Fabbriche e graffiti

Un contributo importante all’archeologia industriale

Tag, segni e tracce lasciate nelle Cattedrali del lavoro ormai abbandonate immortalate da Gigi Bellometti.

Ha respirato l’aria della fabbrica, Gigi Bellometti, sin da bambino, nelle officine meccaniche del nonno, e poi da operaio, in gioventù, e in seguito, per una vita – arrivata oggi vicino agli ottanta – attraverso l’impegno a vario titolo prestato nel sindacato.

Un’aria, quella dei capannoni e delle macchine, che si è tuttavia rarefatta a partire dalla fine degli anni ’70 e soprattutto con le grandi ristrutturazioni degli anni ’80, che dopo il tessile investirono il metalmeccanico.

Di qui la consapevolezza che, come la memoria della civiltà contadina in seguito allo spopolamento delle cascine, così anche quella dei luoghi della produzione industriale poteva disperdersi con l’abbandono e il degrado di quelle che si potevano considerare Cattedrali del lavoro. Questo il titolo del grande reportage fotografico con il quale Bellometti ha offerto un contributo importante alla ricerca archeologico-industriale diffusasi in Italia, e a Brescia, sul finire degli anni ’70. Gli stessi in cui – la coincidenza appare in questo caso significativa – apparivano nei ghetti newyorkesi i primi graffiti, manifestazione di quella cultura hip-hop non a caso richiamata in una delle immagini che in anni recenti Bellometti ha scattato fra le rovine delle fabbriche disertate dal lavoro, a Brescia come a Nave e in altri centri della provincia.

Rovine che dovrebbero più propriamente dirsi macerie, nella maggior parte dei casi essendo il frutto non dell’usura del tempo ma di deliberati interventi di demolizione.

È dunque in queste cattedrali sconsacrate e fatiscenti che l’obiettivo del fotografo si è appuntato sul contrasto coloristico con cui segni per i più indecifrabili si impongono sulle tinte smorzate del grigio del cemento e della ruggine degli scheletri delle strutture.

Appaiono lontanissimi i tempi in cui non graffiti dal sapore vagamente esoterico ma scritte chiare nel loro significato comparivano sui muri di queste stesse fabbriche e gettavano una luce sulla vita che, al di là delle ininterrotte cortine murarie che le circondavano, si svolgeva. Nei suoi momenti cruciali come nella sua ordinaria quotidianità.

Dicevano delle ragioni della lotta in corso nel 1979 e nei primi anni ’80, le parole a lungo rimaste a fianco del cancello della Sider, in quell’anno venduta a Lucchini; mentre in un capannone della stessa fabbrica, a coronare un grande scaffale, compariva – ancora leggibile al tempo in cui si effettuavano sopralluoghi finalizzati a individuare reperti per l’allestimento del futuro Musil – un monito perentorio («Gli attrezzi vanno rimesso al loro posto!”» ed esplicitamente indirizzato a non meglio definite «Teste agricole» – gli operai provenienti dalla Bassa, c’è da pensare, entrati in fabbrica ma non ancora del tutto assimilati alla sua disciplina.

Generalmente condannati quando compaiono sui muri che costeggiano le vie cittadine, i graffiti disegnati su muri fattisi anonimi e privi di valore come quelli che Bellometti si ostina a leggere, sembrano testimoniare una volontà di «lasciare il segno» che spesso si traduce in semplici tag, nomi in codice che solo altri graffitari sapranno interpretare. Una ricerca di riconoscimento entro una cerchia ristretta, dunque, ma pur sempre espressione di un’affermazione di Io che temono l’invisibilità, più di tutto.

Messaggi tanto più dissonanti, prove di esistenza tanto più spaesate quando per lasciare i loro segni vistosi scelgono gli stessi luoghi in cui intere generazioni, lontane dalla preoccupazione di marcare una traccia individuale, hanno in larga parte affidato alla dimensione collettiva la propria identità.

Un segno nella storia I graffiti disegnati su muri fattisi anonimi e privi di valore sembrano testimoniare una volontà di lasciare il segno che spesso si traduce in semplici tag e nomi in codice.

Pubblicato sul Corriere della Sera – Brescia del 30 novembre 2019
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Morire d’amianto le storie di dolore in un libro

Brescia nel libro di Pietro Gino Barbieri, ex medico del lavoro

Un libro che ha a tratti il sapore di una narrazione e in altri quello di un saggio: è di un ex operaio della Eternit il giudizio, Nicola Pondrano, autore della nota di prefazione. Un operaio divenuto in seguito dirigente sindacale della Cgil ma anche del fondo per le vittime dell’amianto e dell’associazione dei loro famigliari. Nel suo percorso si rappresenta la vicenda, il dramma anzi, raccontato dall’autore, Pietro Gino Barbieri, medico del lavoro dal 1980: «il dramma prevedibile di una strage prevenibile», come recita il sottotitolo di «Morire di amianto». E prevedibile era davvero, dal momento che fin dagli anni Cinquanta era dimostrata l’associazione causale tra amianto e cancro del polmone e dagli anni Sessanta quella con il mesotelioma maligno, un tumore della pleura e del peritoneo.

