el médol ovvero: la cava nella storia di uomini e donne sulla “Via del marmo”, a cura di Daniele Bonetti (Serle 2017)

Un libro di storia orale, non un libro di storia, avverte in apertura la prefazione di chi ha curato questo libro: un racconto che non si basa sull’inoppugnabilità di documenti scritti da chi non c’è più, quindi, ma sul calore e le inflessioni irripetibili delle memorie  di chi ancora vive, e ricorda,  traendo spunto dai luoghi  nei quali questa memoria è inscritta. Il racconto dei testimoni è costellato di riferimenti alle località che nelle  dieci frazioni di Serle sono state sede dell’attività estrattiva: è una conoscenza radicata del territorio che si manifesta, sedimentata nel lavoro di cavatori che sono rimasti sempre anche contadini (“dopo  la giornata al médol andavo a vangare, avevamo un sito, con un pezzetto di vigneto”).  O  carbonai. E non hanno mai abbandonato la passione inveterata della caccia, un tempo risorsa non secondaria per la tavola, nel contesto di  un’economia agrosilvopastorale fondamentalmente di sussistenza. Sono  soprattutto la testimonianza delle donne ad evidenziarlo: “il mio papà era un fonsér, andava a raccogliere i funghi, aveva le sue poste; riempivamo una stanza di funghi tagliati a striscioline e quando erano secchi li vendevamo”, “non c’erano tanti soldi, riuscivamo a vendere bene solo i marroni belli grossi, facevamo lo scambio: un quintale di castagne per un quintale di furmintù”.   Un’economia che dovette tuttavia essere a lungo integrata dalle rimesse degli emigranti, occupati nei bacini estrattivi di altre regioni italiane o nelle miniere di altri paesi: “mio papà Silvio era contadino e andava saltuariamente a lavorare di qua e di là: a Cogne, in Svizzera, è andato fino in Belgio. Anche la mamma ha corso: a un certo punto è andata con lui in Belgio, ha dovuto andarci perché là i lavoratori emigrati prendevano i soldi…”.
Io stesso ricordo quando da bambino andavo con la mia famiglia in villeggiatura a Serle, e la padrona di casa ci raccontava del figlio ritratto nella fotografia sopra il camino: scampato al disastro di  Marcinelle e in seguito morto di “male ai polomoni”, del male di chi per anni aveva lavorato nelle miniere di carbone.
Pic e pala, ponta e masèta: gli strumenti del minatore sono anche quelli di chi va nel periodo fra le due guerre a lavorare nelle cave di Botticino e Nuvolera, percorrendo le tappe di una carriera che dal bócia che eri appena entrato in cava ti fa  scalpellino; da manovale, cavatore e  in qualche caso capocava. Decenni di lavoro nei quali strumenti e metodi di lavoro cambiano, conoscendo evoluzioni drastiche, come quella rappresentata dall’introduzione del martello pneumatico, all’inizio degli anni ’60 (“con il compressore è cambiato un bel po’ il modo di cavare i blocchi, quando non c’era ancora  per fare i fori bisognava scavare tutto a mano, facevamo i fori con la punta e la mazzetta”).  E altre innovazioni si succedono: “All’inizio io avevo l’argano, il compressore e basta: ero da solo e lavoravo come gli antichi egiziani, con i rulli di legno, i tronchi per far scorrere i blocchi sul piano. Per risparmiare mio papà tagliava i rulli di olmo”. Poi sono arrivato gli escavatori e, negli anni ’80, il filo diamantato (“quando è arrivato il filo diamantato e lo abbiamo provato… una bomba! Una bomba perché con poca acqua faceva un sacco di metri di taglio”).
Memoria viva di cambiamenti che ridefiniscono radicalmente i contenuti professionali del lavoro dei cavatori, testimoni oculari della grande trasformazione e insieme custodi di una memoria antica, appresa dai vecchi incontrati da ragazzi nelle cave: “Mi dicevano i medolér più anziani, che avevano già allora quaranta o cinquanta anni, che quando in gioventù avevano cominciato loro a lavorare il marmo i cunei di ferro non c’erano, c’erano quelli di legno. Dovevano fare il canale lo stesso, ma poi ci mettevano i cunei di legno e con l’acqua li facevano gonfiare, scoppiare, Era una roba de macc perché ci volevano almeno tre giorni prima che il cuneo cominciasse a gonfiarsi!
Con le nuove tecnologie le cave si svuotano (“un tempo eravamo anche venticinque o trenta in una cava”, poi è arrivata  la ruspa, “che faceva il lavoro per quaranta persone”) e anche i rapporti di lavoro cambiano: “con il martello pneumatico il padrone sapeva esattamente quanto lavoro si poteva fare in un’ora. Non lo si poteva lasciare fermo, e se un martello era fermo, dopo un quarto d’ora lo prendeva il capo e si metteva lui a lavorare, per farti capire che bisognava usarlo in continuazione.”  Il tempo della cava, che per generazioni aveva in qualche misura conservato le cadenze del tempo della campagna, subisce un mutamento inimmaginabile: “con l’arrivo dei martelli io non andavo più così volentieri a lavorare, perché non stavi più fermo neanche un attimo. Una volta in tre o quattro si impiegava anche una giornata ad estrarre un blocco, adesso subito dopo uno bisognava farne un altro e dopo un altro ancora… e ne dovevi fare un sacco di strada in cava! Prima invece, uno di qua e uno di là, picchiavamo con la mazzetta, ma ogni tanto se la contaem so con il nostro socio, e si passava meglio la giornata. Adesso il compressore ti rompe i timpani, c’è un sacco di polvere e poi una fretta, una fretta! Negli ultimi anni, col blocco ancora sulla bancata ti dicevano: “Guarda che alle undici c’è qui il camion a portarlo via!”
