L’arte del racconto e le sue prove

Francesca Manfredi, Un buon posto dove stare, La nave di Teseo 2017 (pp. 165, euro 16)

Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti, Bollati Boringhieri 2016 (pp. 462, euro 18,50)

Normali, quotidiane, convenzioni e abitudini si scoprono invece fragili, ambigue.

Non basta fare come gli altri, fare quello “che fanno tutti” (“cercano la cosa giusta da fare. E la cosa giusta da fare è sempre la stessa, la più semplice. La cosa giusta è quella che fanno tutti”).
Può capitare – come succede al personaggio di uno dei racconti di Francesca Manfredi– di pensare “di aver fatto la cosa giusta, e che presto o tardi avrei potuto farne altrettante, di cose giuste, se solo mi ci fossi messo”, ma la buona volontà, la fiducia, non mettono al riparo da una reciproca estraneità le coppie, nelle quali uno si trova a chiedersi chi sia davvero l’altro, lo sconosciuto con cui vive, né preservano da una invisibile opacità le famiglie, in cui genitori e figli, apparentemente vicini, vivono in realtà in mondi separati.

E sono proprio i bambini, in molti casi, ad avere la peggio, come se non essere stati ancora assorbiti dalle convenzioni che precariamente regolano le relazioni li rendesse vittime designate: di adulti incerti di se stessi, nella sostanza inaffidabili. Sfuggenti, diversi da quel che si credeva: la propria madre può di colpo, senza una ragione evidente, assumere “un’espressione che non le avevo mai visto”, racconta la figlia: “Ancora più dura del solito, e nello stesso tempo incredibilmente fragile. Per una volta non riesco a capire cosa pensa, e mi mette paura”. E’ il perturbante, l’affacciarsi improvviso dell’estraneo nel familiare, che cova in questi racconti e affiora, per un attimo, prima che tutto torni come prima, e cioè indefinito,  insicuro, discontinuo, tanto che l’unico, temporaneo rimedio, è rifugiarsi un “buon posto dove stare”, fosse pure lo scantinato della propria casa: non importa dove trovarlo questo posto, basta che sia “da qualche parte, al sicuro”, come recita uno dei titoli.
E’ un inquietudine fredda – inutile si sarebbe tentati di dire – che queste storie lasciano. Sempre che di storie si possa parlare, perché qui l’arte del racconto alla Carver (evocato in molte delle recensioni che il libro, premio Campiello Opera Prima, ha avuto) si ha l’impressione che sia distillata al punto da… evaporare. Che cioè il pathos del non detto sia un risultato che neanche ci si è proposti.
E’ in casi come questo che viene da chiedersi se quello di non dir tutto, di dire anzi quasi niente lasciando al lettore il lavoro di immaginare il contesto, il prima e il dopo delle vite dei personaggi, debba essere un comandamento ormai inviolabile per chi scrive racconti. Se debba ritenersi per sempre andato il tempo di quei racconti che sapevano delineare il romanzo che, non per semplicemente per attenersi alla stringatezza, avevano deciso di non essere (Čechov, pur da più parti evocato come antesignano della short story evasiva e minimale, ne ha scritti), o quegli altri, che pur rispettando l’imperativo della laconicità, e dell’allusività, sanno condurti, uno dopo l’altro, in una trama che di fatto fa romanzo. Un romanzo fatto di racconti, come quello di Lucia Berlin. 

Non è la storia di una scrittrice, e non sono racconti sull’arte dello scrivere, quelli di Lucia Berlin. Il titolo italiano ha soppiantato (come spesso accade, per ragioni imperscrutabili) quello originale, che dava subito il quadro della situazione, e dell’intenzione ironica, sconfinante a volte in un cinismo di facciata, dell’autrice: Manuale per donne delle pulizie. Che è poi il titolo di uno dei racconti, uno dei più rappresentativi del mondo in cui si svolgono queste storie. Un mondo in cui occupano un posto significativo le case in cui la protagonista si trova a fare uno dei molti lavori che, per forza di cose, sperimenta: “Amo le case, le cose che mi raccontano, e questo è uno dei motivi per cui non mi dispiace fare la donna delle pulizie. E’ proprio come leggere un libro”. Anche quando in quelle case si viene a contatto con donne spesso sole, anziane, un po’ via di testa: “Mi segue di stanza in stanza ripetendomi sempre le stesse cose. Io mi sto rincoglionendo insieme a lei. Continuo a dire che me ne vado, ma mi fa pena. Sono l’unica persona con cui possa parlare. Suo marito è un avvocato, gioca a golf e ha un’amante. Non credo che la signora Jessel lo sappia, o che se lo ricordi. Le donne delle pulizie sanno tutto.” Il distacco con cui Berlin racconta lascia non di rado emergere un’empatia che suona sincera, anche se sorvegliata sempre e mai tale da incrinare la distanza con cui racconta delle donne incontrate. Anche quando parla di sé, delle proprie vicende, dei propri fallimenti,  lo fa come se parlasse di un’altra, di una delle tante con cui ha avuto a che fare. Il che può sorprendere in un libro sostanzialmente autobiografico. Non un romanzo però. O forse: un romanzo fatto di capitoli coincidenti con altrettanti racconti che, evocando i diversi mestieri  conosciuti e le traversie vissute, si richiamano fra loro mantenendo tuttavia la loro compiutezza, la loro autonomia. Quasi a dire che, per quanto si possa aderire alla convinzione che l’identità di una persona non sta nei suoi documenti e nel suo curricolo ma nel racconto della sua esistenza, se la si vuol restituire non è la forma del romanzo che oggi può farlo, ma un seguito di quadri, di racconti, spezzati e discontinui come le vite. Racconti in cui non sembra succedere niente, se non il passare del tempo, il consumarsi dei giorni, senza rimpianti o struggimenti: vivere significa lasciar andare quel che si è vissuto e vivere il giorno che si sta vivendo. Anche quando quel che capita appare difficile da accettare e suscita sgomento: “Di solito il pensiero di invecchiare non mi crea problemi”, ma ci sono situazioni che possono “gettare nel panico”. Le lavanderie a gettoni, per esempio: “erano un problema anche quando ero giovane. Richiedono troppo tempo (…). Mentre stai seduto lì, tutta la vita ti passa davanti agli occhi, come se stessi affogando.” O l’agenzia di viaggi a cui la donna da poco tempo rimasta sola si rivolge per continuare l’abitudine di passare l’estate in Messico e in America Latina: “le avevano chiesto quando doveva rientrare. Lei era rimasta in silenzio per un po’, raggelata. Non aveva bisogno di tornare (…). Non doveva andare in nessun posto, non doveva rendere conto di niente a nessuno.”

Anche il genio è relativo?

Étienne Klein, La bicicletta di Einstein, Ponte alle Grazie 2017 (pp. 227, euro 16)

David Bodanis, Il più grande errore di Einstein, Mondadori 2017 (pp. 304, euro 25)

Marie Benedict, La donna di Einstein, Piemme 2017 (pp. 347, euro 18,50)

Anche nell’epoca delle celebrities, in cui la sete di fama sembra aver reso obsoleto il desiderio di gloria, il mito del genio non sembra tramontato.

E’ vero che i primi posti della classifica dei geni contemporanei – recentemente pubblicata , non si sa sulla base di quali criteri, dal “Daily Telegraph” – sono occupati da Albert Hofmann (l’inventore dell’LSD), Sir Timothy Berners-Lee (considerato dai più l’inventore del Web), George Soros (finanziere e filantropo) e Matt Groening (il creatore dei Simpson), ma nell’immaginario collettivo la figura del genio continua a richiamare un volto  ben preciso: quello di Albert Einstein.

Ce lo conferma Étienne Klein, un fisico, non un semplice divulgatore, che illustra in termini accessibili le idee del suo illustre collega seguendo i luoghi da lui via via abitati (Le pays qu’habitait Albert Einstein era il titolo originale): “Fin da adolescente – racconta in apertura – ho sempre avuto bisogno di averlo intorno. Sulle pareti della mia stanza avevo appeso due sue foto. Su una era giovane (…); sull’altra – quella che la maggior parte di noi ha in mente – era vecchio, patito, mal vestito, aveva i capelli lunghi e occhi infinitamente tristi.” La tristezza di chi ha molto compreso dell’universo e delle relazioni fra spazio e tempo che lo attraversano e tuttavia sente che molto ancora gli sfugge? Anche peggio, stando a David Bodanis (questo sì, divulgatore scientifico): il vecchio Einstein è un isolato. Il suo rifiuto di misurarsi con le nuove teorie della meccanica  quantistica l’ha ridotto ai margini della comunità scientifica internazionale.

Tutt’altro il personaggio che incontriamo nel romanzo di Marie Benedict, del tutto aderente all’immagine affascinante cui siamo affezionati, all’inizio, ma poi, mano a mano che le pagine scorrono, sempre più compromessa da un desiderio di notorietà e da un narcisismo che la incrinano fino a renderla del tutto inattendibile. Artefice di questa drastica ridefinizione del profilo del’intelligente per antonomasia è la moglie, Mileva Maric, voce narrante di una storia drammatica della serie “dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”. Dietro per l’appunto: pare che il professore, quando la coppia era in pubblico, gradisse che lei gli camminasse a qualche passo di distanza. Ma c’è ben di peggio, e non è neanche l’indifferenza che come padre dimostra nei confronti dei figli (contraddizioni dei grandi, si potrebbe pensare: vedi Rousseau…). Quel che grida vendetta è che il famoso articolo del 1905, quello che per la prima volta abbozza la teoria della relatività, non sarebbe farina del suo sacco, o lo sarebbe solo marginalmente. La vera autrice – stando al romanzo – è Mileva, anche lei scienziata, dotata, a differenza del marito, di un vero talento matematico, ma costretta a rinunciare allo studio e alla carriera proprio per assecondare quella di lui e crescere i loro figli. 

Si resta senza parole: è come se ci si venisse a raccontare che Sof’ja Tolstaja non si limitò a copiare più di una volta il testo di Guerra e pace, ma ne scrisse i capitoli migliori per poi veder cancellata la propria firma, che si era attesa di veder comparire accanto a quella del consorte…
Una grande storia d’amore e di disamore, dunque, quella di Benedict, che si fa leggere – come si usa dire – avendo comunque presente l’avvertenza che, sia pure molto sommessamente,  il lettore riceve (“Questo libro è un’opera di fantasia. I fatti storici narrati sono liberamente interpretati dall’autrice”).
Dovremo leggere, prossimamente, il romanzo in cui ci si rivela che – come uno studioso australiano ha del resto poco tempo fa sostenuto – capolavori come le Variazioni Goldberg non sono opera di Johann Sebastian Bach ma della moglie, Anna Magdalena?

Conoscere le emozioni che vivono in noi per comprendere gli altri

Eugenio Borgna, L’ascolto gentile. Racconti clinici, Einaudi 2017 (pp. 179, euro 18)

Si aggiunge con questo libro un nuovo capitolo alla grande opera che da anni Borgna va componendo, ogni volta illuminando temi di fondo con il suo linguaggio duttile, denso di immagini e di riferimenti culturali che esulano dal campo della psichiatria (bisognosa “della poesia se vuole guardare negli abissi insondabili della interiorità”).

