Appunti presi nel corso della lettura di libri che hanno lasciato traccia e si segnalano, per ragioni fra loro diverse, fra le pubblicazioni recenti. Leggi di più
Claudio Coletta, Prima
della neve, Sellerio 2019 (pp. 182, euro 13)
Andare per boschi per non doversi un giorno accorgere che non si è vissuto – così Thoreau – o lasciare la città e raggiungere la montagna, per schiarirsi le idee, alla Cognetti: per cercare una verità che giù, fra i rumori e le chiacchiere, si può solo sospettare esista. Ma nel romanzo di Coletta la montagna è un passo obbligato, e non è ospitale. È lavoro duro dietro alle mucche, è freddo, nebbia. Ma è comunque là che occorre andare. Solo là si potrà chiarire il “mistero” di “come certe cose accadano in un preciso momento e non in un altro” e scoprire che “esiste una seconda verità” fra “le pieghe di questa storia, sotterranea e sfuggente”: la storia di due amici, legati da un’amicizia tanto stretta da sconfinare nel patologico, e di due donne, una sorella e una moglie, protagonisti di un romanzo che alterna alla loro vicenda l’evocazione degli anni di piombo, ricordo bruciante per chi li ha vissuti da protagonista e adesso, passati gli anni, non sa spiegare il senso delle proprie scelte se non in negativo: “non c’era altro, se non l’eroina. Metà dei compagni morti di overdose, gli altri in giro come tanti lazzari, a vendersi per una dose tagliata chissà come, le braccia massacrate dai buchi. Hanno invaso l’Italia con quella merda, hanno distrutto un’intera generazione. Non abbiamo avuto scelta, la verità è questa”. E invece no, non era destino che le cose andassero come sono andate: “Come sarebbe bello se davvero esistesse il destino, invece della caotica sequenza di coincidenze, decisioni, azioni, che se ne fregano della nostra volontà e delle nostre speranze.” Solo i sentimenti restano nella casualità insensata cui sembra ridursi la storia di ognuno, sono forse solo quelli a darle una direzione, o a cercare di farlo. Anche quando non se ne sa, o non se ne vuole comprendere il messaggio. Una storia drammatica, e triste, immersa in un disincanto pensoso, raccontata con la leggerezza delle parole di tutti i giorni.
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Lisa Ginzburg, Pura
invenzione. Dodici invenzioni sul Frankenstein di Mary Shelley, Marsilio
2018 (pp. 109, euro 12)
Se della vicenda conoscete solo la trasposizione
cinematografica di Frankenstein Junior,
niente paura: anche l’autrice è partita da lì, non sapeva nulla del libro di
Mary Shelley prima di leggerlo, rileggerlo e darcene una lettura che non è solo
un’analisi originale, ma soprattutto il tramite di una nuova storia che
riflette in un gioco di specchi la vicenda della scrittrice inglese, quella dei
suoi personaggi – sia il medico visionario che il “Mostro” – e la vicenda
dell’autrice stessa. Un gioco di specchi che si annuncia sin dalla copertina,
dove titolo e sottotitolo si dispongono specularmente, e si traduce in una
serie di rimandi, pertinenti quanto inattesi: la “straziante solitudine” del
Mostro sono analoghi all’autocommiserazione di Frankenstein (che è il medico,
non come spesso si crede, la sua creatura): “I toni derelitti usati da entrambi
sono speculari (…) il creatore lamenta la sconfitta, le conseguenze della
propria hubris; il Mostro piange
l’amore che gli è mancato – quello di una donna, ma anche quello di un
demiurgo/padre.” Sennonché quest’ultimo non riconosce nel Mostro la propria
creatura, che a sua volta non può quindi riconoscere nel suo creatore un padre:
è da una tale “reciproca, irrimediabile delusione”, che nascono il
risentimento, la rabbia. Dei protagonisti. Ma anche di lei, Mary Shelley,
rimasta per sempre segnata dalla ferita inferta dalla morte della madre, ferita
e indotta a un risentimento che solo nella “pura invenzione” sa trasfigurarsi e
dar luogo al lungo racconto che la renderà capace di affrontare la propria
condizione di “brava figlia di due persone di preclara fama letteraria”. Ed è
qui che anche l’immagine della Ginzburg entra nella storia: “che altro potrei
fare – si chiede – vista la mia storia e l’ambiente in cui sono cresciuta?” Che
altro se non scrivere? Gli interrogativi che si pone Lisa Ginzburg – nipote di
Natalia, figlia di due storici come Carlo Ginzburg e Anna Rossi Doria – sono in
tutto simili a quelli con cui si era misurata Mary Shelley: “proprio perché è
tanto poco sorprendente che lo faccia, come riuscire, come trovare un modo, un
cammino che sia davvero mio?”. E come sentirsi legittimati a seguire questa
strada se non ottenendo il riconoscimento di chi quella stessa strada ha, di fatto,
indotto a intraprendere? Solo cinque anni dopo la pubblicazione di
Frankenstein, il padre di Mary le comunica la propria ammirazione: “Io –
confessa Ginzburg – simile legittimazione non l’ho avuta: forse anche per ciò
tanto mi emoziona ricordare come l’ho trovata in mia madre, e viceversa sono
colpita quando riscontro nelle storie di altri l’incoraggiamento da parte dei
loro padri. Basica invidia, la mia: sentirsi appoggiato nei propri talenti, e
prima ancora, nelle inclinazioni, sempre, è apparso il dono più grande, il
miglior battesimo che si possa ricevere da un genitore.”
Dall’intrico dei richiami e delle analogie in cui il lettore si trova coinvolto, sono le motivazioni e la possibilità stessa di scrivere ad emergere e precisarsi in approssimazioni successive e sempre più stringenti in un libro che nasce dall’incontro con un altro libro, dal quale l’autrice si lascia attraversare ingaggiando un corpo a corpo con la vicenda e le parole di un’altra scrittrice: un caso esemplare di quel lasciarsi leggere dal libro che si sta leggendo di cui ha recentemente scritto Massimo Recalcati (A libro aperto. Una vita è i suoi libri, Feltrinelli 2018).
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Nadia Terranova, Addio
Fantasmi, Einaudi 2018 (pp. 202, euro 17)
A che punto si è nella vita: forse è questo che dei loro
protagonisti vorremmo i romanzi ci dicessero, e il racconto fosse lo spazio
necessario per dirci delle ragioni e dei percorsi che li han portati lì.
Leggere romanzi è anche questo: confrontarsi con le storie di altri per
ricavare spunti utili a far luce sulla propria, a farsi un’idea del punto cui
ciascuno di noi è arrivato.
La vita di Ida è di quelle segnate da un prima e un dopo.
Lei è nel dopo, ma non sa dimenticare il prima né tanto meno la linea che ha
separato le due parti in cui la sua esistenza si è divisa. Ci sarà uno stacco
ulteriore, una seconda cesura capace di restituirle una vita sua? Il titolo ce lo fa pensare,
l’inizio no: la madre l’ha chiamata a Messina perché ha deciso di sistemare la
casa in cui la famiglia abitava, in cui lei ha continuato ad abitare; in cui ha
abitato anche il marito, il padre di Ida –fino al giorno in cui, senza
preavviso, se n’è andato, è scomparso, annientato dalla depressione – e anche
la figlia ha abitato, prima di trasferirsi a Roma, trovare un lavoro (scrive
“finte storie vere” per la radio) e sposarsi, con un uomo gentile, con il quale
però il desiderio si è esaurito. E il desiderio, quando si è incrinato, non si
può “rattoppare”, neanche se si è ancora giovani, poco più che trentenni, e quel
che resta sono allora la tenerezza, la comprensione, la solidarietà. Perché i
matrimoni, tutti i matrimoni si arenano “imprigionati nella pretesa di avere
accanto un’unica persona a cui abbiamo chiesto di farci da amante, compagno,
familiare, amico, per poi assistere devastati all’inevitabile franare di una di
queste definizioni o di tutte insieme.” Sono parecchie le pagine riservate al
tema del rapporto fra uomini e donne, ma non è, questo, l’unico fulcro attorno
al quale la narrazione si addensa: la madre ha chiamato la figlia per
svuotarla, quella casa, non solo per sistemarla in vista di una possibile
vendita. E qui emerge il discorso sugli oggetti, e sul loro essere appigli
essenziali, veicoli imprescindibili della memoria: “Non voleva che un giorno
potessi rinfacciarle di aver dato via i miei oggetti, bisognava che tornassi
per scegliere cosa lasciar andare. Pensai che era facile, perché, a parte una
scatola di ferro rosso custodita in fondo a un cassetto, non tenevo a niente.”
Una scatola di ferro rosso: “dal momento in cui un oggetto compare in una
narrazione, si carica d’una forza speciale”, notava Calvino, ed è questo il
caso, come scopriremo nelle ultime pagine. Ma prima di arrivarci occorre
attraversarne altre, pervase da un dire teso, accorato, incerto della propria
necessità eppure costretto da un bisogno di ricostruire, capire, dissezionare i
sentimenti, evocare fino allo stremo quel passato che non sa passare, quel
lutto non elaborato dalla madre e tanto meno dalla figlia, e tuttavia marcando passi avanti, sempre precari ma capaci di fissarsi in frasi, in immagini
che sostanziano la vicenda, la rendono unica, ne mettono in luce aspetti che
vanno oltre di essa e ci raggiungono. A partire, appunto, dai passi dedicati
alle cose che ci seguono nella vita, che conserviamo e finiscono per assumere
la fisionomia di “speranze inutilizzate”. Perché “la vita non si fa con i
residui”, e gli oggetti, anche i più cari, i più evocativi, “non sono
affidabili”, e “i ricordi non esistono, esistono solo le ossessioni”. E
ossessivo è il dolore della perdita del padre: “Hai permesso al tuo dolore di
divorarti – dice a Ida l’unica amica rimasta nella città natale – e la tua ferita
è diventata più grande di te. Vivi come una schiava, sei la schiava di quello
che ti è successo”. E lo ammette la stessa protagonista: “Amiamo le nostre
ossessioni, e non si ama ciò che ci rende felici”.
