Un’altra scuola è possibile?

Nulla, oggi, può apparire più scontato della scuola, dell’“andare a scuola”… un diritto conquistato a fatica contro ostacoli di ogni tipo, contro pregiudizi, alibi culturali, fattori politici, denunce del campo religioso… una volta dichiarata obbligatoria (e – sembrava – gratuita) si ritenne raggiunto l’obiettivo e l’attenzione si rivolse a problemi più “urgenti” lasciando questo settore strategico per l’intera società nelle mani di “addetti ai lavori”, che si sono rivelati spesso incompetenti e incapaci. Per Maria Montessori un paese che non ha a cuore l’istruzione dei bambini e dei giovani è un paese senza futuro.

Con il passar del tempo, come tanti altri diritti, anche quello di una scuola pubblica di qualità, aperta veramente a tutti, di un’educazione/istruzione nel più ampio significato è stato compromesso.

Sotto ogni bandiera politica i “tagli” alla scuola – soffocata in una selva di regole, decreti, decisioni lontane dalle sue finalità – sono stati devastanti ed hanno portato a situazioni insostenibili “corrette”, per continuare a rispondere il più possibile alla sua vera natura, dalla buona volontà e professionalità di persone presenti nelle istituzioni scolastiche. Ma questo non può essere sufficiente e ce ne rendiamo sempre più conto.

Anche la scuola è diventata una “merce”, un “prodotto di mercato” per cui deve rispondere alle sue esigenze preparando giovani capaci di servire “il” e “al” sistema economico e politico attuale?

Negli ultimi anni ai dirigenti scolastici è stato chiesto, in pratica, di divenire “imprenditori” e di gestire con logiche quasi economiciste un patrimonio comune che non ha nulla a che vedere con leggi e interessi finanziari.

La logica del mercato vuol trasformare il diritto universale all’educazione in un bene di consumo con l’obiettivo di creare persone “competenti” e “produttive”, “funzionali al sistema”. Chi non ha le stesse opportunità diviene manodopera a buon mercato, con sempre meno diritti, a rischio di esclusione, con un futuro incerto.

Quando alla scuola si chiede un qualche profitto, significa che non è più considerata uno degli strumenti principali per la democrazia, se ne perde totalmente il significato e la ragion d’essere.

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Il silenzio della verità

Per una “ecologia della parola”

Accanto all’ecologia dell’ambiente, ai pericoli che ne possono derivare per l’intera umanità se non si innescano costumi sostenibili e di rispetto dei suoi ritmi, c’è anche una “ecologia della parola” da rispettare e da usare in modo “sostenibile” perché ne dipende il senso stesso del vivere insieme, delle prospettive di futuro, dei valori che intessono l’espressione dell’esistenza come individui e come società.

«Le parole sono il bmeglio e il peggio che abbiamo… Per le meraviglieche si possono esprimerecon la parola, se usataconarmoniae profondità; possono però diventareviolenteseutilizzate male, se si cambiail loro significato» (José Saramago).

Alcune, nelle mani di persone abili a manipolare la comunicazione, vengono divulgate quasi come “parole d’ordine” alle quali tanti si sentono costretti ad ubbidire per non mettersi fuori dal contesto in cui vivono, perché così fanno tutti, senza preoccuparsi di capire il fine per cui vengono usate… parole che “fanno solo rumore” e non chiariscono concetti e fatti, non informano, non aiutano a “dar forma alla mente”.

In una reale democrazia le istituzioni politiche, per essere autorevoli e riconosciute, devono essere capaci, da una parte, di dare regole precise, dall’altra, di coinvolgere tutti i cittadini considerati non oggetti da utilizzare ai più diversi fini ma soggetti e protagonisti del vivere insieme.

Governi e istituzioni, invece, non parlano realmente alla gente, non spiegano la situazione e le proposte per superare i problemi… anzi creano spesso un clima di allarme per avere le mani libere e non dar spazio a critiche e contestazioni: “non ci sono alternative”, “se non si prendono queste misure il paese cadrà nel caos e il futuro sarà incerto e difficile per tutti”… L’insicurezza per il presente e il timore per il domani rendono la gente incerta e preoccupata, di conseguenza più controllabile.

Del resto, nessuno può negare che in tutto il percorso storico la menzogna e la manipolazione dell’informazione abbiano fatto parte degli strumenti del potere.

