
Daniel Heller-Roazen, Nessuno. Sui diversi modi di non esserci, Quodlibet 2025 (pp. 336, euro 24)
“Ci sono diversi modi di non essere qualcuno”, di “diventare una non-persona”, ma “le non-persone possono assumere diversi ruoli. Sono sempre, in qualche modo, ‘scomparse’, e tuttavia le forme della loro assenza e del loro assentarsi sono molto diverse.” Sorprendente, per me, l’assonanza con l’incipit di Diserzioni, il mio ultimo romanzo: “Non è vero che una persona c’è o non c’è.
Si può essere assenti in molti modi, a gradi diversi. Uno che è partito ma sai che tornerà non è via come chi se n’è andato lasciandoti nel dubbio che si faccia rivedere, e neanche come chi sai che non farà ritorno. E se poi non lo farà perché non può farlo, perché è morto, allora la sua assenza sarà ancora diversa.”
Già il titolo mi aveva attirato, ma non immaginavo di poter constatare una tale vicinanza di punti di vista in un saggio, anche se, occorre dire, l’autore non è un sociologo o un filosofo, ma un letterato, un professore di “letteratura comparata”.
Rincuora verificare come un tema che, non si sa bene perché, ti ha fatto pensare, e scrivere, abbia dato spunto anche ad altri, non importa se per elaborazioni che poi prendono una strada diversa, come in questo caso.
Le non-persone di Heller-Roazen sono infatti di quelle che decidono di scomparire per loro scelta solo nel primo dei tre casi nei quali secondo lui si possono suddividere questi soggetti. Nel caso, cioè, di quelle che si definiscono “scomparse inspiegabili”, ma più che scomparse sono assenze, e infatti, “per un certo tempo, [queste persone, che rischiano di mutarsi in non-persone] continua(no) a sussistere, in uno statuto legale distinto da quello, ordinario, di vita e di morte”.
Diverso il secondo tipo di non-persone, che “restano fisicamente presenti nelle società alle quali appartengono, ma i loro diritti e le loro prerogative vengono ridotti”, al punto da farne “persone infangate e degradate, che si potrebbero ritenere morte pur essendo ancora in vita”.
Del terzo tipo, fanno poi parte – ce lo si poteva aspettare – quelli che cessano di “essere qualcuno” perché sono passati alla “condizione di cadavere”, senza con ciò – si badi – “trasformarsi in un oggetto comune”.
Attorno a queste tre figure, “l’assente, l’individuo diminuito, il deceduto”, si articola il discorso, premettendo una fondamentale avvertenza: “la ‘non-persona’ non è estranea, bensì interna alla categoria di persona”, che è come dire: “nel concetto di persona rientrerà la pericolosa possibilità di non-persona”.
Ciò detto, è la letteratura a fornire casi esemplari di sparizione, a partire da Wakefield, il racconto di Hawthorne, “un’ottocentesca Odissea” che diventerà riferimento obbligato di ogni storia il cui protagonista decide di scomparire, o è comunque destinato a scomparire, a togliersi dal consorzio sociale nel quale era inserito. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, le cose non filano lisce: ci si mette di mezzo la legge che, “avendo creato un doppio dell’essere umano, ovvero la persona assente” deve definirne lo stato – viva, morta, oppure né viva né morta, almeno per un certo periodo (viene in mente il gatto di Schrödinger…). Sta di fatto che questa incertezza ha dato la stura a innumerevoli storie: “il mito e la letteratura hanno immaginato ciò che non può essere né conosciuto né stabilito. (…) Nelle opere di finzione, infatti, le persone scomparse ottengono ciò che non possono avere nella vita e secondo la legge: parlano, e parlano per sé stesse. (…) testimoniano delle sparizioni alle quali sono sopravvissute”. Di questo genere di narrazione fanno parte i “racconti del ritorno”, come quello di Martin Guerre che, sparito e poi riapparso, deve scontare sospetti e accuse nel momento in cui intende riacquisire “i suoi diritti sulla moglie e sulla casa”. Una storia vera, al processo sarà presente, e ne riferirà, Michel de Montaigne. Frutto dell’immaginazione sono invece le vicende del Colonnello Chabert, a firma di Balzac, e quelle narrate da Zola in ben due romanzi, La mort d’Olivier Bécaille e Jacques Damour, senza dimenticare ovviamente il Pirandello del Fu Mattia Pascal. Tutte invenzioni nelle quali “la traiettoria circolare dell’antica epica omerica è ancora distintamente percepibile” e “la fine del periodo di assenza reca con sé avvisaglie di un ignoto inizio”. Segna uno stacco Franz Kafka, con America, il cui protagonista, invero, non lascia i suoi e la casa natale per propria volontà, ma di fatto non tornerà mai più, scomparirà, come l’assenza di un finale induce a credere.
