Quei monti azzurri

La vita quotidiana e le figure che animano palazzo Leopardi riempiono le pagine di un immaginario, ma non inverosimile, quaderno di Paolina, divisa tra passione per lo studio e senso di segregazione; vaghe speranze d’amore e consapevolezza del proprio infelice aspetto; soddisfazione per le prime prove della genialità del fratello e timore che il suo desiderio di gloria si traduca fatalmente nella decisione di lasciare Recanati, di valicare quei «monti azzurri» che chiudono l’orizzonte, e sembrano evocati nella composizione cromatica che William Turner creò nel 1819. L’anno stesso in cui Giacomo tenterà di fuggire dalla casa paterna e, a poche settimane dal fallimento del suo disperato progetto, comporrà L’infinito, dove non i monti lontani ma la vicina siepe impedisce allo sguardo di giungere all’ultimo orizzonte. Sarà in questi versi che Paolina potrà credere, sia pure per poco, di intravedere l’approdo all’idea che, a confronto dell’immensità dello spazio, e dell’incommensurabilità del tempo, l’altrove sfumi nel qui, nel posto in cui ci è stato dato di vivere.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

Nell’Agosto del 1817

Anche oggi è accaduto. So intuire qual è il suo stato al solo vederlo lasciar di furia la biblioteca, per serrarsi nella sua camera; di lì a poco sortirne e quindi prender a vagare per la casa, e in fine tornare al suo tavolo e guardar alle carte, nere della sua scrittura, come a cosa d’altri, cui lui non avesse messo mano e anzi non potesse riconoscervi senso alcuno, ma solo ritrarne un’estraneità che confina col disgusto. Riprende allora quel suo peregrinare di stanza in stanza, evitando, se ne avverte il passo, nostro padre più di tutti.
Stamattina l’ho veduto celarsi dietro a un divano, pur di non dover incontrare nostra madre che al solito, preceduta dal rumore degli stivali da uomo che indossa in casa, s’aggirava occhiuta e severa in queste sale che non abbandona mai se non per recarsi alla chiesa. Sollevato al vederla uscir dalla stanza, gli è però toccato d’incappare nel genitore ed esser obbligato a finger di ricercare non so qual volume e, interrogato con sollecitudine dello stato che pur tuttavia manifestava nel pallore del viso, e nella lassità del corpo, dover allora cercar appiglio in non so qual lieve malessere e dunque rintanarsi senz’altro nella camera e restarvi, senza più neanche aver il conforto di quel tornar ancora e ancora a macinare i pavimenti.
Mi guardo bene dal rivolgergli parola quando lo vedo in tale stato, e anzi procuro io per prima che non abbia a incontrarmi, ricorrendo a volte allo stesso suo stratagemma col nascondermi nell’anfratto d’una porta doppia. Non diversamente da me si tiene Carlo, capace di seder per ore immobile, collo stesso libro innanzi, quando l’altro non è buono di star fermo al suo lavoro. Costa poi fatica a entrambi non lasciar che trapeli il sollievo che c’inonda quando vediamo nostro fratello cader di peso, in fine, su di un canapè, il volto dilavato e le membra affrante come chi abbia dovuto sobbarcarsi a un lavoro non proporzionato alle sue forze. Solo gli occhi e la piega dolce delle labbra dicono esser quella stanchezza il segno non già d’una resa, quanto d’una silenziosa vittoria. Può non giungere nel medesimo giorno questo riaffiorar alla vita, ma doversi attendere a lungo: è il rinnovato fervore col quale vediamo Giacomo scrivere, guardar dalla finestra, intinger la penna e riprender a farla correre sul foglio a dirci allora esser nuovamente avvenuto il miracolo. Non saprei come dir altrimenti questo trasmigrar subitaneo – che intuisco, però, lungamente, e dolorosamente, maturato – da quel mondo vuoto e oscuro in cui sembrava esser caduto a quest’altro, che l’espressione del viso dice non esser stato accolto festosamente come nulla fosse accaduto; nel quale tuttavia la tristezza che su di lui sempre aleggia pare esserglisi fatta alacre amica.
Che cosa lo fa trascorrer dall’una all’altra di queste condizioni dell’anima?
Qual è il pensiero che lo fa emergere da quella notte per riportarlo non già alla luce del sole – ch’egli non ama, tanto da tener sempre socchiusi gli scuri delle finestre vicine al tavolo cui siede – ma, vorrei dire, al cielo tenue e fuggitivo che separa il tramonto dall’oscurità?
Me lo sono chiesta cento volte, e sono oggi tornata a domandarmelo. Non so trovar risposta, ma mi son fatta persuasa, ora, che neanche il mio fratello diletto saprebbe sciogliere il mistero che nella sua anima alberga, e tanto meno trovar riparo da quell’oscillare ch’egli pur credeva qualche distrazione avrebbe potuto donargli col vincer la noia, madre subdola della malinconia. Ma quale mai divertimento è possibile nel luogo in cui la sorte ci ha fatto nascere, e la famiglia tiene? Lo studio è per Giacomo l’unico possibile, e vi s’è gettato disperatamente sin da quando aveva compiuti i tredici anni, temerariamente persistendovi al punto da portare alla rovina la sua salute, e minare la sua complessione debole, e compromessa in quell’aggobbirsi che oramai irreparabilmente ha sfigurato la sua persona. Quand’è cominciato questo sfacelo? Che cos’ha arrestato il suo corpo nel naturale accrescimento della statura? Che cosa gli ha prima impercettibilmente e poi sempre più visibilmente impedito di mantenersi diritto come fino a tre anni or sono era stato? Non certo la trascuranza di sé, ché anzi era soverchiamente attento alla propria persona, tanto da avvertir a volte impedimenti, come quel di respirare o – mi si perdoni – d’orinare, che si rivelavano poi semplici effetti d’infermità puramente mentali, com’ebbe spesso a dire nostro padre con la lungimiranza che la scomparsa di quei segni ebbe puntualmente a confermare. Oltre modo desideroso inoltre, Muccio, d’aver sempre nuovi consigli circa il felice mantenimento della propria salute, salvo poi ottemperare a quelle prescrizioni in misura tale da renderle nocive. Così il giorno in cui, sentito come un poco di sole sul capo possa riescir giovevole, si diede a ristar nel giardino senza cappello alle ore più calde; né diversamente si tenne quando, udito che fortifica gli occhi il bagnarli d’acqua fresca, prese a farvi scorrer catini.
Eccessi d’un’anima che soffriva forse del presentimento dei futuri mali che avrebbero aggredito il corpo che n’era dimora. Un’anima di certo sempre incline alla tristezza, e che pure non le cedeva, non se ne lasciava oscurare.
Quando? Quando ha iniziato invece ad esserne invasa come da una tormenta che la fa simile a una landa in cui qualcuno ha pur vissuto ma si stende ora nell’abbandono, disabitata?
È un rovello che non mi lascia.
È l’enigma che la sua anima custodisce; che la mia non sa sciogliere, ma non ignora.


Non l’avevo mai fatto prima di iersera. Mai avevo veduto la mia persona intiera, nella specchiera che sta nella mia camera, l’unica che nostra madre non abbia potuto far togliere dalla nostra casa essendo congiunta a far tutt’uno colla parete che sta a lato del letto.
Non me n’era mai venuto il pensiero quand’ero bambina; poi la modestia, primo dei comandamenti instillatimi da mia madre, me l’aveva impedito. Mi guardavo mentr’ero a letto, sì, ma solo nel volto, e a me stessa davo la buonanotte alle volte, dopo le preghiere.
Mi guardavo e non sapevo riconoscermi, ora, incredula di esser io quell’esserino smilzo e gracile, il corpo spigoloso, solo il volto un poco tondo, i capelli corti, gli occhi d’un ceruleo acquoso, la bocca piccola, increspata sempre dal pensiero d’un sorriso, il labbro di sopra sporto quasi a nasconder l’altro.
Mi sono girata di fianco, e m’è venuto meno il respiro: le spalle ricurve, come a nascondere i seni di bambina ancora, mi han dato l’idea che mi stia aggobbendo. Anch’io. L’immagine di Muccio che non mi s’è più tolta dalla testa è balenata come un fantasma accanto alla mia.
Mi son messa la camicia, sono andata sotto le coltri, ho girato le spalle allo specchio.
Lo vedono gli altri? Lo vedono che vado somigliando al maggiore dei miei fratelli, che sempre gli ho somigliato anzi? Carlo richiama la figura di nostro padre, e Luigi non le è distante; nostra madre è bella, ancor oggi, mentre noi due…
Sono brutta. Brutta. «Non star con quel labbro a spiovere sul mento, e drizza le spalle» più d’una volta mia madre m’ha rimbrottato. Per cosa? Per come son fatta. È contrariata dal mio aspetto. La bruttezza reca fastidio persino a lei che crede poi di rincuorarmi col dire che la bellezza è fonte di peccato, e dunque… lo pensa davvero, forse. La religione glielo fa credere. Ma gli altri? Non sono da meno. Non ne parlano se mai, nessuno fa parola della bruttezza: la vedono ed è come non la vedessero, e a questo modo la fuggono. La bellezza, per chi è bello è pari a un destino, o a un merito; la bruttezza nessuno pensa sia una colpa, ma in qualche modo che sia anch’essa la rivelazione d’una fatalità. Si compiange il cieco, si motteggia ma alla fine si compatisce il sordo, e lo storpio; ma non il brutto, che si preferisce far mostra di non vedere, volgendo altrove lo sguardo, come si fa quando sulla via ci s’imbatte in un rospo scempiato dalla ruota d’un carro.


