Faccia a faccia con i grandi: perché scrivevano

Alessandro Piperno, Ogni maledetta mattina. Cinque lezioni sul vizio di scrivere, Mondadori 2025 (pp. 192, euro 19.50)

Non è solo la scrittura vivace, sciolta, arguta. È la consapevole disinvoltura con cui affronta gli autori, i grandi autori. Non si tratta di spavalderia intellettuale né tantomeno di ingenuità: sa che o si aggiunge l’ennesimo commento colto e corretto e complesso o si sceglie di riferire con precisione e schiettezza ciò che il confronto con un autore ha suggerito prima, fatto sedimentare poi, compresi paragoni e nessi a prima vista improbabili (Tolstoj e Sartre, ad esempio) e ritratti arrischiati, e pure tali da rivelarsi biografie essenziali (“Quando parliamo di Franz e di Marcel, infatti, parliamo di individui condannati a vivere sotto tutela, a rimanere figli ben oltre i limiti imposti dal buon senso, a non raggiungere mai la pienezza dell’età adulta”).

Ma, al di là della piacevolezza e del profitto che la lettura di questa raccolta di brevi saggi (in origine, corposi articoli pubblicati su “La lettura”, supplemento del “Corriere della Sera”) offre, è una lunga riflessione sullo scrivere quella a cui Piperno ci invita, mettendo a confronto la propria esperienza di romanziere con quella di lettore colto di romanzi d’altri. Ed è sul vizio che lo scrivere può diventare, sulla costrizione quotidiana o quasi a scrivere, sull’inquietudine o il vuoto allarmante che invadono le giornate in cui chi scrive non è riuscito a scrivere che l’autore si interroga: che cosa fa apparire una “terra di nessuno” l’intervallo “che separa il sollievo prodotto dall’aver appena licenziato un libro dall’impellenza di gettarsi a capofitto nella stesura del successivo”? Non se lo chiedeva, ma lo constatava lucidamente Flaubert: “Non c’è nulla di così terribile e al contempo consolante come una lunga opera davanti a sé. Ci sono tanti ostacoli da rimuovere e tante buone ore da passare!”. E lui è solo il primo degli scrittori che Piperno “chiamer(à) a testimoniare” delle ragioni che li obbligavano a mettersi al tavolo, davanti al foglio, con la penna in mano. Ragioni le più varie, ma che si può tentare di identificare in pochi essenziali moventi: ambizione, odio, senso di responsabilità, indignazione, piacere, conoscenza. Senza dimenticare però che, al fondo, ciò che motiva lo scrittore è la ricerca della felicità, una sua felicità, anche se non l’ammette e la trasfigura in “ispirazione” o la riduce “al suo contrario: nevrosi, tormento, dolore. Ma resta il fatto – e ogni scrittore in cuor suo lo sa – che non esiste opera letteraria, per quanto isterica, disperata e intrisa di pianto, che non sia figlia della felicità. Anche quando parla di morte, anche quando arde di sdegno, anche quando rimpiange o censura, la letteratura non può fare a meno di glorificare sé stessa, e in tal modo di celebrare la vita”. Persino quando sembra porsi in alternativa ad essa (“la vita o si vive o si scrive”, secondo Pirandello).

“La parte peggiore dello scrivere è che si dipende tanto dagli elogi”: “come sapeva molto bene Virginia Woolf, niente induce più alla dipendenza delle lodi. Proprio come i soldi, l’alcol, il sesso, quelle piccole carezze non ti bastano mai. (…) Forse è meglio lasciare la ricerca di consenso ai politici, agli influencer, insomma a chi ne ha fatta una ragione di vita”. Non seguire insomma le orme di Balzac che, onestamente, “sbozza, modellandolo su sé stesso, l’identikit dell’arrivista delle lettere”, o come Fitzgerald, in cui sono indistinguibili “la brama di successo e l’ossessione per la bella vita”. Ma tutto cambia a partire dagli anni Ottanta, quando “il successo non è più un obiettivo da perseguire con pazienza, ma un punto di partenza ineludibile”: dopo l’uscita di American Psycho, Ellis paragona la celebrità raggiunta a quella di “una stella del cinema e dello sport”, in cui l’opera sembra passare in secondo piano rispetto alla figura dell’autore.