Asbestosi si chiama la patologia che prelude spesso al cancro: dal greco ásbestos, che significa inestinguibile, e non caso Ludwig Hatschek, l’austriaco che nel 1901 brevettò il «cemento-amianto», chiamò il suo ritrovato Eternit per richiamarne la resistenza eccezionale, la durata addirittura eterna. E Eternit si chiamò la fabbrica sorta nel 1907 a Casale Monferrato e che solo ottant’anni dopo ha chiuso la sua attività dopo aver provocato una vera e propria strage, ancora in corso oltretutto, perché non solo gli operai addetti alla produzione ma anche gli abitanti della cittadina ne hanno subito gli effetti, e li subiscono tuttora essendo che di amianto si muore anche a distanza di decenni. A Casale, ma anche a Brescia: «Nessuno ci aveva informato che l’amianto era un potente cancerogeno» racconta Valerio, ex operaio della ATB, per cui «il rischio amianto non era da noi considerato così grave ma un rischio come altri, come il rumore, la fatica…». Risultato: «Alcuni compagni di lavoro sono morti di mesotelioma maligno dovuto all’amianto respirato in ATB. Non sono molto tranquillo se penso che potrebbe capitare anche a me…». (Viene in mente, sia pure nella sua approssimazione, il murale che i «Gnari di Campo Fera» avevano dipinto a poca distanza dalla fabbrica, vicino all’ingresso del loro luogo di ritrovo: “ATB=TBC”).

Testimonianze come quella di Valerio si alternano a capitoli nei quali si ricostruisce dal punto di vista storico e scientifico la questione e a «box» che forniscono gli elementi essenziali per affrontarla anche al lettore comune. Anche a chi in fabbrica non c’è mai stato, ma non per questo si può dichiarare estraneo ai pericoli che l’esposizione all’amianto comporta, anche quando si tratta solo di un’«esposizione passiva ambientale» come quella che può essere correlata alla protratta vicinanza a coperture di tetti in eternit in condizioni di degrado, o a un contatto del tutto imprevedibile: è il caso di una maestra che con i suoi alunni per anni aveva usato il DAS — la pasta, assai diffusa nelle scuole, con la quale si modellavano piccoli oggetti —ignara che quel materiale contenesse amianto.

Operai al lavoro, nell’Acciaieria della Sider, muniti di protezioni
realizzate con l’impiego di amianto (foro Archivio Ugo Allegri, da La
città, la fabbrica, la memoria
, a cura di Carlo Simoni)

È qui, nella ricostruzione delle diverse situazioni e dei casi più disparati, che la vena narrativa che percorre il libro, animata in primo luogo dalle testimonianze riportate, si complica di un ulteriore traccia che il lettore può seguire con continuità: quella che restituisce le intuizioni via via emerse, gli sforzi — non di rado osteggiati — di appurare la verità, la competenza appassionata con cui Barbieri ha svolto il suo lavoro e sa ora farci partecipi di un’altra storia. La sua, la storia di un percorso professionale che ha conciso con una pratica ininterrotta di impegno civile, e di solidarietà attiva. Un impegno che prosegue, oltre che nella ricerca, nelle consulenze e nelle perizie svolte in numerosi processi penali, occasioni grazie alle quali — osserva lucidamente l’autore — «ho potuto apprendere molto, ricevere interessanti stimoli a sviluppare approfondimenti, conoscere da vicino lo scenario processuale, i valori in gioco, le diverse competenze a confronto e, soprattutto, la grande difficoltà a provare il nesso di causa tra l’esposizione ad amianto e l’insorgenza di patologie» ad esso correlate.

Pubblicato sul Corriere della Sera – Brescia del 30 novembre 2019
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Tornando a casa. Diario di un trekking himalayano

Dedicato a mia figlia Valeria, perfetta compagna di cammino
Si ringraziano Keshab lo sherpa, Prabath la guida e soprattutto il magico Nepal

Una volta anche lui era angosciato
dalla morte. Sì, e pure dalla vita, per
questo. Forse soprattutto dalla vita.
Angosciato, sì. Ma era molto tempo
prima. Anche l’angoscia è rimasta tra le
montagne. Ora c’è per lo più grande
quiete in lui. E, intorno a lui, come tra le
montagne.
(G. Gunnarsson, Il pastore d’Islanda)

La polvere nei denti è la prima sensazione che ti regala Kathmandu. Strade per lo più sterrate, traffico caotico peggiorato dalla guida a sinistra all’inglese. Macchine, bus strabordanti persone, motorini, biciclette, mucche patite, sdraiate sulla carreggiata che i veicoli evitano con sterzate improvvise, galli e galline, cani dallo sguardo mansueto e polvere dovunque. Gruppetti di donne, armate di scope di saggina hand made, spostano con gesti automatici la polvere dai marciapiedi, la sollevano per lasciarla ricadere pochi metri più avanti. Ci sembra di capire che il governo garantisca alle donne della capitale una sorta di compenso simbolico per il lavoro di pulizia strade, che in realtà si riduce a un semplice alzare la polvere in aria.

Kathmandu, oltre che inquinata e polverosa, è lurida e povera. Espone la propria miseria senza ritegno, baracche e campi tendati in pieno centro inclusi. Il Nepal è uno dei paesi più poveri al mondo, con una caduta del PIL del 35% negli ultimi due anni e un elevato tasso di denutrizione infantile. Ogni anno dalle cinquemila alle dodicimila ragazze nepalesi, dai sette anni in su, vengono rapite per lavorare nei bordelli indiani.

Al calare del sole la città si fa buia, cavi elettrici malconci penzolano fra un pilone e l’altro quasi sfiorando terra, annodati gli uni agli altri, ingarbugliati. La corrente elettrica illumina solo gli esercizi commerciali e gli alberghi, le strade sono scure e ci si devono cavare gli occhi per non calpestare mucche, bufali o cani randagi adagiati sui marciapiedi.

Kathmandu sorge a 1.337 metri di altitudine, ma di montagne neanche l’ombra. Comincio a chiedermi che cosa mi abbia condotta in questo luogo dimenticato dagli dei e sommerso dallo smog e dalla polvere. Che cosa mi credevo di trovare? Che cosa cercavo? Da dove veniva tutta quell’attesa, quel desiderio di Nepal che covavo da decenni e che mi ha portata qui a calcare i primi passi della mia vita da pensionata?