Nel settembre del 1819

Non so, non voglio dire nulla.
Aggiunger parole all’idillio che Giacomo ha composto in questi ultimi giorni, e che ha lasciato nella cartella dove ben sa aver io facoltà di veder le sue carte, mi parrebbe profanarne la perfezione sospesa, come d’un evento che non ha cessato d’accadere, e conchiusa, al tempo stesso, come non altrimenti che così potesse trovar forma, in quel foglio scritto di suo pugno, quasi che gli occhi avessero voluto fargli grazia d’una tregua.
Quel che so è soltanto che non son buona a cessar di ripeter fra me questi versi: una sola lettura m’è bastata per imprimerli nella mente, e il tornar a dirmeli – senza formular parole, oppure recitandoli sommessamente, ché mi pare non ammettano li si pronunci a voce spiegata – non esaurisce la commozione che me ne viene, ora come quando li ho scorsi la prima volta, fin da quella attenendomi al passo ch’essi stessi impongono.
Come se il tempo fosse in loro inscritto.
Ero in errore a pensar che quanto avevo letto nel suo quaderno, quell’ultimativo sguardo sul nulla, segnasse un confine che la poesia non avrebbe potuto mai più sormontare: quelle parole sconsolatamente gelide tornano a vivere qui nel calore d’un’anima confortata dal saper guardar in se stessa. L’anima d’un poeta che trae nutrimento dal proprio filosofare, d’un filosofo che può dar sostanza al suo pensiero poetandone; e a una seconda verità mi sento di credere: la quiete grandiosa che percorre queste righe è figlia della malinconia più angosciosa; il respiro che qui apre l’anima non sarebbe se non avesse conosciuto il pericolo di rimaner soffocato.

Se non son io a ridirmelo, è il canto stesso de L’infinito a risonar nella mia mente, facendomi ogni volta scoprir qualcosa che giurerei di non aver prima veduto. Non cesseranno di dirmi sempre il nuovo questi pochi versi, come fossero tanti di più, come se un’Odissea fosse in essi rappresa.
Stasera è quella siepe ad aver conquistato il mio sentire: dove sono i monti azzurri che lo tiravan là, a contemplarli, a nutrir il sogno di poter essere un giorno valicati?
È l’aver preso atto di non averlo potuto fare e un’amara consapevolezza di non poterlo fare mai ad averli esclusi? O è il presentimento d’una delusione che, fattolo, quel che v’è al di là arrecherebbe?
Ma che vale por domande simili, quando ciò che l’idillio sembra dirmi è che qui, qui si può trovar l’altrove, sì che il desiderio struggente della partenza sa sciogliersi nella dolcezza dell’arrivo fino a non distinguersene…
Ha forse Giacomo trovato una superiore ragione per restare, un convincimento in luogo della rinuncia?
Ha forse disarmato finalmente la lama tagliente della malinconia nell’amplesso soave della tristezza?


Nel Novembre del 1819

Non m’ha dato mai a copiare il suo idillio. Non so se abbia provveduto egli stesso, non so distinguere il foglio sul quale stamane ancora apportava lievi mende da quel che ho veduto or son quasi due mesi fa.
Due mesi… Se dovessi dire quel ch’è accaduto in questo lasso di tempo non saprei che richiamar l’immagine di lui, ieri, seduto su una sedia addossata al muro dell’orto: gli occhi attoniti, la bocca un poco aperta, le mani fra le ginocchia. Immobile. Indifferente al freddo che oramai è arrivato.
Quando s’è reso conto ch’ero lì non ha cambiato posizione. Ha solo detto, a voce tanto bassa da farsi sentir appena, che se fosse impazzito è così che sarebbe rimasto sempre.
Io non so se la sua anima sia tanto grande da contemplar stati tanto diversi, e opposti, tra i quali dover migrare senza posa, abbandonando quel che sembrava finalmente raggiunto per tornare ad altro che si sarebbe detto appartenere ormai al passato; o se piuttosto sian diverse le anime che lo abitano, ignare l’una dell’altra, sì che ognuna torna a occupar la casa da padrona, dimentica di quella che vi stava prima.
Oppure, si dovrebbe pensare, egli cammina sempre sull’orlo d’uno scoscendimento, vi torna a rovinare, e giace laggiù, sul fondo del burrone, e poi da capo ricomincia a cercar di risalire la china erta lungo la quale è precipitato.
Gliela farà, anche questa volta, a tornar alla luce? O rimarrà, inerte, in quel pantano?
«Non ho più la forza di desiderare alcunché, neanche di morire» ha detto ancora. Ma chi parla in questo modo non è affatto pazzo, ché quegli ha perso cognizione d’aver nutrito desiderio, né s’avvede del fango che minaccia di sommergerlo del tutto.
Le ha scritte a Giordani le cose che mi diceva, là al muro dell’orto, me le ha dettate colla stessa voce flebile, monotona.
Torno ogni giorno a recitarmi quei versi. Non gliene ho mai detto nulla. Perché temo che avrei l’impressione di parlarne a un altro, non al loro autore. Ma allo stesso tempo io so bene che è lui, Giacomo, ad averli scritti, e che lui solo avrebbe potuto. Non un altro che non è più.
So che è pur sempre nella sua mente tormentata che han preso forma e han potuto trovare la loro voce sommessa, e potente, inaudita quanto il silenzio maestoso di un cielo nel quale si vedano le stelle e la luna e il sole insieme.
Quel che non so più, e non credo scriverei ancora, è che sian figlie della malinconia, quelle parole. Non di questa che da qualche settimana l’ha preso, almeno.
Gli avrei invece parlato, dell’idillio intendo, se non fosse caduto nello stato in cui è? È la sua prostrazione a impedirmi di farlo anche se lo vorrei?
O non è piuttosto il sentimento di soggezione, non saprei chiamarlo altrimenti, che dal momento in cui l’ho letto m’ha preso? Soggezione… timidità, forse, ritegno… Nel momento in cui l’ho sentito più vicino, dentro di me vorrei dire, l’ho anche sentito lontano, ad altezze per me inaccessibili.
Ma lui? Lui dov’è, ora? Darei il cuore per sapere se anche a lui quelle altezze paiono adesso inarrivabili; se gli sembra che un altro, non lui, le abbia potute raggiungere. Che cosa sente quando torna a riveder quel foglio? Sente suo ancora lo scrivere che v’ha depositato quelle parole, che le ha disposte in quel modo ineguagliabile? O se ne sente lasciato indietro, come avesse perduto il passo che aveva consentito di salir lassù, al punto da dubitar d’averlo mai posseduto?
Un dono che giunge a illuminar la vita e che la vita poi toglie: così lo scrivere gli appare?
Così, lo scrivere, non può che apparire?


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 13 novembre 2019.
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Da Bresciaoggi del 15 novembre 2019.

Leopardi e sua sorella Paolina: se ne parla oggi alle 18 alla nuova libreria Rinascita

Simoni e “Quei monti azzurri”

Due protagonisti e un luogo. Continuano gli affondi di Carlo Simoni nella storia umana dei grandi che tanto privata non è, mai disgiunta dalla loro arte. Stavolta con “Quei monti azzurri”, edizioni Castelvecchi, l’occhio spione si intrufola in casa Leopardi a Recanati con l’espediente del diario fra il 1817 e il 1819 della “sorellina” Paolina infatuata di Giacomo, come lui chiusa nel palazzo prigione da cui è possibile per i fratelli evadere solo con la mente, grazie agli studi disperatissimi di lui, alla lettura di nascosto per lei femmina, l’unica della prole, dei libri della vasta bilioteca di casa. Lui è un giovane a noi noto: tutti abbiamo conosciuto dai testi scolastici le sue pene fisiche e psicologiche, il difficile rapporto con una madre bigotta, la contessa Adelaide, e con il conte Monaldo, un padre soffocante che gli preclude il mondo, gli censura la corrispondenza. L’abbiamo immaginato chino sulle pagine, triste, trovare conforto nella penna, invidiare la libertà dell’usignolo, amare Teresa vista dalla finestra. “Io vivo, o piuttosto non vivo al mio solito” scriveva. Simoni ce lo restituisce, Muccio, tramite le descrizioni di Pilla, come da nomignoli dell’infanzia. Preda degli umori e dei loro sbalzi, preda di malinconia e depressione, di frenesie, di turbamenti amorosi, di contraddizioni. Con un fermo e deciso ardore di immortalità- “volto a cercar eccelsa meta”- che a volte lo sorregge, a volte lo prostra ancora di più. “Sentimento desolato dell’inanità della propria vita, della possibilità di morire come mai si fosse nati”.
Brutto lui, brutta la sorella si descrive, lei stessa a vivere non solo le paturnie di Giacomo ma i propri fremiti, le gelosie per l’altro fratello, Carlo, la paura dello specchio, il trasporto verso un amico di lettera del poeta, Pietro Giordani, l’altrettanta voglia di fuga da giornate di claustrofobia nella magione “monastero” pur senza i voti, il peso della solitudine, senza nemmeno la speranza, lei, di lasciare un’orma di sé. “Oscura se non a chi mi ha avvicinato, fin che quegli viva, almeno, e duri memoria di me”. Con il leggere sola consolazione della vita, leit motiv nelle narrazioni di Simoni.
Così come il significato dei posti, e qui non poteva essere che l’ermo colle, contrapposto al carcere dal quale per molto non riesce a evadere, nemmeno dopo la maggiore età; il colle dove è possibile “fingersi nel pensiero”, fuori dalle stanze paterne eppur esso stesso sbarrato dalla siepe che consente volo solo all’immaginazione. Come la ricerca sul linguaggio ottocentesco letterario che riesce a stagliare meglio le figure umane, pennellandocele come in una pellicola in costume.
(Magda Biglia)


Dall’Eco di Bergamo del 28 novembre 2019.
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Dal sito della libreria Libre! Verona, presentazione dell’incontro del 6 dicembre con l’autore.

La vita quotidiana e le figure che animano palazzo Leopardi riempiono le pagine di un immaginario, ma non inverosimile, quaderno di Paolina, divisa tra passione per lo studio e senso di segregazione; vaghe speranze d’amore e consapevolezza del proprio infelice aspetto; soddisfazione per le prime prove della genialità del fratello e timore che il suo desiderio di gloria si traduca fatalmente nella decisione di lasciare Recanati, di valicare quei «monti azzurri» che chiudono l’orizzonte, e sembrano evocati nella composizione cromatica che William Turner creò nel 1819. L’anno stesso in cui Giacomo tenterà di fuggire dalla casa paterna e, a poche settimane dal fallimento del suo disperato progetto, comporrà L’infinito, dove non i monti lontani ma la vicina siepe impedisce allo sguardo di giungere all’ultimo orizzonte. Sarà in questi versi che Paolina potrà credere, sia pure per poco, di intravedere l’approdo all’idea che, a confronto dell’immensità dello spazio, e dell’incommensurabilità del tempo, l’altrove sfumi nel qui, nel posto in cui ci è stato dato di vivere.