“Una diade ossessiva” è anche quella formata da madre e
figlia: “sbranarci era una forma d’intimità”, riconosce Ida, che ha capito
“cos’è davvero una madre: qualcosa da cui non esiste riparo. Dicono che una
madre dà tutto e non chiede niente; nessuno dice invece che chiede tutto e dà
ciò che non chiediamo di avere.”
Scrivere allora. Quelle storie per la radio: “io riuscivo a
tollerare il dolore solo scrivendone, e trasformandolo in invenzione potevo
trovare quella pace che nella quotidianità mi mancava”; “i fatti scorrono
accanto a noi mentre ci illudiamo, un giorno, di dominarli. Ecco perché mi
rifugiavo nelle mie finte storie vere: su di loro io esercitavo una signoria
assoluta. Di quello che scrivevo ero sovrana. (…) Scrivendo, mi illudevo di
essere autarchica.”
Non dalla scrittura però ma da un oggetto, anzi dai due oggetti riposti ventitre anni prima in quella scatola rossa, verrà la liberazione: dalla pipa appartenuta al padre e dalla sua voce, registrata in un’audiocassetta. Perché sono l’odore e la voce, “le due tracce più volatili”, a riportarci la vicinanza di chi è assente. Una vicinanza che può tuttavia risolversi nella distanza necessaria per vivere, finalmente.
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.
Giuseppe Pontiggia, Le
parole necessarie. Tecniche di scrittura e utopia della lettura, Marietti
1820, 2018 (pp. 107, euro 9,50)
“Contribuire alla formazione di una coscienza del linguaggio
che sia insieme etica e retorico-espressiva”: i corsi di Pontiggia – di cui il
libro offre brevi significativi saggi – avevano di mira “l’acquisizione di un
linguaggio responsabile”, non per questo disposto a rinunciare a convincere (“vincere
con l’accordo dell’altro”) grazie “alla persuasione in una duplice valenza:
psicologica ed estetica”. Che è come dire: si tratta di scegliere con
accuratezza le parole e usarle a proposito, con rispetto, in primo luogo, e poi
combinarle senza disdegnare il ricorso all’arte della retorica, un’arte
ingiustamente assimilata all’ipocrisia o all’inutile sfoggio: di fatto, non più
riconosciuta nelle sue valenze positive e dunque dimenticata dalla scuola (un
po’ come la paziente pratica della scrittura manuale). E, prima di esser
dimenticata, osteggiata dalla cultura idealistica che assimilava la retorica ad
una tecnica, ossia ad un sapere minore e puramente strumentale.
Discorsi, quelli di Pontiggia, che suonano tanto attuali da apparire
stridenti di fronte alle semplificazioni linguistica e alla povertà
argomentativa dell’odierno linguaggio pubblico (solo pubblico? Come parlano fra
loro i giovani, soprattutto sui social?). L’autore stesso, del resto, era
consapevole del “deterioramento del linguaggio”, di cui “l’invadenza dei
gerghi”, dei linguaggi specialistici è un fattore decisivo: linguaggi che rappresentano
“una scorciatoia pericolosa”, che contraddice la capacità del linguaggio di
“esplorare esperienze nuove e diverse”, sottintendendo un “accordo preliminare”
quanto molto spesso inesistente tra chi parla e chi ascolta.
D’altra parte non si può insegnare a scrivere, non c’è
scuola di “scrittura creativa” che possa far diventare scrittore chi non
possiede quella vocazione alla scrittura che è tanto indefinibile quanto
indispensabile. Non si nasce scrittori, ma lo si diventa per vie che
l’insegnamento non può artificialmente riprodurre. È meglio allora concentrarsi
sul possibile, sul “migliorare la qualità espressiva” ad esempio, anzitutto
studiando modelli di scrittura efficace, individuando i meccanismi ad essi
sottesi, e poi passando in rassegna gli errori più comuni, e non rifuggendo da
una critica reciproca dei testi che sappia indicare senza infingimenti e
genericità che cosa va bene e che cosa non va.
Scrivere, ma anche parlare: non sappiamo far bene né l’una
né l’altra cosa, e non conviene prendere esempio da molti intellettuali che
parlano “come libri stampati” e “dunque non parlano. Non si servono della
parola con energia e convinzione.”
Quanto ai “nostri politici”, osserva Pontiggia, “molte volte non sono
all’altezza” della “forte educazione retorica” che posseggono (e qui – solo
qui, ma occorre riconoscerlo – il discorso appare decisamente datato…).
Non si scrive e non si parla soltanto, comunque: si legge, o
converrebbe farlo: “Pontiggia – osserva Daniela Marcheschi nella sua
introduzione – insegna a leggere e nello stesso tempo offre indicazioni per
scrivere” e, offrendo indicazioni per scrivere, contemporaneamente insegna a
leggere”. Ma ha ugualmente presente la dose di velleitarismo che
inevitabilmente si annida nelle campagne di promozione della lettura: “perché
il libro non è, come la carne, una tentazione universale. È una vocazione
individuale”, ed è altamente “improbabile che il libro possa diventare di
moda”. Piuttosto, “se c’è una moda che il libro può perseguire è di essere
orgogliosamente fuori moda.”
Annie Ernaux, La
vergogna, L’orma 2018 (pp. 125, euro 15)
“Ho riportato alla luce i codici e le regole degli ambienti
in cui ero rinchiusa. Ho inventariato i linguaggi dei quali ero impregnata e
che plasmavano la mia percezione di me stessa e del mondo.” La drogheria dei
genitori; la loro subalternità psicologica e culturale, “prova dell’esistenza
di due mondi e della nostra inconfutabile appartenenza a quello di sotto”; la
chiusura del paese, un mondo altro rispetto alla città solo fantasticata; il
complesso di usi, norme, abitudini che scandiscono il tempo della giornata,
dell’anno, della vita; l’orizzonte ristretto e gravato di precetti, detti e non
detti, dell’istituto religioso che lei frequenta: il mondo della giovanissima
Ernaux ci era noto dai libri che L’orma ha ripubblicato negli ultimi anni. In
questo – già uscito da Rizzoli nel 1997 – un elemento nuovo si aggiunge senza
potersi amalgamare al contesto. Né nel proprio mondo interiore né in quello che
la circonda, la dodicenne sa infatti inscrivere la “scena di quella domenica di
giugno”: “Mio padre ha voluto uccidere mia madre”, è la frase con cui inizia il
romanzo. Non l’ha fatto, e tutto è continuato come prima. Tutto tranne un
sentimento nuovo che costituisce l’unico, il più profondo fra la donna adulta,
che ne scrive, e la ragazzina di allora: la vergogna. La vergogna che si è come
rappresa in quella scena: se un fatto del genere è accaduto nella mia casa, “non
sono più degna della scuola privata, della sua eccellenza e della sua
perfezione.” Quello che è avvenuto, anche se non ha avuto conseguenze ulteriori,
riduce all’isolamento chi ne è stato testimone: “L’aspetto peggiore della vergogna
è che si crede di essere gli unici a provarla”, e in essa “c’è questo: la
sensazione che possa accaderci qualsiasi cosa, che non ci sia scampo, che alla
vergogna possa seguire soltanto una vergogna ancora maggiore.”
Ma al di là dei fatti, del loro vissuto, dell’ambiente – e
dell’epoca, perché anche in questo romanzo Ernaux sa dilatare la memoria
individuale in quella collettiva – in cui si verificano, un altro itinerario di
riflessione percorre come sempre le pagine di Ernaux: “non posso cominciare a
scrivere davvero senza fare luce sulle premesse della mia scrittura”. Né è
possibile adagiarsi nella suggestione del narrare. “Già solo dire quell’estate,
o l’estate dei miei dodici anni, rende romanzesco ciò che all’epoca non lo era,
non più di quanto lo sia per me, oggi, nel 1995, questa estate in cui sto
scrivendo”. Scrivere non garantisce, di per sé, il guadagno di una visione in
grado di gettare nuova luce sul passato: “sto iniziando un nuovo libro, mi sono
assunta il rischio di aver rivelato tutto fin da principio. Ma in realtà non ho
svelato nulla, se non i nudi fatti.” Perché, nonostante lo scopo dello scrivere
questo romanzo sia quello di “ritrovare le parole attraverso le quali pensavo
me stessa e il mondo circostante”, “la donna che sono nel ’95 è incapace di
ricollocarsi nella ragazzina del ’52”. Occorre riconoscerlo: “non esiste
un’autentica memoria di sé”. E cercare di contrastare questo dato, evocando il
se stesso di un tempo, può avere un risultato paradossale: “Mi fa sentire e mi
conferma la mia frammentazione e la mia storicità”.
