
Colum McCann, Twist, Feltrinelli 2025
Non nell’“etere”, non grazie alla miriade di satelliti che invisibili ruotano sopra le nostre teste e agli impalpabili segnali che si scambiano, ma nelle profondità dei mari e degli oceani, attraverso la materialità di cavi che possono spezzarsi come una corda viaggiano a una velocità sorprendente i miliardi di messaggi e immagini, transazioni finanziarie e virus informatici che inondano il nostro mondo.
La sorpresa che nell’apprenderlo ha colto l’autore – che la ammette e anzi la riconosce come uno dei motivi che l’hanno indotto alla scrittura di questo romanzo – è la stessa che proviamo noi leggendolo.
Il Verne di Ventimila leghe sotto i mari torna alla mente quando la narrazione ci porta a chilometri sotto la superficie, mentre è Conrad – a detta dello stesso McCann – a ispirare il racconto della vita sulla nave addetta alla riparazione dei cavi ammalorati e il profilo dei personaggi che vi si muovono. Il capo della squadra dei riparatori, innanzitutto: la voce narrante è quella di un giornalista che segue la spedizione resasi necessaria per la rottura di tre cavi, ma la figura dominante è lui, John Conway, personaggio enigmatico e contraddittorio, portatore di un carisma riconosciuto dai suoi sottoposti, che ha conquistato la bellissima e altrettanto sfuggente compagna e subito si impone al giornalista.
Senza un personaggio del genere, così simile ai commissari di polizia oscuramente sofferenti e pure fieramente fuori dagli schemi di tanti polizieschi, il romanzo non reggerebbe (ché non basterebbe il ritmo continuamente teso al rilancio, né tantomeno una scrittura che scivola non di rado in formule che non possono non suonare desuete se non di cattivo gusto (se “là fuori la luna si tuffava nel mare”, “il sole della sera si tuffò nella fornace argentata del mare”, e il corpo della donna era “una sinfonia di curve”…).

Del resto, lo stesso ritratto dell’indomito subacqueo, esperto come nessuno di cavi sottomarini, rischia spesso di farsi stereotipo, e l’originalità indefinibile dell’uomo per rivelarne tratti gigioneschi. Vengono alla mente certi eroi maledetti del cinema degli anni Quaranta e Cinquanta, di poche parole, risoluti, non di rado indecifrabili nelle loro azioni, dei quali tuttavia si sottintende un’oscura grandezza, una genuina per quanto sfuggente vocazione al sacrificio in nome della salvezza degli altri. O dell’umanità addirittura. Ma quei tempi sono ormai tramontati: la ribellione al “colonialismo digitale” – sì, perché appartengono a Google e a Meta e ad altri colossi della tecnofinanza i cavi di cui si parla – può risolversi solo in un gesto che, come quello finale dell’intrepido e solitario Conway, non può andare oltre il suo carattere simbolico, e se mai lasciar intravedere un proprio possibile significato nel ricollegarsi ai discorsi che, a inizio romanzo, abbiamo sentito pronunciare dalla sua compagna: “Il male dei nostri tempi è che passiamo troppo tempo sulla superficie. (…) Scarichiamo in mare tutto il possibile. Quattro miliardi di tonnellate di rifiuti industriali ogni anno. Ti rendi conto? È assurdo. (…) Il punto è che non ci spingiamo avanti col pensiero. Se stesse accadendo in un cazzo di film di fantascienza, forse ci scuoteremmo, e invece niente. Se solo ne fossimo un minimo consapevoli, moriremmo di vergogna. (…) vorrei capire perché continuiamo ad accettare tutto questo. Se l’oceano fosse una banca, l’avrebbero già salvato da un pezzo. Puoi ripetere queste cose mille e mille volte, eppure c’è chi ancora lo nega. È la paura di tutta la merda che gli toccherebbe ripulire.”