Persuadendoci, in questo modo, che il suo discorso riguarda tutti e coinvolge le relazioni che anche noi, non malati, intratteniamo. Il dialogo, l’“ascolto gentile”, non è solo condizione che apre al medico la comprensione della sofferenza del paziente: “perché possa sgorgare una relazione (…) è necessario conoscere le emozioni che vivono in noi, e le emozioni che vivono nell’altro da noi con cui entriamo in dialogo. Ma come riconoscere la cascata infinita delle nostre e delle altrui emozioni (…)? Solo non stancandoci mai di guardare dentro di noi in questa ricerca continua, di quello che noi siamo e di quello che si anima nella nostra interiorità.” Che è come dire che la gentilezza dell’ascolto, lungi dal risolversi nella cortesia che ogni giorno, in diverse occasioni, ci viene offerta in quanto clienti, neanche può limitarsi ad essere attenzione e disponibilità verso l’altro, ma richiede un atteggiamento di impegno attivo e costante rivolto su di sé: “La introspezione è la premessa alla immedesimazione”. E la fiducia reciproca è la sostanza, fragile ma imprescindibile, di una relazione effettiva, sensata, proficua.
Sempre teso a persuadere, più che a dimostrare, il discorso di Borgna  è comunque ricco di indicazioni, di prescrizioni inaggirabili, di distinguo non negoziabili fra psichiatria come relazione d’ascolto e pratica di senso da un lato, e, dall’altro, psichiatria “risucchiata  nel solco delle scienze naturali” e quindi portata a sostituire ai significati  le cause. Non si risolve tuttavia in un esercizio critico di natura teorica, ma mostra sempre la sua origine dall’esperienza, e fondante, in questo senso, appare quella condotta nel manicomio di Novara, sulla quale l’autore si sofferma prima di proporci i racconti clinici che formano il libro. A partire da un caso di depressione, di quella depressione, non psicotica, “che ciascuno di noi può incontrare nella sua vita” – sotto forma di “malinconia, o tristezza dell’anima, o male di vivere” –  e che, nella vicenda trattata, trova una soluzione “nel silenzio, ancor più che (nelle) parole” dello psichiatra, il quale non arretra davanti agli annunci di suicidio della paziente, sapendo – sulla scorta dell’intuizione di Holderlin – che proprio “dove è il pericolo, cresce | anche ciò che dà salvezza”. Diverso il caso di una depressione psicotica, nella quale si rendono indispensabili farmaci antidepressivi, utili tuttavia nella misura in cui chi cura garantisce “una presenza silenziosa” capace di “testimoniare una vicinanza intessuta di ascolto e gentilezza, di accoglienza e tenerezza.” Un atteggiamento che non può recedere neanche in presenza di casi solitamente identificati con il termine – evocativo di inguaribilità – di schizofrenia, “una forma di vita dolorosa e straziante nella quale continuano nondimeno a risplendere le luci della umanità”.

Un atteggiamento, quello indicato da Borgna, che non riguarda comunque solo chi si occupa professionalmente di queste sofferenze: non si stanca, l’autore, di chiederci di non dimenticare che “l’essere lambiti dalla tristezza, e dal dolore dell’anima, è esperienza comune a ciascuno di noi, ma siamo tentati di non coglierne i significati se non quando siamo noi a soffrirne”.

Un enigma con cui convivere

Claudio Morandini, Le pietre, Exorma 2017 (pp. 189, euro 14,50)

 “Voialtri che state in città credete che basti dire che non ci sono più le stagioni, e vi pare di aver fatto lavorare il cervello. (…)

Però così è facile, troppo facile. In realtà noi, che sul ritmo delle stagioni ci abbiamo sempre campato, ci siamo accorti che non è che le stagioni non ci siano più: ce ne sono troppe, piuttosto, le une ammucchiate addosso alle altre, e si alternano come fossero mesi o settimane.” Per cui, i montanari di Sostigno, da secoli abituati  alla transumanza verso gli alpeggi di Testagno, sono ora costretti allo spostamento non più una volta ma addirittura sette volte all’anno. E’ tutto un andare a venire con le loro bestie e le masserizie, e fosse tutto qui. Il torrente cambia letto a sorpresa, ora distruggendo gli orti ora inondando il paese. Ma è ancora altro a rendere difficile la vita: le pietre. Portate dal torrente, o cadute dalle montagne che sovrastano il paese e a poco a poco si disfano. Quel che non si era mai visto, però, e che queste pietre sembrano vive: camminano come animali, crescono come frutti, penetrano persino nella casa di due pensionati che in montagna avevano cercato la pace e che dalla montagna sembrano invece perseguitati, con la loro villetta assediata, il soggiorno invaso. Dalle pietre.
Una metafora dell’estraneità, o dell’ostilità addirittura, della montagna rispetto alla città? Come nel precedente Neve cane piede (Exorma 2015), il racconto scoraggia ogni interpretazione che cerchi di sciogliere l’enigmaticità della situazione. Neanche la vita dura dei montanari e lo spopolamento del loro habitat, pur richiamati esplicitamente, appaiono il riferimento ispiratore: la triste constatazione che “quando piove sui poveri piovono pietre” non si potrebbe dire fuori luogo, ma il film di Ken Loach – il cui titolo deriva appunto da quel proverbio inglese – non c’entra. Come risultano infondate le interpretazioni in chiave di castigo divino avanzate dal parroco, o quelle di stampo scientifico che i geologi – altra gente di città – propongono.
Non c’è da cercar significati reconditi o metafore velate e suggestive nei racconti di Morandini. Lui si preoccupa, è vero, di dirci da dove gli è venuta l’idea (una vecchia “storia  religiosa e civile” della sua Val d’Aosta, in questo caso, in cui si parlava di “pierre frappants” viste nella valle di Gressoney nel 1908), ma poi la narrazione va per la sua strada e basta a se stessa.

Anche le assonanze letterarie lasciano il tempo che trovano, presto contraddette dal seguito della lettura: se Neve cane piede faceva pensare – lo si notava in questi “appunti per i lettori” oltre un anno fa – un po’ a Rigoni Stern, per l’ambiente, poi al Verga di Rosso Malpelo e infine all’Uomo nell’Olocene di Frisch, qui sono se mai Dino Buzzati e i misteri ambigui dei suoi racconti a venire in mente. Ma è come se l’andamento tranquillo della narrazione, e la semplicità della lingua cui ricorre (appartiene a uno di loro,  a un paesano, la voce narrante), finissero con lo stemperare l’inquietante inspiegabilità del fenomeno, e con l’annegare la sua drammaticità nella rassegnazione di chi in montagna si è ostinato a restare. Con le pietre occorre convivere, anche quando si fanno invadenti e ti entrano in casa.
Sono se mai certe immagini di Magritte a balenare, alla fine: quelle enormi pietre che se ne stanno posate sul pavimento lucido di una stanza…

Storie taciute, storie raccontate

Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper, Einaudi 2017 (pp. 300, euro 18,50)

A volte, quando si scorrono i programmi della tv o si erra da un canale all’altro cercando qualcosa di vedibile, vien da chiedersi se le uniche storie da mettere in (tele)film siano quelle di assassini e maniaci.

Sembra che alla gente “normale” non capiti niente di interessante, che i giorni che ordinariamente si vive non portino niente che valga la pena di raccontare.
E la cosiddetta “vita quotidiana”? con le sue abitudini, la sua noia, le sue solitudini, i suoi momenti sospesi, fra il dominio del pubblico e i recessi del privato, in cui senza esserne davvero  consapevoli si fan bilanci della propria esistenza, senza trarne conclusioni ultimative o giudizi definitivi, mai, ma tornando a misurarne la qualità. O il senso, addirittura.
Sono questi momenti che troviamo nei quadri di Hopper, che proprio per questo ci piacciono, e piacciono a un numero di persone che va molto oltre la cerchia dei colti in fatto di pittura. Non succede niente in quelle scene. Eppure sta succedendo tutto. In quell’esatto momento, crinale che una storia ha raggiunto e sta per valicare, riprendendo a rotolare in quella corsa inarrestabile che abitualmente, un po’ distrattamente, si è soliti definire vita.
Hemingway diceva che un racconto è come la punta di un iceberg: è il decimo di una storia che riusciamo a sapere, mentre tutto il resto no. Resta sotto. Lo scrittore vero non ce ne parla, e lì sta il segreto della sua arte, e del nostro piacere di lettori.
E dunque bella idea quella di chiedere a scrittori di professione di inventare storie a partire dalle scene, dagli ambienti, dai personaggi che Hopper ha racchiuso nei suoi quadri. La scelta agli autori, sia del quadro che del modo di imbastire la narrazione: prendendo lo spunto da quel che si vede per esempio.
Dalla donna nuda che si esibisce in uno spogliarello.

O dalla ragazza in abiti succinti che si intravede dalle finestre illuminate del suo appartamento.

O, ancora, dall’uomo che legge il giornale mentre la donna accarezza un tasto del pianoforte.

(Anche questi visti dalla finestra della loro casa. Non è casuale: Paolo Cognetti dice che, se un romanzo è la casa, un racconto è quel che vedi da una delle sue finestre).

Oppure, il racconto può essere già avviato quando si arriva alla situazione che il quadro rappresenta: ai tre personaggi che non si sa che cosa tenga in attesa nella hall di un albergo, per esempio. 

O ai silenziosi personaggi che sembrano non sapersi risolvere a lasciare il caffè ancora aperto anche se è tardi, nel quadro forse più famoso di Hopper, Nighthawks, Falchi della notte

O alla donna che legge un libro in poltrona mentre l’uomo fuma una sigaretta davanti alla finestra (da questa parte della finestra, stavolta, ma in ogni caso lì, sul confine fra spazio pubblico e spazio privato, appunto, dove pare scocchi il più delle volte la scintilla di cui la storia ha bisogno per divampare).

E sì che Edward Hopper non era un narratore, ci si ricorda opportunamente nella prefazione: “s’interessava soprattutto alle forme, al colore e alla luce, non al significato o al valore narrativo di un immagine”, per cui “i suoi quadri non raccontano storie”. Già: a meno che le storie siano proprio quelle lì che vediamo, e non ci sia molto di più da raccontare, come se oltre a forme colore e luce non ci fosse poi granché da stanare, e la verità più essenziale delle donne e degli uomini, così come dei luoghi a volte disabitati che Hopper ci propone, stia esattamente in quel loro esserci, lì, in quel momento, e sia tanto profonda ed essenziale, appunto, da brillare d’un’autenticità priva di suoni e parole, che la intaccherebbero, la sporcherebbero. (Non sarà un caso se nella mostra di tre anni fa, a Bologna, alle opere del pittore americano era  venuta l’idea di accostarne alcune di Giorgio Morandi).
E dunque? Partire da un quadro di Hopper per immaginare quel che veniva prima ed è venuto dopo, una storia insomma, non sarebbe poi la bella idea che ci era sembrata nel prendere in mano questo libro?
Forse no, l’idea è originale, e difatti li si legge d’un fiato questi racconti (soprattutto quando la mano è quella di Joyce Carol Oats o di Stephen King). Senonché si tratta di spy story, di noir, di piccoli saggi di ordinaria cattiveria. E allora il dubbio resta: e se fossero state storie d’ogni giorno, storie che potrebbero capitare – o sono capitate, magari – a ciascuno di noi,  storie senza violenze ossessioni intrighi e sangue? Se fossero stati, a comporre questo libro, racconti di quei giorni in cui si direbbe che non è successo niente, i giorni che quasi sicuramente si dimenticheranno, anche se sono i più e fanno la vita?  Non sarebbero state storie più aderenti, più fedeli al genio pacato e inquieto di Hopper?

L’opacità del presente e la scrittura

Annie Ernaux, Memoria di una ragazza, L’orma 2017 (pp. 236, euro 18)

“Il testo mancante, sempre rimandato”: all’“autobiografia collettiva” che ha decretato il successo di Annie Ernaux anche in Italia (Gli anni, Orma 2015) e a tutto il suo percorso precedente, segnato da più di dieci romanzi, mancava un capitolo.