Neanche quando si è coerenti, coraggiosi, essenziali come Annie Ernaux; neanche quando si dispone di una capacità di narrare e di narrarsi come la sua, neanche allora la vita accetta di risolversi nella scrittura, neanche allora la scrittura sa riscattare davvero la vita.
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Ludovica Danieli, Donatella Messina, A scuola di autobiografia.Gràphein, Mimesis 2018 (pp. 140, euro
12)
Il sottotitolo rimanda alla pratica alla quale la
Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari da vent’anni avvicina coloro
che, secondo percorsi e gradi di approssimazione diversi, hanno individuato
nella scrittura una risorsa per la vita e nello scrivere di sé la via per
accedervi (“Il progetto di scrivere la mia
storia ha preso forma quasi contemporaneamente al progetto di scrivere”,
diceva Georges Perec). Una Scuola di scrittura autobiografica, quindi,
che tuttavia non si può confondere con le numerose scuole di scrittura che al
di là delle intenzioni, finiscono nella maggior parte dei casi per limitarsi a trasmettere
regole e tecniche, più o meno efficaci.
I presupposti della Lua e le sue finalità traggono
spunto dal pensiero di Duccio Demetrio e dalla sua concezione dell’autobiografia
come cura di sé (come recitava il titolo del libro pubblicato alla vigilia
dell’avvio dell’esperienza di Anghiari: Raccontarsi.
L’autobiografia come cura di sé, Cortina 1996). “Un luogo accogliente,
tranquillo, silenzioso” e la possibilità di godere di un “tempo per sé” sono
dunque ciò che in primo luogo si offre: silenzio e solitudine, condizioni ma
anche sostanza dello scrivere, insieme tuttavia allo scambio, a un confronto
con gli altri improntato alla “cura”, intesa come forma della relazione, e alla
sospensione del giudizio sulla propria e l’altrui scrittura. È lo “stare individualmente insieme” di cui parlava Bauman,
la condizione di fondo che si persegue, il quadro entro il quale lo scrivere di
sé può evitare il rischio del ripiegamento narcisistico e l’illusione
dell’autosufficienza per consentire invece un avvicinamento al “nucleo
centrale” che costituisce ognuno di noi, che ci fa simili e allo stesso tempo
unici. Avvicinamento, mai compiuto disvelamento, perché la scrittura non ci
restituisce una verità, oggettiva e
inconfutabile, su noi stessi e la nostra vita, ma permette di individuare i nodi
della nostra esistenza riattivando la memoria, rivisitando i ricordi,
recuperando la dimensione collettiva entro la quale si sono formati.
Non è un’operazione semplice, attuabile a partire
semplicemente dal desiderio di scrivere di sé: incertezze e resistenze vi si
oppongono. Occorre interrompere la “voce interna che sembra colonizzare il
pensiero”, sono necessari il coraggio di esporsi e insieme l’umiltà di
riconoscere il proprio limite per accettare e dar corso all’umana aspirazione a
lasciare una traccia della propria storia.
È per questo infatti che si scrive, secondo molti che
della scrittura hanno fatto il loro lavoro: si scrive perché si ha paura della
morte, ma anche perché si ha paura della vita; si scrive per dare sbocco alla nostalgia
dell’infanzia, ma anche per attenuare il rimpianto, o il rimorso, per le scelte
non fatte, che hanno determinato la nostra vicenda quanto quelle fatte, e
dunque per “avvolgere il dolore in una rete di parole”, per riuscire a sentirlo
come parte ineliminabile e costitutiva di sé; si scrive dunque per trovare un
senso della nostra esistenza. Ma anche per giocare: per giocare con la serietà
di cui sono capaci i bambini.
Non solo il coraggio di osare e l’umiltà di farlo con
senso della misura, occorrono per scrivere, ma anche introspezione e insieme
presa di distanza da se stessi, quella sorta di “bilocazione cognitiva” che si
rivela come un guadagno sul piano della conoscenza di sé, ma anche su quello
più propriamente esistenziale, incoraggiando la rinuncia a collocarsi sempre “nel
fare, nell’agire, nell’accelerare”, quando invece si tratta, scrivendo, di “rallentare,
fino a fermarsi, rispettare le indecisioni, le interruzioni, le soste e gli
intermezzi”. Una sospensione della logica dell’efficienza è necessaria, un
sottrarsi al dominio della ragione strumentale che governa i nostri giorni.
Scrivere, come risulta evidente, è sempre riflettere
sullo scrivere, ad Anghiari. È
recuperare la fiducia, il rispetto delle parole in tempi nei quali sono spesso
piegate ad assumere significati diversi o addirittura opposti al loro. È riconoscere la propria identità in tempi nei quali
essa sembra dipendere da imprecisati quanto aggressivi distinguo fra noi e loro. Nella consapevolezza, sempre, che “la scrittura non salva ma
ripara”, e “rivitalizza l’invito ad esserci, perché “la penna diventa l’oggetto
simbolico attraverso i quale ci si riconnette al sentimento più vasto
dell’arrendersi alla vita”.
L’unico modo per viverla davvero, forse.
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Maurizio
Maggiani, L’amore, Feltrinelli 2018
(pp. 200, euro 16)
Sì,
il titolo mantiene quel che promette: disseminato in queste si può rintracciare
un trattato De l’amour, l’amore per
la “sposa” – una moglie c’è, una
sposa la si sceglie ogni giorno. Un
amore che si intreccia a far tutt’uno con l’amore per la vita, un amore per
nulla astratto, fatto invece di quello che la giornata porta, del saper godere
di quello che si ha, del sentirsi parte dell’insieme più vasto delle piante,
degli animali. Senza dimenticare la fragilità di tutto questo, ma senza
lasciarsi avvelenare i giorni dal senso della caducità, perché il “mancare” – di
qualcuno che si amava, di cui si era amici – “è un fatto, una verità” e “mancare
è una buona parola, è l’unico buon modo per spiegare che c’è la morte”. Del
resto, “cosa ne sappiamo noi della morte, niente di niente…”. E allora di vivere,
si tratta, all’insegna di un ottimismo pacato, estraneo ai toni di quello
obbligatorio della pubblicità e dei consumi, fondato invece sulla certezza che
“c’è sempre un buon modo di fare”, che “si può imparare un buon modo per fare
ogni cosa”, e le cose possono sempre “prendere una piega inaspettata e
promettente”.
La scrittura divagante di Maggiani, digressiva nei contenuti e a tratti apparentemente stralunata, è percorsa da un’ironia serena fatta non per prender le distanze ma, al contrario, per esercitare uno sguardo pregiudizialmente empatico nei confronti degli altri, ripercorrere momenti della propria vita, ricordare incontri, amicizie, amori: il tutto nell’arco di una giornata, di una comune giornata, illuminata dalla superiore intelligenza della gentilezza, della bonomia, della pietas, fin che viene sera e si cucina per lei, in ciò celebrando il “sacro” che ancora resta nel nostro mondo.
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Francesco Erbani, Non
è triste Venezia. Pietre, acque, persone. Reportage narrativo da una città che
deve ricominciare, Manni 2018 (pp. 232, euro 15)
Vero: non è triste. È disperata. E noi con lei.
Questo viene da pensare leggendo il “reportage narrativo”
del giornalista di “Repubblica”. Che a Venezia esistano – come si illustra nel
primo capitolo – “le condizioni per prefigurare un organismo urbano del futuro”
e che siano presenti nella città occasioni e soggetti che esprimono una
“resistenza” – vedi l’ultimo – non basta a bilanciare la rabbia e la
desolazione che gli altri cinque capitoli suscitano: la Laguna è “maltrattata”,
dopo secoli di sapiente convivenza con i veneziani ridotta a semplice
contorno della città; la quale a sua
volta si è spopolata – innanzitutto per la differenza fra nati e morti – e, coi
suoi poco più di cinquantamila abitanti viene simbolicamente oltre che economicamente
e fisicamente “mangiata dal turismo”. “Una città di crociera” dalla quale non
si sa bene come e quando verranno espulse le grandi navi e è destinata per anni
ancora ad assistere alla tragicommedia del Mose, “scandalo infinito” che ha
attraversato stagioni politiche fra loro diverse.
Dati aggiornati e incontri con intelligenze critiche vive
nella città – a partire da quella di Edoardo Salzano – sono l’opportunità
indubbia che il libro offre. Ma perché dargli quel titolo? Non si può scrivere
se non ci si legittima nell’universo dell’ottimismo obbligatorio?
A quanto pare sì: Se
Venezia muore, si intitolava il libro che Salvatore Settis ha dedicato alla
città (Einaudi 2014).
* Arnaldo Fusinato, L’ultima ora di Venezia (19 agosto 1849)
Jhumpa Lahiri, Dove mi
trovo, Guanda 2018 (pp. 169, euro 15)
Una madre che lascia un biglietto di ringraziamento per chi ha acceso un
lume sulla tomba del figlio: invisibili, sia lei che l’autore del gesto
pietoso; solo due baci sulle guance con l’uomo che potrebbe essere il suo
amante (“Senza dirci nulla sappiamo che, volendo, potremmo avventurarci in
qualcosa di sbagliato, anche inutile”); non una parola all’amica che va da lei
a raccontare i suoi guai (“Non le dico niente, voglio bene alla mia amica, le
permetto di sfogarsi”); lo sguardo del signore che resta in silenzio ma è come
le parlasse (“Non cerca di rassicurarmi, solo di farmi capire che capisce”): si
direbbe siano solo i rapporti che non si realizzano, che non si consumano nelle
parole, a dare qualcosa, a risultare a loro modo significativi. Ma si tratta sempre
di un significato solo intravisto, imminente forse, sull’orlo del quale comunque
la protagonista si ferma, presentendo forse la delusione, l’impoverimento che
deriverebbero dal voler dire, spiegare. E allora meglio contemplare la
dilazione, limitarsi al sospetto della presenza di un senso in quel che accade dove ci si trova, e limitarsi a
descriverlo, godendosi “il piacere di prendere una penna calda in mano
all’aperto e scrivere, magari, due righe”.