I nuovi ritmi impressi al lavoro di cava comportano un aggravio dei costi umani che da sempre questa attività aveva imposto. Insieme ai nomi dei luoghi sono quelli delle persone che hanno perso la vita in cava a ricorrere nelle testimonianze. La storia di molte famiglie è segnata dal lutto (“nel ’57 ho perso due fratelli in cava, tutti e due insieme! Uno aveva solo sedici anni e l’altro diciotto”), ma anche dalla rabbia che morti che si potevano evitare hanno lasciato dietro di sé: “nella mia famiglia ho avuto due infortuni mortali: uno mio figlio e l’altro mio fratello, morti in cava (…) dopo dicono: è il destino! No! Non è il destino! Bisogna anche vedere che cosa si fa, come lo si fa…”.  E alla carenza grave di misure di sicurezza tiene dietro quella delle tutele assicurative: “quando facevo il bócia mi dicevano: sta’ mia a parlà de assicurasiù… perché non siamo assicurati neanche noialtri! Allora non c’era mica la legge, è arrivata nel ’65-66, quando l’Ispettorato del Lavoro ha girato per tutte le cave a controllare i registri: quante persone c’erano e quante non c’erano, perché allora sai cosa facevano? Assicuravano sette o otto persone senza il nome e il primo infortunio che succedeva… era di quello assicurato! Io lo so perché… era così. Era inutile andare a reclamare.”
Condizioni di lavoro dure e inique come queste sono impresse nella memoria di quanti nell’immediato dopoguerra hanno  lavorato in cave come la Vicentina, attivate da investitori forestieri, lontani dal territorio da cui traevano i loro profitti, ma un’altra memoria anima le testimonianze dei cavatori che hanno vissuto il “boom delle cave”, giunto a Serle solo attorno al ’60, ed è la memoria di un periodo di speranze  e soddisfazioni: “i clienti venivano qui loro a cercare la pietra, la vendevamo praticamente a quelli che arrivavano: erano i veronesi, allora… te lo rubavano il blocco! Non dovevamo andare a cercare i clienti, venivano loro in cava.” E alla domanda crescente faceva riscontro il basso costo richiesto dall’attivazione di una cava: “allora andavi in Comune, pagavi cinquecento[mila] lire e potevi fare l’assaggio per un anno e, dopo un anno, se era andata bene aprivi il tuo médol”, “al Comune si pagava l’affitto, ma non in base a quello che la cava rendeva”, adesso si pesa e si dà un tanto in base al peso del materiale cavato, non si paga più solo l’affitto. Prima pagavamo cinquecentomila lire all’anno, allora pagavamo poco, siamo stati fortunati perché si pagava poco. Non spendevamo tanti soldi un tempo, e anche per fare un mutuo pagavamo poco di interessi.” E “l’esplosivo allora si andava qui a Rezzato a prenderlo, io andavo con la motocicletta, lo mettevo in uno scatolone sopra il serbatoio: dentro la polvere, la miccia, tutto quello che mi serviva… Non ti diceva niente nessuno. Adesso andrei dritto in galera!”
Più della coscienza indotta da una dimensione comunitaria del lavoro, la memoria collettiva appare allora segnata dai valori dell’intraprendenza personale e dal racconto di avventure imprenditoriali vissute in piena autonomia: “in totale di cave ne ho aperte otto, quattro a Serle e quattro sotto il Comune di Nuvolento (…) Il geometra ero io, l’ingegnere della strada ero io, e la strada l’ho fatta così… a occhio! (…) Ma non con la banca, niente banca, se io avessi avuto un debito con la banca sarei andato in malora mille volte (…) Comunque… fra assaggi e cave effettive ne avrò aperte dieci o dodici. Allora non c’erano le regole che ci sono adesso…”.
La cava diventa luogo di emancipazione, economica e sociale, che si concretizza nella proprietà di una casa (“quando mi sono sposato ho rischiato a prendere una cava mia: eravamo tre fratelli e ognuno ha guadagnato abbastanza per costruire la sua casa”), a costo di carichi di lavoro che ci si autoimpone nella consapevolezza, si direbbe, che la fortuna non durerà: “quando lavoravi sotto gli altri lavoravi le tue otto ore e prendevi la giornata, ma quando lavoravi per conto tuo lavoravi anche dieci, dodici ore al giorno, anche se pioveva o nevicava.”
E infatti il declino arriva, dopo pochi anni: “quelli di Serle hanno fatto i soldi dal ’64 fino agli anni ’90, ma adesso o non c’è più la vena o non è più cercata o comunque non va, non va. C’è chi è andato avanti a cercare, è andato, andato, andato e poi si è riempito di debiti e ha dovuto lasciare”, “allora venivano loro, i clienti, e io avevo i miei, mi chiamavano per telefono… non come adesso! Tra gli anni ’80 e il ’90 cambia tutto.”
Continuare a cavare vuol dire adeguarsi ad aggiornamenti tecnologici che impongono investimenti colossali: “Adesso sono le macchine che lavorano, le macchine! Una volta il blocco era al massimo centoventi quintali, adesso è di trecento, eh? Scherziamo? L’escavatore prende su i blocchi grossi così, adesso i camion hanno quattro assi e una portata di trecento quintali, sono tutti carichi eccezionali.” E la certezza del risultato non è mai garatita: “adesso ci sono i cicli negativi nelle vendite (…)  Prima, se smettevi da una parte, potevi ricominciare dall’altra! Adesso no…”.
Sono ormai rari i giovani che scelgono di continuare il lavoro della cava. Nessuno di loro si riconoscerebbe nella conclusione cui giunge uno dei vecchi cavatori che hanno offerto la loro testimonianza: “la pietra è sempre stata la mia passione”, constata, ed è una cultura del lavoro quella che si intravede in queste parole.
Una cultura che ha connotato insieme ad altre la modernizzazione del nostro territorio. Ed è tramontata.
Giungendo così all’epilogo della vicenda che le testimonianze hanno evocato, ci si rende conto come la memoria in esse racchiusa si sia fatta, pagina dopo pagina, storia. Una storia che ne richiama altre, come quella della Valle del Garza e di paesi come Nave, investiti dall’inedita trasformazione indotta dal avvio di nuove attività produttive (là il tondino, qui la pietra) che dopo pochi decenni le hanno abbandonate. Non prima di aver inciso sulle viti e i destini familiari, e aver lasciato tracce profonde. Nel paesaggio come nelle mentalità.