Il nostro è un viaggio in autonomia. Ho cercato di associarmi a un gruppo di Avventure nel Mondo che però non ha avuto fortuna. Dunque: o rinunciare al Nepal o organizzarsi da sé. Ho scandagliato internet, indagando tutti i siti di trekking, per poi decidermi a contattare un’agenzia nepalese che ci fornisse una guida e uno sherpa. Due viaggiatrici: io e mia figlia Valeria che si è offerta di condividere con me questa avventura.

Non è prudente due donne sole in un paese lontano come il Nepal – mi dicevano gli amici. In realtà si tratta di un paese povero ma tranquillo, dove non capita di sentirsi insidiate o in pericolo. Poi il percorso scelto è molto frequentato, uno dei classici, niente di veramente avventuroso. E poi si deve andare.

La guida ci conduce in un vicolo non più pulito di altri e in fondo compare come un lampo Boudanath, lo stupa buddhista più grande del mondo, ricostruito dopo il terremoto del 2015 che uccise novemila persone e ne ferì gravemente ventiduemila, riempiendo la capitale di profughi che avevano abbandonato i villaggi. L’impatto con questa imponente costruzione sacra è fortissimo. Su una base quadrata, poggia un’ampia cupola bianca. Da una sorta di campanile gli occhi di Buddha ti seguono ovunque. Pellegrini, monaci e nepalesi qualunque s’incontrano qui per camminare intorno allo stupa, secondo il rituale, suonando le campane tibetane, facendo rollare le ruote di preghiera e, ovviamente, pregando. Intorno monasteri, laboratori che producono candele di burro, corni cerimoniali, cappelli piumati per i lama e tamburi, scuole di pittura sacra e bandiere di preghiera ovunque. Un senso di sacralità è palpabile, forse è questo girare ipnotico, ne’ avanti, ne’ indietro, solo camminando in tondo in senso orario, in silenzio, le campane che suonano di continuo mentre il cielo scolora. Originariamente lo stupa era una stazione postale fra Lhasa e Kathmandu, dove i mercanti tibetani si fermavano a pregare per propiziare il viaggio prima di affrontare gli alti passi himalayani. Mi viene l’idea di acquistare un rosario nepalese e cominciare a sgranarlo, ma invisibili lacci ancora mi trattengono, sono appena approdata in questo mondo enigmatico. Un gesto mancato.

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Il Musil e il suo contesto

«Non si può collocare un’opera così importante – qual è il Musil – in un contesto di degrado fatto di scheletri di capannoni». Tempestiva l’osservazione di recente espressa su questo giornale da Maurizio Pegrari. Occorre tuttavia ricordare che quanto attornia gli edifici destinati alla musealizzazione non è il risultato di un naturale, inevitabile degrado, ma della sistematica demolizione che negli anni scorsi ha raso al suolo fabbriche, cinte murarie, serbatoi pensili. I segni di un passato produttivo senza i quali il nuovo museo corre un rischio di non poco conto: lo spaesamento. Non a caso l’ipotesi – nella sua formulazione originaria, negli anni ’80 – di un museo della Brescia contemporanea, della sua modernizzazione e della sua industria, attribuiva al polo espositivo anche la funzione di centro di interpretazione di un contesto del quale si riteneva essenziale fossero conservate le presenze architettoniche più significative e la fisionomia complessiva. Le cose non sono andate così, appunto, ma non sono solo «scheletri di capannoni» ciò che resta dell’ex laminatoio che affianca il museo e degli edifici industriali pericolanti che si innalzano – non sappiamo per quanto ancora – appena a sud del museo stesso: un loro recupero, capace di non cancellarne i caratteri così come di prevederne un riuso non puramente abitativo e terziario, appare indispensabile garanzia del mantenimento di quel contesto.

I capannoni ottocenteschi della ex Tempini in un’immagine di Luigi Bellometti

Un contesto senza il quale l’ubicazione del Musil potrebbe apparire una circostanza casuale, o comunque non evidente, ai visitatori più giovani come a quelli forestieri. Sufficiente dunque un intervento di questo genere? No. La complessità della vicenda storica e sociale che ha connotato questa parte della città, tanto da farne un caso esemplarmente rappresentativo delle dinamiche dell’industrializzazione, chiede di essere ricostruita, documentata, raccontata, all’interno del museo stesso. Dal suo allestimento – tuttora allo studio, come si è recentemente appreso, e, ci si aspetta, certamente attento a questo versante – non meno che dalle iniziative di recupero ancora possibili (e indilazionabili!) nel suo intorno immediato dipende la possibilità di evitare che quello che sta per nascere si riveli, al di là delle sue più generali e indiscusse finalità, un museo «fuori luogo».

Dal Corriere della Sera del 13 novembre 2019.
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La fotografia in testa a questo articolo è l’ex laminatoio della Bisider in un’immagine inedita di Luigi Bellometti.

Un sorriso gigantesco sull’Algeria

Una lettera di Zazi Sadou, l’amica algerina da tempo ospite di secondorizzonte, sulle proteste suscitate dalla volontà di perpetuarsi di un potere arrogante e cieco

“Sono rientrata ieri da Algeri. Vi ho passato 15 giorni e naturalmente l’8 marzo.
Spero di potervi ritornare presto. Questo mi mette in movimento, come puoi vedere. Spero che le manifestazioni restino pacifiche come lo sono adesso. È assolutamente evidente il senso di fraternità e il buon umore. Un clima che non ho mai vissuto in passato. Aleggia sull’Algeria un sorriso gigantesco. È così che lo sento. Quando ci si incrocia nella strada ci si guarda e ci si sorride. Soprattutto con le donne e i giovani. Sono tutta sotto sopra. E ho un desiderio folle di ripartire.”