E’ fatto di pezzi brevi questo libro, e scritti con una levità che fa
pensare avrebbero potuto in parecchi casi risolversi in poesie. Ma una
narrazione c’è: quello star a guardare le cose che succedono intorno, e fra
quelle anche se stessi, rivela un risvolto di dolore. Mano a mano si procede
nella lettura, quella che era apparsa saggia cautela lascia intravedere una
mancanza, un’incapacità: “I miei colleghi tendono a ignorarmi e io ignoro loro.
Forse mi trovano ispida, scostante, chi lo sa. Siamo costretti a essere vicini,
sempre irraggiungibili, eppure mi sento alla periferia di tutto”. E’ qui, in
una irreparabile periferia esistenziale che davvero si trova la protagonista?
Ed è allora per questo che titola puntualmente i suoi brani con un riferimento
al luogo, alla stagione, alla situazione in cui si trova? Un trovarsi che
non è sinonimo di esserci, ma
piuttosto il frutto di un ininterrotto cercarsi
nonostante la vita si riveli fatta sempre di perdita: “non posso fare a
meno di rimpiangere la mia giovinezza malandata, per niente trasgressiva”;
“riempio la mia agenda, quella che mi compro alla fine di ogni anno sempre
nella stessa cartoleria, della stessa misura e dello stesso spessore. Taccuini
di vari colori che inevitabilmente con gli anni si ripetono: blu, rosso, nero,
marrone, rosso, blu, nero, e così via. Ecco la collana poco variata della mia
vita”; “mi rendo conto per l’ennesima volta di avere un viso che mi ha sempre
deluso. Ogni sguardo mi costa, ecco perché tendo a evitare gli specchi”. Ma non
è solo da se stessa che lei ricava questo senso di desolazione. Anche gli altri
si rivelano soli, ognuno chiuso in un mondo a sé. A partire dalla madre (“Sara
la paura della sua paura che mi ha condotta a una vita così?”), e dal padre
(“Spendere due soldi, comprami qualcosa di bello ma in fondo non necessario mi
ha sempre angosciato. Sarà stato per via di un padre che contava
scrupolosamente ogni moneta prima di darmela?”). Eppure l’esperienza famigliare
non basta a rende conto dell’isolamento che vediamo, che viviamo: “La piscina è
molto grande, ci sono varie corsie e siamo quasi sempre al completo, in otto.
Otto vite separate che condividono quell’acqua senza incrociarsi.”
Qualcuno ha parlato di spietatezza a proposito di questo sguardo sul
mondo, su di sé, sulla propria vita.
Perché non vederci l’impegno che il realismo esige (e l’assenza del punto di domanda in quel Dove mi trovo del titolo testimonia), il coraggio che l’esattezza richiede, la consapevolezza del limite che rivela uno scrivere che vuole tenacemente risolversi nel descrivere?
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Falsi miti. Storie
di migranti oltre i luoghi comuni e le fake news, a cura di Paolo
Beccegato e Renato Marinaro, EDB 2018 (pp. 149, euro 10)
C’è chi lavora in iniziative di
accoglienza, chi insegna italiano a chi non lo parla ma lo deve parlare, chi addirittura
si imbarca sulla nave di una ong che insiste a prestare la sua opera nel
Mediterraneo, ma accanto al volontariato assunto in prima persona, l’impegno a
non ridursi a spettatori degli avvenimenti che ogni giorno i mezzi di
informazione registrano, spesso diffondendo – anche al di là delle intenzioni – un senso di
allarme di fronte alle migrazioni, può imboccare due strade, certo non alternative.
Da un lato, non perdere occasione per contrastare “i luoghi comuni e le fake
news” diffondendo dati realistici e aggiornati. È la via indicata da Stefano
Allievi, per esempio, con un libro minuscolo ma denso, e necessario: 5 cose che tutti dovremmo sapere
sull’immigrazione (e una da fare) (Laterza 2018). Ma si può
anche, abbandonando
il modo di vedere diffuso – che non sa vedere differenze fra etnie, provenienze,
vicende – conoscere quelli, fra i migranti, con i quali possiamo avere una
relazione diretta, e così constatare che ognuno di essi è una persona, con una
storia, una speranza, un progetto. È la via indicataci da scrittrici come Jenny Erpenbeck (Voci del verbo andare,
Sellerio 2016) o Melania Mazzucco (Io sono con te. Storia di Brigitte,
Einaudi 2016), e da questo stesso libro, che riporta “storie
raccolte e raccontate”, in cui “le trame, i luoghi e i personaggi sono veri, ma
sono raccontati attraverso lo stile proprio” di diversi autori”, tutti
impegnati “nel variegato mondo dell’immigrazione”. Si tratta di “storie con al
centro vicende umane, talvolta straordinarie, altre volte assolutamente
ordinarie”: storie, non ragionamenti,
non spiegazioni. Storie, nella
consapevolezza che – lo diceva Jaspers – “si può spiegare qualcosa senza averlo
compreso”, il che può avvenire invece “attraverso il racconto”.
Si risolvono del resto in “narrazioni”
anche i luoghi comuni, le generalizzazioni, gli stereotipi, che crescono
sull’insofferenza di dati e notizie precise, di distinguo e ricostruzioni. E
allora si tratta, forse, di contrapporre a narrazioni false narrazioni vere,
consapevoli che la malafede nasce spesso dalla paura, dall’inquietudine
suscitata da fenomeni che travalicano confini e modi di pensare consolidati, ed
è alimentata dalla diffusione interessata di fake news da parte degli
spregiudicati imprenditori della paura che affollano la scena pubblica.
Storie, dunque, come quelle di Amadou,
“italiano nero che parla un dialetto misto tra lombardo e romano”; di Tiziana,
infermiera trentenne imbracata sull’Aquarius; di Himane, nata ad Atene, la cui
madre Lousa è una profuga siriana bloccata in Grecia dall’accordo fra l’Unione
Europea e la Turchia; di Romeo, “uno dei circa ventimila braccianti agricoli
stranieri che lavorano in provincia di Ragusa”, e di tanti altri.
Storie, per non
limitarsi ad “affrontare il tema solo in chiave astratta o, ancora peggio, in
chiave moralistica”, quando è invece “opportuno – lo sottolinea Oliviero Forti
in conclusione – entrare in dialogo con chi non dispone di tutti gli elementi
per indagare la complessità del fenomeno. Diversamente si rischia la
contrapposizione che, nel peggiore dei casi, diventa contrapposizione
ideologica”.
L’accusa di razzismo trova purtroppo
sempre più spesso appigli concreti e ragioni fondate, ma non può essere
scambiata per una soluzione: è sempre una sconfitta, per entrambe le parti, la
rinuncia al dialogo.
Paolo Cognetti, Senza mai
arrivare in cima. Viaggio in Himalaya, Einaudi 2018 (pp. 112, euro 14)
Sono coppie di opposti a governare il racconto.
Il Nepal e il Dolpo. Il primo, un piccolo paese “in rapido
cambiamento”, “stritolato tra l’India e la Cina, sempre più ridotto a periferia
d’altri”; il secondo, “alle spalle della storia”, una vasta oasi dove gli unici
segni di presenza umana sembrano “le bandierine stracciate che [mandano]
preghiere al vento”.
In realtà, di persone ne incontra, il narratore: alpinisti e
montanari. I primi, personaggi che animano una montagna ormai parte
dell’“immensa megalopoli europea; i secondi, figure di una “montagna
autentica”, non ancora trasformata – differentemente dal Nepal – dalla
modernità, portatrice del “benedetto desiderato benessere” che scalza “una
cultura antica, povera e destinata all’estinzione”, com’è stata anche quella
alpina”. Nel Dolpo la montagna appare invece ancora curata, vissuta, diversa da
quella abbandonata che conosciamo.
Sull’Himalaya, dunque, per pensare alle Alpi, e per
scrivere, e disegnare, questo libro. Per scrivere ma anche per leggere, e rileggere,
un unico libro uscito a fine anni ’70, Il
leopardo delle nevi, di Peter Matthiesen, un libro-guida, ai luoghi e alla
meditazione che essi ispirano. Prima fra tutte quella sull’“ossessione alpinistica
per le vette delle montagne”, sull’“ascesa” come metafora spirituale, quando
“invece il più importante pellegrinaggio tibetano consiste nel compiere in giro
intorno al monte Kailash”: “i cristiani piantano croci in cima alle montagne, i
buddisti tracciano cerchi ai loro piedi”.
Se non lo sapessimo, ci parrebbe di leggere in questo libro la premessa di quell’altro, Le otto montagne: “fa’ che io sappia guardare e fa’ che trovi le parole per raccontare ciò che ho visto”, è la preghiera che il Cognetti himalayano si trova a dire, e ci sentiamo la forza narrativa di quello alpino.
