimon destinale, non va cercato in una condizione innata, ma in una storia infantile troppo precoce o troppo dolorosa per essere ricordata e riconosciuta: per questo tende a esprimersi nell’azione”.

Dal momento che “nella coazione a ripetere ritorna ciò che non è stato compreso né elaborato; (per cui) s’impone incurante delle conseguenze, incapace di fare tesoro delle esperienze”, “‘solo quando è stato riscattato, rischiarato dalla coscienza’, scrive la filosofa spagnola María Zambrano, ‘il passato non ritorna’”.

  • Il sabotatore interno:

“L’esperienza di essere abitati – ogni tanto oppure dalla mattina alla sera – da una voce che non è amica (…) un’inquilina della psiche, figlia della nostra storia, del modo in cui siamo cresciuti, di come ci pensiamo. Si accende quando desideriamo qualcosa, siamo sul punto di fare una scelta d’amore o di lavoro”. (…) Il sabotatore interno è il frutto di un’identificazione con la figura genitoriale rifiutante, idealizzata come amorosa, ma poi introiettata come assente, distruttrice, giudicante. È la parte dell’Io che incarna il sibilo della svalutazione, la ferocia della critica, l’umiliazione della punizione. Prova rabbia e dolore, ma agisce contro la vitalità di un’altra parte dell’Io, quella che invece continua a sperare nel cambiamento, nella gioia e nello scambio relazionale”.

  • L’identificazione con l’aggressore:

“una strategia estrema: per illudersi che l’aggressore possa amare, immaginare che non farà più male, credere che un legame, per quanto tossico, sia meglio dell’essere in balia di un’angoscia solitaria. (…) l’identificazione con l’aggressore non è solo un meccanismo difensivo. È un atto di auto-cancellazione, un gesto d’amore disperato in un mondo che ha smesso di essere sicuro”.

  • Il falso Sé:

“una struttura di personalità che si sviluppa in risposta a un ambiente familiare o sociale che non riconosce o non accetta la natura autentica e spontanea di una persona. Una sorta di facciata, di maschera che indossiamo precocemente per adattarci alle aspettative del mondo, a discapito dei nostri bisogni e del nostro più autentico sentire. (…) Cosa accade se chi si occupa della nostra crescita non può o non riesce a svolgere questo ruolo e ostacola con pressioni e intrusioni precoci la nostra espressione spontanea? (…) Il bambino, allora, costruisce un falso Sé: una forma di esistenza che si piega ai desiderî dell’ambiente, sacrificando la spontaneità. Il vero Sé, fonte della vitalità psichica, si ritira; il falso Sé prende il suo posto, offrendo relazioni apparentemente autentiche, ma in realtà svuotate, pensate per compiacere, non per esistere.

(…) Così come il vero Sé coincide con il «gesto spontaneo», con il sentirsi reali e creativi, il falso Sé non può che radunare gli elementi a disposizione e farsi imitativo. (…) Quando poi il falso Sé «si organizza in un individuo con un alto potenziale intellettuale, ci sono molte probabilità che l’intelletto diventi la sede del falso Sé e in questo caso si forma una dissociazione tra attività intellettuale ed esistenza psicosomatica». L’intelligenza, le capacità personali, sono reclutate come sostituti materni e vengono usate per difendersi dal falso Sé”. (…) “Ciascuno di noi, in diversa misura, ha un falso Sé: senza di lui, saremmo alla mercé degli altri, troppo vulnerabili e scoperti”. Ma “un falso Sé ‘sano’ ha lo scopo di racchiudere e proteggere la realtà interna, non di occultare o sostituire il vero Sé”.

La seconda parte del libro è riservata all’espressione artistica, terreno e tramite di conoscenza anche dei fenomeni psichici di cui ci si è occupati: “I poeti, si sa, arrivano prima degli psicoanalisti. L’arte è il grande contenitore del dolore, la creazione stessa è un farsi male che diventa cura. A volte per l’artista, sempre per il mondo. (…) alcune opere ci aiutano a sentire, ancor prima di capire, l’esperienza del farsi male”. Gli esempi sono tratti da poesia, narrativa, cinema, canzoni.

Infine, “una breve nota su psiche e politica. Perché “la politica lascia tracce sulla psiche e la psiche condiziona la politica. I problemi di personalità di chi governa possono incidere sul destino di chi è governato. Ogni giorno di più, la scena politica ci spinge a riflettere su odio e dolore. Circondati dall’aggressività mediatica, dal rancore sociale, dal fanatismo religioso, siamo chiamati a fare i conti con gli effetti del male del mondo sulla nostra vita interiore”.

I danni vanno oltre la sfera strettamente politica: “a incrinarsi è soprattutto la cosiddetta fiducia epistemica, ossia la capacità di considerare la conoscenza trasmessa da un’altra persona come degna di credito (…) il risultato è una società che oscilla tra chiusura paranoide e adesione acritica, tra sfiducia generalizzata e credulità cieca”.

Non è esagerato parlare di un “masochismo collettivo”, leggibile come “tentativo di stabilire un legame: meglio essere riconosciuti come sudditi, che rimanere invisibili come cittadini disorientati”. Ma non solo: “La psiche inizia a funzionare in modalità emergenziale e impiega la sua energia per difendersi dalla paura dell’incertezza. Anche da qui nascono l’isolamento difensivo, l’autoreferenzialità e l’egoismo sociale”. Ma anche un’ansia diffusa e multiforme: “Le giornate sono attraversate da sentieri microdissociativi: mentre stai prenotando un ristorante sul tuo telefono esplode il bombardamento di una città, appare la foto di un torturato, la Terra piange per l’ennesima catastrofe ambientale. Gli spazi psichici si riempiono di ansia o di rabbia perché introiettano la crisi del mondo. Oppure si svuotano in forme di apatia per evitare il costo dell’esperienza empatica.

La conclusione dell’autore non pretende di assumere valenza esemplare, ma piuttosto di riferire, un’esperienza, una possibilità: “Coltivo il principio speranza, a cui spesso, in questa ‘terza guerra mondiale combattuta a pezzi’, non credo più. Imparo a vivere nell’incertezza. Mi soffermo sui singoli gesti di pace, non solo sulle azioni di guerra. Provo a umanizzare la modernità chiedendomi se è ancora possibile un agire razionale che non sia solo strumentale e tecnocratico, ma capace di accogliere la coscienza ecologica ed etica”.

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