Dal Corriere della Sera Brescia del 24 dicembre 2019.
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Giancarlo Consonni, ‘Il desiderio di infinito’. Commento a Carlo Simoni, Quei monti azzurri (Milano, 28 gennaio 2020)


Il personaggio Leopardi

Marco Dondero, docente di Letteratura italiana all’Università di Macerata e, oggi, a Roma Tre, ha dedicato a Leopardi un libro che, a cinque anni di distanza, ha voluto aggiornare con un saggio, intitolato Nuovi esempi di Leopardi ‘personaggio’, pubblicato nella rivista internazionale “Leopardiana” (n. 4, 2025). Di seguito, i passaggi riguardanti Quei monti azzurri.

“Nel 2020 ho pubblicato un volume intitolato Leopardi personaggio nel quale dapprima ho analizzato l’autorappresentazione di Leopardi in qualità di ‘personaggio-poeta’ nei Canti e poi – dopo un intermezzo dedicato ai ‘dintorni del Leopardi personaggio’ in cui ho accennato a diverse esperienze letterarie quali il ‘leopardismo’, la riscrittura delle Operette morali o i numerosissimi romanzi e racconti in cui Leopardi e i suoi versi vengono citati per fornire una connotazione a un personaggio – ho studiato la presenza del Leopardi ‘personaggio’ nella letteratura italiana del Novecento e del Duemila, soffermandomi su quelle opere squisitamente creative in cui il poeta è rappresentato come una figura puramente di finzione, slegata dalle reali contingenze storiche: un vero e proprio personaggio letterario.

Naturalmente, dal lavoro era esclusa ogni pretesa di completezza; innanzitutto, e in particolare a proposito dei ‘dintorni’ del Leopardi personaggio, a causa della oggettiva impossibilità di leggere (e in ogni caso, anche qualora letti, di ricordare) tutti i libri che possano contenere rimandi leopardiani.

(…) Ciò che mi propongo in questa sede (consapevole anche in questo caso della sicura incompletezza dell’operazione) è un tentativo di aggiornamento del lavoro: non sono pochi infatti i volumi usciti negli ultimi cinque anni nei quali la presenza leopardiana è notevole, e ben tre a mia conoscenza sono i romanzi che presentano un Leopardi personaggio.

(…) I romanzi esplicitamente contenenti un Leopardi ‘personaggio’ pubblicati negli ultimi anni sono a mia conoscenza tre (due dei quali pubblicati dall’editore romano Castelvecchi): Quei monti azzurri di Carlo Simoni (2019, letto solo dopo aver chiuso il citato Leopardi personaggio), Potenza e Bellezza. Cronache da Roma e da Parigi (1796-1819) di Elido Fazi (2021) e Non era la volta di Claudio Gigante (2022). Da un punto di vista generale, Leopardi non è mai l’io narrante: i libri di Simoni e Gigante sono in prima persona ma i narratori sono nel primo caso Paolina Leopardi e nel secondo il personaggio d’invenzione Cesare Ripa, mentre il libro di Fazi è in terza persona. I volumi sono incentrati tutti su una porzione limitata della vita di Leopardi, anche se vengono spesso rievocati momenti del suo passato. Nel testo di Simoni il focus è direttamente su Giacomo, mentre in Fazi e Gigante il personaggio Leopardi è inserito in una narrazione più ampia, che in entrambi i casi – ma con concezioni opposte – si confronta con la storia del primo Ottocento. Non ultimo dei motivi di interesse è la modalità con cui i tre testi ‘riusano’ le opere leopardiane, che va dalle citazioni esplicite alle citazioni espresse con linguaggio semplificato, fino alle riscritture attualizzanti: come si vedrà nelle singole analisi. Carlo Simoni, che già in suoi romanzi precedenti aveva finzionalizzato scrittori del passato (Thomas Mann in L’incompleto conoscersi, 2014, Walter Benjamin in Il miserabile, 2018), immagina nel suo Quei monti azzurri un diario di mano di Paolina Leopardi che va dal luglio del 1817 al novembre 1819. Il modello originario è quello del Diario del primo amore, ma un precedente moderno va senz’altro individuato nel già ricordato Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, il romanzo in cui Michele Mari aveva prodotto un diario fittizio di mano di Orazio Carlo, il fratello minore di Tardegardo Giacomo. Diversamente da Mari, Simoni rinuncia a una scrupolosa mimesi della lingua primo-ottocentesca e offre un testo composto in forma piana, con solo poche modificazioni (quali ad esempio le frequenti apocopi dei verbi o alcuni termini aulici) rispetto all’italiano standard odierno. Oltre a Giacomo, il personaggio al centro del diario è Pietro Giordani (nel testo sono parafrasate diverse lettere di lui a Giacomo, e di Giacomo a lui): Paolina è gelosa del suo influsso su Giacomo, ma ne è anche segretamente attratta ancor prima di conoscerlo di persona, tanto da immaginare che proprio Pietro, sebbene più anziano, potrebbe diventare suo marito; si legge ad esempio in una pagina del gennaio 1818, quando ancora i due non si sono incontrati, di un sogno della notte precedente, nel quale traspare anche un sottofondo incestuoso (un elemento che era stato esplicitamente evidenziato nel dramma Giacomo, il prepotente di Giuseppe Manfridi, del 1989):

M’è bastato udire quel nome per tornar a provare il sommovimento che il sogno di stanotte m’aveva portato. Durava oltre quello il sentimento che m’era parso di vivere. Pietro, così lo chiamavo nel sogno, col solo nome… Pietro era di già arrivato a Recanati, ma non da mio fratello: da me era venuto! Per vedermi e raccontarmi di sé, e qui – eravamo alla panca che sta sul sentiero per il colle – riprendeva le parole che aveva scritto in una lettera a Giacomo nella primavera passata. Me ne avvedevo, già nel sogno, ma allo stesso tempo era come le pronunciasse, e io le udissi, per la prima volta, e solo a me fossero dirette. […] ora che mi sentivo persuasa esser lui, Pietro, della tempra medesima di mio fratello, e mi commuovevo, sentendo crescere in me un moto d’amore che dall’aπetto per Giacomo trascorreva nel desiderio d’esser sua, intieramente sua: di Pietro…

Il volume è ricco di riscritture e di rimandi a notizie sulla vita di Leopardi. Le prime parole del libro si riferiscono alla biblioteca, luogo di elezione ma anche di reclusione del giovane Giacomo: ‘Nessuno, nella sala della biblioteca in cui passa le sue giornate’;  e già nelle note del primo mese del diario compaiono la ‘consueta passeggiata al colle’, la predilezione per la tazza di cioccolata, il ‘passero solitario’. Poi, l’abitudine di vegliare ‘la notte, in ginocchio avanti il tavolino per poter scrivere fino all’ultimo momento alla fiammella vacillante della candela che finiva di consumarsi’, come ricordava il fratello Carlo scrivendo a Prospero Viani il 9 settembre 1845: ‘Certo, nessuno è stato testimonio del suo affaticarsi più di me, che, avendo sempre nella prima età dormito nella stessa camera con lui, lo vedeva, svegliandomi nella notte tardissima, in ginocchio avanti il tavolino per potere scrivere fino all’ultimo momento col lume che si spegneva’. E ancora, la renitenza a maneggiare il coltello, il divertimento infantile ‘con l’altarino’ e la giovanile paura, dovuta al ‘travaglio degli scrupoli’, ‘di camminare per non mettere il piede sopra la croce nella congiunzione dei mattoni’ che traggono origine dal Memoriale composto da Monaldo Leopardi nel luglio 1837 e inviato a Antonio Ranieri, il quale se ne sarebbe servito per stendere la Notizia intorno agli scritti, alla vita ed ai costumi di Giacomo Leopardi che premise all’edizione delle Opere Le Monnier, Firenze 1845. E infine il ricordo dei racconti delle battaglie combattute dai giovani fratelli Leopardi contro il tiranno Amostante, dietro la cui figura si nascondeva il padre Monaldo, come si legge nel volume Note biografiche sopra Leopardi e la sua famiglia della seconda moglie di Carlo, Teresa Teja. Sempre nelle note del primo mese del diario compaiono riferimenti a diversi scritti giovanili di Leopardi; come: ‘Volgendo lieto e giocondo il tergo all’usato albergo: così Muccio ne disse appunto l’indomani, in uno dei componimenti coi quali già a quel tempo, appena dodicenne, sapeva incantare i fratelli’, che rappresenta una citazione dei vv. 18-20 della ‘favola’ L’Ucello: ‘e de l’usato albergo, / l’ali scuotendo volsegli / lieto, e giocondo il tergo’ (una divertita riscrittura del testo era stata già proposta nel 1951 da Umberto Saba, nello scritto Una poesia in tre stati); oppure le citazioni degli altri ‘puerili’ Alla Signora Contessa Paolina Leopardi e Contro la Minestra. Ampliando lo sguardo all’intero volume e ad altre opere leopardiane, si nota anche una serie di rimandi a opere meno conosciute, come le due canzoni ‘rifiutate’ del 1819: ad esempio, la riscrittura semplificata di alcuni versi della prima, Per una donna inferma di malattia lunga e mortale (‘Poveri noi mortali / che incontro al fato non abbiam valore. / […] / ché qual mai visse più, quei visse poco, / […] / Ma questo ti conforti / sopra ogni cosa, ch’innocente mori, / né ’l mondo ti spirò suo puzzo in viso’, vv. 79-80, 115, 118-120), in una nota del diario del marzo 1819: ‘noi mortali non abbiamo alcun valore contro il fato, e non conta che si possa vivere a lungo, ch’è sempre poco quel che si dura. E dunque beata colei che sta morendo: prima che il mondo scellerato in cui siamo nati le spiri in viso il suo puzzo’. Non mancano, naturalmente, i riferimenti ai Canti: dal più nascosto rimando all’idillio Alla luna, il cui titolo originario era La ricordanza (‘d’una dolcissima ricordanza si trattava, ad essa dedicata, alla luna’), fino alla citazione esplicita dell’Infinito, seguita da una più coperta ai versi delle Ricordanze (‘di quel lontano mar, quei monti azzurri, / che di qua scopro, e che varcare un giorno / io mi pensava, arcani mondi, arcana / felicità fingendo al viver mio!’, vv. 21-24) dai quali è ricavato il titolo stesso del volume: ‘Se non son io a ridirmelo, è il canto stesso de L’infinito a risonar nella mia mente, facendomi ogni volta scoprir qualcosa che giurerei di non aver prima veduto. […] Stasera è quella siepe ad aver conquistato il mio sentire: dove sono i monti azzurri che lo tiravan là, a contemplarli, a nutrir il sogno di poter essere un giorno valicati?’.    Un’opera leopardiana che spesso è stata al centro di rielaborazioni moderne (uno degli esempi migliori è quello del romanzo di Giampaolo Rugarli Il bruno dei crepuscoli, 1998), e che è stata riscritta in due dei tre romanzi di cui mi occupo, di Simoni e di Fazi (dunque vale sottolinearlo), è il Diario del primo amore, del dicembre 1817-gennaio 1818, dedicato alla riflessione sulla passione per la cugina di Monaldo Geltrude Cassi Lazzari. Ecco il bellissimo incipit del testo, in cui Giacomo descrive l’incontro con la donna:

Io cominciando a sentire l’impero della bellezza, da più d’un anno desiderava di parlare e conversare, come tutti fanno, con donne avvenenti, delle quali un sorriso solo, per rarissimo caso gittato sopra di me, mi pareva cosa stranissima e maravigliosamente dolce e lusinghiera: e questo desiderio nella mia forzata solitudine era stato vanissimo fin qui. Ma la sera dell’ultimo Giovedì, arrivò in casa nostra, aspettata con piacere da me, né conosciuta mai, ma creduta capace di dare qualche sfogo al mio antico desiderio, una Signora Pesarese nostra parente più tosto lontana, di ventisei anni, col marito di oltre a cinquanta, grosso e pacifico, alta e membruta quanto nessuna donna ch’io m’abbia veduta mai, di volto però tutt’altro che grossolano, lineamenti tra il forte e il delicato, bel colore, occhi nerissimi, capelli castagni, maniere benigne, e, secondo me, graziose, lontanissime dalle affettate, molto meno lontane dalle primitive, tutte proprie delle Signore di Romagna e particolarmente delle Pesaresi, diversissime, ma per una certa qualità inesprimibile, dalle nostre Marchegiane.   

Ed ecco la riscrittura di Simoni, dove si notano l’inversione delle due parti in cui è divisa la prosa leopardiana (prima descrizione del proprio animo, poi descrizione della Signora) e naturalmente la semplificazione del dettato: ‘Dal canto suo, una Giunone mi s’è presentata la Signora, una di quelle donne grandi com’è anche nostra madre. Di modi benigni però, e dalle movenze graziose tanto da compensare l’imponenza della figura e la nettezza dei tratti, così marcata da risultare a momenti poco femminea. Proprio dalla commistione di caratteri all’apparenza inconciliabili m’è parso provenisse il fascino di Geltrude, e non diversamente deve aver sentito Giacomo. Era tempo – mi aveva rivelato Carlo, confidente suo in simili affari – ch’egli attendeva di potersi intrattenere con una donna avvenente, di poterle parlare udendone la voce, di arrivar a riceverne un sorriso’. 


Presentazioni

Di che cosa è fatto un racconto

Roland Barthes, Sul racconto, Marietti 1820, 2019 (pp. 88; euro 8)

Fra l’introduzione di Paolo Fabbri, intervistatore dello studioso francese più di cinquant’anni fa – e oggi sintetico commentatore di quel testo brillantemente sopravvissuto ad un periodo in cui “la problematica narrativa è passata da un iniziale negazionismo, all’accettazione decerebrata dello storytelling – e la postfazione di Gianfranco Marrone, che “in questo straordinario documento” individua i nuclei che lo rendono tanto più attuale e incisiva “in un’epoca di restaurazione positivista”, leggiamo la lezione di Roland Barthes. Perché di una lezione di chiarezza esemplare si tratta, che prende le mosse da una necessità innegabile: “milioni e milioni di racconti” sono stati elaborati “in tutte le società umane”, “Il racconto è dovunque: in tutte le epoche, in tutti i paesi, in tutte le culture; si serve di qualunque sostanza – la parola scritta, parlata, l’immagine mobile e immobile”. Di qui il tentativo di “scegliere un modello di descrizione”, illustrandone i “ragionevoli” presupposti. Fra rimandi culturali illuminanti ed esempi capaci di accompagnare anche il lettore poco addentro in queste tematiche, Barthes spiega di che cos’è davvero fatto un racconto, a partire dalle sue unità insopprimibili, funzionali dunque all’intelligibilità della storia, secondo un criterio diverso da quello che ci è consueto e si concentra su comportamenti, sentimenti, monologhi interiori. Diverso ma in grado di considerare comunque le “espansioni”, quelle “unità complementari o riempitive – cioè – che pure compongono il racconto. Anche un racconto come Goldfinger, che – né più né meno che l’Odissea – non sfugge alla possibilità di essere analizzato sulla base della logica che governa la successione e i reciproci “inscatolamenti” delle sequenze delle sue unità essenziali, dei “nuclei” che lo fanno essere quel racconto e non un altro.

E dopo l’individuazione dei nuclei e delle loro relazioni, i personaggi, non come “essenze psicologiche” ma “in quanto partecipano a certe azioni”, sull’esempio di quelli individuati da Vladimir Propp, familiare a insegnanti e genitori curiosi di comprendere le fiabe che raccontavano iniziando con quell’immancabile “c’era una volta”, ossia con quel segnale – ci fa notare Barthes – che avvertiva che un racconto iniziava. E il contesto del racconto? la sua “origine sociale”, i suoi risvolti ideologici? Non si tratta di ignorarli, quanto piuttosto di riconoscervi i luoghi nei quali “il sistema del racconto tocca il mondo” – e il “mondo scritto” incontra il “mondo non scritto”, avrebbe forse detto Calvino. Sarebbe necessario che l’analisi semiologica giungesse a quella ideologica, ammette Barthes, non senza ricordare tuttavia, in conclusione, che “solo se il sistema ideologico passa attraverso il relais d’un sistema simbolico diventa opera letteraria, opera d’arte”.

“Insegnavo scrittura creativa…”

“Insegnavo scrittura creativa, una materia che personalmente non ho mai studiato e un’attività che non so bene come giudicare. L’unico beneficio possibile, come la vedevo io, era che lo sforzo insito nel tentativo di scrivere qualcosa avrebbe insegnato agli studenti quanto è difficile farlo bene e quindi affinato la loro capacità di apprezzare la buona scrittura”. (Paul Auster)

Storie silenziose, tragiche, incancellabili

Majgull Axelsson, La tua vita e la mia, Iperborea 2019 (pp. 448, euro 18,50)

Per settant’anni, la protagonista di Io non mi chiamo Miriam – il romanzo della Axelsson pubblicato in Italia tre anni fa – ha tenuto nascosta dentro di sé la verità, e cinquanta ne sono passati prima che Märit torni là dove tutto era accaduto. Perché “certe storie sono semi a cui serve molto tempo per germogliare”, come la scrittrice svedese ammette nella nota finale.

Torna alla casa dei suoi, in occasione del settantesimo proprio e del gemello Jonas, ormai sepolto nel linguaggio incomprensibile di un uomo paralizzato dall’ictus. È con Kajsa, amica d’infanzia divenuta moglie del fratello, che si compie il gioco terribile di rivangare un passato che non è passato, che l’Altra non permette scivoli nell’oblio. L’Altra, la sorella morta durante il parto trigemellare da cui sono nati Jonas e Märit, ma che non ha mai cessato di abitare quest’ultima, di farle sentire la sua voce implacabile, sarcastica, ineludibile: “Infilata in un recesso profondo del mio cervello, finge di non esistere”, ma ciononostante solo a momenti cessa di “parassitare le mie capacità. E assillare, naturalmente: assillare, assillare, assillare”. Impedire, in primo luogo, che si cancelli la memoria di Lars, “Lars-lo-svitato”, il fratello che allora veniva definito “matto” e adesso si direbbe “disabile intellettivo con evidenti tratti autistici”. Mal tollerato in casa, dove solo la madre lo accudisce con amore, nasconde una grande sensibilità artistica: disegna, fa ritratti somiglianti di persone incontrate per caso, ma non sa avere rapporto con gli altri, e non è alieno da comportamenti violenti, aggressivi. La morte della madre segna il suo destino. Märit è l’unica a ritenerlo non un essere inferiore, ma diverso. Gli altri no: il suo posto è un ospedale psichiatrico, in “un’epoca che non capiva o non vedeva la propria malvagità”, un’epoca nella quale fra i medici “i più prestigiosi erano i neurochirurghi, seguiti a ruota dai cardiologi, dopodiché, in scala discendente, si arrivava al gradino più basso, quello degli sfortunati psichiatri”, ma ancora più in basso stavano “quegli insignificanti figuri che si occupavano dei dementi. E chi erano i dementi, allora? I poveri diavoli al gradino più basso di tutte le gerarchie”, “considerati ancora più infimi e indegni degli invalidi e degli alcolisti e dei lapponi e degli zingari”. Una Svezia sconosciuta emerge da queste pagine, un paese che solo nei primi anni sessanta scopre l’uso, accanto alle camicie di forza, di farmaci che permettono di affrontare un “demente scatenato mettendolo al tappeto invece di chiuderlo in una stanza vuota e poi sentirlo rimbalzare tra le pareti mentre ulula di disperazione o terrore”. Sarà questo il destino di Lars, e sarà Märit a scoprirne la condizione prima di ritrovarselo cadavere, segnato dalle botte ricevute, sul tavolo di dissezione, lei allieva di medicina che lo stesso giorno abbandonerà l’università, rinunciando a quello che fin dall’inizio i suoi avevano giudicato un lavoro non da donne. Perché quella è anche l’epoca in cui “non si può strillare e far chiasso e menar botte. Nemmeno quando se ne avrebbe voglia. Nemmeno se se ne avrebbe tutte le ragioni del mondo. Non se si nasce donne”. 