Lettera aperta a questo potere che rifiuta di ascoltareIL NOSTRO CUORE BATTE DI NUOVO

Da parecchie settimane un clamore immenso sale dal più profondo dell’Algeria. Milioni d’Algerine e d’Algerini misurano a grandi passi le città e i villaggi per dirvi: «Andatevene», «Sgomberate», «Voi siete indegni del nostro popolo e della nostra fiducia», «Il vostro sistema è marcio», «né prolungamento del 4° mandato né mantenimento del vostro sistema» …

Voi rifiutate di sentire questo clamore immenso. Ma né voi, né nessuno potrà soffocarlo.

Prendete lezione dalla storia e andatevene.  Restituite le chiavi del nostro bel paese. La rottura è consumata.

Se voi non sentite niente è perché siete morti o decidete di non sentire niente come avete fatto da decenni.

Nel 1970, il vostro sistema ha represso e imprigionato centinai di studenti e studentesse il cui unico torto era di reclamare la giustizia sociale.

Nel 1988, il vostro sistema ha fatto uscire i suoi carri armati per sparare su giovani che mostravano i loro petti nudi. Avete imprigionato decine di militanti il cui solo torto era di reclamare la giustizia sociale.

Nel 1999, il vostro sistema ha messo la museruola alla voce delle vittime del terrorismo e decretato l’amnistia degli assassini imponendo l’amnesia generale e il furto organizzato della nostra memoria collettiva. Avete fatto la scelta del crimine e pretendete di aver portato la pace. Quello che voi occultate è la resistenza eroica del nostro popolo di fronte alla barbarie del GIA e i suoi sostenitori. Avete fatto la scelta di ignorare l’estremo sacrificio dei suoi figli.

E’ ai sacrifici di Katia Bengana, Amel Zenoune, Mohamed Sellami, Benhamouda, Alloula, Medjoubi , Tahar Djaout, Djillali Liabes e di centinaia di migliaia di martiri anonimi e di donne e uomini resistenti civili, di patrioti, di soldati che noi dobbiamo il merito di aver conservato la nostra bandiera e il nostro inno nazionale.  Queste preziose eredità di Djamila Bouhired, Abane Ramdane, Maurice Audin e i milioni di martiri dell’indipendenza.

La nostra eterna riconoscenza va a quelle e a quelli che ci hanno permesso di sfuggire a una teocrazia wahabita sanguinaria e che permette ai giovani di oggi di manifestare affiancati, con rispetto e fraternità. Questa speranza nascente appartiene a loro. Voi non gliela potete sottrarre.

Il nostro popolo non ha alcun debito con voi. Da 20 anni voi lo tradite.

Prosciugando le ricchezze del nostro paese e aspirando il suo midollo fino all’osso…

Ipotecando la nostra sovranità nazionale e dando da bere la voce dell’Algeria sulla scena internazionale…

Volendoci umiliare davanti alla terra intera, facendoci passare per un popolo vassallo di una poltrona e di un volto…

Impedendoci di sognare un mondo nuovo e migliore per i nostri figli e nipoti…

Scoraggiando e anestetizzando migliaia di dirigenti integri in tutti i settori dell’economia, dell’educazione, della salute, della giustizia ecc… E che, a dispetto del disgusto che si è insinuato in essi, fanno del loro meglio perché l’Algeria non crolli ancora di più…

Distruggendo la speranza di un futuro luminoso per i giovani che, tutti i giorni, hanno sfidato la morte senza sepoltura gettandosi in mare…

Dando potere a incolti, predatori, ladri, ignoranti, leccapiedi, gente senza dignità né onore, senza fede né legge…

Usando la corruzione per governare.

E usando terrore e intimidazione per durare…

Concedendo i favoritismi, l’uso illecito di informazioni privilegiate, i procedimenti d’ingiunzione, la concussione, il furto organizzato per garantirvi fedeltà che finiranno per lasciarvi… Non dimenticate mai che quelle e quelli che hanno la pancia molle e «piena di fieno» temono il fuoco.

Presto o tardi vi renderete conto dei disastri in cui avete immerso l’Algeria. Voi vi attaccate a un trono vacillante … Cessate di giocare ai pompieri-piromani. Mettete fine a questa macabra sinfonia di sedie musicali. Inutile affaticare il diplomatico/pensionato per fabbricare una «soluzione» della crisi.  Lo schema dell’Onu di gestione di crisi è inoperante.

Ascoltate il clamore.  Sentitelo. Prendete atto della fine del vostro sistema.  Andatevene, il popolo lo grida da settimane.

Per il dopo, non preoccupatevi, c’è tanta energia e creatività da dispiegare per trovare buone soluzioni  e costruire una Repubblica, democratica e sociale.

Il nostro cuore batte di nuovo e non smetterà più di far brillare l’Algeria negli occhi magnifici delle nostre figlie e dei nostri figli. Sono così fiera di essere Algerina. Io non dimentico. Non abdico.

Zazi Sadou

Femminista Port-Parole del RADF – Rassemblement Algérien des Femmes Démocrates – 1993-2004 [lettera inviata il 14 marzo 2019, traduzione di Delfina Lusiardi]

La forma e il volto della città / Il «Bigio»: e il museo della città?

