
Alessandro Robecchi, Le verità spezzate, Rizzoli 2024 (pp. 276, euro 16)
Il gioco di rimandi fra la vicenda del giallista vissuto nel Ventennio e il regista di oggi, che ne vuole ricavare un film, è l’elemento portante del romanzo. I rimandi si fanno infatti confronto serrato: tra la censura fascista che ha perseguitato il primo e l’invito al conformismo, alla prudenza, alla considerazione delle opportunità economiche rivolto dal produttore al secondo.
Ma il gioco non si ferma qui e si articola a ciascuno dei due livelli: la figura e la vicenda di Augusto de Angelis, lo scrittore, cede di frequente il passo a quelle del suo personaggio, il commissario di polizia De Vincenzi – un “Maigret italiano”, ostico al regime nonostante questa sua declinazione nazionale –, così come i discorsi e le posizioni assunte dal “Maestro” Manlio Parrini, da trent’anni ritiratosi in polemica con l’andazzo assunto dall’industria cinematografica, si confrontano con quelle dell’intelligente e inflessibile sceneggiatrice, collaboratrice e amica di lunga data.
Mentre, in parallelo all’evoluzione che porterà De Angelis alla morte seguita a un’aggressione fascista, si sviluppano le indagini attorno all’omicidio dell’agiata vicina del regista, matura il tema di fondo della storia: l’analogia fra gli interventi censori di ieri con la propensione all’autocensura che ai nostri tempi ha contagiato il mondo artistico e intellettuale. Se le concessioni cui si era pur adeguato il giallista non lo hanno salvato, neanche dalla menzogna che ha oscurato il suo impegno civile, la fermezza del regista e del suo entorurage consentiranno di ristabilire la verità. O almeno quel che così si suole definire, perché “il problema vero, il problema di sempre e di tutti, pensa Manlio Parrini” è che “le verità non ci sono, non esistono, semplicemente. Sono fatte di una sostanza ambigua e molle, inconsistente. Le verità che conosciamo sono solo quelle che ammettiamo come tali, che noi decidiamo siano verità. Hanno il nostro timbro, la nostra approvazione”.

Una conclusione amara che tuttavia non toglie significato alla tenacia dimostrata, nonostante dolorosi compromessi, dallo scrittore e a quella che sino alla fine guida il vecchio e disincantato, ma ancora appassionato, cineasta.