Ma se avesse potuto, si sarebbe occupata, lei, del fratello “matto”? L’Altra la mette alle strette, la obbliga a riconoscere che no, non se ne sarebbe occupata annullandosi in lui come faceva la madre: non l’avrebbe fatto perché voleva una vita sua. Se non di medico, di giornalista. Ed è quella che imboccherà, senza tuttavia poter sfuggire al ricordo della vita sua e della propria famiglia, “una delle tante storie silenziose, importantissime e inservibili che dobbiamo portarci dentro fino al giorno in cui moriremo”. Ed è appunto una serie ininterrotta di flash back, non di rado lunghi tanto da far dimenticare al lettore di esser stato trasportato nel passato, a fare questo romanzo: “Smettila, dice l’Altra nella mia testa. Dimentica, per il tuo stesso bene. Quella ormai è storia, storia antica! È passato più di mezzo secolo. Ma io non intendo dimenticare – afferma la protagonista, in un continuo gioco delle parti con il suo doppio –. E lei, la grande amministratrice di ricordi, non deve impicciarsi.” Vuole arrivare fino in fondo, Märit, non lasciare che si dissolva nessuno dei fili di cui è intessuta la storia tragica della sua famiglia. Solo allora, sarà possibile andarsene, senza più voltarsi indietro.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Il taylorismo e i Moschettieri

Antonio Gramsci, Sherlock Holmes & Padre Brown. Note sul romanzo poliziesco, Marietti 1820, 2019 (pp. 80, euro 8)

“(…) tu avevi una felice disposizione a ricevere le impressioni più immediate e meno complicate dai sedimenti culturali. Non eri neanche riuscita ad accorgerti che il Chesterton ha scritto una delicatissima caricatura delle novelle poliziesche più che delle novelle poliziesche propriamente dette”. Potrebbe sembrare ma non è: Antonio Gramsci, dal carcere di Turi, nell’ottobre del 1930 scrive alla cognata Tatiana Schucht – “Carissima Tania” – non per rimproverarle un’ingenuità di lettrice, ma al contrario per esprimerle “invidia” per la sua “capacità di fresco e schietto impressionismo”. Antonio legge diversamente, e  la stessa lettera lo dimostra: “Il padre Brown  è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti”, di cui lo Sherlock Holmes di Conan Doyle è l’esempio lampante, l’investigatore che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dal’esterno, basandosi (…) sull’induzione”, mentre il sacerdote detective di Chesterton si basa “sulla deduzione e sull’introspezione” e, pur così apparentemente dimesso e alieno da ogni carattere di eccezionalità, fa apparire Holmes “un ragazzetto pretenzioso”.  Ma, nella sostanza, i racconti di Padre Brown sono “fondamentalmente un’apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana”; la sfida lanciata, con successo, dal detective cattolico contro quello protestante.

Senonché, i libri che Gramsci poteva leggere in carcere – fa notare Jean-Louis Ska in uno dei saggi che compaiono nel libro, accanto a quelli di Chiara Daniele e Alessandro Zaccuri – non erano una biblioteca fornita cui lui potesse accedere liberamente, e così non può che trascurare il fatto che mentre Conan Doyle usciva da una famiglia cattolica, Chesterton si era formato in ambiente anglicano e solo a quarantotto anni si sarebbe convertito al cattolicesimo. L’opposizione fra i due non è dunque di carattere religioso, ma culturale: “fra una cultura mediterranea più sensibile alle motivazioni morali e psicologiche e una cultura anglosassone più induttiva, pratica ed empirica”. Una divaricazione che ogni lettore di polizieschi conosce bene, sulla quale ha scritto parole inequivocabili Sciascia definendo Simenon, non lo scrittore che ama il puro gioco intellettuale ma quello che “vede” e che “ama” (Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo, Adelphi 2018), capace quindi di superare l’alternativa che pure all’inizio gli si era posta, fra un dotto Jean incline al freddo ragionamento (Il fondo della bottiglia, Adelphi 2018) e il ben più fortunato Maigret, fatto di tutt’altra pasta, che inaugura un profilo di poliziotto destinato a un successo tanto solido da arrivare al nostro Montalbano.  

Ci torna comunque sulla faccenda, Gramsci, nei suoi Quaderni, e a diverse riprese, andando tuttavia al di là del confronto fra le due figure di investigatore e ponendosi un problema di fondo: “perché è diffusa la letteratura poliziesca”, e più in generale “la letteratura non-artistica”, la letteratura spesso definita “popolare”? E la riposta è di quelle che fanno dei Quaderni dal carcere un’opera che non si è mai finito di consultare: la diffusione “sarebbe una manifestazione di rivolta contro la meccanicità e la standardizzazione della vita moderna, un modo di evadere dal tritume quotidiano”, ma sulla distanza è il valore artistico di un testo a farsi valere, quel valore rinvenibile in Chesterton e assai meno in Conan Doyle. In quest’ultimo “c’è un equilibrio razionale (troppo) tra l’intelligenza e la scienza. Oggi interessa di più l’apporto individuale dell’eroe, la tecnica ‘psichica’ in sé”. Un giudizio del tutto sottoscrivibile anche a distanza di decenni, ma che rivela la sua sorprendente attualità in una successiva annotazione che lo sviluppa, e che vale la pena di rileggere attentamente: “Il taylorismo è una bella cosa e l’uomo è un animale adattabile, però forse ci sono dei limiti alla sua meccanizzazione. (…) Vincerà il taylorismo o vinceranno i Moschettieri? (…) Se l’attuale civiltà non precipita, assisteremo forse a interessanti miscugli dei due”: 007 per tutti, dunque? Detective sempre più dotati di mentalità e bagaglio tecnologici ma pur sempre avventurieri? Attenzione però, raccomanda l’autore: “accanto a Don Chisciotte esiste Sancho Panza, che non vuole ‘avventure’, ma certezza di vita”: “il gran numero degli uomini è tormentato proprio dall’ossessione della non ‘prevedibilità’ del domani, dalla precarietà della propria vita, cioè da un eccesso di ‘avventure’ probabili”. Avventure sì, allora, anche delle più torbide, truculente o catastrofiste che siano, purché… rassicurino.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Una vita in fuga

Georges Simenon, Le persiane verdi, Adelphi 2018 (pp. 208, euro 19)

Alto, grosso, a suo modo carismatico: venuto dal nulla, Émile Maugin è diventato un grande attore, popolare al punto da essere riconosciuto per strada, nei ristoranti, nei caffè. La sera a recitare in palcoscenico, la mattina sul set cinematografico.

Simenon ce lo fa seguire in tutti i suoi movimenti, ma anche nei suoi pensieri, nelle sue idiosincrasie, nelle manifestazioni del suo caratteraccio: prepotente, insofferente, violento, quasi compiaciuto della propria protervia egocentrica. E al fondo di tutto: un’insoddisfazione corrosiva, che vino e cognac non riescono a sopire.

Non suscitano empatia il piacere della cattiveria, la brutalità dei comportamenti sessuali, l’instabilità esasperante di questo personaggio. Fino a che, ritiratosi da un giorno all’altro dalle scene, abbandonata Parigi e trasferitosi con la giovane moglie e la figlia (non sua) nel sud della Francia, cominciano ad affiorare in lui i segni di una debolezza che sempre più si rivela essere sempre stata il contraltare della sua mancanza di scrupoli: ha paura di morire, Maugin. Il medico gli ha detto che il suo cuore è quello di un settantacinquenne, non del sessantenne che è. Ma più che la morte in sé è una morte in solitudine che lo terrorizza. La moglie, la villa affittata dalle parti di Nizza, la bambina rappresentano una garanzia in questo senso, ma lui non sa realizzare il sogno di una casa in cui vivere in pace, una casa serena come quelle che si vedono, con le persiane verdi… Il suo destino è segnato: una banale ferita, superficiale ma non curata a dovere, sarà la causa della sua fine.

L’intero racconto appare allora una preparazione della scena finale: l’infezione si è diffusa, la morte è vicina, e tutto è filtrato dal punto di vista del protagonista, ormai perso nelle nebbie di uno stato quasi comatoso e ciononostante attraversato da un ossessivo arrovellarsi attorno alla propria vita, ai torti fatti, alle donne lasciate. Tutti, i genitori, i compagni d’infanzia, il maestro di scuola, le mogli e le amanti, i colleghi e gli amici, il prete e il dottore, tutti sono lì, al suo capezzale: se li vede intorno e sente di dovere a tutti loro, e a se stesso, una riposta, una giustificazione delle sue colpe, ma il bandolo di tutta l’ingarbugliata, confusa faccenda che è stata la sua vita non si lascia trovare. Finché un tratto capace di spiegare le sue scelte, il suo modo di stare al mondo, gli appare chiaro, inequivocabile: “Aveva passato tutta la vita a scappare. Scappare da cosa?” “Aveva fame e scappava dalla fame, Viveva in mezzo al tanfo degli alberghi malfamati e scappava dal senso di nausea. Era scappato dal letto delle donne che aveva posseduto, perché erano solo donne e niente di più, e quando si ritrovava di nuovo solo beveva per scappare da se stesso.”  

La ripetizione è la colpa di Maugin, la ripetizione di un gesto di fuga che nell’imminenza della morte non può essere più rimesso in campo.

Le ultime pagine di questo romanzo risignificano le precedenti, e non possono non richiamare quelle, insuperate, dedicate da Tolstoj alla morte di Ivan Il’ic.

Una crudeltà quasi materna

Christophe Carlier, Saluti (poco) cordiali, Guanda 2019 (pp. 180, euro 17)

“Su questo sasso non succede niente di definitivo; qui la vita procede come in brutta copia, tracciata a casaccio, eliminando ogni giorno quella precedente, a pezzi e bocconi, fino alla fine. Sulla terraferma se uno persevera arriva da qualche parte. Ma su quest’isola che cosa si può fare, a parte girare a vuoto?”

Un’isola. Luogo che la letteratura privilegia quando – non importa quanto consapevolmente – intende analizzare, e dimostrare, la realtà del vivere collettivo ridotta al suo scheletro, ai suoi meccanismi elementari. E alla sua fragilità: è questo il carattere che la comunità lascia venire alla luce quando un tarlo inizia a divorala dall’interno. Cartoline, nient’altro che cartoline anonime che svelano, denunciano, alludono: le magagne che ogni famiglia, ogni abitante, aveva fino allora dissimulato, non possono più nascondersi sotto il velo delle chiacchiere quotidiane. Prima a uno poi all’altro e all’altro ancora – a tutti, c’è da temere – porterà la fatidica cartolina il vecchio postino Gabriel, addolorato per quel male di cui è contro la sua volontà latore. Ma lui deve. Deve continuare “a consegnare cartoline il cui autore non si è ancora palesato. Il male è fatto, il male è in atto, e nessuno ha modo di fermarlo”. Neanche la polizia, perché a ben vedere “non c’è materiale di indagine ma, piuttosto, per un trattatello: criminologia delle intenzioni, sociologia della noia”. 