“Le parole sono pietre” (Carlo Levi) e, secondo l’uso che se ne fa, si possono costruire muri o ponti, senza dimenticare poi che, soprattutto in questi tempi, «informazioni false producono eventi veri», basta pensare alla guerra in Iraq del 2003, alla distorsione dei dati sull’immigrazione, alla strumentalizzazione del terrorismo….

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Una cronaca che si fa Storia

Dieci buone ragioni per leggere un “minidiario” dai giorni della reclusione

▸ dai giorni del coronavirus

Esco alle otto e mezza di sera, perché non ho voglia di rifare la coda fuori dal supermercato, a un metro da quello prima e da quello dopo, che ci si guarda in tralice di continuo per far mantenere la distanza, con il serpentone che si allunga finché il supermercato non lo vedi nemmeno. Fuori, vuoto.
Ma vuoto vuoto. Che ho un primo attimo in cui dico ah, però, bello, mai visto così e poi mi scopro inquieto, perché le montagne, le vallate, il mare sono belli quando non ci sono le persone, le città no: se sono vuote sono città morte.

Comincia così il “minidiario dei giorni di reclusione”, scritto a partire dal 13 marzo, pochi giorni dopo l’inizio del “lockdown”, ma “scritto un po’ così”:

Sto scrivendo di getto, rileggendo a malapena quanto scrivo (è una delle regole che mi sono dato per questo diario, lo dichiaro fin dal titolo).

Ma scritto da chi? Da Trivigante, stando al nome del sito – trivigante e le cose – che evoca un personaggio dei poemi quattrocenteschi di Pulci, Boiardo e Ariosto.
E perché leggerlo, di questi tempi, intasati di commenti punti di vista critiche eccetera?
Per dieci buone ragioni. Che ti si fanno chiare man mano leggi il già scritto e si confermano poi di giorni in giorno (sperando che Trivigante tenga duro).

1.

Condizioni di vita comuni, o molto simili – anche se la barca un cui ci troviamo non è mai stata la stessa, e tanto meno lo è stata via via che la Fase Uno procedeva fino a sfociare, si fa per dire, nella Due – non hanno sgombrato la scrittura da una sua abituale e radicata postura: molte delle cose che abbiamo letto e leggiamo in questi giorni portano in sé l’ambizione, più o meno dissimulata, di alzarsi una spanna sopra gli altri, di distinguersene. Come se scrivendo, appunto, si potesse guardare quello che sta intorno da una posizione privilegiata, tirandosene fuori nella sostanza. O immaginando di farlo, comunque.
Qui no: chi scrive questo diario lo fa proprio perché si sente uno e centomila. Nessuno no, non scriverebbe altrimenti, non alimenterebbe con la scrittura quotidiana un desiderio più grande: condividere cose viste e sensazioni provate. Un desiderio che presuppone una cosa non da poco, e sempre più rara, o quanto meno rarefatta: la fiducia che un terreno comune esista, e sia quello a contare, in definitiva, e ad evitare che le voci che si fanno sentire, pretendendo di essere ascoltate, per quanto penetranti e preveggenti finiscano per clamare nel deserto.
E cosa di più comune del desiderio di fare qualcosa di sensato in questo tempo libero imposto? Senza tuttavia dare indicazioni e stilare vademecum, si badi. Offrendo se mai un esempio, raccontando la propria esperienza:

Suddividere la giornata in unità di tempo (venti minuti, mezz’ora) e dedicarne in modo accurato alcune ad attività pianificate, anche in modo multiplo, aiuta. Pulire e Netflix non aiutano, da soli. Per fare, quindi, un esempio, questo minidiario è una cosa di questo tipo, serve a me. A ciascuno, dunque, il suo.

2.

Il ricorso a un termine impegnativo come diario (per quanto abbassato da quel mini) non prelude al ripiegamento su di sé che tradizionalmente connota il genere: il rischio poteva forse esserci, ma l’antidoto è fin dall’inizio efficace, e consiste nell’ironia, colore dello sguardo che l’autore rivolge a se stesso e proprio per questo è capace di allargare agli altri:

Oggi l’Eco di Bergamo aveva undici pagine di necrologi, che delizia per gli anziani al bar, se solo ci fossero.

Oggi è il 22 marzo e se fosse il 1848, forse sarei fuori a finire le Cinque giornate contro gli austriaci. Non so, forse no, chissà, è che la prospettiva attualmente mi pare desiderabile rispetto allo stare chiuso in casa.