Dal Corriere della Sera-Brescia del 2 novembre 2018.
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Mettere temporaneamente il Bigio in un museo e intanto proseguire il dibattito per trovare una soluzione condivisa perché – sostiene il Sindaco – «Non è mai accaduto nella storia dei paesi democratici che le statue rimosse dopo le dittature, di cui erano un simbolo, siano state ricollocate. Quella dell’Era Fascista sarebbe il primo caso, non è una banalità»: ecco il punto. L’affermazione del primo cittadino, riportata da questo giornale pochi giorni fa, arriva dritta al cuore della questione: riportare il Bigio in piazza Vittoria sarebbe una «rimonumentalizzazione». Di fatto. Al di là delle intenzioni. Una rimonumentalizzazione gradita ad alcuni, inaccettabile per altri, innegabile anche da parte di chi si ostina (di questi tempi!) a predicare l’avvenuto tramonto delle ideologie e il conseguente necessario avvento di uno sguardo sul presente depurato di ogni retaggio. Ingombrante, «divisivo» o anacronistico che lo si voglia definire. Ma tralasciamo le prevedibili manifestazioni di soddisfazione o disappunto che accompagnerebbero la ricollocazione del Bigio nel luogo in cui si vide per poco più di un decennio, e stiamo ai fatti: non risulta che in città ci sia chi disconosce il carattere di documento della statua, documento di un periodo che si inscrive nella storia bresciana del ’900, mentre è noto a tutti che larga parte dei cittadini non è disposta a riconoscerle il carattere di monumento.

E dunque: i documenti, quelli materiali in primo luogo, trovano la loro sede naturale nei musei. Qualcuno obietterà che anche il Garibaldi a cavallo nell’omonima piazza è un documento del suo trionfale ingresso in città: certo. Ma i documenti che si trovano nelle piazze si chiamano monumenti, per l’appunto. Museo dunque, ma quale? Se il Bigio testimonia un momento della storia della città perché non dovrebbe essere il «Museo della città» – come fino a qualche anno fa lo si chiamava – ad ospitarlo e ad esporlo? Non mancano museografi colti e assennati che gli troverebbero una collocazione che non interferisca con la struttura storico -architettonica del complesso. In compenso, si otterrebbe il risultato non secondario di far entrare in un museo della città che ha dimenticato la sua vocazione originaria – quella di raccontare tutta la storia di Brescia – un documento, sia pure non particolarmente rappresentativo, della sua vicenda contemporanea, fin ad oggi ignorata.

Da «sonadùr» al Carnevale a concertista

Dal Corriere della Sera (Brescia) del 10 gennaio 2018

Daniele Richiedei con il padre Nerio: entrambi oggi sono fra i sonadùr del Carnevale di Bagolino

«Io, bambino, accolto nel gruppo dei suonatori. Io, piccolo, in mezzo a loro, avvolto nel suono del bassetto, delle chitarre e dei violini. Ero troppo piccolo per suonare, e sentivo di essere privilegiato rispetto gli altri bambini nel poter stare lì, ai piedi di mio papà che suonava. Il violino».
Nel primo ricordo che Daniele Richiedei ha del Carnevale del suo paese, Bagolino, a occupare la scena è la musica, l’esperienza dell’essere immersi nella musica: un po’ come accade a chi, come lui oggi, suona in complessi musicali e in orchestre.
Certo, il violino di suo padre era lì, in casa, per il resto dell’anno, ma non è su quello che lui proverà a mettere le mani: è un violino piccolo, adatto a un bambino di sei anni, quello sui cui inizierà a studiare alla scuola di musica giù a Storo.
Avrebbe potuto diventare un sonadùr, come altri sui coetanei di Bagolino, e il violino prenderlo in mano, ogni anno, solo qualche settimana prima del Carnevale. Invece, liceale diciassettenne, decide di far sul serio, va al conservatorio.
L’esperienza accumulata gli risparmia qualche anno: a ventitré è diplomato. Oggi, a trentatré, è secondo violino dell’Ensemble del Teatro Grande, ma gli accade spesso di esser chiamato a suonare anche nell’orchestra del Festival pianistico e in altre compagini prestigiose. La musica classica però non è tutto: ci sono anche il pop e il rock, il jazz e l’improvvisazione. Perché la musica bagossa non si è mai ridotta a preistoria della sua vocazione. Non solo per il fatto che ogni anno è là, sonadùr fra i sonadùr ad accompagnare le danze dei balarì, ma anche perché senza quella non ci sarebbero state probabilmente la curiosità di sperimentare, la versatilità come dimensione connaturata del far musica. E, coerentemente, sarebbe forse diversa l’immagine che Daniele ha del proprio futuro, non coincidente con il posto sicuro, in un’orchestra stabile, ma con il perseverare nel mettersi alla prova su piani diversi di espressione musicale, perché, in fondo, la musica è una. Non c’è musica colta o incolta, classica o popolare.

Daniele da bambino impegnato a eseguire le prime musiche

C’è musica cattiva e buona se mai, ma soprattutto c’è musica ridotta a prodotto da consumare e musica che vive del respiro lungo di una socialità che non si è lasciata omologare nei riti di massa, e resiste, non in forza di un arroccamento geloso ma del senso che una comunità continua ad attribuirle. Non troverete sonadùr, balarì e màscher alle feste del vino e agli shopping day dei centri commerciali: il Carnevale di Bagolino è conosciuto in tutta Europa perché generazione dopo generazione (sì, ci sono anche «nativi digitali» fra le figure che lo animano) continua a vivere. Se chiedete a Nerio – il padre di Daniele, animatore della Casa museo di Bagolino – perché fra gli oggetti raccolti ed esposti sono pochi quelli attinenti al Carnevale vi risponderà che non potrebbe essere diversamente, «perché la festa è ancora viva, e i suoi segni non sono ancora oggetti da museo». Viva, e capace di stimolare sempre nuove ricerche sul suo passato e i suoi significati – ultima quella, tuttora in corso, che confluirà in un libro che proprio Daniele sta curando – ma anche di produrre esperienze e raccontare storie. Come quella del sonadùr il cui figlio divenne concertista.