Nessuno sfugge, se non – momentaneamente – alla cartolina, al senso di colpa: la situazione ricorda quella di un altro romanzo recente, le Case di vetro di Louise Penny (Einaudi 2019, in questi Note lo scorso 16 giugno). Dove però il mistero, svelandosi, innesca una nuova fase della storia. Non così nel romanzo di Carlier: anche quando sapremo chi è il personaggio che con le sue cartoline affligge il paese come fosse il suo “piccolo gregge inquieto”, la vicenda non si risolve. La “crudeltà quasi materna” del “corvo”, l’ignoto autore dei messaggi malevoli e inquietanti, fa precipitare la situazione secondo una logica implacabile, quella stessa per cui “nella vita, non si fa altro che andare verso se stessi”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Rischi e promesse

Gianfranco Pacchioni, L’ultimo sapiens. Viaggio al termine della nostra specie, il Mulino 2019 (pp. 214, euro 15)

Uno scienziato, ma uno di quelli che tiene a farsi fa capire da tutti. L’idea che l’alta divulgazione sia appannaggio degli anglosassoni è smentita da un libro come questo: evoluzione, intelligenza artificiale, genetica, nanotecnlogie, neuroimmagini non restano terreno di enunciazioni che danno per scontato conoscenze che mediamente non abbiamo.

Una seconda premessa: a dispetto del titolo, non è un pessimismo radicale a connotare il discorso, ma non è neanche il facile (e obbligatorio) ottimismo dei nostri tempi. “Passi da gigante” è un’espressione ricorrente, a proposito della velocizzazione dell’innovazione registratasi negli ultimi decenni nei campi più diversi”, ma non si dà per scontato che l’innovazione sia di per sé progresso: può risolversi in uno “sviluppo forsennato delle tecnologie” e portare a risultati imprevisti e, a dir poco, inquietanti. Come quando due macchine intelligenti, Bob e Alice, programmate per sostenere trattative commerciali, a un certo punto si sono messe parlare fra loro in un linguaggio incomprensibile, fatto di parole, sì, ma disposte in sequenze senza senso. Sennonché – questo il fatto allarmante – il linguaggio inventato dai due dispositivi, e trasparente a loro soltanto, ha permesso di concludere la trattativa con successo! Macchine capaci di “auto apprendere più velocemente degli scienziati informatici, con risultati devastanti per la nostra specie. Forse – avverte l’autore – sono scenari eccessivamente catastrofisti, magari la superintelligenza non arriverà mai. Ma non ci conterei troppo.” Anche in altre occasioni la conclusione resta volutamente aperta, come a dire al lettore che sta a lui, sulla base di altre sue conoscenze, delle sue esperienze, della scala di valori che riconosce, trarre un giudizio. Un equilibrio di fondo, condito di ironia, è il tono che ci viene proposto, e non potrebbe essere diversamente dal momento che ogni capitolo è introdotto da un racconto in cui si è previsto con largo anticipo quanto avviene oggi: un racconto di Primo Levi, il Levi chimico, l’uomo di scienza fantasioso e lo scrittore lucido delle Storie naturali, di Vizio di forma e del Sistema periodico. Un atteggiamento non demonizzante ma capace di prender atto delle possibili derive – tendenzialmente in atto o comunque possibili – dell’innovazione tecnologica si direbbe possibile, insomma, solo là dove le “due culture” sappiano dialogare. Come in Levi, e in Pacchioni, appunto. Capaci di metterci di fronte alla prospettiva di “scenari del tutto imprevedibili”, abitati da “esseri, non necessariamente integralmente biologici, in parte umani e in parte artificiali, più intelligenti di noi sapiens.” Ci arriveremo fra venti o trent’anni, secondo alcuni, convinti che sarà “uno dei momenti più promettenti per la storia dell’umanità”. Ma ci sono altri per i quali “potrebbe essere uno dei più pericolosi”. Ai posteri l’ardua sentenza, si sarebbe detto in passato, ma non oggi, perché – si chiedeva Primo Levi – “ci saranno storici futuri, diciamo nel prossimo secolo [questo, n.d.r.]? Non è del tutto certo: l’umanità potrebbe aver perduto ogni interesse per il passato, occupata come sarà a dipanare il gomitolo del futuro; o perduto il gusto per le opere dello spirito in generale, essendo intesa unicamente a sopravvivere; o cessato di esistere.”

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Una domanda ineludibile, una scelta inaggirabile

Federico Pennestrì, Eppur si muore. Vivere di più o vivere meglio?, Mursia 2019 (pp. 148, euro 14)

Un filosofo che parla ai medici, ma che i medici – e i loro pazienti – li conosce bene: è un punto di vista privilegiato quello da cui l’autore guarda alla cura della salute nel mondo contemporaneo. “Vivere costantemente a contatto con la medicina senza praticarla in prima persona – dichiara infatti – mi permette di conoscerla e valutarla con obiettività, cercando fuori le soluzioni che essa non può trovare al proprio interno”, e tenendo sempre presente un presupposto di fondo: “la medicina è qualcosa di più delle conoscenze e delle tecniche che la sottendono”.

Presupposto di cui i pazienti sembrano consapevoli quando lamentano il ridursi del numero dei “medici che ci conoscono di persona”, di quei medici di famiglia – dei quali un politico di primo piano ha recentemente decretato l’inevitabile, se non auspicabile, scomparsa – che non hanno dimenticato quel che Ippocrate sosteneva, ossia che “per effettuare una diagnosi è più utile conoscere il paziente che la sua malattia”, ma non per questo si collocano in contrapposizione polemica con i colleghi specialisti, essendo “il medico di famiglia il miglior portinaio possibile (gatekeeper) per aprire le porte degli edifici della specializzazione”.  Edifici nei quali tuttavia i medici appaiono spesso – agli occhi dei pazienti – inaccessibili, a livello sia comunicativo, sia logistico, sia economico”.

E i medici? Anche loro frustrati: dall’insufficienza delle risorse, dai ritmi lavorativi – e dalla collocazione professionale, possiamo aggiungere, che nelle cliniche private ne fanno, come in molti altri settori, partite Iva per alcuni aspetti fra loro in competizione? –, ma anche dall’intolleranza di pazienti “pretenziosi e aggressivi”, “pronti a denunciare il medico”, “informatissimi sui propri diritti e disinformatissimi sui propri doveri”, pazienti che – in un clima di generale sottovalutazione, se non di disprezzo, delle  competenze – “pretendono di conoscere la materia meglio di chi la esercita”.

Senonché, su questo come a proposito di altri nodi cruciali, l’autore sa esercitare il suo sguardo esterno, obiettivo: “Il disagio del medico – precisa – e quello del paziente non sono espressione di due realtà che configgono, ma sono due aspetti dello stesso disagio.” Perché occorre comprendere come la medicina “sia nata ed evolva attraverso lo scambio reciproco con la stessa cultura in cui si radica”, e quando questa cultura esalta, anziché problematizzare, un tratto – probabilmente ineliminabile – dell’animo umano consistente nel rifiuto del limite, della fine, della morte, accade che si chieda alla medicina quel che non può dare e che la medicina per parte sua si faccia “soluzione, seduzione, promessa e illusione”. Ecco allora che nonostante gli indubbi – e qui ricorrentemente e documentatamente richiamati – progressi della medicina, i malati aumentano.

Com’è possibile?  Per diverse ragioni: in primo luogo perché “nuove malattie – croniche, soprattutto – si sono affermate per il solo fatto che viviamo di più”, in secondo per via della medicalizzazione di stati come l’infelicità e la tristezza – e la vecchiaia stessa? – senza dimenticare la tendenza crescente a un consumismo di nuovo stampo, quello di “prestazioni diagnostiche, farmacologiche e di controllo”.

Delineato così il quadro, non corre il rischio di suonare moraleggiante la domanda di fondo: “Ha senso posticipare la morte al prezzo di aumentare gli anni in cui ci sentiamo sotto tiro?” Ha senso negare la verità sostanziale che il titolo evidenzia richiamando l’affermazione attribuita a Galileo, “simbolo della resistenza della scienza contro la superstizione”?

Passando attraverso approfondimenti essenziali (medicina e follia, ruolo esercitato dalle condizioni economiche e dalle disuguaglianze, fenomeni come la “resistenza vaccinale”), si giunge alle conclusioni. È un cambio culturale quello che appare indispensabile: più della ricerca della soluzione “per morire dopo”, è quella “per vivere meglio prima” che occorre mettere in primo piano, e conseguentemente aver di mira “un utilizzo appropriato della medicina, rivolto non alla negazione ostinata della morte fisica, ma ad agire per preservare il più possibile” il senso, e la qualità, della vita. E quando la vecchiaia arriva, non può essere solo la famiglia a provvedere. Occorrono “politiche di presa in carico organiche, personalizzate, multidisciplinari e continuative, a prevenire la situazione in cui “l’anziano è tecnicamente assistito ma moralmente parcheggiato”. Politiche che non renderanno comunque mai superflua la necessità che il sistema sanitario si ponga delle priorità, stabilendo “chi curare, che cosa curare e fino a che punto”. Necessità che trova il suo corrispettivo in quella, pure inderogabile, di “educare non solo alla salute”, ma anche “al consumo di prestazioni sanitarie”.