Bertolaso, al secondo giorno di lavoro, si è ammalato. Nella migliore tradizione del raccomandato appena ottenuto il posto fisso. Lo so, potevo non dirla ma non sono riuscito a trattenermi.

Al trentottesimo giorno di diario dalla reclusione è difficile non ripetersi o non arenarsi. (…) Ma come ha fatto Pellico nelle sue prigioni? (…) Forse dovrei fare come Pellico: «volsero alcuni giorni, ed io era nel medesimo stato; cioè in una mestizia dolce, piena di pace e di pensieri religiosi». D’accordo, ora mestizia dolce, per i pensieri religiosi vediamo più avanti. Dio, come vorrei andare in un bar a dire cazzate.

Diobono, cinquanta giorni. Cinquanta giorni che non bevo un cappuccino al bar. Ma oggi c’è il decreto, stasera c’è Conte. E allora sì. Ormai è una corsa parossistica: si potrà andare a innaffiare gli orti, anche quelli degli altri; si potrà andare nelle seconde case ma solo nelle proprie; si potrà andare in giro, sì, ma con giudizio; si potrà divertirsi sì, ma con la testa; si potrà fare il bagno ma solo chi abita a tre metri al mare o su chiatte galleggianti; (…) si potrà andare a Cuneo il giovedì; si potrà volare col parapendio ma non in luoghi affollati; si potrà andare al ristorante ma solo ordinando il secondo; si potrà spostarsi in un’altra regione ma solo su mezzi a due ruote; (…) riapriranno i cinema e le case chiuse; ci sarà la pace fiscale e quella edilizia e sarà tre volte natale e festa tutto il giorno; si potrà, infine, andare in vacanza ma solo con il camper o la roulotte. Ecco, non sono tutte affermazioni così lontane da quanto si sente in questi giorni.

3.

L’ironia, ma non solo: a non fare di questo un (mini)diario intimo è anche, o soprattutto forse, la propensione nativa, verrebbe da dire, più che intenzionale e programmatica, di concepire ogni passaggio entro una dimensione collettiva, naturalmente aperta a raccogliere, tra i fatti della cronaca, quelli sintomatici di una situazione comune e, in particolare, di un modo di sentire che non si limita al singolo. Il che è reso possibile proprio dal fatto che non li si guarda dall’alto o da fuori, gli altri, ma partendo da sé, dalle proprie sensazioni, da un confronto puntuale me e loro, fra prima e dopo:

Devo essere l’unico rintronato che non ha la mascherina. Nel senso che non ne possiedo nemmeno una. Ci ho provato a prenderle, ho chiesto al supermercato, in farmacia, in tutti i luoghi in cui è possibile farlo. (…) ce l’hanno proprio tutti e io non riesco a capire dove le abbiano prese, è un vero mistero. Dappertutto ci sono cartelli in vetrina che dicono che mascherine e disinfettanti sono finiti, ci dev’essere un mercato nero, un luogo segreto, un commercio sotterraneo di cui non sono a conoscenza. (…) Poi, alla fine, una persona gentile me ne regala una, di quelle sanitarie blu con i legacci. Grazie. Almeno ce l’ho anch’io, mi dava fastidio non possederne una a mia volta. Per averla.

Tutte quelle belle volte in cui mi sono detto aspetta aspetta senti che silenzio… Già, ma non era il silenzio, il supersilenzio di questi giorni, era un silenzio con il rumore di una macchina di fondo, qualche voce, un aereo, una sirena, un cacchio di coso che facesse qualche tipo di rumore. Adesso no. Stamattina, poi, non c’era davvero anima viva in giro e il silenzio era totale. Ecco, quando è così io ho un po’ paura. Forse paura no, sono inquieto. Perché un conto è stare da solo quando sei in mezzo alla folla, giusto, sacrosanto, e un conto è stare da solo perché sei da solo. 

Io ci ho messo poco a organizzarmi per lavorare a casa, documenti, pc, connessione, vpn, cose così, alla fine abbiamo chiuso l’ufficio ormai quasi due settimane fa e tutti a casa, a lavorare. Il problema è che la prima settimana sono saltati tutti gli appuntamenti – consulenze, incontri per lavori nuovi, preventivi eccetera – e la seconda il lavoro è proprio svanito. Puf. Nel senso che non è entrato assolutamente nulla di nuovo. (…) Che è un bel paradosso, a pensarci: in ospedale e in tutto il settore sanitario non sanno da che parte girarsi, porelli, fanno turni massacranti, travolti dalla marea di ricoverati, lavorano bardati che nemmeno i cosmonauti, e io – come molti altri, direi – sono costretto a casa a domandarmi se guardare una serie tv o sbrinare il freezer.