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Abbiamo una struttura storica che va riallestita e un progetto sul lavoro da aggiornare. Trasformare la logica collezionistica in narrativa e trovare soluzioni accattivanti.
Dal Corriere della Sera (Brescia) del 21 ott 2016

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Un quesito decisivo quello che fra altri, non meno importanti, si è ascoltato nell’incontro sulla cultura a Brescia tenutosi all’Aab nei giorni scorsi: il «Museo della città» è ancora attuale o è stato di fatto accantonato o quantomeno ridimensionato, se non travisato?

Senza addentrarsi nell’analisi delle iniziative varate negli ultimi anni e di quelle annunciate, nonché delle loro conseguenze sull’assetto di questo polo culturale, si potrebbe osservare che di un «Museo della città» si è rimasti sempre in attesa, essendo che non può considerarsi tale un museo che ignora la città contemporanea, otto-novecentesca, e la sua evoluzione (urbana, sociale, economica, dei modi di pensare e di vivere): un museo che si ferma al primo Ottocento e non si cura di ciò che sta oltre il ring, un museo che annette solo alla città un tempo entro le mura l’appellativo di storica, non è, non è mai stato un «museo della città». E una città che dimentica, o rimuove, il suo passato recente, che tanta parte ha avuto nella definizione della sua identità, affronta il cambiamento gravata da un’intrinseca fragilità culturale.

Da riflessioni simili è nata trent’anni fa l’idea di un museo che colmasse la lacuna di quello allestito a S.Giulia: un «Museo della cultura urbana e industriale» – questa la dicitura originaria – che raccontasse la vicenda contemporanea di Brescia, delle sue periferie e del suo territorio provinciale, una vicenda esemplare e rappresentativa ben oltre la dimensione locale: la vicenda di una trasformazione radicale che la città non può cancellare ma deve trasmettere in vista di cambiamenti ancor più drastici, come quelli avviatisi negli ultimi decenni.

Qual è la situazione attuale? Un Museo della città, o «di Santa Giulia» come sempre più spesso viene identificato, di cui concordemente si segnala la necessità di un riallestimento, e un Museo dell’Industria e del Lavoro del cui progetto si auspica un aggiornamento, si è sentito sostenere da voci autorevoli: a proposito di entrambi i casi si è richiamata la necessità inderogabile di un sostanziale apporto di informatizzazione, di multimedialità. Richiamo difficilmente contestabile, ma in ogni caso non risolutivo: il Museo della città attende di essere depurato della logica collezionistica che – al di là delle intenzioni, probabilmente – l’ha configurato, facendone un museo in cui prevale l’esposizione del patrimonio archeologico-artistico: una logica non collezionistica ma narrativa, una concezione che vada oltre una visione angusta, non inclusiva e ormai obsoleta di patrimonio per aprirsi alla storia sociale e della cultura materiale della città sono linee direttrici di ogni intervento aggiornato su questo museo.

Analogamente, non tanto sul piano delle metodologie comunicative ma su quello dei contenuti da comunicare il Musil può (ri)trovare un’ispirazione che ne faccia un punto di riferimento scientificamente rigoroso, museograficamente originale, suggestivo dal punto di vista della fruizione e attraente sotto il profilo della frequentazione.

E qui nasce una seconda, inevitabile riflessione, sul rapporto fra cultura e turismo. Un turismo, com’è quello attuale, che non richiede, e non tollera più qualificazioni aggiuntive: culturale, ambientale, enogastronomico, religioso ecc. Il turista di oggi vuole tutto, è curioso interessato a tutto, al museo come alla qualità della realtà urbana che lo attornia, al patrimonio storico-artistico come a quello paesistico, alla cultura dell’accoglienza – che si manifesta anche nelle sfumature delle relazioni che gli si offrono – non meno che ai sapori tipici del luogo. Il turismo di oggi è un turismo esigente e a tutto campo, un turismo culturale nel senso più lato della parola. Oggi più mai che si è legittimati ad affermare che il turismo è cultura, senza per questo disconoscere che la cultura non si esaurisce nel turismo. È un fatto, comunque, che quello che oggi si cerca e si apprezza è soprattutto un valore: la differenza, la non omologazione, e quindi la possibilità che il viaggio, la visita si trasformino in un’esperienza, non semplicemente in uno stacco passeggero. È un turismo, quello di oggi, che risulta miope misurare su tempi brevi e in termini puramente quantitativi. La domanda di fondo che pone – la non omologazione dei luoghi e delle loro culture, la preservazione dei loro caratteri in vista di una fruizione non scontata, attiva e non di puro consumo – chiede politiche lungimiranti per i progetti e le iniziative che tendono ad animarlo. Pena, non solo la dissipazione del potenziale offerto dai luoghi, ma anche la fagocitazione della cultura nell’evento, della crescita culturale nell’effimero dell’audience, della sedimentazione delle conoscenze e delle esperienze nella navigazione di superficie, nel surfing fra nozioni – e immagini, soprattutto – in cui qualcuno pretende di ravvisare la cultura del presente e del futuro prossimo.

È bene, in conclusione, scorrere periodicamente l’agenda degli interventi attesi e dei progetti indilazionabili e tener viva l’attenzione, sulle pagine dei nostri quotidiani, sulla lista delle priorità e il ventaglio delle possibilità concrete e sostenibili, ma è altrettanto necessario non derogare da alcuni orientamenti di fondo, non perder di vista finalità irrinunciabili.