L’aura del luogo

Paolo Pagani, I luoghi del pensiero. Dove sono nate le idee che hanno cambiato il mondo, Neri Pozza (pp. 368, euro 13,50)

“Non è possibile separare l’esposizione del pensiero di Wittgenstein dal racconto della sua esistenza”, e questo vale anche per gli altri autori presi in considerazione da questo “itinerario geografico e mentale insieme”. Una ricognizione storica, topografica e passionale” che non si limita tuttavia a schierarsi conto chi – con buona pace di Proust – sottovaluta o nega addirittura il nesso fra opera e biografia: un nesso altrettanto decisivo è quello che lega il pensiero e il luogo, “l’ambiente in cui le idee prendono forma”. Per cui non è un semplice frutto della curiosità “Sapere che cosa si vede da certe finestre” delle case abitate dall’autore del Tractatus, “capire tutte le case spoglie di Ludwig, i suoi alloggi di fortuna, le scelte di eremitaggio”; oppure “girovagare tra gli ambienti che hanno fatto da quinta allo scrivere e al leggere” di Thomas Mann, “per cercare tracce, in quei luoghi, del suo pensare laico; della storia del suo tempo; delle sue idee sul futuro; della sua etica e della sua estetica”. “Perché c’è un’aura in ogni luogo, un linguaggio non detto che si impara ad ascoltare”, “una forza gravitazionale silenziosa e prepotente” cui non si deve resistere. Così avviene se si raggiunge la Hütte, la baita nella quale Heidegger amò abitare per lunghi periodi, e ci si ferma a guardare silenziosi “La radura placida e gli alberi immobili, lo stesso panorama che Heidegger osservava scrivendo, che trattengono l’identica energia evocativa, conservata intatta in una ieratica semplicità per quasi un secolo”: quel rifugio, quelle “mura domestiche”, “sono parte integrante dell’opera di chi ci ha vissuto”. È un “legame ontologico” quello che lega il luogo all’opera: “geografia che mostra a se stessa un pensiero e pensiero allacciato a una zolla geografica; sfondo materiale di un filosofare che sa custodire e dire un misterioso sapere”.

Non diversamente, la laboriosa elaborazione della teoria evoluzionistica sembra rappresentarsi nel “sentiero sabbioso che il re dei naturalisti usava da mezzogiorno in punto come thinking pad, o percorso personale di meditazione”. “Pensava camminando”, Charles Darwin, lungo quel “sentiero che correva intorno a un boschetto che aveva piantato con le sue mani; e sembrava fosse sempre un percorso lunghissimo, partendo da casa”.

Persino quando il luogo è mutato vale la pena visitarlo: la casa natale di Spinoza, ad Amsterdam, non c’è più, ma quell’assenza sembra dire delle peregrinazioni cui la sua famiglia fu costretta come della proscrizione che colpì lui stesso, che ci appare nel monumento che sorge non distante, “lo Spinoza di bronzo (che) luccica come un simbolo indiscusso”.

Non solo di luoghi parla tuttavia questo libro: oltre che trattare di “Dove hanno speso le loro esistenze e come”, l’autore si diffonde su che “cosa ci hanno detto, dove giacciono, perché ricordarli”: Spinoza e Cartesio, Leibniz e Newton, Darwin e Marx, Wittgenstein, Heidegger e Arendt, Keynes e Mann. E di molti ci resta memoria, oltre che di un luogo privilegiato, di una cosa che sembra far corpo con il personaggio, dal celebre melo di Newton alla scrivania su cui Mann scrisse, sempre, in tutte e dieci le case che abitò.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

“Mentre scrivevo il libro, mi pareva di vedere ancora mio padre…”

“Mentre scrivevo il libro, mi pareva di vedere ancora mio padre, e l’atto della scrittura sembrava alleviare il trauma e il dolore per la sua morte. Eppure, quando ho finito il libro, è stato come se non lo avessi mai scritto. Tutto era come prima. Comporre quel ritratto non era servito a niente. Scrivere non è una terapia. (…) Ho scritto quel libro quando avevo metà degli anni che ho adesso, eppure penso ancora di continuo a mio padre”. (Paul Auster)

Ci si nasconde, iniziando così a scomparire

Paola Baratto, Lascio che l’ombra, Manni 2019 (pp. 125, euro 14)

Dopo aver letto, a poche pagine dall’inizio, il corsivo che sembra far da controcanto alla narrazione, corri avanti a verificare se nel testo ne compaiono altri, e vedi che parecchi dei capitoli sono conclusi da altri, analoghi brani. Scacci la tentazione di leggerli di seguito, anche se è lì che senti che il libro ti tocca più da vicino. Non salti dunque da corsivo a corsivo scavalcando le pagine in tondo, e la tua rinuncia è presto compensata dalla presa che l’intreccio via via fa su di te. Anche la vicenda di Aris ti riguarda, in qualche modo: il suo scrivere appartato, il suo non adeguarsi alle logiche del pensiero unico che governano la comunicazione, senza per questo trincerarsi nell’identità dello studioso accademicamente affermato ma mantenendo invece la disponibilità a misurarsi con l’indifferenza e l’incomprensione, la superficialità sbrigativa della fiera del libro che si anima solo per l’ospite di sicuro richiamo, la pantomima straniante del talk show spacciato per dibattito.

La cultura di Aristide Dal Pozzo, di antropologo del contemporaneo, di sociologo che non s’accontenta di statistiche, non può bastare a preservarlo dalla frustrazione, non gli offre strumenti in grado di smontare l’imperativo alla semplificazione volgare cui ogni discorso sembra ormai doversi ridurre per avere una sia pur effimera cittadinanza. Ma lui non è uno di quegli scrittori che se la raccontano – come del resto la narratrice, che si è messa sulle sue tracce dopo che, tre anni prima, è scomparso all’improvviso senza lasciare traccia. Anche lei, Giulia Malavasi, testardamente, appassionatamente dedita a quel «mestiere, già di per sé così vago» che è lo scrivere, e intollerante dei consigli di conoscenti ben intenzionati: «scrivi, ma per te stessa», oppure «fatti un blog». Il fatto è che si scrive sempre per gli altri, per «trovare la propria umanità e il proprio legame con gli altri esseri umani», stando a Paul Auster (e non diversamente si esprimeva Umberto Eco: «Io non sono uno di quei cattivi scrittori che dicono di scrivere solo per se stessi. C’è una sola cosa che si scrive per se stessi, ed è la lista della spesa. E quando hai comperato le cose che dovevi, puoi distruggerla. (…) Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno»). Aris non era certo di diverso parere, e così Giulia. Ma dove sono finiti, gli altri? Non solo quelli che amano esclusivamente intrattenere ed essere intrattenuti, ma anche coloro che sembrano voler tenere alta la bandiera dell’impegno e dunque nobilmente, sdegnosamente si pongono il fatidico quesito: «Verrebbe da chiedersi dove sono finiti gli intellettuali». Il ritaglio di giornale che riportava queste parole, proferite da un ex ministro della Cultura, è stato, chissà quando, sottolineato da Aris e costellato di punti esclamativi tracciati con tanta rabbia da aver rotto la carta. Rabbia contro la protervia di un establishment politico e culturale che gli intellettuali non li sente e non li vuol sentire, che li dimentica ancor prima che scompaiano, che ipocritamente rovescia su di loro la propria cattiva – e ormai esilissima – coscienza, salvo denunciare la voglia di visibilità degli intellettuali che prendono la parola, o il loro esser costituzionalmente bastian contrari, anime più o meno belle e comunque fuori dal mondo nel momento in cui non rinunciano ad assumere pubblicamente le movenze di quello che si chiamava, e non si può chiamare altrimenti, che pensiero critico, come quello praticato da Aris. Un pensiero sempre teso, indipendentemente dal suo oggetto, «a delineare con spiazzante lucidità gli scenari presenti».

Un intellettuale del genere, se scompare, lascia un vuoto al quale non ci si può rassegnare, tanto più se la propria aspirazione è quella di continuare a scrivere, come fa Giulia, o a studiare per comprendere un passato che, per il fatto di essere locale, non necessariamente è già in partenza terreno di inevitabili quanto facili mitologie localiste, il passato che ha appunto coltivato per tutta la vita l’ormai attempato professor Console.

Sono loro due a cercarlo ancora, Aris, a spiarne tracce labili, al limite dell’inconsistenza, nelle pagine da lui frequentate nel periodo precedente la propria sparizione. Tracce dalle quali sembra emergere un filo di speranza, per quanto paradossale, sostanzialmente inconciliabile con il solido razionalismo del professore così come con il laico disincanto della scrittrice, e pure capace non semplicemente di incuriosire, ma di affascinare. Senonché, ancor prima dello sguardo pensoso della figura che campeggia nell’incisione di Dürer riportata sulla copertina di un noto saggio sulla melanconia – l’ultimo libro, forse, nel quale Aris ha cercato risposte – sono quei corsivi a dire l’irrimediabilità della situazione nella quale lui si è sentito sprofondare, e insieme la progressiva, lucida, autodistruttiva adesione alla domanda non detta, ma di fatto rivolta con perentorietà sprezzante agli intellettuali, di farsi da parte, di tacere. Meglio: di sparire.

«Giorno dopo giorno, mi sto perdendo…», lo si è sentito dire dopo la deludente presentazione di un suo libro. Perché lui, lo scopriamo alla fine – senza sorprendercene, perché lo sentivamo, in qualche modo – è l’autore di quelle pagine brevi e dense dalle quali fin dall’inizio ci siamo sentiti raggiunti. Pagine che non riguardano solo l’intellettuale, si badi, ma chiunque non si rassegni alla cancellazione tendenziale dell’individualità, della specificità che fa di ognuno un essere unico, uguale e diverso dagli altri, e come tale capace di opporre resistenza all’omologazione, di negarsi al «minuetto di banalità» nel quale siamo immersi, alla chiacchiera assordante dei media come a quella  ubiquitaria e pervasiva dei social; di conservare quel quid che non accetta di sciogliersi nella dilagante, acefala schiera di figuranti della spettacolare messinscena planetaria del consumo. Per cui «si preferisce scappare, non esserci. (…) E ci si nasconde, iniziando così a scomparire», da un presente che appare sempre più «un luogo inospitale», inevitabilmente fonte di «disarmonie con chi ci circonda». Del resto, «Non parlare di sé rende invisibili». È così che «Arriva il momento in cui si fatica a riconoscersi (…) E a poco a poco si scompare anche ai propri occhi».