Credevamo di sapere tutto di lei, o almeno l’essenziale, e invece era rimasto “un buco inqualificabile”, e insieme una sfida che non poteva più essere elusa: quella di “testare i limiti della scrittura” – quasi che i “libri precedenti (fossero) solo approssimazioni” – raccontando finalmente un episodio avvenuto cinquant’anni fa, nella prima giovinezza. Niente di eccezionale: la prima volta, l’iniziazione sessuale, marca tutte le vite, e non è affatto raro il caso che si sia rivelata una delusione, una  smentita, drammatica o grottesca, dell’aspettativa creata dal Desiderio. Ma nell’esistenza  dell’autrice ha segnato un passaggio cruciale, che ha messo in discussione l’immagine ancora labile e indefinita che la diciottenne aveva di sé. L’esito è stato un sentimento pervasivo di vergogna, di inadeguatezza, che si è rappresentato negli eccessi della bulimia e poi in uno stato di  “glaciazione interiore”.

La ricostruzione della propria identità di brava ragazza dovrà pagare il prezzo di una rimozione mai davvero compiuta: il rimosso, in questo caso, più che tornare inaspettato resterà in attesa e infine si imporrà chiedendo di essere riportato alla luce. Attraverso la scrittura naturalmente, alla quale  in quest’ultimo romanzo non si chiede più soltanto di  “salvare qualcosa del tempo in cui non saremo più” (così, negli Anni), ma anche di far luce sull’“incomprensione di ciò che si vive nel momento in cui lo si vive”, sull’“opacità del presente”. Si tratta di un aggiornamento o quanto meno di una precisazione sostanziale: il potere della scrittura non si esercita solo sul passato, ma si estende al presente. Perché – questa l’intuizione con cui il libro si chiude – è proprio “la mancanza di senso di ciò che si vive nel momento in cui lo si vive che moltiplica  le possibilità della scrittura”. Possibilità che sembrano aprire a  una reciproca trasparenza fra passato e presente, a permettere di  “esplorare il baratro tra la sconcertante realtà di ciò che accade nel momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto”.

Una storia di sentimenti

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi 2017 (pp. 163, euro 17,50)

L’arminuta, la ritornata. Nel senso di restituita: dalla famiglia che l’aveva adottata a quella vera, dalla cugina abbiente ma che non poteva avere figli alla madre.

Ma perché questa restituzione, questo ritorno forzato quando ormai è una ragazzina? Lei – che non può ricordare il passaggio da una famiglia all’altra: aveva pochi mesi quando è avvenuto – non lo sa, ed è il suo rovello. Lo capisce che la sua famiglia non l’aveva richiesta, e dunque: perché? La malattia della signora cui era stata affidata (la mamma, per lei): per molto tempo pensa che di questo si tratti. Non la potevano più tenere – la mamma sofferente, il papà taciturno e sfuggente – perché una malattia grave, forse mortale, era arrivata a sconvolgere la vita. Quella che credeva fosse la sua vita. E invece la realtà si rivelerà diversa, meno drammatica, e più crudele.
Ma non sta tanto nella vicenda il potere di coinvolgimento di questo libro, quanto nella scrittura, nel tono della voce che la narra. Un tono che dice di una sensibilità mortificata, ma che resiste con dignità alla lacerazione inflittale, in questo ricordando molte pagine della Morante, non per caso citata in esergo. Una scrittura che si impone l’essenzialità del parlato e sa accoglierne le icastiche espressioni dialettali, frutto di un’arcaicità che non ha abbandonato il costume e la mentalità, di un’esperienza della vita fatta di sopportazione, del sapere maturato in esistenze dominate dalla miseria, e consapevoli che “la miseria è più della fame”. Una scrittura tanto più convincente perché sa aprirsi in squarci che lasciano intravvedere la ricchezza di immagini e di soluzioni linguistiche che cova sotto il distacco che sembra ispirare la voce narrante: i fuochi d’artificio, sul lungomare, “si spegnevano dopo un attimo di gloria universi di stelle appena esplose, sullo sfondo freddo degli astri fissi. Sott’acqua, lontano dai nostri pensieri, lo spavento muto dei pesci”. Oppure, passando dal registro della meraviglia a quello dell’orrore e della pietà: Vincenzo, il fratello da poco ritrovato e già perduto: caduto dalla moto in corsa, “era volato sopra l’erba autunnale, fino al recinto delle mucche. Chissà se aveva visto, in quei minimi istanti staccato da terra, su cosa andava a impigliarsi. Era caduto con il collo sul filo spinato, come un angelo troppo stanco per battere le ali un’ultima volta, oltre la linea fatale. Le punte di ferro erano penetrate nella pelle, avevano aperto la trachea e reciso le arterie. Era rimasto appeso con la testa verso gli animali al pascolo (…). Le mucche si erano voltate a guardarlo, poi avevano abbassato i musi e si erano rimesse a brucare.”

Il bisogno di capire dell’arminuta non si scioglie neanche quando nella famiglia cui è stata restituita comincia a trovare rispondenze profonde, se pur laconiche, nella sorella Adriana, nella madre. Figure di donne che da comparse in una scarna vicenda di fatti si fanno via via protagoniste di una storia di sentimenti, dei sentimenti fondamentali che abitano la vita, ogni vita, e non svaniscono, a lettura finita.

Le vite e la storia

Kjell Westö, Miraggio 1938, Iperborea 2017 (pp. 448, euro 18,50)

“I protagonisti nascondono le cicatrici del passato come meglio possono, e hanno solo vaghi sospetti e premonizioni di quanto il futuro ha in serbo per loro”.

È l’autore stesso a definire la condizione nella quale si muovono l’avvocato Claes Thune e la sua segretaria, Matilda Wiik, diversi per esperienze ed estrazione sociale, ma entrambi sospesi entro un orizzonte stretto fra la memoria – bruciante in lei – delle violenze della guerra civile che ha sconvolto la Finlandia appena dopo la prima guerra mondiale e la minaccia incombente della seconda, avvertita nel “tanfo” che il nazismo – siamo nel 1938 – diffonde: “il tanfo del sacrificio imminente”. La speranza che aveva percorso l’Europa dopo la “grande mattanza umana”, che “le persone fino allora rimaste meri sudditi stessero per diventare cittadini a pieno diritto”,  che l’essere umano potesse cambiare, è ormai tramontata.  Lo stesso circolo che da anni raccoglieva con cadenza regolare l’avvocato e i suoi amici, professionisti della buona borghesia formatasi nel periodo fra le due guerre, si dissolve: l’aggressività politica e militare di Hitler, e l’antisemitismo montante, travolgono ideali e appartenenze. La giustizia, dopo una breve, illusoria parentesi, è tornata ad essere privilegio di pochi.

In questo quadro, si fanno via via più sensibili fra i due protagonisti assonanze che loro stessi avvertono con circospezione, come non potessero cedervi, educati dalla vita a una prudenza diffidente, e pure animati ancora da un desiderio sotterraneo ma inestinguibile di incontro con l’altro. La sommessa fedeltà di lui alle proprie idee antinazionaliste, a un senso della propria dignità non sbandierato ma intimamente irrinunciabile; la determinazione di lei nel perseguire la vendetta riparatrice che si è prefissa, e che pure non sembra guastare la sua umanità, la sua capacità di “accorgersi delle solitudini”: una medesima condizione di infelicità nutre l’interesse reciproco, senza tuttavia poter contrastare un destino che intreccia saldamente le vicende individuali con quelle collettive, le vite con la storia. Ed è nella prosa distesa, nella narrazione  che sa governare l’andirivieni della memoria e i diversi piani sui quali dispone avvenimenti e sensazioni, che questo intreccio, ancor più dei fatti che alimentano la trama, dà sostanza al romanzo e ne rende avvincente la lettura.

Homeless della politica, orfani del riformismo

Marco Revelli, Populismo 2.0, Einaudi 2017 (pp. 155, euro 12)

Populismo, parola pigliatutto che nasconde due circostanze essenziali: non è un fenomeno nuovo, e ci sono populismi diversi fra loro.

Fra riferimenti puntuali ad emergenze populiste del passato e a tipologie del fenomeno  ravvisabili nel presente (l’America di Trump, la Brexit, il lepenismo), Revelli rintraccia comunque un’origine comune ad atteggiamenti politici nati, nel fuoco della globalizzazione, dalla torsione oligarchica della democrazia , dalla sconfitta storica del lavoro e dallo sbando culturale e politico delle forze che lo rappresentavano, dal declassamento del ceto medio e dalla crisi irreversibile dei meccanismi dell'”ascensore sociale”. E’ questo l’humus dal quale sono germogliate convinzioni diffuse e atteggiamenti trasversali: la figura di un popolo come entità coesa e “prepolitica”; una dialettica verticale (popolo contro élite, caste, usurpatori vari) al posto di quella orizzontale che aveva regolato il confronto politico fra partiti nel secolo scorso riassumendosi nella contrapposizione fra destra e sinistra; l’idea, vaga ma mobilitante, di un tradimento avvenuto da parte di un soggetto, variamente definibile, estraneo al “popolo”, e perciò la richiesta di una restituzione del potere non ottenibile attraverso le istituzioni rappresentative ma soltanto grazie a leader più o meno carismatici. Un mosaico di immagini e rivendicazioni in cui non compare mai la richiesta di ridefinire gli assetti proprietari e gli equilibri sociali, ma solo quella di sostituire il personale di governo. Tutte cose già viste: persino il termine “antipolitica” non rappresenta una novità (lo si trova niente meno nel Thomas Mann della Considerazioni di un impolitico).

La novità va se mai rintracciata nella collusione fra populismi e neoliberismo: è questa la chiave che il saggio ci offre per analizzare, ad esempio, la “rivoluzione conservatrice renziana”, la sua volontà di rafforzare l’esecutivo e, rovescio della medaglia, l’insofferenza nei confronti dei corpi intermedi, nella logica di un “populismo dall’alto”, un “populismo di governo” che fa del nostro Paese un “laboratorio privilegiato” di un neopopulismo precoce e polimorfo, in cui il renzismo è stato preceduto dal berlusconismo ed è affiancato dal grillismo, l’uno e l’altro populismi “tecnologicamente modificati”, dalla tv e dal web. Non per questo assimilabili fra loro e pure, innegabilmente, accomunati, tutt’e tre, dalla tendenza alla personalizzazione del potere, alla “dis-intermediazione”, alle promesse irrealizzabili che fanno sperare inun'”immediatezza” delle soluzioni puntualmente smentita dalla concreta situazione politica, economica e sociale, nazionale e sovranazionale.
Così analizzata, la situazione italiana appare la peggiore, gravata com’è da un declino economico che non ha confronti  e dalla rabbia di una massa di “homeless della politica”, una rabbia che sale dal basso ma – priva com’è dell’orientamento che le permetterebbe di riconoscere come la lotta di classe non sia finita ma sia piuttosto stata vinta dal capitale (finanziario) contro  il lavoro – si lascia usare dall’alto.
Tutto è perduto dunque? No: “basterebbero forse dei segnali chiari per disinnescare almeno in parte quelle mine vaganti nella post-deomocarzia incombente”, provvedimenti raggruppabili in quello che un tempo si chiamava «riformismo» e che oggi appare «rivoluzionario»…”.

Lavorare stanca

Andrea Cisi, La piena, minimum fax 2017 (pp. 421, euro 16)

“Sono una persona mediamente equilibrata”, dichiarava Andrea Cisi in apertura al romanzo scritto una quindicina d’anni fa, per ammettere subito, però, che  “c’è solo una cosa che esula dal mio medio equilibrio, un aspetto confuso della mia permanenza su questo pianeta. Il lavoro.” 