Dal Corriere della Sera-Brescia del 24 febbraio 2015.
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Nel silenzio di Gighessa

28/01/2015 | Scritto da Adelaide Baldo | (0 Commenti)

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Ci sono luoghi che ti chiedono di fare scelte.

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La strada che da Addis Abeba porta verso sud, di fatto l’unica grande arteria di collegamento del paese, esce dalla città attraversando una periferia in espansione.
Ai lati palazzine in costruzione già rivelano la loro futura bruttezza.
Sulle impalcature, semplici lunghi pali inchiodati tra loro e senza alcuna protezione, lavorano gli operai, spesso bambini sugli otto, nove anni.
E’ in costruzione anche la strada di questo quartiere, ma per il momento è uno sterrato fangoso tutto una buca.
Sul tubo dell’acquedotto si aprono qua e là rubinetti a cui la gente, in lunghe file, attinge acqua con taniche da benzina.
Taniche di tutti i colori e misure.
Taniche grandi e taniche piccole.
Taniche da adulto e taniche da bambino.
Perché tutti ne hanno una, se vuoi bere, se vuoi portare a casa l’acqua.
Tutti, anche i bambini più piccoli che devono subito imparare le leggi della sopravvivenza.
E la prima legge è che, dovunque ci sia acqua, tu devi essere attrezzato per prenderne la tua parte.
Ci si lava anche a questi rubinetti, ma, quando la fila è troppo lunga, può andare bene anche una pozzanghera per una rapida toeletta.
Un mendicante espone le piaghe.
Capre.
Via vai di gente che trasporta sulle spalle sacchi, legna, fagotti.
Nibbi bruni volteggiano sopra di noi.
Benvenuti in Africa.
Un’Africa in bilico tra voglia di progresso e contraddizioni sociali, tra mondo rurale e urbanizzazione senza controllo.
Ora la strada è asfaltata e trafficatissima.
Camion stracarichi entrano o escono dalla città sparando nubi nere dai tubi di scarico, mentre si fanno strada fra la gente a piedi e i carretti.
Parallelo alla strada vi è una sorta d’avvallamento dove pascolano mucche e capre.
Due bambini a guardia del bestiame salutano festosi il passaggio del nostro pulmino, sporgendo le faccine sorridenti ad altezza dei tubi di scappamento.
Allontanandosi dalla città il paesaggio diventa rapidamente una piana sconfinata su cui la strada disegna un lungo nastro rettilineo che scende fino al profondo sud, fino al confine col Kenya e poi ancora oltre, fino a Mombasa.
La nostra meta è, però, molto prima: siamo diretti a Gighessa, distretto di Shashamane, dove ormai da diversi anni è attivo un progetto chirurgico ortopedico che si avvale del supporto logistico della missione locale.
Due volte l’anno un gruppo di volontari, che a rotazione garantisce la presenza di medici ortopedici, anestesisti e infermieri, scende a Gighessa portando con sé tutto il materiale necessario per allestire una sala operatoria e farmaci per la degenza successiva.
Per due settimane la sala operatoria sarà attiva per garantire tra i cinquanta e i sessanta interventi.
Dopo di che, il gruppo si dà il turno con altri volontari che si occuperanno della fase riabilitativa.
E’ un piccolo progetto, nato e gestito in modo snello e in totale autonomia, che si propone di portare chirurgia ortopedica in una realtà sguarnita di strutture sanitarie.
In Etiopia, infatti, la situazione sanitaria ed ospedaliera è drammatica: gli ospedali sono pochi e i più qualificati sono solo nella capitale; il costo è a totale carico dell’ammalato e questo rende impossibili le cure per la maggior parte delle persone che vivono in condizioni economiche d’assoluta povertà.
L’ammalato deve non solo pagare degenza e farmaci ma, spesso,  provvedere anche al vitto e addirittura alla biancheria del letto.
Le cure chirurgiche, inoltre, anche per la cronica mancanza di chirurghi, sono di fatto improponibili.
Sono bambini e adolescenti i destinatari di questo progetto, con patologie ormai inesistenti nel mondo occidentale: patologie legate alla povertà, alla mancanza di prevenzione adeguata, alla mancanza di una cultura della salute e a condizioni ambientali che richiederebbero radicali trasformazioni.
Bambini che a causa della loro patologia resterebbero per lo più un peso per la famiglia, senza la possibilità di autonomia di movimento.
Ormai si è sparsa la voce che due volte l’anno i bambini potranno essere operati e curati gratuitamente a Gighessa e qui arrivano anche da lontano, magari dopo giorni di viaggio, le mamme giovanissime o le nonne, più raramente i papà, con i loro figli a volte neonati, a volte già grandicelli.
Veniamo informati che a Gighessa già c’è una piccola folla in attesa, ma prima bisogna fermarsi in altre due missioni a visitare anche qui possibili pazienti.
L’arrivo dei medici dall’Italia crea un’attesa ed un’aspettativa che in molti casi saranno deluse.
Non è facile far capire che i “medici italiani” non sono onnipotenti e hanno competenza solo per alcune patologie, non altre, e che spesso ci sono limiti oggettivi ad impedire il “miracolo”.
Una prima valutazione dei casi è fatta dal personale delle missioni, ma capita che molti giungano alla visita con una speranza che non potrà avere seguito.