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Oreste Aime, I
camaleonti. Nuovi luoghi del potere, Marietti 1820 (pp. 120, euro 10)
Dopo I Giacobini, i camaleonti, anzi: I grandi camaleonti: dopo Robespierre e Saint-Just, i Fouché, e i Talleyrand; dopo gli ideali della Rivoluzione, il trasformismo della politica. È a quei grandi teleromanzi della televisione di metà anni Sessanta che corre la mente di chi ne fu spettatore da ragazzo. Ma è allo shakespeariano duca di Gloucester, futuro Riccardo III, che l’autore ci rimanda all’inizio del suo saggio, alla camaleontica strategia da lui adottata al fine di “mimetizzarsi sia per evitare gli attacchi sia per attuarli”: è questa figura emblematica il riferimento dell’analisi del potere che ci viene proposta allo scopo di rispondere a due domande fra loro strettamente connesse: che cos’è il potere, qual è la sua natura? e dov’è, oggi, il potere, dove e come si manifesta?
È
innanzitutto l’“ambivalenza” a segnalarsi quale carattere essenziale del
potere, come, in modi diversi, illustrano i due recenti contributi di Simona
Forti e di Gustavo Zagrebelsky, con i quali l’autore si confronta mettendo in
luce da un lato la “domanda sul male nella sua forma di banalità o normalità, dall’altro “il nesso fra potere e libertà”. Se
il riferimento di entrambi gli autori è Dostoevskij, Forti opera una serrata
analisi del “paradigma” proposto dallo stesso sulla scorta di Arendt e
Foucault, mentre Zagrebelsky individua nella Leggenda del Grande Inquisitore “la guida per leggere il presente e
intravedere il futuro”. Un futuro che si presenta come “una forma di
totalitarismo nuovo rispetto al recente passato”, innanzitutto perché capace di
“coincidere perfettamente con le forme della democrazia”.
Una
“prospettiva di filosofia politica per certi versi opposta”, quella di Forti e
Zagrebelsky, essendo la “delimitazione del concetto di potere” da loro operata
“quasi inversa”. Di qui la necessità di allargare lo sguardo su una “mappa
delle questioni che ruotano attorno al potere” che si presenta assai più ampia
e richiede dunque la dettagliata esplorazione che occupa la parte centrale del
saggio e dopo aver definito “concetti, simboli e miti” del potere passa in
rassegna le teorie che nel Novecento ne sono state elaborate producendo
definizioni e descrizioni “talvolta reciprocamente alternative”. In ogni caso,
da mettere ineludibilmente a confronto con l’attuale “crisi delle democrazie”,
le trasformazioni profonde indotte dalla globalizzazione e dalla rivoluzione
informatica, la moltiplicazione dei luoghi della decisione, l’erosione della
sovranità degli stati nazionali, la personalizzazione che sempre più connota il
potere politico, l’aumento delle diseguaglianze, la crescente possibilità di
manipolazione delle persone. E a governare – si fa per dire – questo processo
generalizzato e pervasivo, lo strapotere dell’economia finanziaria e la sua
convergenza con quello – in modo del tutto analogo, programmaticamente privo di
limiti – della tecnica. Quello che si è così costruito è un potere frutto di un
“groviglio di sfaccettature”, assunte e insieme dissimulate, per descrivere il
quale la metafora del camaleonte, nonostante la metamorfosi intervenuta, torna
ad essere “indispensabile”.
La risposta
alla domanda che ci si era posta – dov’è il potere oggi? – a partire dalle
definizioni analizzate e dal bilancio della situazione attuale è dunque alla
fine possibile: “Dall’ambito tradizionale politico, militare, imprenditoriale
si è in buona parte trasferito strutturalmente nella finanza, nella tecnica,
nella definizione dei rischi”, accentuando “il suo lato anonimo e spesso
invisibile”. Lo dobbiamo ammettere: “Viviamo nel tempo di una profonda
rivoluzione antropologica di cui ci sfuggono i contorni e la direzione”.
Solo un “brusco risveglio”, come quello invocato dalla conclusiva
preghiera laica di un poeta polacco, ci può dare la possibilità di misurarci
con “il senso complicato del mondo”.
Marlen Haushofer, La
parete, e/o 2018 (pp. 256, euro 12,90)
Ci sono libri il cui commento potrebbe prendere altrettante
pagine di quelle del testo di cui si intende parlare; romanzi che è facile
sintetizzare, impossibile raccontare.
Una donna scopre, una mattina, che un’invisibile parete,
spuntata non si sa perché, costruita non si sa da chi né a quale scopo, la separa
dal mondo. Di qui la vita continua, la sua e quella di qualche animale, domestico
e selvatico che sia; di là, la morte si è presa invece sia gli uomini che gli
animali, immobilizzandoli come gli abitanti del castello della Bella addormentata. Senonché, tra queste montagne misteriosamente
tagliate in due non c’è una fata malvagia, né si sa se l’incantesimo finirà
dopo cent’anni o durerà per sempre.
In principio è la
parete. Tutto quel che leggiamo consegue da questo evento: come la vicenda
di Gregor Samsa dalla sua trasformazione in scarafaggio, mi ha fatto notare un
amico cui ho regalato il libro: altrettanto inspiegabile di quella, come quella
posta quale assunto imprescindibile della narrazione, e di essa generatore.
E dunque, che cosa succede? Semplicemente che la
protagonista si dà da fare per sopravvivere. Il richiamo a Robinson Crusoe è inevitabile
– ed è richiamato infatti sin dalla quarta di copertina –, ma l’industriosità
del naufrago, la sua borghese intraprendenza, sono altra cosa rispetto alla
tenacia di questa donna, ricorrentemente tentata di riconoscere l’insensatezza
del proprio sforzo; puntualmente ad esso richiamata da loro, dai suoi animali.
Un cane, una mucca e un vitello, e diversi gatti che via via si succedono nel corso
degli anni.
In molti romanzi troviamo, quale motivo centrale, la relazione con gli animali. In nessuno – mi sembra di ricordare – la troviamo raccontata in modo tanto preciso, fine, struggente. Sostanza della storia stessa. Pur non cambiando nulla, o molto poco, nella situazione della sopravvissuta, una storia c’è, infatti, ed è la storia intima del suo atteggiamento nei confronti della vita, degli altri esseri, del mondo, della morte. Una storia della quale, in alcune pagine, si dimentica il presupposto fantastico, e la si legge allora come la storia – ridotta all’essenziale, a quel che in fondo davvero conta – di chiunque si trovi ad attraversare l’esistenza. E sempre, tuttavia, una storia che non consente di cedere alla tentazione di intenderla come grande metafora esistenziale, perché sa mantenere, fino alla fine, la forza di una trama coesa, coinvolgente. Ambigua, più che metaforica. Ambigua, priva di un vero finale che la risolva, e pure capace di far balenare significati decisivi. Come la vita, per chi non cessa di cercarne un senso sapendo che, ammesso ce ne sia uno, solo questa stessa ricerca ne potrà essere attestazione. Discontinua, inconcludente spesso, inconclusa sempre.
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Luca Romano, Il
segretario di Montaigne, Neri pozza 2018 (pp. 235, euro 17)
“Agli occhi di un servo nessun padrone rimane per
sempre un eroe”. Quando poi il padrone è chi ha scritto pagine su pagine per
dire sinceramente della propria umana ordinarietà, delle contraddizioni e delle
debolezze dalle quali si sente contraddistinto, la constatazione non può
trovare che ulteriore conferma.
Parla con le parole e ripropone i pensieri dei Saggi il Montaigne di questo romanzo, e il ritratto dell’uomo e del suo stile esce convincente dalle descrizioni del suo improvvisato segretario: “Le frasi che dettava non erano mai definitive, spesso cambiava o aggiungeva qualcosa (…). I suoi discorsi ondeggiavano da un tema all’altro.” E ci dobbiamo credere, visto che a dirlo è colui al quale Montaigne per ben tre anni detta i suoi scritti, per poi scegliere la via del self publishing, sia pure non disdegnando il “privilegio del re”. Ma ecco, conclusa l’opera, l’autore cade in una “profonda malinconia”, e lui lo sa: “Quando si finisce un libro è un sollievo. Il lavoro è terminato. Se poi l’opera trova successo presso il pubblico, ecco alimentato e tenuto in vita più a lungo quel piacere di solito effimero. Ma dopo qualche tempo anche l’orgoglio e la soddisfazione e la vanità perdono consistenza. L’anima gonfia di sé ritorna alle sue estensioni naturali; brevemente incandescente di presunzione, si raffredda altrettanto presto che la brace che si spegne.” In notazioni come questa, oltre che in un intreccio appassionante, sta la qualità del romanzo. Attuale e stimolante, come possono essere i romanzi storici migliori.
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Daniel Pennac, Mio fratello, Feltrinelli 2018 (pp. 121, euro 14)
“Le lacrime non c’erano più. Mio fratello arrivava all’improvviso e adesso il mio magone non lo cacciava più via”: a sedici mesi dalla morte di Bernard – un fratello paterno, anche se maggiore di lui solo di qualche anno – Daniel racconta dell’elaborazione di un lutto che all’inizio l’aveva ridotto all’inconsapevole ricerca di seguire il congiunto nella morte. Incidenti, all’apparenza. Distrazioni che potevano rivelarsi fatali. Ma proprio lo star dentro il dolore della perdita, il far sì che si faccia “ospitale”, l’accettarlo “così com’è”, indica la via per “riprendere in mano la situazione”: “mi sono detto che avrei scritto qualcosa su di lui. Su di noi.” E Bartelby, col suo enigmatico preferirei di no, diventa il tramite di una narrazione in cui le pagine di Pennac dialogano con quelle di Melville: era stato il fratello a passare quel racconto a Daniel, ma altro lega la storia dello scrivano alla memoria viva dello scomparso. Un’affinità profonda congiunge l’umorismo che era di Bernard a quello, involontario (?) di Bartleby, ma comune ai due si rivela soprattutto una discrezione confinante con la volontà precisa di sottrarsi agli altri, di fuggire la “confusione del mondo”, un atteggiamento silenziosamente riluttante che si traduce in uno sguardo che non giudica, in una riservatezza estrema dei propri sentimenti: in una progressiva presa di distanza dalla vita, nella sostanza (prima di morire sotto i ferri di un chirurgo, Bernard aveva già rischiato di morire a seguito di un precedente intervento mal eseguito; eppure, ripresentatosi il male, era tornato nella stessa clinica).