Ho dovuto mettere un freno anche ai vari telegram, whatsapp, chat e compagnia bella, perché il profluvio di scambi, mi sono reso conto, mi stava travolgendo e mantenendo il mio umore perennemente basso: non posso convivere tutto il giorno con lo scemo a Treviso che è uscito col cane di pezza, con lo stordito che ieri ha bruciato la vecchia (tradizione) in cascina ed erano in ottanta, con la rintronata che fingeva di avere la spesa e in realtà se l’era portata da casa, con gli irresponsabili di ogni forma e colore. Ecco, non ce la faccio.

Sveglio presto, in preda a una certa agitazione da non-uscirò-mai-più-di-casa, invece esco e mi dedico al movimento da criceto: dopo dieci giri dell’isolato attorno a casa sento che va meglio, sono più calmo.

4.

Il continuo, puntuale andirivieni fra sé e gli altri non occupa l’intero spazio del discorso: accanto alla scrittura c’è la vita che, guarda caso, ti avvicina anche fisicamente – per il poco che è possibile – agli altri. Lo scrivere non fagocita il vivere ma continua a rappresentarne solo un momento, per quanto indispensabile:

Da parecchio tempo, ogni volta che vado a fare il bucato cerco di aiutarlo e oggi lo stesso, ma mi rendo conto di come tutta questa situazione lo metta ai margini ancor di più: procurarsi del cibo, ricevere qualche soldo dalle persone di passaggio, approfittare della vicinanza di un supermercato, trovare eventualmente strutture per un pasto e una doccia, tutto ciò è diventato enormemente più difficile. E le persone si mantengono ancor più a distanza. Gli dò tutto quello che ho, in tempi normali sarebbe quasi uno sproposito ma questi non sono tempi normali, io non so quando potrò aiutarlo di nuovo e lui ha il vizio di mangiare tutti i giorni.

Oggi spesa. Frutta e verdura, non supermercato, perché vivaddio non è possibile credere alle notizie che la vitamina C guarisce dal virus e non avere le arance. Parto con lo zaino da trenta litri, due borse giganti della coop, un bauletto, pronto al trasporto perché ho da rifornire almeno cinque persone/nuclei familiari, il che fa un sacco ma un sacco di frutta e verdura. Perché l’imperativo del periodo non è solo andare a fare la spesa uno per tanti ma è anche prendere un po’ di roba in modo da andarci il meno possibile.

Fare la spesa per qualcun altro mi costringe a cercare prodotti sconosciuti e, di conseguenza, andare in corsie del supermercato che non avevo mai frequentato. Quello delle farine e delle fecole, per esempio, manco avevo idea non solo di dove fosse ma che ci fosse proprio. Che esistessero così tante tipologie di tè l’avevo letto nella narrativa inglese ma non pensavo fosse vero. Che qualcuno presti attenzione al dentifricio che acquista e che, anzi, ne voglia una marca specifica e un modello specifico a un aroma specifico questa per me è una vera novità. Io di solito li faccio girare per non dare soddisfazione a nessuno: una volta colgate, una volta mentadent, una volta pastadelcapitano. Che esistessero patatine allo zenzero è una cosa che ignoravo e che avrei continuato a.

Cose belle o particolari del periodo: i miei vicini che mi hanno regalato una forma di pane fatto da loro; una riunione con i miei zii, oggi, per decidere alcune cose su un affitto, fatta in cortile, ognuno in un cantone a debita distanza, essendo appunto in quattro; la mia vicina e amica T. che ogni mercoledì sera fa la pasta per due e me ne lascia una pentolata davanti alla porta; E. e F., due amici, con i quali facciamo lo scambio frutta/vino, io porto la frutta e, per fortuna, ricevo vino (molto più buono di quello che avrei preso io); persone per cui faccio la spesa, in modo che non escano di casa, che mi guardano dagli spioncini e parlano con gratitudine vera al di là della porta; gli stessi che poi mi regalano mascherine; una colomba superbuona ricevuta in regalo che sarà suddivisa in nove parti uguali, una per ogni persona presente in cortile, così festeggeremo in qualche maniera; i disegni ricevuti dalle bambine mie vicine ogni volta che porto loro delle fragole o delle cose buone; l’espressione degli occhi della guardia giurata che sta fuori dal supermercato ogni volta che la saluto cordialmente. Ce ne sono altre, il punto è che sono tutte cose che coinvolgono persone, bene o male. Un altro motivo per cui è difficile: mancano le persone.