La storia, le storie / Introduzione a ‘el médol’

el médol ovvero: la cava nella storia di uomini e donne sulla “Via del marmo”, a cura di Daniele Bonetti (Serle 2017)

Un libro di storia orale, non un libro di storia, avverte in apertura la prefazione di chi ha curato questo libro: un racconto che non si basa sull’inoppugnabilità di documenti scritti da chi non c’è più, quindi, ma sul calore e le inflessioni irripetibili delle memorie  di chi ancora vive, e ricorda,  traendo spunto dai luoghi  nei quali questa memoria è inscritta. Il racconto dei testimoni è costellato di riferimenti alle località che nelle  dieci frazioni di Serle sono state sede dell’attività estrattiva: è una conoscenza radicata del territorio che si manifesta, sedimentata nel lavoro di cavatori che sono rimasti sempre anche contadini (“dopo  la giornata al médol andavo a vangare, avevamo un sito, con un pezzetto di vigneto”).  O  carbonai. E non hanno mai abbandonato la passione inveterata della caccia, un tempo risorsa non secondaria per la tavola, nel contesto di  un’economia agrosilvopastorale fondamentalmente di sussistenza. Sono  soprattutto la testimonianza delle donne ad evidenziarlo: “il mio papà era un fonsér, andava a raccogliere i funghi, aveva le sue poste; riempivamo una stanza di funghi tagliati a striscioline e quando erano secchi li vendevamo”, “non c’erano tanti soldi, riuscivamo a vendere bene solo i marroni belli grossi, facevamo lo scambio: un quintale di castagne per un quintale di furmintù”.   Un’economia che dovette tuttavia essere a lungo integrata dalle rimesse degli emigranti, occupati nei bacini estrattivi di altre regioni italiane o nelle miniere di altri paesi: “mio papà Silvio era contadino e andava saltuariamente a lavorare di qua e di là: a Cogne, in Svizzera, è andato fino in Belgio. Anche la mamma ha corso: a un certo punto è andata con lui in Belgio, ha dovuto andarci perché là i lavoratori emigrati prendevano i soldi…”.
Io stesso ricordo quando da bambino andavo con la mia famiglia in villeggiatura a Serle, e la padrona di casa ci raccontava del figlio ritratto nella fotografia sopra il camino: scampato al disastro di  Marcinelle e in seguito morto di “male ai polomoni”, del male di chi per anni aveva lavorato nelle miniere di carbone.
Pic e pala, ponta e masèta: gli strumenti del minatore sono anche quelli di chi va nel periodo fra le due guerre a lavorare nelle cave di Botticino e Nuvolera, percorrendo le tappe di una carriera che dal bócia che eri appena entrato in cava ti fa  scalpellino; da manovale, cavatore e  in qualche caso capocava. Decenni di lavoro nei quali strumenti e metodi di lavoro cambiano, conoscendo evoluzioni drastiche, come quella rappresentata dall’introduzione del martello pneumatico, all’inizio degli anni ’60 (“con il compressore è cambiato un bel po’ il modo di cavare i blocchi, quando non c’era ancora  per fare i fori bisognava scavare tutto a mano, facevamo i fori con la punta e la mazzetta”).  E altre innovazioni si succedono: “All’inizio io avevo l’argano, il compressore e basta: ero da solo e lavoravo come gli antichi egiziani, con i rulli di legno, i tronchi per far scorrere i blocchi sul piano. Per risparmiare mio papà tagliava i rulli di olmo”. Poi sono arrivato gli escavatori e, negli anni ’80, il filo diamantato (“quando è arrivato il filo diamantato e lo abbiamo provato… una bomba! Una bomba perché con poca acqua faceva un sacco di metri di taglio”).
Memoria viva di cambiamenti che ridefiniscono radicalmente i contenuti professionali del lavoro dei cavatori, testimoni oculari della grande trasformazione e insieme custodi di una memoria antica, appresa dai vecchi incontrati da ragazzi nelle cave: “Mi dicevano i medolér più anziani, che avevano già allora quaranta o cinquanta anni, che quando in gioventù avevano cominciato loro a lavorare il marmo i cunei di ferro non c’erano, c’erano quelli di legno. Dovevano fare il canale lo stesso, ma poi ci mettevano i cunei di legno e con l’acqua li facevano gonfiare, scoppiare, Era una roba de macc perché ci volevano almeno tre giorni prima che il cuneo cominciasse a gonfiarsi!
Con le nuove tecnologie le cave si svuotano (“un tempo eravamo anche venticinque o trenta in una cava”, poi è arrivata  la ruspa, “che faceva il lavoro per quaranta persone”) e anche i rapporti di lavoro cambiano: “con il martello pneumatico il padrone sapeva esattamente quanto lavoro si poteva fare in un’ora. Non lo si poteva lasciare fermo, e se un martello era fermo, dopo un quarto d’ora lo prendeva il capo e si metteva lui a lavorare, per farti capire che bisognava usarlo in continuazione.”  Il tempo della cava, che per generazioni aveva in qualche misura conservato le cadenze del tempo della campagna, subisce un mutamento inimmaginabile: “con l’arrivo dei martelli io non andavo più così volentieri a lavorare, perché non stavi più fermo neanche un attimo. Una volta in tre o quattro si impiegava anche una giornata ad estrarre un blocco, adesso subito dopo uno bisognava farne un altro e dopo un altro ancora… e ne dovevi fare un sacco di strada in cava! Prima invece, uno di qua e uno di là, picchiavamo con la mazzetta, ma ogni tanto se la contaem so con il nostro socio, e si passava meglio la giornata. Adesso il compressore ti rompe i timpani, c’è un sacco di polvere e poi una fretta, una fretta! Negli ultimi anni, col blocco ancora sulla bancata ti dicevano: “Guarda che alle undici c’è qui il camion a portarlo via!”