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Fra le testimonianze di Zazi Sadou tradotte e pubblicate in Italia (“Ho scelto di lasciarvi immagini di vita e di bellezza”, Diotima, Il profumo della maestra, Liguori 1999; “Lotta al terrorismo. Imparare dalle donne d’Algeria”(“Via Dogana”, n. 58/59 2001, dopo l’11 settembre); “Trasformare la paura, si può” (Quaderno di Via Dogana, Fare pace dove c’è guerra, 2003), Secondorizzonte ha ritenuto opportuno riproporre quest’ultima.
Si tratta infatti di una narrazione ricca di riflessioni profonde e di insegnamenti sapienti, purtroppo straordinariamente attuali,  riguardo alla  maniera di trattare  la paura con la quale  il terrorismo  cerca di distruggere ogni disponibilità all’apertura e all’incontro tra esseri umani, facendoci dimenticare ciò che ci lega al di là delle appartenenze religiose e delle differenze culturali: l’amore per una  terra accogliente e il rifiuto della violenza sotto ogni forma.
“Trasformare la paura, si può” , nella versione integrale è disponibile a stampa, nel Quaderno di Via Dogana
Fare pace dove c’è guerra. Il Quaderno è in vendita alla Libreria delle donne (via Pietro Calvi 29, Milano) – che ringraziamo per l’autorizzazione alla riproduzione del testo sul nostro sito – e si può richiedere scrivendo a info@libreriadelledonne.it.

La paura è come la morte, la morte violenta. Non c’è niente di peggio. La paura è un sentimento ancor più forte dell’amore, della gioia. È qualcosa di talmente forte che, se arriva a dominare il suo pensiero, il suo corpo, la persona è morta. Non fa più niente… Malgrado la paura, siamo riuscite a creare un luogo di legami sociali, di solidarietà. Io uso la parola “strategia” perché noi abbiamo cerca­to di mettere in gioco delle azioni precise, volte a rompere il cerchio della paura collettiva. Quando una persona è isolata ha paura. Ma se sono migliaia le persone che hanno paura è l’isolamento più totale. Quando l’integralismo è arrivato con il terrore per inchiodare tutti al silenzio, alla paura, una voce si è alzata per dire: rompete il silenzio, perché questo silenzio è la morte. Sono state per prime le donne ad alzare la voce in Algeria, come risposta collettiva.*
Io credo che in ogni situazione, e non solo in Algeria o in Bosnia o in Afghanistan (società attraversate da conflitti sanguinosi), le risposte alla paura, a questa esperienza umana dolorosa, debbano essere le stesse.
La paura è un sentimento che tutti conoscono, più o meno. Confesso che io ho molta paura: lo so, l’accetto, la faccio diventare parte integrante di me stessa. È un sentimento orribile che paralizza. Sono d’accordo che occorre parlarne: è necessario poterla esprimere, ma solo a condizione che il parlarne non la renda contagiosa.
Per esperienza, infatti, riconosco tre tipi di paura. C’è questa paura contagiosa: una persona può suggestionare un gruppo distruggendo ogni possibilità di reazione, ogni possibilità di difesa, ogni possibilità di resistere. Sono situazioni di violenza estrema.
C’è la paura paralizzante, ha lo stesso effetto del tetano: se la persona o il gruppo che si trova in questa situazione non riesce a trasformare questa paura in un altro sentimento, come la rabbia ad esempio, per potere reagire e per potere attingere al massimo di energia per affrontarla, è la morte certa, è la prigione, è l’abbassare le braccia. La paura si prende tutto, è dare alla paura tutto il potere, sia da parte di singolo che da parte di un gruppo sociale o politico.
Infine, c’è la paura che personalmente, e penso anche collettiva­mente, abbiamo cercato di trasformare in paura motivante. Noi abbiamo conosciuto tutte le forme di paura. Ma è appunto quest’ul­tima, quando siamo riuscite a trasformarla in un guadagno di conoscenza, che ci ha dato la rabbia e di conseguenza la forza di reagire e di agire molto rapidamente.
Ogni individuo che vive la paura sa che è qualcosa di terribile, la paura può trasformare una persona, può trasformare un soggetto in una pecora. A quel punto, puoi fare di lui quello che vuoi. La paura è anche un segnale importante, ma quello che i movimenti totalitari fanno è di manipolare la paura degli individui. I gruppi armati isla­misti in Algeria hanno usato la paura e il terrore per mandare in pezzi la società, per cancellare la presenza delle donne nei luoghi pubblici e per prendere il potere. La resistenza, nelle sue diverse forme, ha avuto l’effetto di far regredire la paura collettiva, ostaco­lando questo processo.
All’inizio, c’è stato l’assassinio di poliziotti, di uomini della gen­darmeria, di militari. La società non ha ceduto. Noi abbiamo manife­stato fin dai primi assassinii. Poi c’è stato l’assassinio di intellettuali, e di giornalisti.
C’è stata una resistenza civile, la società non ha cedu­to. In seguito, a partire dal 1994, c’è stata un’altra fase: paralizzare, immobilizzare la società toccando il cuore della famiglia, cioè attac­cando le donne. Bisogna considerare il ruolo delle donne nella rap­presentazione simbolica, in società di tipo patriarcale come la nostra. Toccare una donna, violentare una ragazza nella sua casa, alla presenza dei fratelli, alla presenza del padre, provoca delle ondate di shock. Situazioni di questo genere sono state prodotte su larga scala. La violenza sessuale è stata utilizzata in Algeria dai grup­pi armati per terrorizzare la società. Sono state spesso le madri che hanno cercato di opporsi alla violenza e al sequestro della propria figlia. Ci sono casi concreti. Nella maggioranza delle testimonianze che abbiamo raccolto, le giovani donne violentate non volevano più ritornare a casa perché si sono sentite abbandonate dal padre e dal fratello che non hanno mosso un dito per proteggerle. È facile immaginare le conseguenze di queste relazioni nella società: viene lacerato in profondità il tessuto sociale, che poi deve essere ricosti­tuito. Abbiamo lavorato in situazioni di violenza estrema, di terrore. Essendosi questi casi moltiplicati, a partire dal momento in cui un numero sempre più elevato di ragazze venivano violentate o seque­strate, c’è stata una reazione che si può definire salutare perché un numero sempre maggiore di uomini hanno cominciato a organizzar­si in gruppi di resistenza. Padri di famiglia, nella loro testimonian­za, mi dicevano: io ho impugnato le armi perché sono venuti ad offendere l’onore di mia figlia. Ma, con l’organizzazione della resi­stenza divenuta sempre più importante in tutta l’Algeria grazie alla formazione dei gruppi di autodifesa e di patrioti, l’attività dei grup­pi armati terroristi ha subito un’evoluzione: è stato in quel momen­to che sono cominciati i massacri. Non era più una persona soltanto o una famiglia ad essere colpita, ma centinaia di persone che veniva­no assassinate nei villaggi. Massacri con un unico obiettivo: generare terrore per annientare ogni tentativo di opporsi ad essi.
Fare delle manifestazioni, delle marce, parlare in pubblico, inter­venire in una conferenza o scrivere esponendosi con il proprio volto e con il proprio nome, ha significato dire: io non ho paura di voi; io non posso tacere le cose che penso. Questa è stata in ogni momento la nostra politica, che toglie terreno a chi ricorre all’arma della paura. Ma ha anche l’effetto di far regredire la paura dentro di sé e farla regredire negli altri.
Ho visto rinascere la fiducia nelle relazioni. Quando un gruppo di individui constata che ci sono persone le quali, nonostante la paura che sentono non rinunciano a dichiarare orribile il progetto di colo­ro che minacciano tutti usando il terrore, si crea un luogo di solida­rietà.
Abbiamo dovuto anche trovare una lingua più potente della loro per dire che il nostro progetto è la vita. In questo modo noi stesse non ci siamo lasciate paralizzare dal terrore, dimostrando ad altri, ad altre che era possibile non lasciarsi trascinare fino in fondo dalla paura.

