
Emanuele Trevi, Mia nonna e il Conte, Solferino 2025 (pp. 128, euro 15)
“Sarebbe difficile concepire una storia più spoglia di eventi – tanto che dubito si possa, tecnicamente, definirla una storia. Me ne scuso con le lettrici e i lettori: che giustamente, da ciò che leggono, esigono un attendibile, rivelatore concatenarsi di eventi memorabili. Mentre io non ho da offrire loro che la mia meraviglia, la mia ammirazione per (…) due vecchi che stavano bene insieme, che si godevano il tempo rimasto”.
Lei, la vecchia nonna dell’autore; lui, un altrettanto stagionato “Conte”, studioso dei Borboni e del regno delle due Sicilie, ma anche uomo dotato di una qualità rara: “Sembrava capace di saturare ogni minimo gesto di un’intensità rivelatrice: come se, nello stato di perenne e affannosa distrazione in cui passano i nostri giorni, lui si ostinasse a considerare i significati riposti di ogni minimo dettaglio”. Insieme, i due “protagonisti di questa storiella sentimentale, il Conte e mia nonna, in teoria stavano navigando sul mare torbido di un’età anagrafica che è fin troppo facile considerare decrepita, disillusa, terminale. Ma a vederli seduti all’ombra della magnolia quei due sembravano godersi una specie di incredibile primavera fuori tempo massimo”. Coppia anomala, dato che “non scopavano, e non litigavano”, eppure saldata da una regola non detta: “non si infliggevano a vicenda le variazioni del loro umore, che sono lo spettacolo più turpe e deprimente che offriamo al prossimo. Se erano nervosi, o annoiati, o impauriti dall’idea della morte, come capita più o meno a tutti, non ritenevano di doversene informare a vicenda più di quanto ritenessero opportuno sapere se l’altro avesse fatto la cacca regolarmente, o avesse preso la pasticca per la pressione”. Il fatto è che “non li sfiorava nemmeno l’idea (insieme romantica e psicotica) di appartenersi – nessuno si appartiene a questo mondo, e nemmeno rinchiudendola in cantina o mangiandola pezzo per pezzo potresti affermare che una persona è tua. E tutta questa evidente mancanza di intimità non poteva essere imputata alla vecchiaia, o al carattere orgoglioso e timido di entrambi, come se fosse una specie di difetto o di limite. Tutto al contrario, a loro non mancava nulla: come solo può accadere a chi sa essere reciprocamente gratuito”. Di quila mancanza del desiderio di conoscersi nel profondo, desiderio che in genere connota i protagonisti delle storie d’amore. Ma “perché mai dobbiamo conoscere i segreti di chi amiamo, e ricambiarli con la stessa imbarazzante moneta? Loro sapevano ben poco l’uno dell’altra, e forse anche, per colmo di saggezza, di loro stessi”, tanto da far “pensare a due che si fossero incontrati in treno, godendosi l’opportunità di ingannare in compagnia la noia del viaggio, senza nemmeno aver capito bene il nome della persona che avevano di fronte. Forse il paradiso è proprio questo, un luogo di incontri casuali e provvisori, una vita simile a quella delle particelle subatomiche. Quanto tempo gli era rimasto? Sarebbero scesi alla stessa stazione? Non potevano saperlo, nessuno può saperlo”…
Ecco dunque, in sintesi, le ragioni che hanno indotto a scrivere questa vicenda, riassumibili in un’unica, decisiva constatazione: “si trattava di uno spettacolo molto istruttivo, illuminante”, capace di dimostrare che “si poteva stare insieme bene”.
Al di là di questa, un’altra motivazione percorre tuttavia il racconto: il Tempo e la sua azione corrosiva. “Arriva quel momento della vita in cui le storie ti restano in mano come il cerino del proverbio, che tu le abbia capite bene o no sei rimasto l’unico in grado di raccontarle prima che il buio universale della dimenticanza le inghiotta per sempre”. E tra queste, le storie familiari, testimonianza del fatto che, “non diversamente da noi, anche chi ci ha preceduto nell’effimera condizione di viventi ha scontato le sue pene e afferrato al volo i suoi piaceri, arrangiandosi come poteva, sempre cercando qualcosa che sempre sfuggiva, e trasmettendo alle generazioni future una mancanza, un vuoto centrale che nessuno, fino alla fine dei tempi, sarà mai in grado di colmare”. È forse anche per questo che “gli uomini prendono nota di tutto, mischiando allegramente le cose importanti e le cazzate, ma questo scrivere non è affatto un sostituto efficace della memoria, semmai è un caos dove tutto affonda e perde i suoi contorni, una forma definitiva di dimenticanza”. La scrittura si misura quindi con il Tempo, ma, contro la sua volontà, finisce per fare il suo gioco. Anche se solo scrivendo di altri, soprattutto di altri vissuti nel passato, secondo stili di vita diversi dai nostri, si può prender le distanze dal presente, e da noi stessi: “I nostri antenati si accontentavano più facilmente – e non erano scemi. Accettavano dosi per noi intollerabili di noia, considerata come la mollica nel pane della vita, se mi si perdona l’espressione un po’ barocca. Se siamo più infelici di loro, lo dobbiamo alla nostra megalomania, che trasforma in gravi problemi cose normalissime, come il fatto che il desiderio scemi e si estingua rapidamente dormendo ogni notte con qualcuno, o che questo qualcuno non sia affascinante e spiritoso come sarebbe auspicabile.