E’ nella riduzione del racconto di
Melville a monologo teatrale, nell’impararlo a memoria recita dopo
recita, che Daniel si lascia alle spalle la disperazione senza per
questo rinunciare alla profonda vicinanza con il fratello che non c’è
più: “Bartleby per me era una compagnia che suppliva – inspiegabilmente,
in misura assai lieve, come un’allusione – all’assenza di mio
fratello”. La memoria non diventa ricordo, si mantiene attiva, conserva
il sapore di una relazione essenziale e pure indefinita: “Non so niente
di mio fratello morto, se non che gli ho voluto bene. Non c’è nessuno al
mondo che mi manchi come mi manca lui e tuttavia non so chi ho
perso”. Sono le relazioni che sanno mantenere il senso dell’alterità –
sembra dirci Pennac –, che si alimentano del non detto, e sono in grado
di accettare che l’unicità dell’altro resti inafferrabile, sono queste le relazioni che neanche la morte può sciogliere.
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Carl Safina, Al di là delle parole, Adelphi 2018 (pp. 687, euro 34)
“Parliamo di esseri umani e animali, come se tutti i viventi ricadessero in due sole categorie: noi e tutti gli altri.”
“Come può l’uomo conoscere, con la forza
della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? Da quale
confronto fra essi e noi deduce questa bestialità che attribuisce
loro?” A dispetto dell’“intimità” che
connota il nostro rapporto con diversi animali – cani e gatti
innanzitutto – “conserviamo una tentennante insistenza sul fatto che gli
animali non sono come noi – benché noi stessi siamo animali. Potrebbe
mai una relazione basarsi su un intendimento più profondo?” “Abbiamo
difficoltà a capire gli animali, ma, invece di prendere atto di questo
limite, abbiamo l’impudenza di crederci superiori a loro”. “Può
darsi che noi siamo (…) incapaci di comprendere la ricchezza che altre
specie percepiscono nella propria comunicazione: così come loro sono
incapaci di capire quella della nostra specie”. “Noi
non comprendiamo le bestie più di quanto loro comprendano noi. Esse
potrebbero avere di noi la stessa considerazione che noi abbiamo di
loro. Dobbiamo quindi prendere in considerazione l’ipotesi di una
sostanziale parità e provare a verificarla. (…) Del resto, vediamo in
modo evidente, che c’è fra loro una piena e totale comunicazione, e che
esse si capiscono fra loro, non solo quelle della stessa specie, ma
anche quelle di specie diverse”.
Alcune frasi sono dell’autore di questo
libro; altre di Montaigne. La consonanza è tale che sarebbe difficile
distinguere le une dalle altre e attribuirle correttamente se il
corsivo non evidenziasse quelle di Safina. Non si tratta solo di
riconoscere la straordinaria modernità di Montaigne, ma di ammettere che
sono secoli ormai che abbiamo capito come stanno le cose, fra noi e gli animali.
Sennonché un conto è sapere, un altro è saper di sapere e quindi
regolarsi di conseguenza. I massacri di elefanti in Africa (10 milioni
all’inizio del secolo scorso; 400mila oggi) ci dicono che continuiamo a
fare come non sapessimo. Che cosa? Tutto quello che Safina ci dice
prendendo spunto dall’osservazione di elefanti, appunto, e lupi e orche,
ma allargando il discorso a molte altre specie: lo spirito cooperativo
degli animali, la loro capacità di provare non solo dolore, ma anche
empatia e compassione, sentimento del lutto e felicità del gioco; le
loro abilità comunicative e linguistiche; la complessità delle loro
forme di socialità. Caratteri che altri
autori illustrano con altrettanta precisione, ma forse non così
efficacemente. Perché Safina, al dato di osservazione e
all’argomentazione scientifica unisce la capacità narrativa. Al
comparire di una mandria di elefanti, “la terra cotta dal sole aveva
preso la forma di qualcosa d’immenso e vivo, ed era in movimento. (…) La
pelle, mentre si muovevano, corrugata dal tempo e dall’uso, con le
screpolature impresse dal passare degli anni, quasi che vivessero
avvolti dalle mappe sgualcite della vita già percorsa. Viaggiatori nei paesaggi dello spazio e del tempo.”
“Quando orche e delfini ci vedono spesso
vengono a giocare; noi li salutiamo, e guardandoli negli occhi possiamo
riconoscere che là dentro c’è qualcuno di molto speciale. Là dentro c’è qualcuno. Non è umano, ma è qualcuno…”.
Ed proprio guardando i delfini che seguono la sua imbarcazione, dopo la
meraviglia si chiede il perché dell’insoddisfazione che prova: “Volevo
sapere che cosa stessero provando, e capire perché li percepiamo tanto
interessanti e così… vicini. Questa volta mi permisi di porre loro la
domanda che è il frutto proibito: chi siete?”
Ecco, in questa domanda sta il fulcro del metodo di Safina, etologo e filosofo trasgressivo: perché sa muoversi nello spazio stretto che è rimasto fra il comportamentismo (inaugurato, di fatto, da Cartesio e dalla visione dell’animale-macchina che ne è derivata) e l’antropomorfismo; senza perdersi nella polemica contro il primo, senza cedere alla paura di scivolare nel secondo, ma avendo fiducia nella propria empatia nei confronti degli animali riconoscendone allo stesso tempo la diversità, fra di loro innanzitutto e, dunque, anche fra ciascuna specie e la nostra. La strada maestra è quella indicata da Henry Beston, citato in esergo (e in questi giorni in libreria con La casa estrema. Un anno di vita sulla grande spiaggia di Cape Cod, Ponte alle Grazie 2018): “l’animale non ha la sua misura nell’uomo. (…) Non sono nostri fratelli, non sono nostri sottoposti; sono altre nazioni, catturati insieme a noi nella rete della vita e del tempo, prigionieri con noi dello splendore e del travaglio della Terra.”
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Benjamin Gross, Un momento di eternità. Il sabato nella tradizione ebraica, EDB 2018 (pp. 206, euro 19,50)
Lo shabbat: “il contributo più importante che l’ebraismo ha portato all’umanità”, avverte inapertura Benjamin Gross. Per tutta l’umanità, per ebrei e non ebrei, per credenti e non credenti. E lo stesso si può dire per questo libro del grande pensatore ebraico scomparso tre anni fa. Chi, infatti, ha una conoscenza soprattutto letteraria dell’ebraismo e delle sue pratiche trova in queste pagine le nozioni necessarie per tradurre le suggestioni che gli sono venute dalla lettura di romanzi e racconti in riferimenti filosofici precisi, in rimandi essenziali al grande racconto biblico e al significato profondo che si manifesta nel rito delle festività del calendario ebraico. Ma, quel che più conta, trova anche lo spunto per riflessioni che lo riguardano, perché rappresentano una critica stringente della concezione del tempo che domina il nostro mondo. Una concezione disposta a riconoscere la necessità di un giorno di riposo settimanale, non fosse che già l’espressione, giorno di riposo, richiama l’immagine della saracinesca abbassata di un pubblico esercizio, e dunque la sensazione che sia un significato puramente utilitaristico quello che si attribuisce all’interruzione del lavoro (sempre che, di questi tempi, non finisca col prevalere l’imperativo alla continuità dei consumi in untempo del tutto indifferenziato, come il dibattito sull’apertura domenicale di negozi e centri commerciali fa presagire).
E’ su questo sfondo, a confronto con questa mentalità diffusa, che risalta la concezione dello shabbat,occasione per ricordare che “C’è un tempo fuori dal tempo abituale, totalmente altro, che è un riferimento per la coscienza di fronte allo scorrere incessante del tempo.” Non ci troviamo di fronte, semplicemente, a un invito giudizioso a rallentare il ritmo delle nostre giornate, né solo all’offerta di un espediente per lenire il dolore – del quale si può essere più o meno consapevoli – cheappunto lo scorrere del tempo genera. L’osservanza dello shabbat, l’astensione dal lavoro non in quanto faticoso ma in quanto espressione della volontà di lasciare un segno nel mondo, coincide con il riconoscimento di un limite, e rappresenta perciò la via per mettere a fuoco un impegno decisivo, essenziale, senza il quale la nostra umanità è sviata, la nostra vita mancata: l’impegno a coltivare la capacità di vedere una dimensione della realtà, degli altri, di noi stessi, che non si esaurisce in ciò che lo sguardo ordinariamente ci offre, che non si risolve nell’esteriorità e in un presente che rende superfluo il passato e non sa immaginare il futuro. Un impegno non effimero ad ammettere il bisogno di un senso, di un’ulteriorità, di una trascendenza immanente, operante, ravvisabile qui e ora; un impegno a non cedere all’insensatezza che pervade il nostro essere sociale, a non proiettarla sulla nostra intera esistenza: non si è gettati nel mondo; si è parte, per quanto infinitesimale, di una storia nella quale dimensione cosmologica e dimensione umana si integrano. Non si nasce da se stessi, ma da “persone che non sono come le altre”, i genitori: persone “che l’individuo non ha scelto, ma alle quali è indissolubilmente legato” perché è da loro che proviene la coscienza di essere, tutti, anelli di una catena, parte di una storia, creature chenon possono prescindere da un rapporto che, come quello di filiazione, permette di cogliere la propria umana natura.