*Zazi Sadou, nel suo contributo al Seminario Verso un sapere del sentire, La paura, un segno forte del presente (Università delle donne di Brescia, aprile 2000), ricordava gli inizi della loro azione collettiva nel clima di terrore:
“Nel gennaio del 1995, era la vigilia del Ramadan in Algeria. Una bomba di cento chilogrammi di esplosivo , il T.N.T., esplose nel centro della capitale. Ci furono circa cento morti, centinaia di feriti. È esplosa al momento del passaggio di un auto­bus strapieno, diretto verso un quartiere popolare d’Algeri alle tre del pomeriggio, quando le persone erano uscite per fare le compere della vigilia del Ramadan. Ho sentito questa esplosione dal posto in cui ero con alcuni amici. Siamo andati sul posto immediatamente, appena avuta la notizia. È l’orrore, quando si arriva nel momento in cui ci sono pezzi di corpi da raccogliere. È assolutamente orribile da spiegare. Bisognava fare qualcosa: questo andava oltre i limiti personali. Avrei potu­to mettermi a raccogliere pezzi di corpi… occorreva fare qualcosa che rompesse il cerchio della paura, lo sapevamo. Lo sapevo che se pubblicamente non avessimo fatto un’azione spettacolare per lanciare un messaggio alla società da un lato e, dal­l’altro, ai terroristi che hanno rivendicato l’attentato (uno dei capi ha fatto una dichiarazione dagli Stati Uniti) per dire loro che noi non cederemo, che la società non cederà al terrore, noi avremmo cominciato a perdere la partita. E così abbiamo deciso quello stesso giorno di chiamare le donne a una manife­stazione sul luogo dell’attentato. Abbiamo scritto un comunicato che è uscito subito sui giornali. Abbiamo cominciato a telefonare alle persone. Non avevamo l’autoriz­zazione della polizia, ci sono state anche pressioni per impedirla, ma noi eravamo così convinte che si dovesse fare questa manifestazione che in meno di ventiquat­tr’ore centinaia di donne si sono presentate sul luogo dell’attentato. Eravamo sicu­re che ci sarebbero state, soprattutto le donne. Sul luogo dell’attentato restava un cratere di decine di metri, il sangue era ancora dappertutto, tutti i vetri della strada erano esplosi. E loro sono venute con delle candele e le hanno messe tutt’intorno.
Malgrado questo sentimento di paura, c’era stato qualcosa. E questa manifesta­zione ebbe un’eco straordinaria in tutta la società. L’eco fu importantissima sul piano psicologico come sul piano politico, perché fu la dimostrazione che ci sono delle algerine – per la maggior parte erano venute donne – che dicevano no, che esprime­vano un rifiuto, e che questa resistenza aveva il senso di rifiutare uno stato totalita­rio sotto la copertura della religione”.

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*La lettera, scritta subito dopo le azioni terroristiche del 7 gennaio a Parigi, è indirizzata a Delfina Lusiardi, femminista bresciana, che l’ha tradotta e fatta circolare nell’ampia cerchia delle persone che in Italia hanno incontrato direttamente Zazi Sadou o l’hanno conosciuta attraverso le sue testimonianze.
Sono testimonianze della resistenza con la quale le donne algerine democratiche si sono opposte alle azioni di terrore dell’integralismo islamico negli anni novanta. Delfina Lusiardi le ha, di volta in volta, raccolte, curate e tradotte.

Carissima amica, sono ancora sotto choc per quello che è successo ieri a Parigi. Immagina la violenza delle emozioni che ci sommergono.
Ecco il testo che ho scritto come un grido del cuore…

Tahar Djaout, giornalista algerino è stato assassinato nelle strade di Algeri da un giovane uomo che l’ha chiamo con il suo nome prima di puntare l’odio di cui era armato contro la sua tempia… Robot della morte persuaso di aver vendicato Dio e il suo profeta.
Tahar Djaout aveva appena scritto: “Se parli muori, se taci muori allora parla e muori…”

Questa frase divenne il nostro slogan, una parola d’ordine che ha impegnato migliaia di algerine e di algerini che hanno resistito ai molteplici attentati  e assalti dei gruppi armati integralisti…
Le donne furono nelle prime linee per denunciare i crimini commessi in nome della religione  e di Dio!
Tutti i giorni, durante più di un decennio abbiamo occupato le strade e i cimiteri per denunciare a mani nude il nostro diritto alla Vita e alla Libertà difendendo così i nostri ideali repubblicani e democratici.
Dieci anni dopo aver lasciato l’Algeria sono ripresa dentro un incubo che ha ossessionato le nostre vite per due decenni.