Mia nonna non aveva nemmeno la più pallida idea di cosa significasse ‘realizzarsi’ nella vita. Se c’è una cosa che aveva imparato presto, è che gli esseri umani non si realizzano mai, semmai tirano avanti come possono e alla fine vanno a farsi fottere in fondo allo stesso pozzo”.

La storia della nonna e del conte, esemplare e sapida, appare via via il pretesto per parlare di questi due contendenti, il Tempo e la scrittura, appunto. La scrittura come terreno sul quale si gioca il senso dell’esistenza, rivelandosi – confessa l’autore – “impossibile, per il resto della vita, prendere sul serio qualcosa quanto ho preso sul serio leggere e scrivere, come si trattasse di una specie di religione a cui mi sono consacrato, assoggettandole tutta la mia esistenza. (…) Ma la mania di scrivere non si misura solo, come per molte altre attività, dalla costanza e dalla dedizione, perché ha il potere di infilarsi anche nel suo contrario, così che, come avrei ben presto imparato, la si percepisce con maggiore intensità proprio nei giorni o nei periodi più lunghi in cui non si scrive nemmeno una parola, finendo per rimanere impigliati in una specie di ragnatela nevrotica in apparenza fragile, ma inestricabile”. Non al punto però di oscurare l’intento essenziale dello scrivere: “Non sapevo nemmeno bene di cosa volessi parlare nel libro che sognavo di scrivere, e ci avrei messo ancora tanto a capirlo, ma di una cosa ero sicuro: nelle pagine di quel libro (…), tutto ciò che era scomparso nel passato, esiliato nell’assenza e nella dimenticanza, avrebbe ripreso corpo, come se fosse sempre rimasto lì, come se davvero esistessero, in questo mondo tiranneggiato dal prima e dal dopo, dove ogni dopo è il lupo che divora l’agnello del prima, aspettando il suo turno per fare la stessa fine… come se davvero esistessero luoghi di ristagno e persistenza, affrancati dal divenire”. Luoghi come la casa e il giardino della nonna, “dove la campana della chiesa, con i suoi puntuali e indifferenti rintocchi, ricordava ogni quarto d’ora a uomini e bestie che gli anni scorrono in una sola direzione senza fermarsi a chiedere la strada a nessuno, e che pure tutti noi, che siamo fatti di mesi e anni ancora più che di carne e sangue, scorriamo senza sosta, come acqua piovana nella grondaia del mondo. Ma se il tempo non si ferma mai, è pure vero che tiene nascosti fino all’ultimo traguardo, come il più dozzinale dei romanzieri, i suoi colpi di scena e le sue idee più geniali”.
Ed è stato certo uno di questi colpi di scena l’instaurarsi di quello speciale rapporto di cui si racconta, indefinito e pure irripetibile: “Non riuscivo a capire bene di cosa si trattasse. Ma intuivo vagamente che quei due, chissà come, erano riusciti a rallentare il tempo. Non potevano certo abolirlo, tantomeno invertirne il corso, ma in determinate condizioni è concesso agli esseri umani, o meglio a certe coppie di esseri umani, il potere di rallentarlo. (…) Ma come tutti i poteri umani, anche questo è incapace di mutare la natura delle cose, dotata delle sue inflessibili leggi nullificatrici. Si può solo addolcirla, forse, in modo che l’effimero, rimanendo tale, produca la lieve illusione, il profumo delicato e inafferrabile dell’eterno”.
Non fa eccezione, come si è detto e si torna a dire in questa appassionata testimonianza di fedeltà alla pratica dello scrivere, questa stessa pratica: “in fondo in cosa consistono le nostre storie se non di qualche misera traccia sbiadita nella polvere del tempo, abbandonata alle intemperie, semisepolta dai calcinacci?”.
In definitiva, “quello che è scritto è scritto, e verrà il giorno in cui tutti i quaderni, tutti i libri, tutti i messaggi sui muri dei gabinetti arderanno insieme nell’ultima fiammata, mescolandosi alla cenere del mondo”.