5.

Sembrava immobile, e non era: queste pagine ci aiutano a percepire l’evoluzione che si è verificata nelle 55 giornate (ad oggi, cioè fino al diario della scorsa giornata, il 1° maggio), a ripercorre tappe che si sono succedute, lungo un percorso che ha incrociato, senza tuttavia coincidervi, le periodizzazioni segnate dai discorsi di Conte:

Sono giunto alla conclusione che sia sbagliato intrattenersi, in generale e soprattutto in questo periodo, intendo dire cercando svaghi per far passare il tempo, puntando ad arrivare a sera. È un errore in generale, perché distrarsi significa perdersi ore, giorni, mesi e anni di vita, e in particolare in questo periodo, perché non sarà breve – si è detto ma ora non breve comincia ad assumere una connotazione più precisa – e cercare distrazioni di continuo per far passare alcune ore porta solo, prima o poi, a scoppiare.

Il pensiero, a momenti, mi rode un po’, da qualche parte dentro di me c’è qualcosa che spinge alla ribellione solo per infrangere il divieto. Poi, ovvio, non lo faccio e sto buono, distraendomi come posso. Immagino che il sentimento sia alquanto condiviso. E poi c’è il terzo elemento che mi scoccia, e parecchio: il fatto che le regole siano così strette perché c’è una percentuale di persone, esigua o meno, che se ne è fregata finora.

Oggi sono andato al supermercato per il rifornimento delle persone che contano su di me e il mio giro di rifocillazione e la novità, oltre alle entrate contingentate, le mascherine, i guanti, gli orari ridotti dei giorni scorsi, è che provano la temperatura all’entrata. Con un pistoletto che puntano alla fronte e che dà subito la rilevazione della temperatura. Ecco, a me oggi il signore all’entrata ha puntato il coso, poi ha guardato perplesso, me l’ha rifatto (e io, a quel punto, ovviamente penso che ci sia un problema), ha guardato ancora perplesso, e me l’ha ripuntato la terza volta. Ahia, mi dico, e mi prefiguro un futuro a breve di reclusione e di diagnosi fatali. Il signore comprende il mio sguardo interrogativo e gira verso di me il pistoletto: lei ha trentaquattro. 34. Perfetto, o sto defungendo o direi che lo strumento altamente tecnologico ci garantisce una vera sicurezza, dentro il supermercato.

Scrivere, leggere, zappare, lettera, testamento. Ovvero, esattamente come prima della pandemia, sebbene siano stati tolti i viaggi e le visite di qualsiasi tipo. Per cui, trovo curioso questo bombardamento in rete di suggerimenti di cose da vedere, serie tv, film, cose da leggere, libri, fumetti, articoli, cose da sentire, podcast, canzoni, radio, per far passare il tempo in questo periodo. (…) Che poi, uno non comincerà a leggere ora, se non gradiva prima, e tendenzialmente non cambierà le proprie predilezioni proprio ora: usciremo da questo periodo e l’Italia sarà diventata una nazione di accaniti lettori? Giuro, questa non me la vorrei proprio perdere.

6.

E nell’evoluzione generale, torna con regolarità quella personale, a continuare il contrappunto che connota queste pagine, in cui non si scrive per far finta di essere sani:

Faccio fatica, dicevo, perché non posso fare alcune cose che sono essenziali per il mio equilibrio e che portano bellezza e meraviglia nella mia esistenza. Lo so, capita a tutti, ma i tutti non sono nella mia testa e devo invece conviverci io con me stesso.