E non poteva essere diversamente, visto che il lavoro era per lui, a quell’epoca, fatto di occupazioni precarie, disparate, ma accomunate da un tratto unificante: nonostante la domanda che il giovane si sentiva rivolgere all’inizio di ciascuno di questi lavori – hai esperienza?  AYE. Are you experienced? era appunto il titolo del romanzo (Bevivino editore 2003) – l’impressione che  ne ricavava era che  “sul luogo di lavoro la gente non abbia più la pazienza di insegnarti le cose, di aspettare che tu capisca, di aspettare che impari”.
Dal precariato al lavoro in fabbrica, la piccola fabbrica, ma con regolare assunzione: è un altro mondo quello che ci presenta Cronache dalla ditta (Mondadori 2008), ma il dato di fondo rimane: il lavoro è comunque svuotato di contenuti professionali, e dunque lo si impara in fretta e poi non resta da far altro che farlo nell’identico modo per anni. La sua dequalificazione ha marciato di pari passo con l’automazione. Non resta, al protagonista, che opporre un’ostinata resistenza, sforzandosi di “mettere in pratica quella disciplina interiore che permette, con il solo ausilio dell’annullamento forzato della mente, di mascherare il grigio della vita operaia di ogni giorni, con un bel ‘rosa ottimismo’ fittizio e irreale”. Nessun riferimento a esercizi di meditazione o a pratiche zen: la salvezza lui la trova  nella cura degli affetti, nel rispetto dei gesti quotidiani, nelle abitudini che occorre coltivare con pazienza per dare un colore ai propri giorni e al paesaggio desolato in cui si vive, e, oltre a questo, non occorre dirlo, una risorsa decisiva si rivela la scrittura. Una scrittura intessuta di ironia, venata di un umorismo imprevedibile, spesso surreale, e ad un tempo circostanziato e concreto nel riportare i modi della parlata cremonese.
Li ritroviamo tutti, questi elementi, nell’ultimo romanzo. Sia pure aggiornati: il paesaggio è quello dei capannoni abbandonati, segni desolati e desolanti della desertificazione industriale degli ultimi anni; la fabbrica è la stessa, e il clima non è sostanzialmente cambiato (nessuno ha tessera sindacale lì dentro: “se qualcuno ha la tessera punti dell’Agip è già tanto”); il lavoro è quello, povero e monotono, così come ricorrono le figure conosciute nel romanzo precedente, sia pure con qualche nuova presenza (le ucraine della cooperativa pulizie, qualche giovane lavorante assunto temporaneamente). Anche il tempo libero non ha trovato di meglio che le partite di calcetto, la cui cronaca si alterna a quella delle ore in fabbrica con una regolarità che comunica come la ripetitività abbia invaso anche i momenti che della ripetitività del lavoro dovrebbero risarcire.
E’ sul fronte privato, familiare, che si registrano novità, prima fra tutte l’avvenuto matrimonio del protagonista: la fidanzata di Cronache dalla ditta è ora moglie, e madre di un bambino (il “nano”). Ma è proprio qui che qualcosa è silenziosamente andato storto, e minaccia di peggiorare: il grigiore della vita di fabbrica sembra essersi infiltrato anche nella vita della coppia: in lei si fa evidente “la stanchezza di rimandare la vita”; in lui la sensazione di “attraversare questa vita come un’onda nel mare, senza lasciare tracce, senza bagnare niente che non sia già acqua”, e fra i due si insinua sempre più spesso “la tensione di chi non ha più nulla da dirsi”.

Non a caso, stando dietro a questa strisciante perdita di senso delle relazioni, la scrittura alterna registri diversi, la lingua si fa a tratti più letteraria, come per riuscire a rendere lo scolorirsi progressivo della vita,  l’affiorare del pericolo d’una disfatta esistenziale che trova nella minaccia della piena del grande fiume un corrispettivo metaforico: “piove di giugno, piove e fa male all’uva e al mio umore che si muove in un labirinto e sente la piena arrivare. Presto diventerà travolgente”, e tutto quello che si è opposto all’insensatezza dell’esistenza cederà al “vuoto che ci sta ingoiando”, alla solitudine della casa lasciata da Lisa, che se n’è andata, incinta del secondo figlio,  a vivere da sua madre col primo.
Eppure qualcosa resta, ed è molto: il sorriso del “nano”. “Quel sorriso che è il tesoro più prezioso che possiedi. Quel sorriso che sei tu quando avevi i suoi anni. Quel sorriso che sei tu ed è Lisa”.
E insieme a quel sorriso, la franchezza affettuosa ma ferma della madre:
“Non fare come il papà.
Come il papà?
Come lui con me. Non fare così con Lisa. Stai diventando come lui.
Cioè come?
Che non sai cosa fare. Che sei deluso e pensi che da solo staresti meglio. Che ci sei ma non ci sei e pensi a una vita diversa. Non c’è una vita diversa.”
L’amarezza, che aveva sempre venato l’ironia di Cisi, si è fatta dolore, rasenta la disperazione, e non basta più, allora, la presa di distanza che appunto l’ironia consentiva. Occorre altro, ed è un sentimento più vasto, che salva dalla “piena”, un sentimento di pietas, verso gli altri e verso di sé, e forse anche un atto di umiltà, dell’uomo, con le certezze che pretende di possedere, di fronte alla comprensione, più aderente alla vita, della donna.
Quando la piena arriverà, quella vera, lui sarà là con gli altri a mettere sacchi perché l’argine tenga.
Poi cambierà posto di lavoro, entrerà nella grande fabbrica della zona, il tubificio, e intanto la moglie metterà al mondo il secondo “nano”.
“Cosa fa?”, chiede il fratellino guardando il nuovo arrivato.
“Mah, per ora niente. E’ appena entrato nelle nostre vite”, risponde il padre.
“Ma ci sta?”
Gli accarezzo i capelli col palmo di una mano. Sorrido.
“Ci stringiamo”.
Perché – l’ha detto sua madre – non c’è una vita diversa, una vita da rincorrere fuggendo da quella che si ha. C’è questa, e non resta che viverla. A costo di stringersi, per viverla. E raccontarla.


Dal Corriere della Sera Brescia del 26 aprile 2017.
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La lucida ironica arguzia di un anticonformista vero

Lars Gustafsson, La ricetta del dottor Wasser, Iperborea 2017 (pp. 155, euro 16)

È quello che i critici letterari chiamano narratore inaffidabile, il dottor Wasser: ha rubato l’identità a un morto nel quale si è per caso imbattuto.

Il suo nome, la sua professione erano altri, ma pare  soddisfatto della sua messinscena, non c’è ombra di pentimento in lui. E non perde occasione per ribadirlo: “la tentazione era troppo forte. La tentazione di sfuggire semplicemente alla mia vita e viverne un’altra”. Anzi, parecchie altre, perché il dottore cambia con facilità la donna con cui vivere dando colori diversi alla propria esistenza, e anche in questo mantenendo una coscienza perfettamente tranquilla.
Non è insomma, quest’ultimo di Gustafsson, il romanzo ideale per lettori che amano identificarsi nel protagonista. Anche se, pagina dopo pagina, la fisionomia di questo imbroglione – è lui stesso a definirsi tale – vira verso quella del filosofo scettico,  capace di motivare le proprie scelte con la lucida arguzia dell’anticonformista vero, dell’osservatore critico di una società in cui tutti recitano la loro parte, spesso con una dose di ipocrisia che non ha nulla da invidiare a quella di chi si spaccia per altri.
Del resto, Bo Kent Andersson – questo il nome del protagonista prima che assumesse quello di Kurt Wolfagang  Wasser – delle scusanti le ha: fin da quando, ragazzo, andava a scuola, gli accadeva di far sentire insicuri i compagni, di suscitare negli altri un sottile malessere, perché “era come se indovinassero  che io non sapevo esattamente chi fossi”.

È così che questo Vitangelo Moscarda svedese – privo tuttavia delle complicazioni psicologiche e degli interrogativi esistenziali dell’eroe del pirandelliano Uno, nessuno e centomila – finisce per diventare simpatico a chi ne segue le peripezie, fino a indurlo addirittura a prendere sul serio le sue meditate osservazioni di specialista dei disturbi del sonno quale si spaccia. È in questa veste che ci avverte che l’insonnia potrebbe non esser altro che la conseguenza dell’inevitabile “conflitto tra l’essere umano e la sua socializzazione”, e che del resto quella di un sonno senza interruzioni non è che una delle tante pretese della modernità, sconosciuta a un Cervantes, per fare un esempio.
Una vena di saggezza si insinua così nello humour di questo ottantenne, coetaneo dell’autore quindi, che non ha mancato di avvertirci prima di andarsene, giusto un anno fa, che “vivere una vita normale è la forma più triste di suicidio”.

Quietamente, con determinazione

Novita Amadei, Dentro c’è una strada per Parigi, Beat 2016 (pp.175, euro 9 )

Finché notte non sia più, Neri Pozza 2016 (pp. 239, euro 16,50)

I luoghi sono diversi: la città che cambia più rapidamente del cuore degli uomini, e ai negozietti di quartiere subentrano gallerie d’arte, di un’arte astrusa e lontana, nel primo romanzo.

Due paesi, uno in Italia e l’altro in Francia nel secondo, distanti fra loro ma accomunati dalla loro perifericità, dal diradarsi dei loro abitanti, e dal loro inevitabile invecchiamento. E’ dentro questi paesaggi, tenui, a tratti struggenti, che si muovono le protagoniste delle due storie, ed è proprio in persone attempate che trovano interlocutori essenziali, gravati dal peso dell’età ma ricchi di una saggezza del vivere che li ha resi lievi e intuitivi nel rapporto con gli altri. Anche con chi è molto più giovane, persino con quelli che vivono i loro giorni con la spontanea adesione alla vita che l’adulto s’è lasciato alle spalle, come la bambina del primo romanzo, cui si deve l’immagine trasognata e poetica trasposta nel titolo (“dentro c’è una strada per Parigi”, spiega la piccola Eline intenta a disegnare un casa tanto grande da contenere la città, e poter ospitare chi c’è e chi non c’è più).

Ma a dare unità alle due prove narrative è soprattutto la scelta – una scelta vissuta con passione convinta, si avverte – di mettere in scena donne che sanno stare nella loro solitudine, senza compiangersi e senza risentirsi, in questo modo sapendone fare terreno fertile di incontri veri, con persone che, cosa sempre meno scontata, nel corso della loro esistenza hanno saputo accumulare un’esperienza, e con la vita, nonostante l’età, non hanno chiuso, tanto da non rifuggire dal misurarsi con vicende dolorose del proprio passato.
Non sono quindi il vicinato, o la parentela (neanche la sororità, che pure rappresenta un motivo  che percorre entrambi i romanzi) a far nascere le relazioni che coinvolgono i personaggi, ma il presentimento di una comunanza profonda e la scelta consapevole che ne consegue, e apre alla possibilità del dialogo, dell’amicizia, dell’amore.  Possibilità inattese, nuove, perché “gli attaccamenti che ci creiamo, giorno dopo giorno, contano più di appartenenze lontane”.  Si tratta di saper prendere sul serio la propria vita, di volerla tenere nelle proprie mani, quietamente, con determinazione: è il modo di stare al mondo che i protagonisti di queste storie, i personaggi femminili in primo luogo, ci propongono. Attenti alla loro esistenza ma al tempo stesso capaci di rimettersi in gioco di fronte a presenze nuove, come quelle degli stranieri – la mendicante bulgara a Parigi, i giovani magrebini nel paese francese – che non potevano mancare nei romanzi di un’autrice per la quale il lavoro nell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e la narrativa sono le due strade parallele lungo le quali avvicina i volti, le fragilità e la solitudine, l’unicità e l’energia di tante esistenze quotidiane.

L’Africa e il mondo: un conto aperto

Venerdì 6 marzo, ore 17.30. Incontro con Raffaele Masto.
Presentazione di Africa, Tam editore 2016 (pp. 152, euro 9,50)
Con l’autore dialoga Carlo Simoni

Africa è uno di primi titoli che figurano nel catalogo della neonata casa editrice milanese Tam, nata da un’idea di un giornalista del Corriere della Sera per proporre “piccoli libri eccellenti”, essenziali, sobri sin dalla copertina senza immagini, con l’ambizione di dare l’avvio a un tamtam di informazioni.