I nuovi ritmi impressi al lavoro di cava comportano un aggravio dei costi umani che da sempre questa attività aveva imposto. Insieme ai nomi dei luoghi sono quelli delle persone che hanno perso la vita in cava a ricorrere nelle testimonianze. La storia di molte famiglie è segnata dal lutto (“nel ’57 ho perso due fratelli in cava, tutti e due insieme! Uno aveva solo sedici anni e l’altro diciotto”), ma anche dalla rabbia che morti che si potevano evitare hanno lasciato dietro di sé: “nella mia famiglia ho avuto due infortuni mortali: uno mio figlio e l’altro mio fratello, morti in cava (…) dopo dicono: è il destino! No! Non è il destino! Bisogna anche vedere che cosa si fa, come lo si fa…”.  E alla carenza grave di misure di sicurezza tiene dietro quella delle tutele assicurative: “quando facevo il bócia mi dicevano: sta’ mia a parlà de assicurasiù… perché non siamo assicurati neanche noialtri! Allora non c’era mica la legge, è arrivata nel ’65-66, quando l’Ispettorato del Lavoro ha girato per tutte le cave a controllare i registri: quante persone c’erano e quante non c’erano, perché allora sai cosa facevano? Assicuravano sette o otto persone senza il nome e il primo infortunio che succedeva… era di quello assicurato! Io lo so perché… era così. Era inutile andare a reclamare.”
Condizioni di lavoro dure e inique come queste sono impresse nella memoria di quanti nell’immediato dopoguerra hanno  lavorato in cave come la Vicentina, attivate da investitori forestieri, lontani dal territorio da cui traevano i loro profitti, ma un’altra memoria anima le testimonianze dei cavatori che hanno vissuto il “boom delle cave”, giunto a Serle solo attorno al ’60, ed è la memoria di un periodo di speranze  e soddisfazioni: “i clienti venivano qui loro a cercare la pietra, la vendevamo praticamente a quelli che arrivavano: erano i veronesi, allora… te lo rubavano il blocco! Non dovevamo andare a cercare i clienti, venivano loro in cava.” E alla domanda crescente faceva riscontro il basso costo richiesto dall’attivazione di una cava: “allora andavi in Comune, pagavi cinquecento[mila] lire e potevi fare l’assaggio per un anno e, dopo un anno, se era andata bene aprivi il tuo médol”, “al Comune si pagava l’affitto, ma non in base a quello che la cava rendeva”, adesso si pesa e si dà un tanto in base al peso del materiale cavato, non si paga più solo l’affitto. Prima pagavamo cinquecentomila lire all’anno, allora pagavamo poco, siamo stati fortunati perché si pagava poco. Non spendevamo tanti soldi un tempo, e anche per fare un mutuo pagavamo poco di interessi.” E “l’esplosivo allora si andava qui a Rezzato a prenderlo, io andavo con la motocicletta, lo mettevo in uno scatolone sopra il serbatoio: dentro la polvere, la miccia, tutto quello che mi serviva… Non ti diceva niente nessuno. Adesso andrei dritto in galera!”
Più della coscienza indotta da una dimensione comunitaria del lavoro, la memoria collettiva appare allora segnata dai valori dell’intraprendenza personale e dal racconto di avventure imprenditoriali vissute in piena autonomia: “in totale di cave ne ho aperte otto, quattro a Serle e quattro sotto il Comune di Nuvolento (…) Il geometra ero io, l’ingegnere della strada ero io, e la strada l’ho fatta così… a occhio! (…) Ma non con la banca, niente banca, se io avessi avuto un debito con la banca sarei andato in malora mille volte (…) Comunque… fra assaggi e cave effettive ne avrò aperte dieci o dodici. Allora non c’erano le regole che ci sono adesso…”.
La cava diventa luogo di emancipazione, economica e sociale, che si concretizza nella proprietà di una casa (“quando mi sono sposato ho rischiato a prendere una cava mia: eravamo tre fratelli e ognuno ha guadagnato abbastanza per costruire la sua casa”), a costo di carichi di lavoro che ci si autoimpone nella consapevolezza, si direbbe, che la fortuna non durerà: “quando lavoravi sotto gli altri lavoravi le tue otto ore e prendevi la giornata, ma quando lavoravi per conto tuo lavoravi anche dieci, dodici ore al giorno, anche se pioveva o nevicava.”
E infatti il declino arriva, dopo pochi anni: “quelli di Serle hanno fatto i soldi dal ’64 fino agli anni ’90, ma adesso o non c’è più la vena o non è più cercata o comunque non va, non va. C’è chi è andato avanti a cercare, è andato, andato, andato e poi si è riempito di debiti e ha dovuto lasciare”, “allora venivano loro, i clienti, e io avevo i miei, mi chiamavano per telefono… non come adesso! Tra gli anni ’80 e il ’90 cambia tutto.”
Continuare a cavare vuol dire adeguarsi ad aggiornamenti tecnologici che impongono investimenti colossali: “Adesso sono le macchine che lavorano, le macchine! Una volta il blocco era al massimo centoventi quintali, adesso è di trecento, eh? Scherziamo? L’escavatore prende su i blocchi grossi così, adesso i camion hanno quattro assi e una portata di trecento quintali, sono tutti carichi eccezionali.” E la certezza del risultato non è mai garatita: “adesso ci sono i cicli negativi nelle vendite (…)  Prima, se smettevi da una parte, potevi ricominciare dall’altra! Adesso no…”.
Sono ormai rari i giovani che scelgono di continuare il lavoro della cava. Nessuno di loro si riconoscerebbe nella conclusione cui giunge uno dei vecchi cavatori che hanno offerto la loro testimonianza: “la pietra è sempre stata la mia passione”, constata, ed è una cultura del lavoro quella che si intravede in queste parole.
Una cultura che ha connotato insieme ad altre la modernizzazione del nostro territorio. Ed è tramontata.
Giungendo così all’epilogo della vicenda che le testimonianze hanno evocato, ci si rende conto come la memoria in esse racchiusa si sia fatta, pagina dopo pagina, storia. Una storia che ne richiama altre, come quella della Valle del Garza e di paesi come Nave, investiti dall’inedita trasformazione indotta dal avvio di nuove attività produttive (là il tondino, qui la pietra) che dopo pochi decenni le hanno abbandonate. Non prima di aver inciso sulle viti e i destini familiari, e aver lasciato tracce profonde. Nel paesaggio come nelle mentalità.