Un pamphlet, dunque, sia pure in forma narrativa, quello di Paola Baratto, un generoso, rinnovato Plaidoyer pour les intellectuels di sartriana memoria? No, un romanzo. Un romanzo, che fonda certamente la sua capacità di coinvolgere il lettore sull’originalità della vicenda e la radicalità del giudizio, ma deriva la sua forza persuasiva dalla qualità di una scrittura ricca dell’esperienza dei romanzi pubblicati (otto, prima di questo) e passata negli ultimi anni attraverso il filtro dei brevi, essenziali racconti di Giardini d’inverno e Tra nevi ingenue.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Il piacere di leggere

Eric-Emmanuel Schmitt, La vendetta del perdono, edizioni e/o 2018 (pp. 253, euro 18)

Il piacere di leggere, quello che abbiamo conosciuto da bambini, appena abbiamo cominciato a saperlo fare; ma soprattutto dopo, da adolescenti, quando poveri di riferimenti e liberi dall’obbligo di giudicare, ci affidavamo solo a quello. Al piacere di passare da una pagina all’altra trascinati da quella forza indefinibile che parole e avvenimenti sanno intrecciare in una trama che coinvolge e diverte, commuove e, perché no, rappresenta in una storia i lati migliori degli umani.

Tutto qui: Schmitt sa coltivare questo piacere. Nello scriverli questi racconti, innanzitutto, lo si intuisce. Sembra lì a leggere con noi la vicenda delle due gemelle, Caino e Abele al femminile (con finale a sorpresa), o la storia eterna del conflitto fra amore assoluto e razionalità cinica in Madamina Butterfly; così come lo vediamo rendere l’originale omaggio a Saint-Exupéry del quarto racconto, ma soprattutto mantenere la coerenza, ferrea senza perdere in un’umanità, della protagonista del terzo, che dà il titolo alla raccolta.

“La maledizione di dover raccontare”

Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere, Einaudi 2018 (pp. 195, euro 17,50 )

“Concepire racconti dove il piano della realtà si confonde con quello della finzione è un gioco molto rischioso”, osserva l’autore, ammettendo che si tratta di “un pericolo che conosc(e) fin troppo bene”. Ma, del resto, attenersi ai fatti non è una soluzione, perché “quando indaghiamo un fatto lo troviamo già aggiustato” e “a noi non resta che fare i conti con qualcosa già diventato memoria, verità plasmata, aggiustata”. Il che non impedisce, anzi: comporta necessariamente, che l’autore si comprometta con ciò che vorrebbe narrare: “Il problema – tuttavia – non è la compromissione in sé, che è inevitabile e per molti versi irrinunciabile e fruttuosa. Il problema sono la natura e il livello di questa compromissione, ovvero se siamo in grado di gestirla, di evitare che ci travolga e che prevalga in noi lo spirito di vendetta”, dal momento che “qualunque racconto implica anche un intento vendicativo di qualche tipo o almeno risarcitorio.” Di qui, la “maledizione di dover raccontare”, una maledizione che non colpisce solo l’autore o, più in generale, gli scrittori, ma ha assunto il carattere di una malattia epidemica, la “malattia del nostro tempo: tutto viene convertito in racconto o comunque pensato in termini narrativi, anche fuori dalla letteratura (…). Nel parlare corrente narrazione è diventato ormai sinonimo di dire.”

La riflessione sulla scrittura, su quella romanzesca in particolare, percorre il racconto che, nonostante la dichiarata consapevolezza della rischiosità del gioco della finzione sembra davvero travolgere l’autore. E non importa quanto lui ne sembri soddisfatto. La messa in scena dell’autore da parte dell’autore stesso, il fare del gioco della scrittura l’oggetto della scrittura stessa non sono di per sé stucchevoli, ma forse occorre aver la leggerezza, il sorvegliatissimo senso della misura del calviniano viaggiatore di una notte d’inverno…  La leggerezza e la misura necessarie per farsi seguire dal lettore, per contagiarlo del piacere che l’esperimento offre allo scrittore, e non ci sono scorciatoie in questo: non basta, all’inizio di un nuovo capitolo, a metà del romanzo, avvertire chi legge che “Semmai non fosse ancora evidente, la voce di questo libro non è più la stessa”, e di affiancare al personaggio alter ego dell’autore l’autore stesso intrecciandone vicenda e discorsi con la storia di Michelangelo Merisi. Nulla da obiettare alla forma del romanzo-saggio, ma qui il romanzo e il saggio sembra, soprattutto nell’ultima parte, che se ne vadano ognuno per la sua strada, proponendo una giustapposizione più che un intreccio, un continuo cambio di registro più che una commistione suggestiva dei piani del discorso. È il postmoderno, bellezza, qualcuno potrebbe obiettare – Tommaso Pincio è pseudonimo ricalcato, non a caso, sul nome di uno degli alfieri del postmoderno, Thomas Pinchon –, ma la constatazione sarebbe lontana dal richiamare motivi di un piacere della lettura che fosse prima sfuggito.

Eppure.

Eppure, arrivato alla fine del romanzo, alcuni tratti dei personaggi restano in mente: dalla malinconia, il cui marchio si riassume nello scoprirsi sempre, fatalmente, spettatori di se stessi, alla connessa mancanza del  “dono di saper vivere”, del non sapersi muovere nella vita come pesci nell’acqua, tendendo invece a osservarsi, senza mai coincidere con la vita.
La vita. La vita e la sua “architettura” che “si fonda sulle attese”: “Il sipario si alza sui beati anni in cui ti balocchi con quel che farai da grande. Poi, a questa prima e dolcemente tragica fase – perché non c’è infanzia, credo, che non riveli in sé un che di tragico  – subentra la seconda, in cui, non più bambino ma comunque giovane, non smetti di crogiolarti, convinto che il meglio debba ancora venire. Infine (…) la fase nella quale, scoperto che il momento in cui diventare grandi è trascorso da un pezzo e non si ha più niente da attendere, si depongono le armi e l’eventualità della morte appare non dico gradita ma almeno una crudeltà non così priva di giustificazioni”.
Passaggio come questo non riscattano forse l’intero romanzo, ma impediscono di abbandonarne la lettura, e la perseveranza è premiata con altre pagine che viene voglia di trascrivere, come quella sul “tempo in cui viviamo”, cui si attribuisce “la semplice forma di una linea retta lungo la quale lo scorrere degli attimi si muove senza inversioni o tentennamenti in un’unica direzione, dal passato verso il futuro”, con la conseguenza che “la forma del presente sarà sempre un punto, una circonferenza di colore nero e dimensioni astratte, un pallino ideale e assoluto simile a quelli che poniamo al termine di ogni frase. È mai possibile?, dico io. Una dimensione misteriosissima qual è il tempo ridotta a una sequela di insulsi pallini che procedono in fila come stupidi indiani?” No, non è, non può essere così: “il tempo, questo  sconosciuto” è una y. “Ogni attimo, ogni singolo istante della vostra esistenza ha questa forma, che è poi la forma di un bivio, di una via che si divide in due (…). Uno dei due bracci, non importa quale, tende al buio, a ciò che in un dato momento non è. L’altro conduce (…) dove lo stesso momento di cui sopra si distende per rischiararsi di luce propria, illuminandosi per quel che è, per come accade. (…) Una cosa o accade o non accade. Unite l’accadimento e il suo contrario all’incertezza che li precede e avrete i tre segmenti di cui è composto ogni singolo attimo. Il tempo non è che l’eterno perpetuarsi di un bivio; unite gli attimi di cui è composta la vita di una persona e avrete la forma del suo destino, una specie di filo che varierà da individuo a individuo, secondo le infinite possibilità dell’esistere, ma che manterrà l’aspetto di un filo spinato, là dove per spine devono intendersi le deviazioni non prese, le possibilità abortite, ciò che poteva essere e non è stato”.

“La storia è un divenire progressivo fatto di piccoli slittamenti…”

“La storia è un divenire progressivo fatto di piccoli slittamenti, di presagi minimi prima di diventare destini collettivi, e più sono piccoli più occorre saperli intercettare e raccontare. Per questo si scrivono i romanzi: perché tutti, nessuno escluso, possano leggere delle piccole o grandi storie di cui è fatta la storia e si sentano meno soli nel secolo che è loro toccato in sorte”. (Dario Olivero)

Uno Zibaldone di paure

Silvio Perrella, Io ho paura, Neri Pozza 2018 (pp. 124, euro 15)

“Una collezione di pensieri raccontati”. O anche: “uno Zibaldone di paure”, il “diario di un mese trascorso in un luogo di paure naturali”. L’autore stesso tenta ripetutamente di definire il libro che sta scrivendo, che ha scritto: ha promesso all’editore un libro sulla paura, sulle paure anzi, e per farlo è andato in un luogo di mare dove sopravvivono, appunto, “paure naturali”, quelle che un oggetto ce l’hanno, un oggetto che si può nominare, e che quindi i pescatori del posto non dimenticano ma sanno “celebrare com’è giusto che sia”. Non negare, non rimuovere. Anzi: le paure fan parte della vita, se la vita non è stata privata dell’invisibile. Dove tutto pretende di essere visibile, invece, e si dice che non si più paura, di niente, le paure dilagano, distruggono le relazioni, ci rendono soli, e sudditi. Sono le paure che non hanno nome, solo un acronimo se mai (AIDS, ISIS) e quando un nome parrebbero averlo è come non l’avessero: Migranti non evoca persone, ma solo un pericolo. Una paura appunto, una di quelle “fabbricate”. Perché la paura si può fabbricare su scala industriale: “Non c’è oggi fabbrica più fiorente”. Non occorre pensare a un maligno Grande Fratello: basta considerare che le paure, nate da fonti diverse e scoordinate, alla fine “tendono a fare sistema”, e a insinuare un’inquietudine incomunicabile. Qualcosa di indefinibile che “Sta a cuore a io e sta a cuore a tu. Ma non riusciamo a farlo stare a cuore a noi.”

Il luogo, fra nuotate e racconti dei locali, fa emergere “il tempo dell’oggi” nella sua insensatezza fatta di paure. Paure contro le quali occorrerebbe “una presa d’atto delle nostre ignoranze”, terreno fertile dei fabbricanti di paure: occorrerebbe “una messa in comune di quel che non sappiamo, e un tentativo di costruire conoscenze condivise. I tempi del mondo sono così tanti, anche in epoca di cosiddetta globalizzazione, e sarebbe importante fare studi di polifonia. Oggi bisognerebbe diffondere Bach; fare ascoltare le sue fughe, quel modo di intrecciare le voci mettendole in rapporto. Senza che l’una debba prevalere sull’altra.”
Un romanzo? Un saggio?
Un libro senza una forma precisa: come le paure di cui vuole parlare.