
Mario Vargas Llosa, La zia Julia e lo scribacchiano, Einaudi 2022 (pp. 464, euro 14)
Non finivo mai di guardare, da bambino, le tavole di Jacovitti che, come un moderno e scherzoso Bosch, riempiva la scena di una miriade di personaggi bislacchi, intenti ognuno ad azioni allegramente insensate. Un teatro di questo genere è lo sfondo su cui si muovono donne e uomini, giovani e vecchi, ricchi e poveri in questo romanzo animato da un irrefrenabile piacere di raccontare, in quel modo – forse l’unico possibile – che è scrivere come se si raccontasse.
Un piacere che dall’autore si trasmette al lettore passando per i protagonisti del romanzo, che scrivono o vogliono scrivere: dall’autore di romanzi radiofonici che sette giorni su sette dalla mattina alla sera non fa che battere sulla sua macchina da scrivere storie aggrovigliate e strappacuore al diciottenne che, anche lui per la radio, cura la cronaca e ne estrae fatti e fatterelli su cui tenta di costruire racconti che puntualmente getterà nel cestino.
La scrittura è il fulcro attorno al quale la narrazione ruota, alimenta tuttavia da un altro fattore decisivo: l’amore, un amore assoluto che non cerca le proprie ragioni e non distingue lo spirito dalla carne. Tale è l’amore del giovane che ama, alla fine riamato, la zia ultratrentenne, che affettuosamente si presta ad ascoltare gli esprimenti narrativi del nipote-amante.
Fantasiosa e paradossale, la storia ha tuttavia precisi riferimenti autobiografici, tant’è vero che la prima moglie di Vargas Llosa, riconosciutasi nella zia Julia, scriverà, per ristabilire la verità dei fatti, un controromanzo. Al quale – come altri romanzieri, Thomas Mann in testa – Vargas Llosa risponderà cercando di spiegare le proprie ragioni, le ragioni dell’arte: nel mio libro – parola del suo autore – “ci sono più invenzioni, tergiversazioni ed esagerazioni che ricordi e, scrivendol(o), non ho mai preteso di essere aneddoticamente fedele a certi fatti e a certe persone anteriori ed estranee al romanzo. (…) sono partito da alcune esperienze ancora vive nella mia memoria e stimolanti per la mia immaginazione e ho fantasticato qualcosa che riflette in modo molto infedele quei materiali di lavoro”.

“La letteratura trova spazio vitale solo nella coesistenza di quanto è vero e di quanto è falso” chiosa nella sua nota finale Angelo Morino, scrittore, traduttore di principali romanzieri ispano-americani, studioso in particolare di Vargas Llosa. E del resto, già l’esergo scelto dallo scrittore chiariva la natura del suo lavoro, privo di secondi fini e, si direbbe, risolto in sé stesso: “Scrivo. Scrivo che scrivo. Mentalmente mi vedo scrivere che scrivo e posso vedermi vedere che scrivo”. E così lui stesso, lo scrittore, si perde nella folla dei suoi personaggi, non diversamente da loro preso da un’occupazione che sembra non aver altro fine che quello di perpetuarsi. Il che si rappresenta, giungendo all’estremo, nell’indefesso produttore di storie da leggere alla radio in puntate quotidiane. Il quale, da un certo punto in poi, comincia a confondersi, a sovrapporre l’uno all’altro i suoi personaggi facendo tornare in vita chi aveva fatto morire in una puntata precedente, disorientando così anche gli ascoltatori.
Non diversamente dagli autori di serie infinite che passando da una stagione all’altra, sull’onda del gradimento ricevuto, finiscono per disorientare chi guarda e che, del resto, neanche pretende più, a quel punto, di seguire una trama coerente.