I conti col padre

Dario Ferrari, L’idiota della famiglia, Sellerio 2026 (pp. 528, euro 18)

Siamo oltre l’autoironia: forse è l’“autorisata” di cui parlava Bernhard quella che anima il racconto del protagonista e trascina chi legge in questo lungo romanzo – autobiografico nel senso in cui un po’ lo sono tutti i romanzi (“pretendere che fatti e persone narrati non abbiano relazione con fatti e persone reali mi pare francamente poco credibile; che tali fatti e persone non corrispondano tuttavia quasi mai a quelli ipotizzati da chi legge mi pare invece una certezza”.

Senza dimenticare, del resto, che “i ricordi sono il modo con cui la nostra mente ha scelto una volta per tutte di travisare gli eventi”).

Il protagonista dunque, Igor: non tanto antieroe, quanto personaggio che si definisce per antitesi. In primo luogo rispetto al padre, insegnate di storia e filosofia (“Herr Professor”, per i familiari), militante comunista di lungo corso, dal Pci al Pd, mosso da una fede nella ragione e nella lotta per una società giusta che non appartiene al figlio, disincantato dalla politica anche se non approdato – come si dà spesso il caso – a posizioni opposte a quella paterne. Ma non appartengono, a Igor, neanche la pragmatica ironia della madre né l’irresponsabilità della superficiale e pure a suo modo appassionata sorella Ester: “io sono un’estrema propaggine del Novecento, un uomo d’ordine che sarebbe stato a suo agio nel Pci di Togliatti, e lei una frivola cazzona in grado di stare bene ovunque (mezz’ora, per poi andarsene da un’altra parte appena si annoia). Ester, che pure è figlia di nostro padre, di politica non sa nulla. E questo nonostante faccia volontariato” e sia madre di un figlio il cui padre s’è perso chissà dove.

Le antitesi non si giocano tutte in famiglia, però: è nel confronto con la moglie che emerge quella fra lo scrivere e il tradurre. Scrittrice femminista di successo lei, Marta, autrice di un pamphlet divenuto “una specie di libretto rosa di Mao da sventolare in faccia al patriarcato”; traduttore invece, Igor, suo malgrado: “a lungo, prima di occuparmi di libri scritti da altri, ho coltivato la fantasia di diventare uno scrittore in proprio. All’attivo però ho solo una piccola raccolta di incipit per romanzi che non sono mai decollati. (…) Di sicuro però sono diventato uno scrittore di libri altrui, che mi sembra una definizione più appropriata di traduttore (…) un lavoro che richiede delle doti che hanno qualcosa del prestigiatore, dell’illusionista, del traffichino, quando non del baro, del contrabbandiere, del sofisticatore: gente che ha la necessità di scomparire, di occultarsi, di fare come il diavolo e convincere tutti di non esistere. L’aspirazione alla trasparenza, al vuoto, all’annichilimento, al riassorbimento all’interno della parola e del suo suono dovrebbe essere la vocazione ultima di ogni traduttore: il monaco zen del lavoro editoriale”. O altrimenti detto, “un traduttore è come un arbitro: se ti accorgi che c’è sta lavorando male. (…) Ci penso spesso, a come sarebbe un mondo in cui gli autori fossero come i traduttori: anonimi, quasi irrilevanti, al modo degli artisti medievali, che non firmavano le opere, considerandosene trascurabili accidenti; o al modo degli architetti delle cattedrali gotiche, che cedevano il passo alla pietra eterna, anziché apporvi il loro nome effimero. (…) sarebbe bello osservare un inabissamento degli autori paragonabile a quello dei traduttori: vederli svanire nelle pieghe dell’opera, lasciare risplendere solo la nuda parola”.

Un’altra opposizione si delinea nella vicenda, un’alternativa secca fra luoghi diversi: Roma, la città dove, come a Milano, l’industria editoriale alimenta il mercato dell’arte e la provincia, e Viareggio, da cui Igor proviene e Herr Professor è rimasto a insegnare, professando la sua fede politica e, infine, rimasto vedovo, scivolando in un’inarrestabile demenza senile. Lui che aveva sempre nutrito la più grande ammirazione per Kant, “‘il grande Kant’ o ‘il povero Kant’, a seconda che si riferisse al pensatore o all’uomo. Al supremo filosofo era toccato infatti il più beffardo dei contrappassi: nonostante fosse stato la mente filosofica più sconfinata della storia dell’umanità, in vecchiaia aveva visto svanire la sua lucidità e aveva concluso i suoi giorni in uno stato di totale rimbecillimento”. È tuttavia una demenza a suo modo creativa quella del vecchio professore: nella mente “ad accesso randomico (…) in cui nomi, date, età sono una riffa scriteriata, la letteratura invece è rimasta intatta, con i suoi nessi e i suoi personaggi”. La letteratura ma anche la storia locale, per quel che riguarda almeno i tre giorni della libera Repubblica di Viareggio organizzata da socialisti e anarchici nel 1920. È attorno ad essa che Herr Professor ha continuato a lavorare anche quando la ragione lo stava abbandonando ed è da quegli appunti che il figlio, per forza di cose trasferitosi nella cittadina toscana per assistere il padre, ricava pazientemente un resoconto che da un certo punto in poi si alterna felicemente alla narrazione della quotidianità e rappresenterà un sia pur tardo avvicinamento tra figlio e padre: “Mi dispiace non poter più dire a Herr che forse alla fine qualcosa di lui l’ho capita, che le sue ultime parole non sono andate perdute, che sono pronto a farmene carico. Non posso dirglielo, certo, e se anche glielo dicessi non mi capirebbe, ma di sicuro adesso vedo un senso in quello che ha scritto, e posso in fondo dirmi che alla fine, arrivati all’ultimo metro, io e mio padre abbiamo trovato una pacificazione, e l’abbiamo trovata nell’unico posto in cui due come noi avrebbero potuto incontrarsi: una pagina scritta”.

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