
Claudio Piersanti, La finestra sul porto, Feltrinelli 2025 (pp. 160, euro 17)
Il porto è quello della città in cui Roberto, il protagonista, cresciuto fra le nebbie del settentrione e poi trasferitosi con la madre, ha trovato una risorsa, indefinita e indispensabile: il mare, i suoi colori, le barche e le navi che lo solcano, da stare a guardare dalla finestra della piccola casa in cui ha vissuto finché la madre è stata viva, ma che non ha abbandonato.
È il suo rifugio segreto, il luogo in cui si estrania dall’insulsaggine del suo lavoro di avvocato e dalla meschinità di colleghi e clienti. È la garanzia della riservatezza che informa tutta la sua vita, interrotta soltanto, più che da qualche relazione sentimentale destinata a non durare, dalle serate trascorse a casa di un suo ex compagno di scuola, Piero, uomo di teatro frustrato e irrequieto, e della moglie, Maria, archeologa appagata dal suo lavoro e, tutto sommato, dalla sua vita.
Un quadro di ordinaria quotidianità, dominato da sentimenti scontati, da abitudini sedimentate, come negli altri romanzi di Piersanti (in queste note il 14 agosto 2022 e il 10 novembre dell’anno successivo). Ma come in quelli il lettore presente sin dall’inizio, sotto la superficie di una vicenda che la pacatezza delle descrizioni e l’asciuttezza dei resoconti contribuiscono a far credere inscalfibile, l’incrinatura che prima o poi manderà gambe all’aria la situazione.

Senza colpi di scena né dichiarazione altisonanti siamo messi al corrente che la frequentazione degli amici ha sempre avuto una motivazione sotterranea: l’amore mai rivelato di Roberto per Maria. Sarà come lei l’avesse sempre saputo, e condiviso, quando lui glielo confesserà: è una storia d’amore, questo romanzo, capace di raccontarla non nella sua eccezionalità travolgente ma nella sua semplicità, nella gioia che sa dare ai suoi protagonisti. Una pienezza che sapevano a portata di mano ma cui avrebbero potuto rinunciare. La cronaca dei loro incontri nella casa della finestra sul porto, il racconto della scoperta mai conclusa della possibilità di vivere davvero le loro vite senza riserve e dilazioni sono certo complicati dal senso di colpa che il suicidio del marito abbandonato suscita in entrambi, senza tuttavia compromettere la sostanza della loro relazione. Il diritto alla propria felicità è più forte e, sommessamente, avrà la meglio.