Luoghi cose musei / Il futuro di Santa Giulia e del Musil. Quale museo per questa città?

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Abbiamo una struttura storica che va riallestita e un progetto sul lavoro da aggiornare. Trasformare la logica collezionistica in narrativa e trovare soluzioni accattivanti.
Dal Corriere della Sera (Brescia) del 21 ott 2016

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Un quesito decisivo quello che fra altri, non meno importanti, si è ascoltato nell’incontro sulla cultura a Brescia tenutosi all’Aab nei giorni scorsi: il «Museo della città» è ancora attuale o è stato di fatto accantonato o quantomeno ridimensionato, se non travisato?

Senza addentrarsi nell’analisi delle iniziative varate negli ultimi anni e di quelle annunciate, nonché delle loro conseguenze sull’assetto di questo polo culturale, si potrebbe osservare che di un «Museo della città» si è rimasti sempre in attesa, essendo che non può considerarsi tale un museo che ignora la città contemporanea, otto-novecentesca, e la sua evoluzione (urbana, sociale, economica, dei modi di pensare e di vivere): un museo che si ferma al primo Ottocento e non si cura di ciò che sta oltre il ring, un museo che annette solo alla città un tempo entro le mura l’appellativo di storica, non è, non è mai stato un «museo della città». E una città che dimentica, o rimuove, il suo passato recente, che tanta parte ha avuto nella definizione della sua identità, affronta il cambiamento gravata da un’intrinseca fragilità culturale.

Da riflessioni simili è nata trent’anni fa l’idea di un museo che colmasse la lacuna di quello allestito a S.Giulia: un «Museo della cultura urbana e industriale» – questa la dicitura originaria – che raccontasse la vicenda contemporanea di Brescia, delle sue periferie e del suo territorio provinciale, una vicenda esemplare e rappresentativa ben oltre la dimensione locale: la vicenda di una trasformazione radicale che la città non può cancellare ma deve trasmettere in vista di cambiamenti ancor più drastici, come quelli avviatisi negli ultimi decenni.

Qual è la situazione attuale? Un Museo della città, o «di Santa Giulia» come sempre più spesso viene identificato, di cui concordemente si segnala la necessità di un riallestimento, e un Museo dell’Industria e del Lavoro del cui progetto si auspica un aggiornamento, si è sentito sostenere da voci autorevoli: a proposito di entrambi i casi si è richiamata la necessità inderogabile di un sostanziale apporto di informatizzazione, di multimedialità. Richiamo difficilmente contestabile, ma in ogni caso non risolutivo: il Museo della città attende di essere depurato della logica collezionistica che – al di là delle intenzioni, probabilmente – l’ha configurato, facendone un museo in cui prevale l’esposizione del patrimonio archeologico-artistico: una logica non collezionistica ma narrativa, una concezione che vada oltre una visione angusta, non inclusiva e ormai obsoleta di patrimonio per aprirsi alla storia sociale e della cultura materiale della città sono linee direttrici di ogni intervento aggiornato su questo museo.

Analogamente, non tanto sul piano delle metodologie comunicative ma su quello dei contenuti da comunicare il Musil può (ri)trovare un’ispirazione che ne faccia un punto di riferimento scientificamente rigoroso, museograficamente originale, suggestivo dal punto di vista della fruizione e attraente sotto il profilo della frequentazione.

E qui nasce una seconda, inevitabile riflessione, sul rapporto fra cultura e turismo. Un turismo, com’è quello attuale, che non richiede, e non tollera più qualificazioni aggiuntive: culturale, ambientale, enogastronomico, religioso ecc. Il turista di oggi vuole tutto, è curioso interessato a tutto, al museo come alla qualità della realtà urbana che lo attornia, al patrimonio storico-artistico come a quello paesistico, alla cultura dell’accoglienza – che si manifesta anche nelle sfumature delle relazioni che gli si offrono – non meno che ai sapori tipici del luogo. Il turismo di oggi è un turismo esigente e a tutto campo, un turismo culturale nel senso più lato della parola. Oggi più mai che si è legittimati ad affermare che il turismo è cultura, senza per questo disconoscere che la cultura non si esaurisce nel turismo. È un fatto, comunque, che quello che oggi si cerca e si apprezza è soprattutto un valore: la differenza, la non omologazione, e quindi la possibilità che il viaggio, la visita si trasformino in un’esperienza, non semplicemente in uno stacco passeggero. È un turismo, quello di oggi, che risulta miope misurare su tempi brevi e in termini puramente quantitativi. La domanda di fondo che pone – la non omologazione dei luoghi e delle loro culture, la preservazione dei loro caratteri in vista di una fruizione non scontata, attiva e non di puro consumo – chiede politiche lungimiranti per i progetti e le iniziative che tendono ad animarlo. Pena, non solo la dissipazione del potenziale offerto dai luoghi, ma anche la fagocitazione della cultura nell’evento, della crescita culturale nell’effimero dell’audience, della sedimentazione delle conoscenze e delle esperienze nella navigazione di superficie, nel surfing fra nozioni – e immagini, soprattutto – in cui qualcuno pretende di ravvisare la cultura del presente e del futuro prossimo.

È bene, in conclusione, scorrere periodicamente l’agenda degli interventi attesi e dei progetti indilazionabili e tener viva l’attenzione, sulle pagine dei nostri quotidiani, sulla lista delle priorità e il ventaglio delle possibilità concrete e sostenibili, ma è altrettanto necessario non derogare da alcuni orientamenti di fondo, non perder di vista finalità irrinunciabili.