Gli scomparsi che più interessano all’autore sono però quelli del secondo tipo, vittime – come dicevano i giuristi romani – di capitis deminutio: persone che continuano a far parte della società ma, in quanto privati dei diritti fondamentali, divengono “marginali”, come “dimenticate”, e non lungi dal rappresentare figure appartenenti a un passato più o meno lontano, sono “intollerabilmente contemporanee”. Gli stranieri, in primo luogo, nell’antichità considerati per statuto assai vicini agli schiavi. Come del resto le donne, tradizionalmente portatrici di diritti ineguali rispetto agli uomini, anche se non equiparate a cose, alla pari degli schiavi. Seguivano coloro che si erano macchiati di delitti contro il governo della città e, pur restando liberi, subivano la misura della deportatio ad insulam, del confino si sarebbe detto in tempi a noi vicini: soggetti di cui era stata decretata la “morte civile”, destino che del resto i monaci accettavano programmaticamente. Scelte o imposizioni che non attengono al presente, verrebbe da dire, non fosse che – avverte l’autore – “fin quando si ammetterà che lo status civile costituisce una quantità suscettibile di diminuzione, potranno essere escogitate ulteriori riduzioni”, come quelle che si risolvono in “forme di esclusione dalla partecipazione”, quelle studiate da Goffman nei suoi studi sulle istituzioni totali, ma anche nelle sue ricerche sui comportamenti quotidiani. Si pensi al domestico in presenza del quale si parla come non esistesse, per fare un esempio, estensibile alle persone molto giovani, o molto vecchie, o ai malati. E più in generale si considerino le varie modalità nelle quali si manifesta quella “civile disattenzione”, a volte tradotta in “esibizione di non-rapporto”, che non intacca, ma anzi si ritiene parte delle buone maniere anche se di fatto traccia un solco, nelle relazioni sociali, tra soggetti “accreditati o screditati”.

Digressioni e analisi storico-giuridiche, antropologiche e culturali articolano la trattazione, che trova momenti di coagulo significativi, come quello dedicato al “corpo apparente”, al corpo del defunto. Non persone e pure non cose, i cadaveri “pongono una sfida insuperabile alle capacità di definizione e di rappresentazione, sebbene le sollecitino”, “(richiedendo) un trattamento diverso da quello accordato ad ogni altra cosa o persona” in tutte le comunità umane. Sempre e dovunque, infatti, ci è rapportati problematicamente al cadavere, parola che già nella sua etimologia si rivela complessa. L’autore non prende in considerazione la derivazione, suggestiva e inquietante, ma fantasiosa, secondo cui la parola sarebbe un acronimo costruito sull’espressione latina, rinvenuta in alcune iscrizioni tombali, caro data vermibus. Riporta invece la tesi di alcuni latinisti per i quali “il cadaver è definito dal fatto di ‘cadere’ (cadere), poiché un cadavere non può stare in piedi”, mentre per altri “è caratterizzato da una condizione di carenza (carere), poiché non è ancora stato seppellito” né “è stato oggetto dei riti dovuti a un defunto”. Altrettanto significativa la convinzione dei greci, per i quali il vivo ha un corpo, mentre il morto è un corpo. Un corpo che va gettato via, come sterco, stando a Eraclito e altri, come il filosofo cinico Diogene, mentre merita rispetto per Democrito perché “tutto partecipa di un’anima di una qualche natura, persino i cadaveri”. Dall’antichità al medioevo, comunque, i filosofi continueranno a porsi una “molesta domanda”: “Come può essere definita la persona morta, se non è affatto una persona?”. Domanda che, a ben vedere, echeggia nel quesito ancor oggi privo di una risposta univoca sul “quando, precisamente, una persona è morta”. Se infatti, anche se non incontestabilmente, la morte cerebrale è stata assunta quale criterio largamente accettato in Occidente, nelle rappresentazioni collettive di altre civiltà “il fatto bruto della morte fisica non basta a consumare la morte nelle coscienze: l’immagine di colui che è morto di recente fa ancora parte del sistema delle cose di questo mondo; essa se ne distacca a poco a poco, con una serie di lacerazioni interiori” o, altrimenti detto, “come il corpo umano si decompone gradualmente e la sua carne, col tempo, lascia scoperte le ossa, allo stesso modo si ritiene che le persone allentino progressivamente il loro legame con la comunità”. Sensibilità diverse dalla nostra, e pure capaci di richiamare modi di sentire sopiti ma non del tutto dissolti. Lo provano intuizioni come quella di Maurice Blanchot che si sforza di mettere a fuoco le sensazioni che il cadavere suscita: “‘Qualche cosa è là davanti a noi, qualche cosa che non è né il vivo in persona, né una realtà qualsiasi, né lo stesso di colui che era in vita, né un altro, né altra cosa’”, per cui “ciò che risulta intollerabile all’occhio è ciò che lo affascina, trascinandolo vero un ‘insondabile nessun luogo’”.