I tempi del mondo

12/05/2014 | Scritto da Carlo Simoni

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La vita di un uomo di scienza del primo Ottocento, Giambattista Brocchi, e le sue idee, note negli ambienti scientifici europei e apprezzate da Darwin, costituiscono il filo conduttore di una biografia immaginata, costruita sulle testimonianze di coloro che lo svolgersi stesso del romanzo mette in scena e che entrano via via in contatto con il protagonista.
La figura e la vicenda umana di Brocchi, studioso appassionato e irrequieto viaggiatore, emergono così da un intreccio di ricordi che assumono spesso la consistenza di narrazioni parallele. Come quelle del minatore e spaccapietre Antonio, dell’amico collega al Liceo di Brescia Rosetti, del medico filosofo Aldobrandi, e di Giovanni, un ragazzo che è testimone del suo ultimo viaggio. È tuttavia Nicolò, un giovane benestante bresciano, schivo e, al contrario di Brocchi, riluttante all’azione e agli spostamenti, a tener le fila della narrazione offrendoci il diario del suo lavoro teso a ricostruire la vita del “Professore”, le sue indagini e le sue battaglie in campo scientifico, i suoi amori e le sue peregrinazioni, sino alla fine in terre lontane.
Dal proprio lavoro, Nicolò ricava non soltanto i fatti che hanno costellato una vita, ma la sua storia intima. La storia di un’interminata ricerca capace di sondare, e comparare, i tempi del mondo: dagli abissi delle ere geologiche alle distese sterminate delle età dei viventi, dal lento procedere della storia umana attraverso i secoli e i millenni al rapido volgere delle stagioni dell’esistenza di ognuno.

Quelle che seguono sono alcune pagine del romanzo che racchiudono episodi salienti della vicenda di Giambattista Brocchi.

[L’incontro con Giambattista Brocchi, “il Professore”]