E se le ambizioni, il desiderio di riconoscimento vengono frustrati? Ecco allora l’odio, da non confondere con il risentimento e l’invidia essendo un sentimento a suo modo fecondo, potendo stimolare scritture come quella di Thomas Bernhard (tanto che “certe volte leggendolo ti chiedi che ne sarebbe stato delle sue opere narrative se le avesse depurate dall’odio per i suoi compatrioti”) o di Céline, a confronto del quale “persino la collera di Bernhard trascolora”, perché “l’odio per l’Austria del dopoguerra” non ha paragone con l’odio per una Francia che “diventa agli occhi di Céline il testimone di una perversione morale dalle radici secolari”. Non è detto però che questa disposizione debba sempre tradursi “in un registro assordante e monotono”, ne sono testimoni le pagine di Flaubert, in Bouvard e Pécuchet soprattutto, e di Musil sulla stupidità: “se di dentro la stupidità non somigliasse all’intelligenza, se di fuori non si potesse scambiare per progresso, genio, speranza, perfezionamento – nota lo scrittore austriaco –, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe”. Una menzione meritano anche gli autori il cui odio si converte in desiderio di farsi odiare, primo fra tutti Michel Houellebecq.

Niente di più lontano dallo “scrittore-responsabile”, mosso da un bisogno di comunicare “fomentato da un altrettanto feroce impulso pedagogico. Tormentato dal proprio privilegio, sente il dovere di mettere le conoscenze che ha e il lavoro che svolge al servizio del prossimo. Non solo è convinto che la letteratura possa cambiare il mondo, ma ritiene che se non tenta di farlo non è letteratura”. Mann e Sartre sono gli esempi a questo proposito più significativi. Il primo, apprezzato ancora oggi “soprattutto in certi cenacoli progressisti” nonostante l’accusa mai del tutto tramontata “di essere un irredimibile conservatore” per via delle sue Considerazioni di un impolitico, “è troppo ironico per osare spiegarci, come tra breve farà Sartre, a cosa serva la letteratura. Ma è evidente che – innanzitutto con la sua intensa attività pubblicistica – si colloca dalle parti di coloro che credono nel valore universale dell’arte” e nel ruolo dei romanzieri quali “detentori dello spirito del tempo” quali, a sua detta, furono Goethe e Tolstoj, incarnazione degli “spiriti dei loro popoli”. “Chiaro che – osserva ironico Piperno –, con la dovuta discrezione, Mann si senta pronto a raccogliere il trono lasciato vacante da questi solitari titani”, riconoscendosi certamente nella convinzione dello scrittore russo secondo il quale scopo dello scrivere non può essere il piacere (né tanto meno la celebrazione del mito dell’art pour l’art di un Flaubert o di un Baudelaire), ma il messaggio pedagogico che può veicolare. (Che poi il vecchio Tolstoj abbia “un bel lottare contro la sua stessa natura” mettendo “in campo tutte le sue virtuose teorie sull’arte” senza per questo riuscire a “cancellare il suo sovrumano talento nel dare piacere al lettore” è un’altra faccenda…).

Campione del partito degli scrittori responsabili resta comunque Sartre la cui vocazione, dopo l’“alternanza tra divagazioni filosofiche e opere narrative (…), dal secondo dopoguerra sembra rattrappirsi in una visione talmente radicale da spingerlo a rifiutare qualsiasi forma d’arte che non sia utile al progresso dell’umanità. Se Tolstoj è dedito a Dio e al popolo, Sartre si consacra totalmente alla causa comunista e alle ragioni del proletariato”, ma entrambi sono preda di “una smania normativa” che sconfina nel moralismo: “pare quasi che sia Tolstoj che Sartre considerino l’arte una cosa troppo seria per essere lasciata nelle mani degli artisti. Un’arma troppo potente per non essere utilizzata in modo più assennato e produttivo. (…) Non si scrive per sé, quindi, ma per gli altri, per essere utili al prossimo”. Ossia, per Sartre, per “superare una volta per sempre il modello borghese e capitalista favorendo l’avvento di una società senza classi”.