Le acquisizioni della fisica, dell’astrofisica contemporanea soprattutto, così come gli orizzonti del pensiero ecologista balenano qui e là in un discorso capace di attenersi al tema che si è dato ma anche di misurarsi con la realtà dell’oggi, con il nichilismo più o meno esplicito che circola nella società e pervade le vite, con l’“indifferenza” e l’“irresponsabilità nei confronti della dimensione sociale”, con la perdita della “nozione fondamentale del limite”. E’ in questo confronto serrato che emerge un’innegabile “tensione tra lo spirito occidentale e l’esistenza ebraica” in quanto testimonianza – nei suoi principi fondamentali, in quello dell’osservanza dello shabbat in primo luogo – della possibilità, per “un mondo disorientato”, “di ritrovare il soffio di una vera vita, che non sia né abbandono alla materialità, né evasione in un idealismo astratto”, sull’onda di un sentimento di nostalgia e insieme di speranza. Nostalgia e speranza: i due volti di un identico bisogno che definisce il nostro essere uomini, incapaci di rassegnarci a una vita senza significato, attraversati da un senso di perdita e allo stesso tempo da una tensione inestinguibile verso un mondo nel quale la serenità dello shabbat si estenda agli altri giorni, a tutti quelli che ci è dato vivere.
Rachel Cusk, Resoconto, Einaudi 2018 (pp. 185, euro 17)
“Vedere nella vita degli altri una
cronaca della mia”: più che una scelta, una condizione. La protagonista –
scrittrice, ad Atene per insegnare in un corso di scrittura – si chiede
se sia “più reale” “vivere nel momento o fuori di esso”: nel frattempo,
osserva gli altri, li ascolta soprattutto.
Si forma l’opinione che la maggior parte
della vita, e delle scelte che si compiono, non avviene in uno stato di
consapevolezza, ed è una cosa che si paga, questa: “Talora penso che (…)
uno forgi il suo destino in base a ciò di cui non si accorge o per cui
non prova compassione, e che infine sarà costretto a sperimentare
proprio ciò che non conosce né si sforza di comprendere.” Ma del resto,
forse ha ragione quel tale (uno dei tanti che lei ascolta) convinto che
“migliorare le cose è impossibile, e che ne sono altrettanto
responsabili le brave e le cattive persone, e che forse l’idea stessa di
miglioramento è una fantasia personale, solitaria (…)”. Un modo di
vedere che sembra trovare un corrispettivo nella parole di quell’altro,
secondo il quale “una storia può essere una semplice successione di
eventi nei quali ci sentiamo coinvolti, ma sui quali non esercitiamo
alcuna influenza”, per cui “è pericolosa la tendenza a romanzare le
nostre esperienze, inducendoci a credere che nella vita umana ci sia un
qualche disegno e che siamo più importanti di quanto siamo in realtà.”
Da riflessioni simili, e da una
disposizione solo apparentemente passiva rispetto a quel che succede e a
chi si incontra, nasce quello che non a caso l’autrice identifica come
un recosonto, più che un romanzo. Un resoconto fitto, però, di
considerazioni sull’artificiosità dello sforzarsi perché qualcosa
accada, sulla convenienza di vivere come una rondine sorvola il
territorio, seguendone le forme senza poggiar visi, sull’inevitabilità
di avvertire l’esistenza “come un dolore segreto, un tormento interiore
impossibile da condividere con gli altri”. Tanto che nel racconto di un
altro, che pure lei segue, non può non sentire “il resoconto di ciò che
lei non era”, una sorta di “antidescrizione” che, tuttavia, le dava
un’idea della persona che era adesso.”
Molte chiacchiere si sono lette all’uscita di questo libro, assunto come prova della ormai decretata (e pare mai avvenuta) morte del romanzo: “Ho cercato di ripensare le convenzioni del romanzo moderno, ammette Cusk in un’intervista (“La Repubblica”, 13 settembre), per controbattere, però, che le sue scelte nascono solo dall’esigenza di “sentirsi libera”, non volendo “camuffare il fatto che la narrazione è compromessa da diversi punti di vista, come invece fa la letteratura tradizionale”, e dovendo quindi “stravolgere le convenzioni, in maniera intuitiva”. Ha detto bene un altro commentatore (Paolo di Paolo, sullo stesso giornale un paio di giorni dopo): “E’ come se Cusk trovasse la forma di ciò che scrive mentre la sta cercando. Funziona così: qualcuno narra di qualcuno che sta narrando, e si limita ad assecondare quel movimento”. Viene in mente il bel libro di un sociologo, Paolo Jedlowski: Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana (Bruno Mondadori 2002). La vita come intreccio di storie, nostre e degli altri, così il sociologo, ma non diversamente la romanziera: “M’interessa il modo in cui la gente parla delle proprie vite: si creano, senza volerlo, piccole strutture narrative affascinanti.” Affascinanti e tanto ricche da giustificare una trilogia, di cui Resoconto è il primo volume.
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Vito Cagli, La medicina ne La montagna magica di Thomas Mann, Armando Editore 2018 (pp. 80, euro 18)
Fine biblista al tempo in cui scriverà Giuseppe e i suoi fratelli, musicologo aggiornato sui caratteri della dodecafonia quando si dedicherà al Doctor Faustus, Thomas Mann si rivela conoscitore dei più recenti sviluppi della concezione e dei metodi della medicina nei primi anni Venti mentre lavora alla Montagna magica. “Un estimatore e un ammiratore della scienza medica” si dichiarava del resto lo scrittore stesso. E tale appunto si dimostra nel romanzo ambientato a Davos, dove, è bene ricordare, sua moglie era stata paziente di un sanatorio pochi anni prima della Grande Guerra, in un’epoca nel quale la cura della tubercolosi polmonare non poteva ancora contare sulla cura antibiotica e al regime di vita imposto in quel mondo fuori dal mondo, in quelle “isole della maga Circe” fuori dal tempo che erano i sanatori si attribuiva una funzione decisiva. Così come un ruolo centrale occupava la capacità diagnostica, ancor prima della proposta terapeutica. Entrambe descritte da Mann “in modo perfettamente aderente” a quelle che erano le concezioni e le conoscenze dell’epoca, come dimostra il puntuale raffronto che Cagli opera fra le posizioni via via assunte dal dottor Behrens, il dirigente del sanatorio, e quanto si legge nel Trattato di un luminare del tempo, il professore Adolph Strümpell. Ma questo libro va oltre questa documentata constatazione. Le sue pagine suggeriscono un altro modo di attraversare la storia di Hans Castorp – che del resto lo stesso autore riteneva dovesse esser letta due volte (almeno, aggiungiamo noi) – e più in generale di riconsiderare uno dei temi centrali nella narrativa manniana, presente anche in altri romanzi e racconti come puntualmente ci segnala Cagli nelle prime pagine del suo saggio: la malattia, i suoi significati, le sue implicazioni. Oltre all’”amore per la verità” – ci ricorda Cagli – “il senso per la malattia” era, a detta dello stesso Mann, la seconda “tendenza del suo carattere”. Ma che cos’è, come si può intendere la malattia? “Rottura delle regole, disordine, via delle conoscenza, spinta alla genialità oppure, soltanto, semplice processo biologico alterato che segue esclusivamente le leggi del mondo fisico”? Una domande aperta, che si declina secondo i punti di vista dei diversi personaggi della Montagna magica, e lascia comunque fin da questo romanzo trapelare quell’“ombra nel pensiero di Mann” che si manifesterà con chiarezza molti anni dopo, in un romanzo breve, L’inganno, dove apparirà chiaro come “ogni costruzione sui possibili significati della malattia si scontri con l’ineluttabilità delle leggi biologiche”.
Thomas Mann era comunque “interessato alle interpretazioni della malattia secondo le teorie che, sulla scia di Freud, tentavano di indagare il ‘misterioso salto’ fra psiche e corpo”, aprendo a una “visione in cui il taedium vitae passa da patologia organica (l’‘esaurimento nervoso’) a categoria psicologica” e “una malattia somatica diviene il mezzo per acquietare un diverso e più profondo disagio”. Le sue pagine tuttavia sembrano a volte anticipare osservazioni come quelle che Virgina Woolf esprimerà pochi anni dopo, nel 1930, individuando nella malattia l’occasione di uno sguardo diverso, che “adorna le facce degli assenti (abbastanza normali quando in salute) di nuovi significati, mentre la mente imbastisce su di loro migliaia di leggende e romanzi, per cui non ha né tempo né libertà in salute”. La malattia come occasione favorevole alla produzione letteraria, dunque. Non è un caso che lo stesso Cagli sia autore di un altro libro Malattie come racconti (Armando 2005), che significativamente echeggia fin dal titolo il Malattia come metafora di Susan Sontag, e, soprattutto, rimanda anche alla considerazione che “la letteratura e ogni altra forma d’arte dovrebbero far parte del corredo formativo del medico e lo aiuterebbero ad accostare i pazienti come esseri umani e a saperci confrontare con la malattia e la morte”. E’ infatti questo uno dei tratti di fondo del pensiero di Vito Cagli: la riflessione sulla malattia fa tutt’uno con la considerazione critica della medicina, attraversata sempre dalla sensazione di fare troppo o di far troppo poco.