E di idee, a giudicare da questo piccolo libro: bastano le prime quaranta pagine a dare al lettore la sensazione di aver messo ordine nella congerie di notizie che quotidianamente i giornali ci danno sull’Africa – se non giriamo velocemente pagina, scoraggiati da una cronaca che raramente sa fare sintesi e dare strumenti per farsi un’idea complessiva.
“Negli ultimi secoli l’Africa – questa la constatazione di fondo – pur cambiando volto, non ha mai cambiato ruolo: ha sempre contribuito a finanziare gli equilibri mondiali, e continua a farlo tuttora.” Gli spettacolari aumenti del Pil di alcuni stati non contraddicono purtroppo questo quadro: sono il frutto dei flussi di denaro straniero che si riversano su di essi per dotarli di opere pubbliche – strade, porti, aeroporti – che rappresentano il corrispettivo di concessioni petrolifere e minerarie e sono oltretutto funzionali al trasferimento delle materie prime, anche agricole. Che cosa ne deriva? Che la Nigeria, ad esempio (ma è solo uno dei molti casi presi in esame e spiegati con efficacia), paese leader sul piano economico, è “un non-stato dal punto di vista della sicurezza e della giustizia”: i quasi 190 milioni di nigeriani che si potrebbero credere beneficiari di quel favoloso Pil sono fra gli abitanti più poveri del continente, costretti a vivere sotto il tallone di eserciti privati assoldati dalle compagnie petrolifere e vessati dalle violenze della setta islamista Boko Haram.
Ma a confermare l’idea che il colonialismo non sia finito e prosegua con altri mezzi è soprattutto il fenomeno del land grabbing: la Cina, in primo luogo, ma anche gli stati arabi, comprano o affittano per tempi lunghissimi immensi territori, di cui necessitano per ottenere prodotti alimentari e fonti energetiche da paesi che a loro volta lottano per raggiungere l’autosufficienza alimentare. E a permettere che questo avvenga è una classe politica formata in gran parte da dittatori, nuovi ricchi e funzionari che proteggono con l’uso della forza le loro posizioni.
Conclusione: l’Africa “ancora una volta tende a svolgere la funzione di serbatoio piuttosto che di mercato”. Serbatoio di materie prime e risorse, ma anche di donne e uomini in carne ed ossa: i migranti di oggi “viaggiano stipati in imbarcazioni come un tempo gli schiavi” (non fosse per una differenza, che Erri De Luca ha spesso sottolineato: i criminali che organizzano la traversata del Mediterraneo riscuotono il loro compenso prima di partire, e non all’arrivo, come accadeva ai negrieri, che dunque avevano maggiore interesse che la merce giungesse integra alla consegna).

Ma occorre soprattutto aver presente che a partire non sono i più poveri, gli affamati: sono essenzialmente i giovani, che fuggono da situazioni di conflitto o economicamente insostenibili. Sono forze vitali di cui l’Africa viene privata, mentre le fasce più povere delle popolazione continuano a pagare il prezzo maggiore delle disuguaglianze crescenti a livello mondiale. Il dramma della migrazione – se ne può dedurre – non è dunque il succedaneo di quello della povertà estrema, non ne costituisce un’evoluzione che avrebbe almeno il merito di dargli attraverso i media una visibilità planetaria: un dramma si somma all’altro, il primo guadagnando la ribalta dell’informazione, almeno per ora, il secondo continuando a perpetuarsi senza far notizia.
Come giudicheranno allora, gli storici, la situazione attuale dell’Africa? nel segno della continuità con l’epoca dello schiavismo e del colonialismo o in quello della discontinuità, segnata appunto dalle lotte anticoloniali e dalla conquista dell’indipendenza? L’autore non ha dubbi: “il saccheggio, che ha certamente cambiato modi e formule, continua”.
Eppure. Eppure l’autore, che ammette di poter essere ascritto al campo dell'”afropessimismo”, alla fine fa propria la prospettiva di Laurent, un giovane intellettuale ivoriano, rappresentante di quella pur crescente schiera di nuovi cittadini acculturati che nuove borghesie corrotte e despoti al governo umiliano in lavori sottopagati o addirittura non retribuiti quando le finanze statali traballano. L’Africa ha resistito allo sfruttamento secolare dell’Occidente, osserva Laurent: “pensi che adesso, in pochi decenni, qualche cinese, alcuni jihadisti folli e qualche miliardo di dollari delle monarchie del Golfo possano cambiarci? No, l’Africa finirà per dire la sua. Siamo giovani, abbiamo una forza vitale sconosciuta in altri continenti, dal punto di vista demografico cresciamo in modo esponenziale. Il mondo dovrà fare i conti con noi.”
Una speranza grande, radicata nella propria storia e nella propria cultura e nello stesso tempo capace di prefigurare con lucido coraggio una situazione radicalmente diversa dall’attuale . Una speranza che ci ricorda il valore etico e il ruolo politico dell’utopia, non sinonimo di sogno irrealizzabile ma componente imprescindibile di ogni orizzonte di cambiamento. Ed è allora un’indicazione che riguarda l’Africa ma non solo, quella che ci viene da queste pagine: il contrario del pessimismo, oggi, forse non è l’ottimismo, ma quel pensiero critico che si chiama(va) utopia. Quello stesso pensiero che permette ancora di scrivere libri come questo.

Le dinamiche sottili dell’odio

Georges Simenon, La casa dei Krull, Adelphi 2017 (pp. 210, euro 19)

Non è vero che quando di uno scrittore morto da decenni vien pubblicato un altro, ennesimo romanzo, ti devi aspettare una delusione. 

O meglio: è vero in molti casi, ma non quando lo scrittore è Simenon, di cui sembrano essere rimasti, inediti in Italia, non solo romanzi che si leggono d’un fiato come questo, ma che addirittura propongono storie inquietanti perché in qualche modo attuali.
Il paesaggio sembra di conoscerlo già: è la periferia squallida e senza speranza, col capolinea del tram e il canale con le chiuse, nella quale si ha l’impressione che da un momento all’altro debba spuntare la pipa di Maigret, e sembra di vederlo entrare, il commissario, nella mescita gestita dai Krull, al piano terreno della loro casa, e ordinare una birra, o un calvados. E invece no. Maigret non c’è. Non ci sono la sua intelligenza e la sua empatia ad arginare la desolazione disperata  che abita i luoghi e le anime che popolano questa tragedia annunciata, fin dalle prime pagine. Perché i Krull sono crucchi, sono tedeschi che vivono e lavorano in questa città francese di provincia da anni, ma gli anni sono quelli del nazismo, minacciosamente vicino anche se non ancora in armi. Ma forse, diversi sarebbero in ogni modo sentiti, i Krull, perché un diverso occorre dove la vita è dura, per affibbiargli un qualche responsabilità, non importa se inconsistente, immaginaria. Anzi, meno è definita e meglio farà al caso: “ogni volta che succede qualcosa nel quartiere, la colpa è comunque nostra”, lamenta uno dei Krull, quello che studia per diventare medico. E così accade anche quando si trova il cadavere di una ragazza, assassinata. Dai sospetti si passa in poche ore ai tentativi di linciaggio.
Tutto chiaro dunque? Si tratta di “una storia esemplare di odio populista” (come ha scritto pochi giorni fa la Repubblica)? della “deriva ineluttabile che ci attende quando indichiamo nello Straniero il responsabile di ogni male”?

Certamente. Ma Simenon non si accontenta del romanzo a tesi. C’è dell’altro in questa storia, ed è uno dei personaggi a farlo venire a galla, un Krull anche lui, ma appena arrivato dalla Germania e del tutto indifferente, al contrario dei parenti, al giudizio della gente: non è tanto per il fatto di essere stranieri, immigrati, che sulla famiglia si riversano diffidenza, sospetti e infine odio distruttivo. Il peccato dei Krull è non esserlo abbastanza, stranieri. Non esserlo fino in fondo, vergognarsi di esserlo, e dunque “fare come la gente del posto, scimmiottando le usanze locali”. E in questo modo diventando involontariamente – questo è il punto – specchio della miseria degli altri, e delle loro miserie.
Uno specchio da spezzare, per non vedercisi, miseri quali si è.

Il diritto di essere felici, e il coraggio di riconoscerlo

Kent Haruf, Le nostre anime di notte, NNE 2017 (pp. 175, euro 17)

“Voglio sapere cosa pensi.
Di cosa?
Del fatto di stare qui.
Ormai riesco ad accettarlo.
Mi sembra una cosa normale.

Normale e basta? (…)
La verità è che mi piace. Mi piace molto. Se non lo facessimo mi mancherebbe. Tu che ne pensi?
Adoro questa cosa. E’ meglio di quel che speravo. E’ una specie di mistero. Mi piace per il senso di amicizia. Mi piace il tempo che passiamo insieme. Starcene qui al buio di notte. Parlare. Sentirti respirare accanto a me se mi sveglio.”
Tutto qui. Passano la notte nello stesso letto, e parlano. Due vedovi attempati, vicini di casa. È stata lei a prendere l’iniziativa: “mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me”. E lui, dapprima imbarazzato come un ragazzo – ma capace di vedere dentro di sé come solo chi non è più un ragazzo talvolta sa fare  – ci sta. Perché lo capisce, anche lui, che non stanno unendo due solitudini, ma il loro desiderio, ancora vivo: il desiderio di raccontarsi, di raccontare la propria vita e insieme le vite cui si è rinunciato, o che non ci è accorti di volere davvero, quand’era il momento (lui da giovane scriveva poesie, nei ritagli di tempo, come il protagonista di Paterson, il bel film di Jarmusch).

Il loro desiderio, perciò, è quello fondamentale, o che tale dovrebbe mantenersi nella vita: il desiderio di capire chi si è,  senza rimpianti per il chi si è stati o non si è riusciti a essere, e senza timori per quel che potrà accadere, né per la propria reputazione. Siamo sempre nella piccola immaginaria Holt della fortunata trilogia che ha fatto conoscere Haruf in Italia, e a nessuno sfuggirà quella loro strana indefinibile frequentazione. Tantomeno al figlio, il padre del bambino che subito si è inserito nella vita della coppia e vi ha trovato il calore e la serenità che la sua famiglia non gli sa offrire. Ma il fatto che la storia non abbia un lieto fine – a meno che come tale si voglia interpretare la rinuncia che i due finiranno con l’accettare  – non compromette la scoperta che, l’uno grazie all’altra, hanno fatto: la scoperta che si può, che si ha diritto a essere felici, anche se non ad ogni costo.
È questa guadagnata consapevolezza, che sommessamente attraversa, e riscalda, la narrazione, a comunicare al lettore un senso di quiete che nella scrittura piana ma sempre attenta, premurosa, di Haruf, si fa via via riconoscenza per lo scrittore, che con questo ultimo romanzo ha concluso la sua opera.

Le otto montagne: una meta raggiunta attraverso racconti e meditazioni sull’arte di scriverne

Giovedì 16 marzo ore 17.30
Incontro con Paolo Cognetti
Presentazione di Le otto montagne (Einaudi 2016)
Con l’autore dialoga Carlo Simoni

La montagna, il mai concluso misurarsi con chi ci ha messo al mondo, l’amicizia.