L’attentato  contro i giornalisti di Charlie Hebdo è un crimine contro la Libertà d’espressione, base democratica incontestabile. Non c’è da avere alcun dubbio sull’intenzione degli assassini. L’impatto che può avere questo ignobile crimine è da prendere molto sul serio. Se gli assassini lo rivendicano a nome dell’Islam, non  lasciamoglielo fare. Che questo crimine ignobile non venga attribuito ai milioni di cittadini di orizzonti e di origini differenti. Non lasciamo che vengano usurpate e sequestrate la credenza di milioni di donne e di uomini e le culture legate ad essa per un ideale politico il cui solo obiettivo è di imporre una “dittatura” dove saranno banditi il libero arbitrio e la Libertà!
Agiamo, manifestiamo il nostro rifiuto di confusioni, denunciamo quelle e quelli che ci catalogano sotto l’etichetta di “musulmano” dunque potenzialmente integralista o violento!
Denunciamo, facciamo sentire le nostre voci e gridiamo forte in faccia a questi “spacciatori di paradiso”: vi è proibito agire in nostro nome!
Il movimento integralista legato all’islamismo politico è da combattere ovunque e con tutti i  mezzi. Che i suoi rappresentanti siano in colletto bianco o armati di Kalashnikov non lasciamogli occupare lo spazio pubblico! Che il sacrificio di centinaia di migliaia di vittime da Algeri a Gao, da Tombuctu a Kabul, dalle città dell’Irak a quelle della Siria non siano inutili.  Non si tratta di condurre “una guerra contro i musulmani” ma di agire INSIEME per impedire a quelli che ci uccidono di gettare i nostri figli  nei roghi che accendono dappertutto…
L’odio degli altri, l’odio verso lo straniero è l’ingrediente che alimenta questi focolai. Siamo solidali e vigili.

Zazi Sadou,
Militante femminista algerina
Portaparola del RAFD dal 1993 al 2002

*Intervento al Convegno Il lavoro che trasforma il mondo, organizzato nell’ambito della mostra promossa dalla Cgil di Brescia CapoLavoro. Arte e impegno sociale nella cultura italiana attraverso il Novecento (Brescia, Museo di Santa Giulia, 10 ottobre-10 dicembre 2014)

Oltre la dimensione economica e tecnica che lo connota, al lavoro ne va riconosciuta una culturale: la sua considerazione, la sua promozione, il ritenerlo un diritto non negoziabile – e di più: una delle condizioni che fondano la relazione con gli altri – non dipendono solo dal grado di sviluppo tecnologico, dall’andamento dell’economia e dallo stato dei rapporti fra le parti sociali e le loro rappresentanze, ma anche dal posto che esso occupa nella mentalità diffusa.
Indipendentemente dal fatto che il lavoro dei contadini di pianura e di montagna ha costruito grande parte del paesaggio e che il lavoro degli artigiani ha fornito i presupposti di gran parte del nostro vivere quotidiano e continua a svolgere in questo senso un ruolo essenziale assicurandone la continuità, è innegabile che il lavoro che trasforma il mondo – stando all’immagine che il titolo di questo incontro evoca – rimanda al lavoro industriale, al lavoro che maneggia la materia di cui il mondo è fatto cambiandone natura e forma. Ma è proprio l’immagine del lavoro industriale che oggi evidenzia i segni di un appannamento della sua presenza nel sentire collettivo. Un appannamento che torna in questi ultimi tempi a farsi divaricazione dei modi di rappresentare il lavoro, il lavoro operaio in particolare: per gli uni componente e per molti aspetti matrice delle sperimentazioni della democrazia, per altri residuo di una società scomparsa (si pensi a come si parla degli anni Settanta, quasi fossero una sorta di preistoria, quasi non appartenessero alla storia del paese, e non fossero ancora memoria viva).
Alcuni indizi possono essere richiamati per inquadrare un cambiamento di mentalità ormai avanzato anche se non concluso.
Tenuto conto che l’idea del lavoro industriale rimanda al luogo ad esso deputato, la fabbrica, è facile rilevare, nella mostra a lato della quale si svolge questo stesso incontro, la scarsa presenza della fabbrica. E la pittura, lo sappiamo, può essere considerata – o almeno lo poteva – uno dei luoghi rivelatori dell’immaginario collettivo. Osservando i quadri esposti si nota che, anche quando hanno scelto come soggetto delle loro opere il lavoro operaio e la fabbrica, gli artisti italiani – lo spiega Lorenzi, uno dei curatori – “spesso sono ricorsi alla rappresentazione di un’Italia arcaica, artigiana, contadina”. Perché? Qualcuno ha sostenuto che il ritardo della comparsa della grande industria nel nostro paese, verificatasi quando la tendenza artistica dominante si stava orientando in una direzione poco propensa ad ammettere la fabbrica fra i soggetti della pittura, e insieme un gusto diffuso e un mercato dell’arte che continuavano a chiederne di tradizionali, costituiscono le ragioni della scarsa presenza dei luoghi del lavoro industriale nella pittura italiana. Queste ragioni possono probabilmente essere trasferite al caso bresciano, che ho provato a ripercorrere nel mio intervento pubblicato nel catalogo della mostra, al quale rimando.
Uno snodo decisivo va tuttavia ricordato qui: l’immaginario, nel 900, è ormai attraversato dalla fotografia, e in essa la fabbrica è una presenza significativa, come testimoniato dall’archivio della Fondazione Negri per il primo Novecento, e da quello di Ugo Allegri per la seconda metà del secolo. E’ la scala inedita della dimensione della fabbrica, dei suoi prodotti e dei suoi strumenti che domina in queste fotografie. Le immagini degli operai comunicano l’orgoglio di mestiere e insieme danno evidenza alle misure eccezionali dei manufatti, siano essi i tubi delle condotte forzate della Togni o le torri di raffinazione prodotte dall’ATB.
Per chi in fabbrica non c’è mai entrato, sono state queste immagini fotografiche, frutto della committenza imprenditoriale, a costruire l’immagine del lavoro industriale nella nostra città. La fabbrica ha infatti continuato a rappresentare un mondo a parte, reso invisibile dalle cortine murarie che la circondavano, del tutto ignorata – a differenza di quanto avveniva fino all’inizio del ’900 – dalla curiosità del turista, e chiusa per ragioni di sicurezza alle visite delle scuole, senza un 4 novembre che, come le caserme, la aprisse alla cittadinanza.