Scrivere, anche questo minidiario, ascoltare un disco nuovo, lavorare a pleiliste musicali per il godimento diffuso, ascoltare musica buona davvero, leggere testi che contengano bellezza e ingegno, vagolare sulle mappe immaginando viaggi alla ricerca di itinerari coinvolgenti, imparare qualche cosa di nuovo, fare qualche conversazione di qualità, inviare una foto o un pensiero appropriato a qualcuno che possa apprezzare, fare un’azione utile per una persona, mettere a posto qualcosa, fare una gentilezza, condividere una cosa bella scoperta da poco, leggere o guardare una cosa che mi faccia fare una risata, fare movimento, buttare via una cosa inutile, pulire un angolino. Queste sono attività che cerco di fare ogni giorno, niente di zen o da allenamento da Karate Kid, tutt’altro, semplicemente cose che mi piace fare e che danno un senso, a sera, alla giornata. 

Per quanto riguarda me, le cose hanno preso un certo ritmo costante, i giorni feriali impegnati tra spese e consegne, i festivi talvolta pure o dedicati a pulizie e scrittura, le incazzature ci sono ma sono lì, in un angolo

Mutamenti d’umore, sia mio che delle persone con cui parlo, almeno alcune. Da un primo periodo di disponibilità e, direi, rassegnazione, dettate dall’emergenza, adesso lo stato d’animo prevalente è quello della stanchezza e della rabbia crescente a fronte di una politica che dire incerta è dire poco, a livello regionale lombardo poi non ne parliamo. Il timore che tutto si prolunghi e che non venga affrontato nel modo migliore si fa largo in molti, da quel poco che riesco a percepire al telefono con alcuni amici. Altri no, hanno staccato i canali di informazione e attendono diligenti. Bravi, lo dico seriamente. Io no, non riesco

7.

Che siano a meno i giornali, la fonte, quella dell’informarsi, del conoscere, del confrontare fatti e fatterelli resta una pratica irrinunciabile, che guarda oltre il locale coltivando curiosità e conservando capacità di meravigliarsi, sorridere e, perché no, provare scandalo:

Oltre ai sanitari, ovviamente, e tutto ciò che ci gira attorno, si va dalle grandi aziende come la LVMH, gigantesco conglomerato di marchi del lusso come Dior e Loewe, che ha annunciato ieri di aver convertito l’intera linea di produzione di profumi in gel disinfettante per le mani (…) a Jennifer Haller, donna di 43 anni di Seattle con due figlie adolescenti, che due giorni fa si è fatta iniettare la prima dose di “mRNA-1273”, dando il via ufficiale alla sperimentazione dei vaccini al Covid-19 sull’uomo. Meglio: sulla donna. 

Questa la devo segnalare qui: Kellyanne Conway ha diretto la campagna elettorale di Trump nel 2016 e, a vittoria ottenuta, è stata eletta «Counselor to the President». Come tale, consiglia e ieri ha detto una cosa interessante sul virus: «Stiamo parlando del COVID-19, non del COVID-1, quindi chi lavora all’OMS dovrebbe ormai esserne venuto a capo». Testuale. 

8.

Ed è soprattutto la cronaca politica ad alimentare il commento, a motivare il giudizio:

E io, ancora una volta, ringrazio il cielo che tutto ciò non sia accaduto un anno fa, con quel governo, quella ministra della salute, e quello là, oltre a tutto. Oggi avremmo l’esercito in strada con proiettili di gomma e idranti. 

Per fortuna, mi ripeto, al governo il sale in zucca c’è e, a Cesare!, si stanno comportando bene, dando dimostrazione di serietà e prontezza. Nessuno, credo, possa dirsi abbandonato in questo momento. I casini più evidenti si riscontrano quando intervengono i governatori locali delle zone più colpite, Lombardia e Veneto, dunque leghisti entrambi, che premono per avere la propria visibilità e, quindi, impongono conferenze stampa in concorrenza con quelle ufficiali della protezione civile.

Sempre peggio la mia insofferenza nei confronti della gestione lombarda della crisi. Ma vivaddio, come posso sentirmi meglio se ogni giorno ce n’è una? Oggi gli spazi pubblicitari sui giornali acquistati da Regione Lombardia (soldi tuoi, soldi miei): «28.224 vite salvate. Sanità privata insieme alla sanità pubblica». Un morto su dieci al mondo, al mondo!, è in Lombardia e pure mi tocca guardare le pubblicità sui giornali pagate con il mio bollo del motorino. Sono sempre più basito e incazzato, va bene tutto ma essere prima bastonati e poi presi in giro no, no!