E la vita che passa, e dà e toglie. Anche cose simili si possono raccontare con il ritmo del passo. Un ritmo semplice, lento,  concentrato.
I temi e la voce, la scrittura di Cognetti si possono sintetizzare in questo modo, se parliamo del suo romanzo, Le otto montagne (di cui i nostri “Appunti per i lettori” si sono occupati lo scorso 2 dicembre). E’ in quelle pagine che i più hanno scoperto questo giovane scrittore, ma la vetta raggiunta con questo libro, accolto come un capolavoro da migliaia di lettori, ha richiesto, come la conquista di ogni cima richiede, un lungo percorso di avvicinamento. Fatto di racconti, innanzitutto. Pubblicati fra il 2004 e il 2012: dal Manuale per ragazze di successo a Una cosa piccola che sta per esplodere a Sofia si veste sempre di nero. Si potrebbe disegnare una mappa dei temi e dei motivi che attraversano questi racconti e ritroveremo nel romanzo: famiglie “disastrose” e percorsi di formazione a dir poco accidentati, la cesura profonda fra le aspettative e gli orizzonti della generazione degli anni ’70 e quella degli anni ’90 (i comunisti sono come i cattolici: “vi fate un culo così perché credete nel futuro. Io voglio essere felice adesso”). Il tutto vissuto da personaggi – bambine e ragazze soprattutto: la prevalenza di voci e punti di vista femminili è un dato di fondo – da cui lo scrittore si lascia sorprendere, seguendoli con il rispetto che contrassegna l’amore. Ma sarebbe fuorviante, e riduttivo, leggere i racconti di Cognetti come una palestra in cui s’è allenato in vista della scalata al romanzo. I racconti ci propongono una poetica che è tutt’uno con la comprensione di un dato esistenziale: la nostra identità, il chi siamo davvero, non corrisponde alla somma di quello che ci è capitato di vivere né con la cronologia della nostra vita. Siamo piuttosto la risultante, sempre provvisoria e in via di ridefinizione, dei nostri ricordi, delle relazioni e delle esperienze che ci hanno segnato, delle speranze e delle paure che ci hanno seguito. “Siamo il nostro repertorio di storie, non importa se vere o inventate”: è uno dei non pochi passaggi  illuminanti che costellano le pagine di A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti che han l’aria di aver sempre accompagnato Cognetti nella sua esperienza della scrittura (a volte rapprendendosi nel “sogno di un racconto”, qual è Il nuotatore). Niente di più distante da un vademecum per aspiranti scrittori, comunque: se mai sono un esempio di buona scrittura, queste meditazioni, e soprattutto un racconto di racconti, a partire dagli amati americani (Hemingway e il suo Nick Adams in primo luogo), perché è leggendo – sembra sostenere implicitamente l’autore – che, sempre che sia possibile, si impara a scrivere. Leggendo e cercando nelle pagine degli scrittori le loro motivazioni a scrivere, e le vie lungo le quali hanno imparato il loro mestiere. Ed è sulla scia dei grandi autori d’oltreoceano che Cognetti diventa cittadino di New York, e ne scrive guide sui generis (New York è una finestra senza tende e più recentemente Tutte le mie preghiere guardano verso ovest) che sono a loro volta narrazioni, dense di rimandi ai grandi della letteratura americana ma anche delle storie d’ogni giorno che si possono ascoltare traversando quartieri connotati da lingue, sapori, mentalità fra loro diverse.

E la montagna? Che cosa ne è rimasto tra la folla e le luci della metropoli, che sia New York, la città d’elezione, o Milano, quella in cui si vive? “Non è mica quel gran salto che tutti pensano”, gli spiega un amico, anche lui uomo di montagna trapiantato nella Grande Mela: “è solo un altro tipo di solitudine”.
E infatti alla montagna torna, lo scrittore, perché è il luogo della vita lenta, vera, giusta. Il luogo che “custodisce la tua storia”. I passaggi d’età, le vicende della vita, le speranze e gli affetti è nella montagna che trovano la loro verità, ed è là si lascia affiorare allora Il ragazzo selvatico che la città non ha soffocato. Così come le short stories di Carver e compagnia non hanno zittito voci diverse, come quella di Rigoni Stern, la cui eredità  – diceva Cognetti su Repubblica pochi giorni fa – “sento il bisogno e il dovere di mantenere viva”: anche a questo bisogno, forse, ha risposto Le otto montagne. A questo, e al desiderio di dare una casa ai volti, alle voci, agli scenari che avevano finora alimentato la scrittura: “Da tempo volevo scrivere una storia di montagna, di padri e figli e di amicizia maschile”, racconta Paolo Cognetti nel suo blog: “quel giorno, andando dietro al mio amico fuori dal sentiero, mi ricordo di aver pensato: ma ce l’hai già, questa storia, è tutta qui, non la vedi? La devi solo raccontare. Hai i personaggi, i ricordi, i luoghi, non ti resta che mettere insieme i pezzi e trovare le parole. Soprattutto hai la cosa più importante, e cioè il sentire che questa storia è viva dentro di te, è vera, ti accompagna da sempre, e adesso che l’hai vista non puoi più pensare ad altro che a scriverla. Vai a casa e comincia. Di colpo c’ero già dentro fino al collo.” 

Bibliografia
Manuale per ragazze di successo, minimum fax 2004 (pp. 118, euro 9)
Una cosa piccola che sta per esplodere, minimum fax 2007 (pp. 163, euro 10)
New York è una finestra senza tende, Laterza 2010 (pp. 160, euro 14)
Sofia si veste sempre di nero, minimum fax 2012 (pp. 207, euro 14)
Il ragazzo selvatico. Quaderno di montagna, Terre di mezzo 2013 (pp. 101, euro 12)
Il nuotatore, Orecchio acerbo editore 2013, (pp. 60, euro 13,50)
A pesca nelle pozze più profonde. Meditazione sull’arte di scrivere racconti, minimum fax 2014 (pp. 133, euro 13)
Tutte le mie preghiere guardano verso ovest, EDT 2014 (pp. 107, euro 7,90)
Le otto montagne, Einaudi 2016 (pp. 204, euro 18,50)

Vegetarianismo e ritorno del rimosso

Han Kang, La vegetariana, Adelphi 2016 (pp. 177, euro 18)

Alberto Capatti, Vegetit. Le avanguardie vegetariane in Italia, Cinquesensi 2016 (pp. 191, euro 18)

Ana Paula Maia, Di uomini e bestie, La Nuova Frontiera 2016 (pp. 121, euro 14,50)

Giulia Innocenzi, Tritacarne. Perché ciò che mangiamo può salvare la nostra vita. E il resto del mondo, Rizzoli 2016 (pp.263, euro 18)

Tutti noi abbiamo ascoltato o partecipato ai discorsi che il vegetarianismo suscita: “Mangiare carne è un istinto basilare dell’uomo, il che vuol dire che essere vegetariani è contrario alla natura umana, no?

È semplicemente innaturale.” E le considerazioni antropologiche lasciano presto trasparire prese di distanza recise: “Una dieta equilibrata va a braccetto con una mente equilibrata, non  pensate?” Sono queste le parole che, nel corso di una cena, accompagnano il rifiuto della carne da parte la protagonista del fortunato romanzo di Han Kang, la storia di un lacerante percorso di sofferenza di cui la scelta alimentare è solo l’avvio manifesto. È comunque significativo che il dolore che abita la protagonista si addensi attorno a una sensazione d’orrore che nella carne trova il suo fulcro: “Ho mangiato troppa cane, le vite degli animali che ho divorato si sono tutte piantate lì. Il sangue e la carne, tutti quei corpi macellati sono sparpagliati in ogni angolo del mio organismo, e anche se i resti fisici sono stati espulsi, quelle vite sono ancora cocciutamente abbarbicate alle mie viscere.”

Complesse e tortuose, in questo caso,  le ragioni del vegetarianismo sono invece limpide nelle dichiarazioni di molti dei suoi praticanti: se ne trova ampia esemplificazione, ma soprattutto un’analisi che risale alle origini di questa scelta nella nostra cultura, scorrendo il libro di Alberto Capatti, autore di storie della cucina italiana e di saggi di storia e letteratura gastronomica: “Ieri e oggi – sostiene –  i vegetariani sono coloro che, indifferenti all’opinione, hanno scelto. Il gastronomo esita e si interroga continuamente, e il mito dell’onnivoro guadagna proseliti, mentre attratti da prodotti tipici tradizionali, da astrattismi d’alta cucina andiamo alla ricerca di nuovi valori, alla ricerca di un equilibrio che la globalizzazione compromette.” “Era così, negli anni 1905-1945 da noi presi in esame?” si chiede l’autore: “Vedrete ogni sorta di gioco, ogni sorta di compromesso, dalla frutta alle uova e al pesce per ritornare ad una dieta di soli frutti, ma nulla inficia la ragion prima di ogni scelta che è a monte, anzi in una concezione della vita.” Nella quale non sembra aver giocato un ruolo decisivo lo “scandalo denunciato dagli animalisti, la macellazione”. Eppure già Tolstoj invitava a fare il “primo passo”: la visita a un macello.

Ed è qui che ci  portano altri due libri, un romanzo e un reportage.

 “La fila di buoi e di vacche è sempre lunga. Un dipendente apre la porticina e il bue che è già passato per la visita d’ispezione e il lavaggio entra piano, diffidente, guardandosi intorno. Edgar prende la mazzetta. Il bue si avvicina. Edgar guarda l’animale negli occhi e gli accarezza la fronte. (…) Con il pollice sporco di calce, disegna una croce in mezzo agli occhi del ruminante e indietreggia di due passi. E’ il suo rituale di storditore. Alza la mazzetta e colpisce la fronte con precisione, causandogli  un’emorragia cerebrale che lo fa collassare. Il bue cade a terra e dopo brevi spasmi si placa. Non soffrirà, pensa. Adesso l’animale riposa, sereno, incosciente, mentre viene portato verso la tappa successiva da un altro dipendente, che lo appenderà a testa in giù e lo scannerà”.
È questo che avviene in un macello. Ogni giorno, ci avverte Ana Paula Maia. E Edgar è uno dei tanti che fanno questo mestiere. Necessario… (?). Invisibile.
Ma lui li guarda negli occhi, gli animali che si trova davanti . Non sa non farlo: “la cosa peggiore quando abbatti un bovino è guardarlo negli occhi”, anche se “non si riesce a vedere nulla.” Una constatazione vicina a quella che si ritrova in  Perché guardiamo gli animali? di John Berger, il primo dei libri di cui si sono occupati i nostri “appunti per i lettori”. Anche là lo sguardo dell’animale: “Quando sono intenti a esaminare un uomo, gli occhi di un animale sono vigili e diffidenti” – notava Berger – e al tempo stesso indifferenti, perché l’animale “non riserva uno sguardo speciale all’uomo. Ma nessun’altra specie, a eccezione dell’uomo, riconoscerà come familiare lo sguardo dell’animale.” Perché? Perché “l’uomo diventa consapevole di se stesso nel ricambiarlo”, quello sguardo.
Deve saperlo, pur non essendone consapevole, Edgar Wilson: tutta la sua vicenda ruota attorno a quegli occhi, che “assomigliano alla notte” perché dentro c’è un buio insondabile, un buio che tuttavia si è dissipato per un attimo quando ha abbattuto la sua prima vacca: “era la sua stessa immagine che aveva davanti a sé, riflessa negli occhi della vacca, poco prima di morire.”
Storia di un macellatore pentito? Niente affatto. Edgar lo sa: “finché ci sarà una vacca in questo mondo, ci sarà sempre qualcuno disposto ad ammazzarla. E qualcun altro disposto a mangiarsela.” Qualcun altro, però, “disposto a mangiarsela, ma ad ammazzarla no”…
Lo sa Edgar e lo sapeva Dostoevskij, citato in conclusione: “adesso noi forse consideriamo l’essere sanguinari una porcheria, ma facciamo lo stesso questa porcheria, anche più di prima”. “In modo più disgustoso di prima”.