Nessun commento ironico, in questo caso, ma il riconoscimento che “per quanto obsoleta e un po’ ridicola possa apparirci oggi, la retorica sartriana non va presa sottogamba”, la questione dell’impegno in letteratura è di quelle che vanno maneggiate con delicatezza: “benché, come si sarà capito, abbia un debole per gli scrittori ritrosi e impolitici – precisa l’autore – , non mi arrogo il diritto di negare a chi ne senta l’esigenza di mettere la propria carriera artistica al servizio della collettività”. Rispetto dunque per posizioni come quelle di Sartre, dissenso invece dal suo giudizio che pone “sullo stesso piano le intime convinzioni politiche di Flaubert (assai vaghe) e la sua opera” in ragione dell’identificazione di questa con “l’uomo che vi si nasconde dietro”: “anche se Sartre finge di non accorgersene, non c’è frase uscita dalla penna di Flaubert, per preziosa che sia, che non suoni come un J’accuse”.

Pieno accordo quindi con Milan Kundera, per il quale “sospendere il giudizio morale non costituisce l’immoralità del romanzo bensì la sua morale”, e vicinanza con Italo Calvino, “il cui itinerario artistico appare diametralmente opposto a quello sartriano. Se il giovane Calvino, il Calvino dell’immediato dopoguerra, forgiatosi nella temperie resistenziale piemontese, sembra avere le idee chiare sulla funzione dello scrittore nella nuova società italiana che si va sviluppando, il Calvino più attempato sembra prendere le distanze da quelle sue certezze giovanili”, tanto che “nessuno oggi sarebbe disposto a considerare Calvino il classico “scrittore impegnato”. Di fatto non ha mai ripudiato le proprie convinzioni politiche. Era comunista e tale è rimasto. A essere cambiato è il suo punto di vista sulla letteratura. La sua ariostesca devozione alla fantasia e alla peripezia lo rende il campione di un genere di letteratura che non si può certo definire responsabile”. (Il che si accorda – credo si possa aggiungere – con il riconoscimento di Calvino quale moralista, le cui prese di posizione sembrano addirittura suonare sempre più attuali, e illuminanti).

Senz’altro diversa – e lontanissima dalla concezione dello scrittore pedagogo – l’esperienza che Piperno apertamente illustra: “più di una volta, nel corso della mia ultraventennale carriera di romanziere, sono stato invitato a esprimermi su questioni politiche che mi riguardavano del tutto incidentalmente, come se avere un’idea precisa sulla fame nel mondo, le morti sul lavoro o i disastri ambientali fosse un mio precipuo dovere professionale. Ogni volta che a questo genere di sollecitazioni ho opposto un cortese diniego mi sono trovato a dover gestire la delusione, se non addirittura l’ostilità, del mio interlocutore. (…) Perché si pretende che i narratori mettano in piazza le loro idee politiche? Perché si crede che siano tenuti a farlo, che sia un dovere deontologico? (…) potrei vantarmi di non aver mai firmato alcuna petizione e di non aver mai esibito alcuna presa di posizione pubblica. Se non l’ho fatto è solo perché considero le mie private scelte di cittadino del tutto irrilevanti. Non le ritengo qualcosa di cui andar fiero né qualcosa di cui vergognarmi. (…) il mondo è quello che è, non sarà certo l’impegno di un autore a stravolgerlo”. Pensarlo, comporta “una frustrazione che ci mette niente a degenerare in indignazione”.