Se non mi fossi quel giorno precipitevolmente ritirato nella biblioteca, per sottrarmi alla vista e così fuggire l’arrivo di Adalberta, mai avrei raccolto questi libri, e fascicoli, d’una materia allora a me ignota, né fatto correre la mia penna su tutti questi fogli che ormai compongono tante pile ordinate da empir due armadi. Adalberta contava allora quattordici anni, due meno di quelli cui io ero giunto, e pure era già a me promessa, come le sue due maggiori sorelle lo eran state ad altri rampolli ben nati, per volere del padre e della madre, che nell’estate tenevan residenza in una villa non distante dalla nostra. Era così nata fra le due famiglie – noi, i Grisetti Martini, e loro, i Lanti de Chieri – una conoscenza che s’era via via fatta deferente familiarità, e mentre il mio genitore e quel di lei discorrevano di vendemmie e di cacce, le signore madri avevan guardato più in là della stagione, e avevano disposto ciò che i consorti avrebbero creduto poi di statuire secondo il loro paterno imperio.
Le visite degli uni agl’altri, che da tempo si eran fatte consuetudine, avevano così aggiunto al diletto che a loro procuravano, il beneficio di esser motivo d’incontro tra i due giovinetti. Non era la loro amicizia, tuttavia, che quegl’incontri avevano di mira, e men che mai l’eventualità che ne nascesse un sentimento che la sopravanzasse, ma unicamente l’adempimento del precetto che stabiliva due promessi doversi conoscere, cioè vedersi l’un l’altro, e fin discorrere, alla presenza dei genitori o di alcuno cui essi s’affidassero. Era stato perciò don Giovan Angelo, maestro spirituale di entrambe le famiglie, o il maestro Soltini, che educava alla musica Adalberta, a seguirci vigile nel parco in quei pomeriggi nei quali avrei voluto esser distante cento miglia, convinto che anche la fanciulla li avesse in dispetto e che la sua gioiosità, in quelle ore, fosse non già frutto del piacere che ne potesse ritrarre ma solo del suo spirito d’obbedienza, assai più saldo del mio, e tale da impedirle che quell’allegria, a me importuna, si lasciasse in lei rannuvolare dall’obbligo.
Eran comunque i primi momenti i più odiosi, quando tutti ci guardavano come fossimo solo allora comparsi al mondo e ci conducevano uno davanti all’altra, a star come le marionette che mio fratello muoveva nel suo teatrino, ed io ero indirizzato dalle raccomandazioni che mia madre aveva fatto precedere alla visita, ed ora dai suoi occhi, a far un cenno di inchino ad Adalberta come in un preludio di baciamano, mentre era lei tenuta ad aver gli occhi a terra. Ma sorrideva, a quanto m’era dato di vedere, d’un sorriso che non sapevo come potesse apparirmi di sodisfazione, quasi fosse lei stessa l’artefice compiaciuta di quella commedia.
Quel pomeriggio d’una domenica di Giugno, dunque, non volli obbedire a quel dovere. Sentito il cigolar delle ruote della carrozza dei nostri vicini egregi, corsi fuor della mia camera, senza indossare la giacca, e scesi di corsa la scala che portava all’atrio dove di lì a poco i miei genitori si sarebbero presentati a render omaggio ai visitatori, e questi affacciandosi avrebbero pronunciato studiati complimenti come varcassero per la prima volta quella soglia.
Su quell’atrio dava però anche la porta della biblioteca, e fu lì che entrai, richiudendo senza rumore dietro di me il battente bianco e dorato. Rimasi dietro ad esso in silenzio, ascoltando le voci che già si udivano e attendendo col cuore in gola l’echeggiare del mio nome. Ma ciò non avvenne. Che Adalberta quel giorno imprevedutamente non fosse venuta, e dunque neanche me si cercasse? Ma ecco che il riverisco di quella si udì chiaro, e subito dopo il trapestio di due servitori che salivan le scale, certo inviati da mia madre a sollecitarmi a scender dalla mia camera e a presentarmi sulla nota scena.
Le voci calarono: eran certo passati al salotto, essendo la giornata calda e torrido il giardino, risonante di cicale.
Come se il silenzio mi restituisse la vista, fin a quel punto ottenebrata dall’esser repentinamente passato dal chiaro dell’atrio alla penombra della biblioteca, solo allora vidi, sul podio che coronava l’alta e fragile scala che giungeva sin agl’ultimi scaffali, un uomo, fermo come una statua. Mi volgeva le spalle, e fu per questo che non lo riconobbi che quando mi mossi, senza far rumore, e potei vederlo di profilo. Gli occhialetti sulla punta del naso, come gli avevo visto solo quando era intento a compilar i registri della tenuta di caccia: a far di conto, dunque, non a leggere. E stava invece leggendo ora, come un abate. Un libro trattenuto sotto il gomito sinistro, e un altro aperto tra le mani. Il naso affondato fra le pagine, i capelli bianchi ad aureolare la testa, immobile. Solo gli occhi dovevan muoversi da una riga all’altra.
Stava lassù sospeso come un uccello, un vecchio uccello, più ossa ormai che piume, come certi grossi corvi, regali pur nella loro goffaggine, pesanti anche se smagriti e pur capaci ancora di levarsi in volo. E poco mancò in fatti che cadesse rovinosamente di lassù quando, sentendo d’esser guardato, si riscosse: il libro che teneva stretto sotto il braccio cadde vicino ai miei piedi, ma come aggrappandosi a quel che teneva in mano, l’uomo riuscì a ritrovar l’equilibrio e cauto ridiscese, sorridendomi come sempre faceva al vedermi.
Era Antonio. Il servitore che mio padre aveva elevato a intendente dei terreni in cui amava esercitare coi pari suoi l’arte di prender a fucilate lepri e fagiani, e volpi, tassi ed ogni altro essere fosse buono a farsi rincorrer dai cani.
Che cosa cercate, Antonio?
Oh, be’, certe notizie…
Su quale argomento?
Ma subito mi pentii di quella mia curiosità che temevo potesse suonar volontà di controllo, e mutai discorso col raccontar che stavo anch’io cercando un libro. Di geografia, improvvisai.
Ecco, sì, è un libro di geografia questo, si animò Antonio.
Di geografia? e di quale luogo tratta?
Delle terre che stanno attorno a Roma, e più oltre, dei monti di là. Ce n’è uno che si chiama Soratte, diceva scendendo dalla scaletta, e mi mostrava la pagina che così attentamente stava leggendo lassù.
Vides ut alta stet nive candidum Soracte?
Antonio mi guardò incerto: che mai gli avevo domandato?
È Orazio, Antonio, un poeta di Roma che parlava del Soratte. Ma stiamo dunque studiando le stesse cose? Gli chiesi ridendo, incredulo e divertito.
Ma anche questa volta ebbi a pentirmi: l’espressione di Antonio era adesso quella che assumeva di fronte a mio padre, quando si controllavano i registri a verificar le legne vendute o l’erba ceduta ai contadini.
Volevo dire che anche a me è toccato d’incontrare il Monte Soratte, studiando il latino. Ma voi perché ve ne occupate?
Perché là è stato il Professore, sapete…
Quel vostro antico padrone che vi manda lettere e plichi, di tanto in tanto?
Sì, lui.
Non ve l’ho mai chiesto: che cosa insegna?
Nulla, non insegna. Studia, cerca…
Ma perché al Soratte, e non a Roma, dove son biblioteche sterminate?
Lui studia quel che vede, studia viaggiando…
La porta della biblioteca si spalancò d’un colpo: mia madre, che l’occupava tutta con l’ampia gonna, pareva una furia. Gli occhi fiammeggianti, ancor prima della giacca che mi porgeva, bastavano a dirmi quel che intendesse.
Mi parai davanti ad Antonio, quasi a proteggerlo da quei lampi, e uscii nell’atrio, seguendo mia madre che entrando nel salotto, il volto ridente ora e la voce squillante, inaspettatamente mi circondò affettuosamente le spalle con un braccio informando gli astanti che Nicolò era fatto così: quando studiava se ne andava dal mondo, si rintanava in biblioteca e le voci che venivan dagli antichi autori erano le uniche che potesse udire. E così dicendo mi conduceva tra i divani dove i Lanti de Chieri se ne stavan a sorseggiare rosolio e caffè, e tra di essi lei, Adalberta, che naturalmente sorrideva e abbassando gl’occhi, nell’alzarsi, mi porse la mano.
Fu quel Nicolò di cui mia madre aveva parlato a porgere l’omaggio dovuto, non io, che ero rimasto con Antonio, e m’aggiravo alle falde del Monte Soratte, quasi sperassi di potervi incontrare il Professore, e non quei che avevo d’attorno.