Più in generale, il saggio sulla Montagna magica merita l’attenzione dovuta a un contributo originale alla riflessione sul ruolo e gli scopi della tecnica nel nostro mondo ed entro questo quadro, appunto, su quell’insieme di procedure che caratterizza la medicina. Un contributo, quello di Cagli, tanto più significativo alla luce del fatto che, se sono numerosi gli psichiatri e gli psicanalisti che riflettono sulle loro discipline e le loro pratiche – da Borgna a Lingiardi a molti altri – non altrettanti sembrano i medici interessati e capaci a muoversi in questa direzione.
Jón Kalman Stefánsson, Storia di Ásta. Dove fuggire, se non c’è modo di uscire dal mondo?, Iperborea 2018 (pp. 480, euro 19,50)
“Cominciamo dall’inizio: siamo a Vestubær, il quartiere ovest di Reykjavík, all’inizio degli anni Cinquanta dello scorso secolo, e spiego com’è nato il nome Ásta”: un titolo-sommario apre il romanzo. Il luogo, il tempo, la protagonista. Ma non è tutto: “Poi perdo il filo”, conclude l’autore, confermando e anzi accentuando in questo libro il tono di racconto orale della sua scrittura, che qui giunge a una sorta di confidenza con il lettore. Non si tratto di un semplice tratto stilistico, e men che meno del desiderio di risultare accattivante: siamo tutti nella stessa barca, sembra dire Stefánsson con le sue aperture al lettore, tu che leggi e io che scrivo, accomunati dalla condizione umana, dalle vite che stiamo vivendo e, pur dissimili, ci obbligano tutti indistintamente al confronto con le cose essenziali dell’esistenza. Le paure e le speranze, le gioie e le delusioni, le nascite e le morti, gli innamoramenti e gli abbandoni, che la trama del romanzo cucirà insieme come pezze colorate che rimandano una all’altra senza un nesso preciso di sequenzialità, e si accavallano in un andirivieni temporale incessante, ma alla fine lasciano trasparire una storia che prende spunto dalla vita dei personaggi per incrociare quella di tutti. E sono, anche in questo romanzo, le aperture ora liriche, ora aforistiche a gettare il ponte fra le vicende narrate e la più generale dimensione dell’esistenza: fin dal sottotitolo, per poi intrecciarsi al racconto facendo emergere i temi su cui l’autore ci ha abituato a riflettere nei suoi romanzi precedenti (in questi Appunti, lo scorso 18 febbraio).
L’amore e il sesso: motori delle scelte e dei destini, perché solo l’incantesimo che immaginari extraterrestri potrebbero esercitare sugli uomini riuscirebbe a liberarli dall’insoffferenza per la routine che li tortura finché sono vivi; la fragile brevità della vita e l’inevitabilità della morte, il suo essere inscritta nella vita senza per questo risultare serenamente accettabile; la narrazione e la poesia, la scrittura come tentativo di trovare un senso della vita, almeno fin tanto che si scrive: tutto cambia quando mi metto a scrivere. “La scrittura libera qualcosa dentro di me (…) mentre scrivo divento più grande della persona che sono. Sì, mi trasformo in una corda sensibile che vibra tra ciò che è evidente e ciò che è nascosto.” Questa l’esperienza del poeta. Ma il romanziere (perché anche lui, lo scrittore, si fa personaggio del romanzo)? Be’, chi scrive romanzi è ancor più costretto a fare i conti con il mondo in cui viviamo oggi: c’è chi lo incita a scrivere per le nuove generazioni, “per salvare il mondo”, “ma più leggo articoli d’attualità, più mi sembra che il mio compito diventi più vasto, la mia responsabilità più grave. (…) Chi di noi sopravvivrà alle tenebre che in questo momento avvolgono il pianeta?”
C’è però anche chi ti chiede solo di fare il tuo mestiere, dando per scontato che chi scrive abbia il suo ruolo, sia a suo modo necessario. Come il padrone della casa dove lo scrittore si è ritirato per lavorare a questo suo romanzo, che gli offre un migliore sistemazione presso il faro dell’isola chiedendo in cambio la possibilità di pubblicizzare sul suo sito di promozione turistica “la casa dello scrittore, che alimenta il faro”: come il faro rompe l’oscurità delle notti marine così lo scrittore fende le tenebre del mondo. Un “mandato sociale” all’altezza dei tempi… Tempi nei quali nelle librerie campeggia “un grande tavolo posizionato nel posto migliore con i volumi di maggior richiamo (…): i gialli appena usciti, i manuali di cucina, i libri che ci aiutano a dormire meglio, ad avere una vita sessuale migliore, cinquanta modi per non ingrassare mangiando comunque tutto ciò di cui abbiamo voglia (…)”. Ma la banalizzazione è solo un aspetto della nostra epoca dominata dai social, nella quale “alcuni raccolgono ammirazione e fama per il coraggio con cui affrontano le tempeste del mondo, quando in realtà le rifuggono. Anzi, si lanciano nelle tempeste per non dover affrontare se stessi.”
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
Virtus Zallot, Con i piedi nel Medioevo, Il Mulino 2018 (pp. 220, euro 25,00)
In anni non tanto lontani – anni Cinquanta, su per giù – le persone ammodo non dicevano piedi. Dicevano estremità.
Unpudore di cui non avrebbero probabilmente saputo spiegare le ragioni, ma di cui si può trovare un corrispettivo nell’atteggiamento degli storici dell’arte, grandi indagatori delle movenze e delle posture di braccia e mani, ma assai poco propensi ad abbassare allo sguardo. Alle estremità, appunto. Lo nota Chiara Frugoni – la grande medievista della quale l’autrice si dichiara allieva – che nella sua prefazione ricorda una zia che ogni volta che doveva nominare le estremità premetteva un compito “con licenza parlando”. Un fare ben diverso da quello del Nanni Moretti di Bianca, il cui sguardo è appunto ai piedi che ossessivamente corre ( “Ogni scarpa una camminata. Ogni camminata una diversa concezione del mondo”).
Tutti atteggiamenti nei quali si possono rintracciare i segni di una storia che affonda le sue radici in secoli lontani, una storia ricostruibile innanzitutto sulla base del patrimonio iconografico che il passato ci ha consegnato: “Nella società medievale piedi e calzature erano figure parlanti”, avverte l’autrice aprendo il suo saggio, e nelle immagini del Medioevo “contribuiscono a definire la condizione fisica ed esistenziale delle figure”, “raccontando storie e frammenti di Storia” a chi, come Virtus Zallot, a una lettura estetico-stilistica antepone un’indagine iconografica che prescinde dal valore artistico, coerentemente occupandosi più di opere minori – bresciane, in alcuni casi – che di capolavori.
E’ quindi la grande lezione della storiografia delle mentalità, della vita quotidiana e della cultura materiale a innervare le competenze storico-artistiche e a permettere di far emergere un “linguaggio dei piedi”, una gamma di “gesti e usi che ancora ci appartengono” e sono documentati da una straordinaria, capillare analisi. Dai piedi mostruosi o diabolici a quelli “che soffrono” – i piedi dello storpio, “bisognoso per antonomasia” nell’arte del Medioevo –, ma, si badi, se è una spina conficcatasi nel piede quella che fa soffrire, si tratta in realtà d’altro: “la spina è peccato da estrarre ed espiare”, così come avere i piedi calzati o scalzi era un dato carico di valenze simboliche, “che elevava o declassava, proteggeva o esponeva”- Del resto, scalzare non significa ancora oggi declassare, compromettere l’autorità o il ruolo di qualcuno? Mentre scalzarsi poteva suggerire la volontà di abbandonare il peccato, sempre che non alludesse a una precisa e a suo modo polemica dichiarazione: si pensi ai primi francescani (o, per altro verso, ai “medici scalzi” della Cina di Mao). Analogamente, in un gioco di rimandi e simbolismi che ha in molti casi perduto per noi l’immediatezza del suo significato, lavare i piedi – e far levare le scarpe a chi arriva – è espressione di cortesia, umiltà o addirittura deferenza al limite della devozione; calcare i propri calzari su draghi e diavoli (o eretici), calpestarli insomma, è il segno della vittoria sul male, o sulla morte; accostare il proprio capo a piedi altrui, prosternandosi, dice della reverenza assoluta di chipuò giungere – o è richiesto, se al cospetto del papa – a baciarli (senza per questo aver nulla a spartire con l’inclinazione adulatoria e servile delleccapiedi). La preziosità dell’appoggio offerto ai piedi può indicare lo status del personaggio, i cui piedi godono in questo modo del privilegio di non toccar terra, che li sporcherebbe, ma conta soprattutto, in questo senso, la foggia dei calzari, prodotto dell’arte dei ciabattini e dei calzolai non di rado presenti nell’iconografia medievale, figure di artigiani con i quali si conclude questa rassegna, sorta di andirivieni colto e accattivante – grazie anche a un vasto apparato di immagini – fra sacro e profano, fra storia dei privilegiati e vicende di gente comune, fra arte e immaginario.
Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora
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