La pletora di individui o enti o chissà dio cosa che intervengono a casaccio nel dibattito pubblico e menano il can per l’aia: chi sostiene che la seconda ondata di contagio sia inevitabile, chi dice subito chi dice in autunno, e ovviamente non ci sono dati per dirlo ma l’acqua al mulino della riapertura rapida è portata (trad.: se ci sarà comunque, tanto vale lavorare finché si può)

Io no, non ho cantato [il 25 aprile]: io sono scappato. Lo ammetto, mi spiace davvero per chi non lo può fare, sono uscito e me ne sono andato a camminare per i campi. Senza incontrare nessuno, senza contagiare nessuno, senza parlare con nessuno, ho portato un fiorellino alla lapide di un partigiano non distante da casa, e poi ho camminato. Perché va bene non andare in piazza ma stare pure chiuso in casa anche il 25 aprile non ce l’ho fatta. Ho camminato, ho pensato, ho canticchiato, mi sono commosso, ho ricordato, ho celebrato, ho parlato e salutato chi non c’è più, ho ringraziato. Come sono certo hanno fatto molti come me.

Senza comunque mai cedere alla seriosità cui la cronaca politica ritiene di doversi attenere:

I democratici guadagano quasi mezzo punto, passando dal 22,5% della scorsa settimana all’attuale 22,9%. Non c’è che dire: prendi Zingaretti, chiudilo in casa con un virus brutto, riducilo al silenzio e il partito guadagna.

La Regione Lombardia ha (aveva, a questo punto) un piano pronto per affrontare un’ipotetica pandemia (…). Forse alla prossima stretta mi faccio trovare in Trentino.

Ho già detto che una cosa che mi scoccia parecchio è saltare il 25 aprile, di regola in corteo a Milano, come è d’uopo. Qualcuno propone di cantare «Bella ciao» dai balconi, qualcun altro non è d’accordo – e te pareva… – e opta per «Fischia il vento», perché se non si va divisi non ci si diverte. Non so come andrà, so che non sarò in piazza e non vedrò le persone come me, cosa che mi dà sempre una bella iniezione di fiducia. Poi, ieri sera, ho sentito parlare Caterina Avanza, una che si definisce «euroguerrigliera» e non eletta col PD alle elezioni europee, di «Partigiani 4.0» e mi è venuta ancor più voglia di piazza e di bandiere. Di Partigiani 1.0, che poi mi sono perso il due e il tre.

9.

La constatazione che progressivamente si impone, scorrendo queste pagine, è che in esse, grazie ad esse, la cronaca si fa Storia, una Storia fatta di storie, delle storie di chi non si sarebbe mai aspettato di vivere una vicenda simile, né di viverla come di fatto la sta vivendo:

A proposito del minidiario, non l’ho detto finora: più di quindici anni di blog in rete nei quali non solo non ho mai detto il mio nome ma nemmeno la città (le città) dove ho vissuto e vivo, le cose che faccio, insomma per farla breve ho parlato molto raramente di me e ora, in questa situazione imprevedibile, mi ritrovo a doverlo fare, anche se in misura minima, tutti i giorni. È curioso, è pur vero che ho scelto io di farlo e dedicarmici perché so che in futuro mi sarà utile aver raccolto le impressioni giorno per giorno, per capire come da un punto A (un tizio a Codogno ma poi scopriremo che non è così, che si deve retrodatare la cosa di parecchio) a un punto C (che ancora non conosciamo) attraverso parecchi punti B (la quarantena, la chiusura della Lombardia prima e del paese poi) che prima parevano inimmaginabili. Per esempio, sono certo che tra qualche anno non ricorderemo esattamente come si passò, nell’inverno 2020, da una situazione di normalità, o quasi, alla chiusura dei confini regionali e all’impossibilità di muoversi all’interno del paese, sarà un ricordo indistinto, non preciso. Per questo serve scrivere le cose giorno per giorno, anche frettolosamente come sto facendo qui io. 

Come me alcune persone si sono poste la questione di come documentare questa pandemia: se per i dati dei contagiati ci sono i bollettini, se per la cronaca ci sono i giornali, se per i decreti ci sono gli atti del Governo, per raccontare cosa è successo, succede e succederà nelle vite comuni, tra la popolazione, servono altri modi. Scrivere, magari, riprendere, i modi sono molti, purché siano trasmissibili.

