
Mariangela Gualtieri, Meditazione, “Il Sole 24 ore – Domenica” 13 luglio 2025 (leggibile anche qui, in inglese)
Un articolo dell’inserto culturale del Sole 24 ore, tratto da una sezione del sito della Pirelli: detto così, la ragione di prenderne nota sfugge. Quanti articoli del genere abbiamo iniziato e mollato dopo poche righe? Ma questo l’ha scritto non una giornalista o una divulgatrice. Non è il solito consiglio a buon mercato né l’ennesima variazione su mindfulness e dintorni (anche se il titolo scelto dal giornale lo farebbe pensare con quel “Meditate gente, meditate!”).
L’autrice non esorta, non magnifica, piuttosto dice della sua esperienza, del guadagno che quest’esperienza le ha portato. Ma non solo: risulta credibile anche a chi non pratica la meditazione (non sapendo neanche lui perché, ma sentendosi rassicurato dall’idea che altri vi si dedichino: una di quelle cose che la prossima volta anche lui farà, come imparare a suonare il violoncello, attraversare a piedi le foreste del Canada o avere un asino come animale da compagnia). Perché più che un articolo quello che si legge è un piccolo saggio che, nonostante i riferimenti a opere e autori, mantiene l’andamento del racconto e si concede squarci di poesia (che è poi il mestiere dell’autrice).
La “figura tipica della meditante seduta a gambe incrociate e ferma, schiena diritta, occhi semichiusi e mani poggiate una sull’altra”, innanzitutto, e l’inevitabile messa in guardia: “In questa parte di mondo la pubblicità se ne è appropriata spesso, sempre con qualche giovane donna di buon ceto, con alla fine un prodotto da promuovere, perché già quell’immagine, anche banalizzata, promette qualcosa di cui l’occidente intuisce la potenza. Una figura che quando vedo composta da altri, qui, mi pare sempre fuori luogo, quasi la recita di una commedia che non può essere nostra”. Perché rimanda a una cultura diversa da quella occidentale. Di qui il sospetto che giustamente aleggia su svolte radicali, cesure che segnano il confine tra un prima e un dopo, ravvedimenti drastici e conversioni definitive. No, niente di tutto ciò: conviene piuttosto, ed è possibile – parola di chi ci ha provato con successo – “un giusto ridevole compromesso fra l’occidentale incurabile che siamo e le pratiche orientali che spesso spiritualizziamo in modo eccessivo e decorativo”. Magari immaginando come l’occasione di momenti piacevoli quella che è invece “una delle attività più disumane che si possano praticare”. E non potrebbe essere diversamente, dal momento che “noi non siamo fatti per stare fermi: siamo animali animati” e dunque ci muoviamo, il che non si risolve solo nel dato spaziale e temporale dello spostamento: “Nel nostro muoverci, sempre più veloce, risolviamo problemi e desideri scappando, battagliando, modificando radicalmente il mondo intorno a noi, convinti che sia altro da noi”. Ovvio? naturale e inevitabile? Certamente, ma non per questo materia sulla quale non valga la pena di riflettere paragonando il nostro modo di stare al mondo con quello di altri viventi, di quegl’altri esseri che costituiscono di gran lunga il più di ciò che vivente definiamo: “Non agiamo come le piante che il mondo lo rigenerano, stanno ferme e cambiano sé stesse. Noi siamo animati, siamo teste pensanti, e preferiamo cambiare l’intorno, anche a costo di devastarlo. Si potrebbe dire che meditare significa avvicinarsi all’albero, cioè imparare a stare, e stando, lasciare che la quiete modifichi noi stessi. Imparare a stare al mondo in punta di respiro, col minimo ingombro possibile”.
Hai detto niente… È una rivoluzione quella che, senza parere, si propone. Sempre che la si proponga quale soluzione dei mali del mondo attuale, e non invece, come qui leggiamo, nei termini di una pratica quotidiana, riservata e sommessa, aliena da possibili tentazioni di proselitismo. Una pratica da affrontare senza aspettative di private palingenesi, consapevoli che “da principio è irritante, tanto ci è estranea l’immobilità. Il corpo segnala il suo disagio con piccoli dolori crescenti, il pensiero anziché rallentare pare attivarsi ancora di più, il tempo non passa mai. Poi, se si compie un atto non di volontà ma di abbandono, qualcosa smette di succedere e qualcosa invece comincia. (…) si cade in ciò che perennemente rimane nascosto e lo si gode, pur nel velame che permane. Si accoglie un niente più grande, un niente che viene respirato e da quel respiro, da quel soffio, da quel niente che succede si viene lavorati in una profondità sconosciuta che resta incompresa ma colta nella sua efficacia sulla nostra vita. Una cerimonia che si svolge nel nostro respiro (…) Mettere al centro il respiro, il picciòlo che ci tiene attaccati alla vita e che ha un così stretto legame col pensiero: si agisce su quello per zittire questo. Dapprima vengono a galla fatti mal digeriti, soprattutto di cronaca del sanguinante presente. Fatti atroci magari buttati giù in fretta, spostati più in là, cacciati sotto sotto”.