L’indignazione, appunto, altro motore di scrittura, soprattutto quando dettata da concrete tragiche esperienze che ne fanno una testimonianza. E qui a imporsi è la figura di Primo Levi, prova evidente del fatto che “non si nasce scrittori, lo si diventa per scelta e a costo di tanti sacrifici”, ma anche disponendo di uno stile, fatto di nettezza e pacatezza, “funzional(e) allo scandaglio degli abissi che si è messo in testa di perseguire”, a costo di accettare una “vocazione fatalmente ancorata a una forza che lo soverchia e lo trascende”, facendo dello scrivere non “un piacere e, a pensarci bene, neanche un dovere. Per lui scrivere è una condanna”.

All’estremo opposto Vladimir Nabokov, che provocatoriamente dichiarava: “I miei piaceri sono i più intensi che l’uomo conosca: scrivere e cacciare farfalle”. “Non sono molti – osserva Piperno – gli scrittori che, pur pensandola al medesimo modo, sarebbero disposti ad ammetterlo con la stessa impudenza. Di solito l’artista consapevole è più incline a lamentarsi e a fare la vittima. Nabokov no. Lui ostenta la propria felicità con l’insolenza di un bambino.

Pur con tutt’altra intonazione, elegge il piacere personale a motivazione e scopo dello scrivere Tanizaki Jun’ichirŌ: “Se il mondo non ci accoglierà ci rassegneremo, consapevoli di non aver fatto ancora abbastanza, oppure capiremo che la nostra arte, rispetto al lavoro degli antichi, non possiede nulla di eccezionale, che è inevitabile rimanere sepolti dall’anonimato e allora, verso il mondo, continueremo a operare soltanto per nostro profondo diletto.”

“Il bene supremo di cui dispone uno scrittore – conclude Piperno, descrivendo una disposizione opposta a quella da cui era partito, dettata dall’insaziabile bisogno di riconoscimento – è il suo lavoro. Per mediocre che sia il suo talento, è chiamato a metterlo completamente al servizio dell’opera. Il gesto di scrivere, l’impegno che mette nel farlo conferiscono un senso alla sua vocazione. Il piacere che deriva dal compierlo nel migliore dei modi e a proprio esclusivo beneficio e appagamento non pretende un riconoscimento sociale. Il solo premio in serbo per questo anacoreta delle lettere è la consapevolezza di aver raggiunto il giusto grado di autosufficienza artistica. Questo sì, un vero lusso”.

Come diceva Roland Barthes, “Se leggo con piacere questa frase, questa storia o questa parola, è perché sono state scritte nel piacere”.

La passione della conoscenza, infine. “Dickens e Tolstoj erano attratti da ciò che conoscevano. Per questo non vedevano l’ora di esprimere quel che, a costo di mille battaglie, erano riusciti a capire delle persone e del mondo. (…) i loro romanzi sono illuminati dalla grazia dell’onniscienza”.

“Non altrettanto si può dire di Proust e Kafka, la cui inchiesta romanzesca è protesa soprattutto verso ciò che non può essere conosciuto. A rendere l’esperienza del Narratore della Recherche e quella dell’agrimensore così affini è l’indecifrabilità del reale. Se Proust cerca conforto nelle Grandi Leggi che regolano il corpo sociale, Kafka, non disponendo di alcuna certezza, brancola nel buio.

“Tra i motivi che spingono a scrivere che ho cercato di illustrare in questo libro – conclude l’autore – il desiderio di conoscenza mi pare non solo il più nobile, il più estenuante, il più difficile da perseguire, ma anche il più artisticamente proficuo. A distinguere gli scrittori che ne hanno fatto il fulcro della propria vocazione è un sentimento che coniuga impulsi solo in apparenza in contrasto: umiltà e ambizione”. E in questo senso, “per quanto incomparabili, gli stili di Proust e di Kafka hanno soprattutto questa cosa in comune: un’attitudine alla cautela e alla sospensione. (…) sia Proust che Kafka procedono a tentoni, quasi ignorassero la meta verso cui sono diretti.

Un’attitudine, viene da dire, che sentiamo più che mai nostra, in sintonia con i tempi che viviamo.

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