È proprio quel che avviene nei macelli, lontano dai nostri occhi, e dalla nostra volontà di sapere, che occupa le pagine più contundenti del reportage di Giulia Innocenti, che non a caso ha preso le mosse in questa sua ricerca da un libro che, una volta letto, non si riesce a dimenticare: Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di Safran Foer (Guanda 2010). I macelli, ma ancor prima gli allevamenti industriali, altro luogo che la nostra coscienza cerca di negare, ma che – proprio perché rimosso – ritorna, emergendo nelle pagine di una schiera di scrittori, da Upton Sinclair (La giungla, ristampato da Gingko edizioni nel 2011) a Coe (La famiglia Winshaw, Feltrinelli 1997), da Coetzee (La vita degli animali, Adelphi 2003) a Sorman (Come una bestia, Nottetempo 2014); dal Gadda  di Una mattinata ai macelli (in Verso la certosa, Adelphi 2013) al poeta Ivano Ferrari (Macello, Einaudi 2004).
Il fatto è che “per sapere devi voler sapere”, insiste Innocenti. E devi continuare a leggere, potremmo aggiungere noi: anche quando ti si racconta dell’allevamento avicolo di Monticelli Brusati o dell’Italcarni, il macello degli orrori di Ghedi. Non occorre andar lontano… I nomi dei responsabili, imprenditori alimentari, amministratori pubblici  o funzionari Asl che siano, non ci suonano sconosciuti: li abbiamo trovati  sui giornali bresciani in tempi recenti. E così scopriamo che un concetto apparentemente distante ed elitario come quello di “benessere animale” è legato a filo doppio con la realtà concreta, quotidiana, vicina della corruzione.

La crisi e il Gratta e vinci

Amalia Signorelli, La vita al tempo della crisi, Einaudi 2016 (pp. 111, euro 12)

Stefano Massini, Lavoro, Il Mulino 2016 (pp. 131, euro 12)

“Capire qualcosa di ciò che è stata la crisi per chi l’ha vissuta dal basso, nelle costanti modifiche (quasi sempre peggiorative) della propria quotidianità e, per giunta, spesso senza padroneggiare gli strumenti necessari per averne una comprensione piena”.

Non è un economista a porsi questo obiettivo, ma un’antropologa culturale quale è Amalia Signorelli, capace sì di cogliere la differenza di questa crisi rispetto alle precedenti – essendo, quella che ancora viviamo, frutto di “precise scelte di politica finanziaria” – ma interessata soprattutto a mettere in luce un dato, esistenziale e culturale insieme, che accomuna l’uomo della strada, i politici, la maggior parte degli stessi economisti che dovrebbero darceli quegli strumenti per capire. E invece no: la crisi è, da un lato, vissuta come una catastrofe naturale impossibile da prevedere e, dall’altro, descritta in termini esclusivamente economici ma, si badi, ispirati dalla propaganda neoliberista che presenta l’economia come una realtà oggettiva. Naturale, appunto. E imperscrutabile la sua parte, la crisi ma anche l’uscita dalla crisi che si pretende si stia profilando. Senonché, “se ci si colloca dal punto di vista delle esperienze della vita quotidiana dei cittadini comuni, non si direbbe che la crisi sia finita. Ma non importa: “come la fase minacciosa del default incombente e imminente, così anche questa ripresa viene narrata come una sorta di misterioso effetto di forze, di agenti che restano poco analizzati, salvo attribuire la ripresa ad alcuni provvedimenti governativi, ai quali però molti critici attribuiscono un’efficacia più elettorale che economica.” Di fatto, all’ottimismo della classe politica corrisponde un sentimento opposto fra i cittadini che si possono incontrare nei supermercati, nelle sale d’aspetto dei medici, sui mezzi di trasporto pubblici: “ingrigiti e intristiti, scettici e pessimisti”. Al punto da giustificare la definizione della crisi attuale come un’“apocalissi culturale”, per usare le parole del maestro degli antropologi culturali italiani, Ernesto De Martino. Vale a dire, non un momentaneo disorientamento, ma una situazione in cui “non si sa più dare un significato e un valore ai propri accadimenti”, uno stare nella storia – tanto collettiva quanto personale – come se non ci si stesse. E in ciò, la mancanza di lavoro svolge un ruolo determinante, perché nella nostra tradizione culturale “il lavoro non è solo uno strumento di sussistenza; è anche un elemento costitutivo delle identità individuali e collettive e matrice di valori.”

Ci si spiega allora perché la parola lavoro si sia negli utlimi anni “colorata suo malgrado di una patina opaca”, come la parola futuro, non a caso. Le ragioni ce le spiega Stefano Massini – sì, ancora lui: l’autore della saga dei Lehman Brothers di cui ci siamo occupati la scorsa settimana: fra la società e l’immagine del lavoro si è celebrato un vero e proprio un divorzio. E’ un’aperta contrapposizione quella che si è instaurata fra lavoro e diritti dei lavoratori, e dunque non ci si sorprenda se i sogni che un’ipotetica vincita al Totocalcio (o al suo  succedaneo attuale, il Gratta e vinci) sono radicalmente cambiati nel giro di pochi decenni. Se nel primo dopoguerra il desiderio era quello di aprire un’attività, mettersi in proprio, cambiar lavoro, oggi si è spostato sul licenziarsi, vivere di rendita, comprare immobili, diventare turisti a tempo pieno. Perché – la conclusione di Massini è molto vicina a quella di Signorelli – sentiamo che la parola lavoro “aveva un senso che rappresentava molto di più di ciò che noi oggi le attribuiamo. Forse percepiamo un vago sentore di origini preziose, e intuiamo un brillare lontano. Ma è solo l’eco di un discorso andato.”

Le storie degli invisibili

Tre romanzi per raccontare le storie degli invisibili.
È un mondo sconosciuto che ti cade addosso quando ascolti le loro storie; le loro vite ti si rovesciano addosso.

Due scrittrici, una tedesca, l’altra italiana, si trovano a usare le stesse parole per dire ciò che accade quando l’incontro con l’altro – i “profughi”, i “rifugiati”, i “richiedenti asilo” –   avviene davvero, quando lo sguardo di ciascuno di loro ci raggiunge e  restituisce a noi stessi la capacità di vedere, uno sguardo libero dallo stereotipo che ce li fa sembrare tutti uguali e ci impedisce di andare oltre la compassione rassegnata che possono ispirarci. Ma l’identità insopprimibilmente singolare di ognuno sta nella sua storia, e dunque è il farsela raccontare, e il raccontarla a nostra volta, che realizza davvero l’incontro.
È in questo modo che nascono i due romanzi di Jenny Erpenbeck e di Melania Mazzucco, dimostrazione viva – al di là di ogni dissertazione su fiction e non-fiction, sulla buona o la cattiva salute del romanzo – del ruolo essenziale che la narrazione può assumere perché il confronto con l’altro si faccia relazione. Perché diventi possibile uscire dallo stato di negazione che ostacola la nostra consapevolezza della portata storica di un cambiamento che ci riguarda tutti.
Uno stato di negazione che non risparmia neanche le donne dell’Est che vivono fra noi e assistono i nostri vecchi: sappiamo molte cose di loro, eppure occorrono libri come quello di Antonio Manzini per colmare la distanza che ci separa. 

Jenny Erpenbeck, Voci del verbo andare, Sellerio 2016 (pp. 350, euro 16)

Diventiamo visibili, hanno scritto su un cartello i rifugiati che da mesi sono accampati in Oranienplatz, a Berlino. Africani, fuggiti dalla Libia. Approdati, quelli che non sono annegati, a Lampedusa, e ora qui, a cercare un lavoro, e un posto dove passare l’inverno ormai alle porte.
Lui, Richard, professore di filologia classica da poco in pensione, passa di lì ma non ci bada, non lo vede il cartello. Solo guardando il telegiornale della sera si rende conto della loro esistenza.
E senza dirselo, senza cercare argomenti, senza chiedersi a quale comitato di aiuto ai migranti partecipare, comprende che è questo a fare davvero la differenza: vederli. Riuscire a vederli, a capire che ognuno di loro ha una storia, è il prodotto della storia che si porta dietro e da cui vengono i suoi bisogni e le sue aspettative. Né più né meno come accade a ciascuno di noi.
Richard ha i suoi problemi, ovviamente. Come tutti. Deve fare i conti con quel che comporta uscire di scena, pensare che nel suo ufficio in università, al tavolo dove ha lavorato decenni, adesso siede un altro. Vedovo da cinque anni, regola le sue giornate attorno a gesti precisi, sensati.  Ha molto tempo, adesso che non lavora, ma “il tempo ora è tutto un altro genere di tempo”, ed è proprio a partire dalla sua condizione che fa una scoperta: “parlare di ciò che il tempo è veramente, lui riuscirebbe farlo, forse meglio che con chiunque altro, con coloro che sono caduti fuori dal tempo”. E allora si prepara, studia la geografia e la storia dell’Africa: vuol sapere qual era la vita di Awad, di Rufu, di Osarobo, di Khalil e di tanti altri prima che fossero costretti a lasciare i luoghi dov’erano nati, prima che le loro storie diventassero l’elemento su cui le autorità operano la selezione fra chi può restare e chi – in base agli accordi di Dublino – deve essere rimandato in Italia, perché lì è sbarcato.
Va da loro, nella scuola dove sono stati spostati dopo lo sgombero di Oranienplatz, ne ospita qualcuno nella propria casa, collabora ai corsi nei quali gli si insegna il tedesco (andare, andai, andato: è quello il verbo che imparano per primo a coniugare).
E li ascolta, soprattutto, non arretrando davanti allo sconcerto in cui sprofondi “quando ti cade addosso un intero mondo che non conosci”. Ma “quando – non esita a chiedersi, lucidamente – uno come lui, che nutriva grandi speranze per l’umanità, è diventato quello che fa l’elemosina? (…) Ha perduto così radicalmente la speranza?” Eppure non si ferma, Richard, non sta a rimuginare su quel che è accaduto dopo la caduta del Muro che divideva la sua città, non elabora teorie: si lascia semplicemente attraversare dalle singole vicende di cui non s’era accorto,  che aveva pensato di poter ignorare. Che ora ha imparato a conoscere e dalle quali impara: che è “un equivoco assurdo (quello) che spacca in due l’umanità”, “un fronte finto, che ne nasconde un altro, quello che esiste nella realtà”, e porta la polizia a sorvegliare minacciosamente la protesta dei rifugiati che non vogliono essere dispersi in centri d’accoglienza lontani anziché a schierarsi davanti a una banca per portarne fuori “i manager colpevoli di malversazione per somme miliardarie”.
E’ la festa di compleanno di Richard a occupare le ultime pagine: non l’aveva più festeggiato da quando era morta sua moglie e ora ci sono loro, i rifugiati che ha conosciuto. Ma non è un lieto fine: Richard non ha trovato il modo di superare l’incertezza che lo pervade, di colmare le domande che il suo passato gli pone, il timore che il futuro gli ispira. Non ha trovato rimedio alla propria fragilità, a una precarietà che scopre ineliminabile. La sa riconoscere però, e in quella individuare il tratto che lo accomuna agli altri, anche a quelli che hanno perso tutto: “credo di aver compreso che quanto riesco a sostenere è solo la superficie di tutto quanto non riesco a sostenere”.
“Come in mare? domanda Khalil.”
“Sì, in linea di principio, proprio come in mare.”  