***

[Brocchi visita una miniera abbandonata con Antonio, ex minatore]

Fosse stato per lui sarebbe passato senza vederla. Certo era imboscata, e la si poteva prendere per uno di quei ripari per le pecore. Ma la bocca c’era.
È qui, Professore, gli ho detto. Lui è tornato indietro.
Dove?
Ho tolto la roncola dalla cintura e ho aperto il passo: qui, vedete?
Si è avvicinato alla bocca.
Veniva un vento freddo e si sentiva acqua che correva. Guardava nel buio lui, poi ha buttato un sasso. Si è sentito subito il rumore: non va giù, ho detto io. Non ci sono pozzi qui dalle nostre parti. Le gallerie van quasi in piano.
Ho preso la boccia dell’olio dal sacco, l’ho messo nella lucerna, ho aggiunto lo stoppino e ho acceso.
Vedete? Non va giù.
Mi sono piegato, e sono entrato. Lui dietro.
Attento alla testa, gli ho detto. È facile batterla.
Si camminava nell’acqua, ma si camminava.
Guardate qua, Antonio, ha detto lui. Era quel che restava del carretto che lì avevano usato per portar fuori la vena: qui si poteva far così, e anche avanti per un po’, ma poi si fa stretta e il carretto non ci passa più. Occorre portare a braccia.
Mi ha chiesto di illuminare una zocca. Gli ho detto io che si chiamava così quel pilastro che avevano lasciato per tener su il tetto. Lì han potuto lasciare una zocca. Più in là invece, gli ho fatto vedere, han dovuto mettere dei puntelli, di legno. Erano piegati, mezzi marci.
Andiamo via di qua, ho detto.
Abbiamo preso a destra, e siamo arrivati alla camera grande. La luce non arrivava al tetto. Lui è stato a guardare palmo a palmo le pareti. Si è fermato, e ha preso il suo libricino, come per scrivere, ma lì non si poteva e l’ha rimesso nella scarsella.
Dopo un po’ la via che seguivamo s’è fatta di nuovo stretta.
Come ci passa un uomo per di qua? ha chiesto lui.
Non un uomo, un ragazzo. Sono ragazzi che portano fuori il minerale con le ceste. Di dieci undici anni, ho risposto. Massimo quindici.
Abbiamo preso per un’altra via, che sapevo ci riportava da dove eravamo venuti, ma per prenderla occorreva salire, perché non si vedeva ma eravamo sempre andati in discesa. Poco, ma in discesa. L’ho aiutato a venir su. I gradini che avevano fatto nella roccia adesso erano coperti di terra, e si scivolava.
Poi, mi sono accorto che era rimasto indietro qualche passo, e mi chiedeva di illuminare. Osservava una zoncatura, uno di quei tagli che traversano dall’alto al basso la roccia, e ne cavava con le mani la pietra fatta quasi terra.
È vena troppo matura, gli ho detto. Lui mi ha guardato senza dir niente.
Dal colore della fiamma ho visto che era ora di tornar fuori.
Di già? ha chiesto lui.
Non ci ho mica messo tutto l’olio che ci sta, ho detto. Se no potevamo star dentro sette ore. Tanto dura l’olio, tanto la giornata.
Mi meraviglio che non diano più olio ai mineranti per allungar loro il lavoro, ha detto.
Nessuno dà l’olio, ho risposto, né la polvere per la mina, né la mazza la punta e il badile e il piccone: tutta roba che dobbiamo avere noi. Comprata con quei trenta soldi alla giornata che sono rimasti quelli che prendevo io quando venivo qui dentro.
Non so se per la sorpresa di sentire questa cosa, ma il Professore si è levato e così ha dato la testa in uno spuntone che veniva giù dal tetto, e ha tirato un sacramento né più né meno come uno di noi.
Quando siamo usciti si è legato il fazzoletto alla testa, gli sanguinava un po’.
Era al Paulino che eravamo entrati quel giorno. Una miniera che conoscevo bene.
Dopo lui ha voluto vedere altre bocche a Pezzase: il Zaglio, il Campolongo, il Pagherino. Tutte abbandonate da anni. Si andava pochi passi e poi l’acqua si faceva alta.

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Recensioni

Dal Corriere della Sera-Brescia del 2 luglio 2013.
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