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Dal Corriere della Sera-Brescia dell’11 gennaio 2015.
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Dal Corriere della Sera-Brescia del 2 gennaio 2015.
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Preferirei di no

16/12/2014 | Scritto da Mariagrazia Fontana | (0 Commenti)

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Una pellicola che si riavvolgeva, un film visto a ritroso: la strada per l’ospedale, osservata dal finestrino posteriore di un’ambulanza; seduta alla testa del paziente, lo sguardo incautamente rivolto all’indietro: sembrava un percorso rivisto dal traguardo, una storia letta dall’epilogo, una vita dall’odore di violetta e naftalina.
In emergenza, anche quando il mezzo sfrecciava contromano, su e giù per marciapiedi a velocità proibitive, lo stomaco non faceva una piega, ed era pur sempre lo stesso stomaco che al minimo ondeggiare abitualmente si rivoltava su se stesso. Sarà che nell’urgenza non c’è tempo per pensare ai propri organi traditori e il cervello è arrampicato su altri dirupi. Certo è che, assisa su un seggiolino instabile, abbarbicata ad un monitor, poteva permettersi di guardare indietro, veder sfrecciare sull’asfalto la linea bianca interrotta, come più volte la traccia dei suoi anni e poi ripresa con un balzo e ancora tenuta fra indice e pollice come filo sottile.
La pressione arteriosa reggeva, poteva stare tranquilla e continuare a sbirciare la sua vita srotolata dall’ultima pagina che si palesava dal finestrino.
L’emicrania bussava alle tempie, un ritmo pulsante, un dolore che sopportava da decenni, ma che negli ultimi anni scardinava quasi tutti i giorni, insensibile ormai ai farmaci per bocca, la obbligava sempre più spesso a ricorrere alle vene, senza trascurare il cortisone.
Non era sano, ancora una volta la sua vita aveva preso una piega nociva e sulfurea. Serviva un colpo di reni, un atto di coraggio per mollare la presa.
La saturazione dell’ossigeno superava il novantacinque per cento e la sua adrenalina sonnecchiava nell’angolo, pronta a ringhiare alla minima deflessione del valore percentuale. Lo sguardo scattava dal monitor al viso del paziente. Ora sfiorava i caschetti appesi al portellone da utilizzare in caso di pericolo, lo zaino intubazione, la borsa farmaci. Tutto era al suo posto, a tiro di braccia. Tutto quello che riempiva l’angusto spazio di un vano ambulanza, raggrumava la sua esistenza degli ultimi anni, tutta la sua storia recente, condensata in oggetti di soccorso, barelle, bombole d’ossigeno. Questo era ciò che doveva risolversi a lasciare, dopo l’addio urticante al bisturi, l’età lo imponeva ormai e la cefalea era lì pronta a scrivere il grafico di un corpo stanco, prostrato, che aveva fatto il suo tempo e che chiedeva respiro.
Era tempo di sciogliere le vele.
Bisognava assecondarla almeno questa volta, la vecchia carcassa, smettere di farla gemere, coricarla al bordo della carreggiata e lasciarla rallentare. Anche le resistenze della volontà si stavano sfilacciando, fiaccate da un dolore opprimente, onnipresente, che smembrava i giorni e ne faceva spazzatura. Tirava il vento della sottomissione e della resa.
Desiderava girare pagina, non solo rallentare la danza, ma ballare proprio un’altra danza. Non capiva ancora quale, certo non più questa. La fatica non stava tanto nell’emergenza, che pure non era una passeggiata, ma nella burocrazia che si mangiava la clinica, nel monitor di un computer che si frapponeva fra medico e paziente e nel tempo per l’ascolto che era divorato dai dati. Era bastata l’adozione di un nuovo programma informatico in pronto soccorso per appesantire vertiginosamente il lavoro e per scatenarle bordate di cefalea incontrollabili.
Aveva sempre visitato scrivendo poco, ascoltando e parlando tanto, mettendo le mani addosso ai pazienti per sentire cose che ora erano delegate solo a sonde ecografiche, gettando alle ortiche il sapere delle mani. Moncherini ai polsi e abuso di indagini diagnostiche.
E più si accertava, più si doveva accertare e documentare di averlo fatto, annotando il perché e il per come e, ovviamente l’ora e il minuto in cui si era deciso di farlo, l’ora e il minuto in cui si era materialmente fatto, l’ora e il minuto in cui si era ottenuto un referto. In questo delirio le parole dei pazienti si riducevano a monologhi consegnati a medici-automi ossessionati dal prendere nota pigiando compulsivamente sulla tastiera. Con gli occhi incollati al monitor, si agognavano pazienti disartrici o addirittura afasici per avere il tempo di sedare la voracità del computer.

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