Melania Mazzucco, Io sono con te. Storia di Brigitte, Einaudi 2016 (pp. 259, euro 17,50)

“Siete come la sabbia del mare. Non finite più”, dice sconsolato il poliziotto che deve identificarli. E si vergogna, il volontario incaricato del primo colloquio con loro, di dover ammettere che nei primi tempi non riusciva a “memorizzare un solo viso. Gli africani gli sembravano tutti uguali”. Gli ci è voluto del tempo per rendersi conto che “sono diversi fra loro quanto uno scandinavo da un greco, un irlandese da uno slavo”.
Lei stessa, Melania, ha certamente incrociato l’esule dal Congo che si trascina spaesata, affamata, nel caos  della stazione Termini, ma non l’ha vista, “non (ha fatto) caso a lei”. Eppure sarà proprio questa donna, Brigitte, la protagonista della sua storia, di una storia che alla fine apparterrà ad entrambe. Perché lei, la scrittrice, sa fin dall’inizio che non sta semplicemente raccogliendo un resoconto cui dovrà dar forma, ma sta facendo altro, e di più: “Non ho registratore, né videocamera. Del resto non sto facendo un’intervista. Ci conosciamo solo da pochi mesi. Non voglio intimidirla o indurla ad assumere una parte. E’ ciò che ha fatto, istintivamente, la prima volta che l’ho incontrata. Ancora non so se riuscirò mai a scrivere la sua storia. Ma sono sicura che, se potrò farlo, sarà solo perché lei sarà stata se stessa con me, e anch’io con lei. Allora io potrò essere anche lei e riuscirò a trovare le parole.”
Solo nelle ultime pagine veniamo a sapere delle circostanze che hanno portato le due donne a parlare fra loro per ore, la prima a raccontare alla seconda le atrocità che l’hanno portata, dalla clinica che aveva messo in piedi e dirigeva nel suo paese, al degrado e alle insidie dei marciapiedi di Roma. E la reciprocità della relazione traspare nella struttura narrativa, nello scambio della voce narrante, nell’alternarsi del punto di vista, nell’intreccio di racconto in presa diretta e di flash back che portano sulla pagina episodi allucinanti.
Del resto, ancora mentre è alle prese con la scrittura, è ben chiaro il proposito dell’autrice: il suo libro “non sarà una raccolta di storie. Sarà la storia di un rifugiato solo, perché nessuno è un numero, ma una persona, unica, irripetibile.” Un modo diverso, rispetto alla Erpenbeck, di declinare una convinzione comune: “Conoscerli – e fare in modo che loro conoscano noi – è necessario. Il futuro si costruisce adesso. (…) La dobbiamo scrivere la loro storia, che ormai è anche la nostra. Non soltanto per loro, ma per noi. Mi pare diventato necessario.”

Antonio Manzini, Orfani bianchi, Chiarelettere (pp. 243, euro 16)

Non sono arrivate di notte, su un barcone attraverso il Mediterraneo, o nascoste fra il carico di un camion. Non hanno alle spalle storie inimmaginabili, tanto da non poterle raccontare. Non appartengono alla folla di migranti che troviamo nelle pagine di altri libri, come quelli di Erpenbeck e di Mazzucco.
Vivono nelle nostre case, ne conosciamo il nome e non ne confondiamo la fisionomia. Di loro sappiamo molto. Perché raccontano di sé, molto spesso: della casa che là possiedono ancora, del lavoro che là facevano, dei vecchi genitori e del resto della famiglia, del marito (se c’è), ma soprattutto di figli che hanno dovuto lasciare. Là: in Ucraina, in Bielorussia, in Moldavia… Le loro non sono storie di invisibili.
Eppure. Eppure occorrono libri come questo per vederle davvero, per accostarsi alla storia di una di loro nella sua umana concretezza.  Perché “qui in Italia ognuno vive per i fatti suoi”, deve constatare Mirta, badante moldava assunta in una casa di ricchi, a servire Olivia, una vecchia signora che la paralisi ha reso sprezzante, cattiva.
“Hanno tutto – qui in Italia – ma sorridono poco e non gli viene da essere felici. Per questo la signora Olivia mi fa una tenerezza enorme. La lasciano qui, con me, un’estranea che viene da lontano. E quando se ne andrà, forse avrà solo i miei occhi accanto. Quelli di una sconosciuta che le sta vicino solo per il mensile.” Ma questa vicinanza si rivela un corpo a corpo crudele, quella tenerezza è annientata dall’arroganza sadica dell’assistita.
Eppure un filo di comprensione prende a scorrere fra le due donne. E’ la signora a dirlo: “io e te siamo uguali, Mirta”. Nella disperazione. Anche se una ha fatto una bella vita e l’altra la stringe coi denti: “nella disperazione non c’è una scala di valori”.  La ricca signora vuole morire, la badante vive solo per Ilie,  il figlio che ha dovuto lasciare in un “internat”, insieme a tanti altri orfani bianchi, come li chiamano là. Ma la speranza di farlo venire in Italia, quel ragazzo, è più forte delle umiliazioni e delle offese che ogni giorno, in quella casa, negli uffici, per la strada, è costretta a subire. Ce la farà, glielo assicura anche un connazionale che la vuole sposare, e far da padre a Ilie.
Il lieto fine si profila. Ma ancor prima di essere giunti alle ultime pagine, non sappiamo crederci, sentiamo che non potrà finire bene, questa storia…

Prima della bancarotta: la saga dei Lehman Brothers

Stefano Massini, Qualcosa sui Lehman, Mondadori 2016 (pp. 773, euro 24)

La narrazione, fatta di scene e dialoghi ripresi sempre al presente, prende il lettore: gli comunica l’incalzare delle occasioni che non ci si può lasciar sfuggire, degli affari che se non li fai tu li fa un altro, della competizione che non conosce  tregua né confini. I personaggi si muovono per lo più in interni – uffici dirigenziali, residenze sontuose: le strade e i grattacieli della metropoli restano sullo sfondo – nei quali  si giocano le sorti dell’impresa e della famiglia, in un confronto senza esclusione di colpi: tra fratelli prima, i tre fratelli Lehman, trasferitisi dalla Baviera, dove erano allevatori, per andare a commerciare cotone in Alabama e poi altro (caffè, carbone, petrolio) a New York. E dopo i fratelli la seconda generazione – i cugini Lehman, anche loro uniti nell’intento capitale di far soldi, ma divisi da differenze di carattere, di modi di stare al mondo – e di seguito la terza, che dovrà dividere il potere con dei partner potenti e famelici, in un progressivo allargamento della sfera d’azione che dall’economia reale – l’industria, le ferrovie, le compagnie aeree – sempre più decisamente trasmigra a quella virtuale, in cui ciò che si commercia non è altro che il denaro, senza mediazione, né di merci né di servizi.

E’ una narrazione che mescola i generi – narrativa, poesia, saggistica, fumetto persino – quella che Massini sa mettere in scena: sì, perché è a certi filmoni – tipo C’era una volta in America – che si pensa dopo  qualche decina di pagine (e del resto sono loro, i Lehman a finanziare, fra tante  imprese, anche quella del cinema: Via col vento è una loro creatura). Ma non si tratta di un film: è un romanzo questo, ed è inevitabile, come sempre quando ci si immerge in una di queste saghe imprenditorial-familiari, che tornino alla mente i Buddenbrook, ma soprattutto – complice la fede ebraica, di cui i Lehman sono seguaci e praticanti – è a Singer (Israel J.) che  questi fratelli Ashkenazi d’America fanno pensare, almeno fin quando trafficano in cose e non in titoli finanziari.
Senonché, l’autore stesso precisa nel sottotitolo, più che un romanzo, è un “romanzo/ballata” quello che ha scritto. E allora ci si spiega perché dopo qualche centinaio di pagine si è cominciata a sentire una voce, che dipana il racconto e lo colorisce, e la si riconosce: è quella di Paolini. Impossibile: la storia dei Lehman Brothers è già arrivata al palcoscenico. Lehman trilogy: l’ultima regia di Ronconi. Eppure, vorremmo sentire lui, Paolini, a leggerla, recitarla, cavandone i risvolti drammatici, ma anche umoristici a volte, che vi si intrecciano.
Decine, centinaia di pagine: un librone, Ma non ti devi spaventare, mi ha detto un amico: va a capo continuamente… Già: vuole essere anche un poema questo romanzo/ballata. E’ all’epica che aspira, un’epica fuori tempo, che suona inevitabilmente – e consapevolmente –  grottesca nell’età della “ragion cinica”, in cui sono ammessi “tracolli” ma non tragedie. Non è un caso, probabilmente, che il racconto non giunga al crack della Lehman Brothers nel 2008, la più rovinosa bancarotta che l’Occidente ricordi, all’origine della crisi da cui non siamo ancora usciti.
Ma questa è un’altra storia, si usa dire.
Un’altra storia: la nostra.

La vecchiaia in un mondo che ringiovanisce

Henning Mankell, Stivali di gomma svedesi, Marsilio (pp. 425, euro 19,50)

La paura della morte, la sensazione di essere superato dai fatti in un mondo divenuto incomprensibile, faccia a faccia con un mare sempre più spopolato, di persone come di pesci: un uomo lucidamente consapevole, tanto più ora che invecchia, dell’assenza di significato della sua esistenza.

Il misterioso incendio che una notte gli distrugge la casa segna una svolta nella sua vita. In attesa che l’assicurazione lo rimborsi e possa così ricostruire un luogo in cui vivere è costretto a provvedersi del necessario per vivere, abitando in una roulotte. Come un Robinson Crusoe che non ha però perduto solo le sue cose – e deve procurarsene di nuove, a partire da un paio di stivali di gomma – ma anche ogni motivazione a continuare.
Eppure la vita non l’ha ancora abbandonato: sogna un amore con la giornalista che va da lui per scrivere un servizio sull’incendio, e in lei scoprirà un altro essere in cerca di senso, con cui realizzare non un rapporto erotico ma un’amicizia. Anche la figlia quarantenne, vagabonda, sconosciuta, finirà con il riavvicinarsi al padre, costringendolo a misurarsi di nuovo con gli altri.
Sospettato di esser lui stesso l’incendiario, sarà invece proprio lui a scoprire il vero colpevole, un mite abitante dell’isola, malato di solitudine. E la casa si ricostruirà. Con lui ci abiteranno la figlia col suo compagno e la bambina che hanno messo al mondo: “Era già la fine di agosto. Presto sarebbe arrivato l’autunno. Ma il buio non mi faceva più paura”: sono le parole che chiudono la narrazione. Ma non si ha l’impressione del lieto fine, nel ritrovamento di un significato della vita. È piuttosto la percezione della distanza esigua che, nel fluire implacabile dei giorni, separa il trovarlo dallo smarrirlo ad attraversare tutto il romanzo. L’ultimo di Henning Mankell.

Robert Pague Harrison, L’era della giovinezza. Una storia culturale del nostro tempo, Donzelli 2016 (pp. 211, euro 25)

Esser giovani e poi diventare vecchi: le età della vita non sono solo un fatto naturale, che si riproduce identico a se stesso nel corso del tempo. Oltre a quella biologica, gli esseri umani hanno anche un’età culturale – diversa a secondo della parte del mondo in cui sono nati – e quella che contraddistingue la nostra epoca è la giovinezza: “il tipico volto del primo mondo rimane quello di un imberbe, anche se colo passare dell’età avvizzisce, senza assumere mai quei tratti senili dei vecchi di altre culture o di altre epoche storiche”. Si tratta di un “generale cambiamento biculturale che sta trasformando ampi settori della popolazione umana in una specie «più giovane» – nell’aspetto, nella mentalità, nel modo di vita e, soprattutto, nei desideri”. Diventiamo più giovani pur continuando a invecchiare, come tanti Dorian Gray, ma non c’è nessun ritratto che intanto mette le rughe e imbianca, e prima o poi ce la farà pagare: quello era solo un romanzo. Eppure non si può non riflettere sul fatto che “se mai arriva – e sono stati molti a metterlo in dubbio: da Epicuro a Montaigne – la saggezza è concessa a coloro che ne coltivano le risorse fin da giovani; i benefici che in seguito si ottengono sono generati dai semi che vengono gettati allora”. E allora, questo generale ringiovanimento – sia reale che immaginato e preteso – che cosa ci riserverà? Quel che possiamo ipotizzare è che “l’umanità si evolverà in una nuova forma di vita”, tanto nuova da lasciarsi alle spalle la civiltà così come noi la conosciamo.