Provare e, soprattutto, riprovare per credere… Ma senza sbatterci la faccia ad ogni costo: ci sono infatti “innumerevoli modi di meditare: certo lavoro delle mani, con tutta la gioia che il fare delle mani a volte ci regala, con tutto il peso che toglie. O la meditazione del canto, della danza, del nuoto, del cucinare, insomma dell’avere a che fare quietamente col gesto e con la materia del mondo, noi stessi materia e mondo, in un modo così armonico da diventare dimentichi del risultato e fusi col gran moto del cosmo”.
Sì, ci siamo imbattuti, almeno una volta, in persone capaci – anche se magari non continuativamente e per l’intero corso della loro vita – di questa quieta adesione ai propri giorni, al luogo in cui gli è capitato di abitare, al mestiere che gli è toccato, alle persone con le quali si sono trovate a vivere.
O, se non ne abbiamo incontrato, ci possono venire in soccorso certi passaggi di autori come Kafka: “Non è necessario che tu esca di casa” – avvertiva. “Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te”.
Smascherare il mondo… Aprire gli occhi sulle illusioni che ci porta e le delusioni che non ci risparmia? Non di questo si tratta, ma della sua pretesa di rappresentare tutta la realtà, di costituirne l’orizzonte unico e invalicabile: è “la certezza nell’onnipotenza del visibile” ad essere messa in forse, fino a crollare e a lasciar intravedere “l’invisibile che si abita, quell’immenso non sapere che ci costituisce”. È allora – assicura la poetessa, autocitandosi – che può raggiungerci la “Meraviglia dello stare bene/ quando le formiche mentali/ non partoriscono altre formiche/ e si sta leggeri come capre sulla rupe/ della gioia».
Mi è capitato di incrociarle durante una passeggiata, e di fotografarle, queste capre sorridenti. Ma non è indispensabile un incontro del genere: “Molti animali sembrano assorti in pratiche meditative. Chi ha un gatto o una gatta lo sa. I vegetali meditano. Gli alberi, per essere arrivati al duro del tronco debbono aver amato lo stare fermi ben più dei primi yogin, debbono avere grandi estasi meditative. I minerali sono come Shiva che siede in cima alla montagna e resta milioni di anni in meditazione. E l’acqua, che dire della intelligente casta umile acqua? Gli agonizzanti meditano. Chi ha avuto la fortuna di accompagnare una persona cara fino alla fine, sa che quando si è spento il dolore e il soffio sta per staccarsi dal corpo, gli agonizzanti sembrano entrare in una alta meditazione, come esperti di un silenzio a noi ignoto, arresi, concentrati e avvolti in una solitudine serena, aumentati in una sapienza ignota che interamente li avvolge. Così i neonati, “gli occhi ancora rivolti all’origine, le mani che tengono stretta l’aria”. Entrambi sembra abitino (…) la non paura, l’unica forma della pace, altro dono che viene concesso al meditante. (…) Forse la terra stessa medita, assorta in rotazione e rivoluzione, e chissà in quali altri giramenti cosmici”.

Lieto fine dunque, per questo saggio-racconto? No, meditare non significa dimenticare la realtà del mondo di oggi, del nostro mondo: “Questa palla increpata che vola, questo corpo celeste che noi consideriamo massa inerte, non senziente, non intelligente, non respirante, ha accolto la vita e la sviluppa in innumerevoli genialissime forme e modi e varietà. Noi adesso da più parti la bombardiamo, tutti addolorati – nel migliore dei casi e neppure sempre – nel contare le perdite di un’unica specie, le rovine delle case di un’unica specie, e diciamo la mia terra e la spezzettiamo e la chiamiamo coi nomi delle nazioni, erigendo muraglie e confini e bastioni, cancelli, recinti, porte, dogane, a ribadire in infinite tautologie che è nostra, ci appartiene e la compriamo, la vendiamo”. Ma la realtà è un’altra, ed è che “la terra può fare a meno di me, dell’umano intero. Tutto è già fatto, non serve aggiungere nulla. Forse per questo l’Europa «ha inventato il finito», per vincere quello sgomento che il nostro narcisismo di specie prova davanti ad una bellezza che non ci prevede. Malattia tutta nostra questa, mentre l’Oriente, col suo tenere insieme tutto, orrore e splendore, col suo ripetere ‘quello sei tu’, qualunque sia il quello, pare immune da questo tipo di angoscia”.