Ora – e mi si perdoni l’accostamento – ho compreso come avvengono le cose: si ritengono impossibili (ancora una ripetizione ma non trovo un termine analogo di pari forza per esprimere il concetto) fino a un certo punto e poi è troppo tardi. Ecco cos’è successo in Germania all’avvento del nazismo e in mille altre situazioni della storia umana, ecco perché le persone non scappano o si mettono al sicuro, ecco perché si sta lì immobili a osservare la catena degli eventi senza prendere alcuna decisione. Perché, semplicemente, non ci si crede.

10.

La Storia dunque, ma non la Fine della Storia: basta tenere aperti gli occhi, navigare nel mare dell’informazione ma con la bussola, sapendovi discernere quel che conta, non accumulando ma interpretando i fatti, e la Storia continua. E siamo noi, per quanto surclassati dalla cieca vita del SARS-CoV-2 – per gli amici, Coronavirus – a farla, o a opporvi resistenza (resistenza per favore, non “resilienza”…):

In Danimarca l’hanno fatto, un concerto con pubblico presente in modalità drive-in: (…) pare, dal palco, un concerto in una concessionaria dopo una catastrofe nucleare. Ma al di là delle impressioni, i problemi: E se, come sempre capita a un concerto, ho bevuto molta birra e devo andare a pisciare, ci vado a piedi o con l’auto? Perché non è mica semplice, vista la disposizione nella foto, sarebbe un bello sketch: scusate, scusate, devo andare in bagno, mentre prendo a sportellate tutte le auto tra me e il cesso. Una delle attività principali del periodo sono le videoconferenze. Io le odio, mi danno abbastanza fastidio e cerco di evitarle in ogni modo. Non capisco perché non bastino le audio – e sia necessario aggiungere il video-(…) Io, una volta, quando mi hanno chiamato per la videoconferenza ero al cassonetto.

Fabbriche e graffiti

Un contributo importante all’archeologia industriale

Tag, segni e tracce lasciate nelle Cattedrali del lavoro ormai abbandonate immortalate da Gigi Bellometti.

Ha respirato l’aria della fabbrica, Gigi Bellometti, sin da bambino, nelle officine meccaniche del nonno, e poi da operaio, in gioventù, e in seguito, per una vita – arrivata oggi vicino agli ottanta – attraverso l’impegno a vario titolo prestato nel sindacato.

Un’aria, quella dei capannoni e delle macchine, che si è tuttavia rarefatta a partire dalla fine degli anni ’70 e soprattutto con le grandi ristrutturazioni degli anni ’80, che dopo il tessile investirono il metalmeccanico.

Di qui la consapevolezza che, come la memoria della civiltà contadina in seguito allo spopolamento delle cascine, così anche quella dei luoghi della produzione industriale poteva disperdersi con l’abbandono e il degrado di quelle che si potevano considerare Cattedrali del lavoro. Questo il titolo del grande reportage fotografico con il quale Bellometti ha offerto un contributo importante alla ricerca archeologico-industriale diffusasi in Italia, e a Brescia, sul finire degli anni ’70. Gli stessi in cui – la coincidenza appare in questo caso significativa – apparivano nei ghetti newyorkesi i primi graffiti, manifestazione di quella cultura hip-hop non a caso richiamata in una delle immagini che in anni recenti Bellometti ha scattato fra le rovine delle fabbriche disertate dal lavoro, a Brescia come a Nave e in altri centri della provincia.

Rovine che dovrebbero più propriamente dirsi macerie, nella maggior parte dei casi essendo il frutto non dell’usura del tempo ma di deliberati interventi di demolizione.

È dunque in queste cattedrali sconsacrate e fatiscenti che l’obiettivo del fotografo si è appuntato sul contrasto coloristico con cui segni per i più indecifrabili si impongono sulle tinte smorzate del grigio del cemento e della ruggine degli scheletri delle strutture.

Appaiono lontanissimi i tempi in cui non graffiti dal sapore vagamente esoterico ma scritte chiare nel loro significato comparivano sui muri di queste stesse fabbriche e gettavano una luce sulla vita che, al di là delle ininterrotte cortine murarie che le circondavano, si svolgeva. Nei suoi momenti cruciali come nella sua ordinaria quotidianità.

Dicevano delle ragioni della lotta in corso nel 1979 e nei primi anni ’80, le parole a lungo rimaste a fianco del cancello della Sider, in quell’anno venduta a Lucchini; mentre in un capannone della stessa fabbrica, a coronare un grande scaffale, compariva – ancora leggibile al tempo in cui si effettuavano sopralluoghi finalizzati a individuare reperti per l’allestimento del futuro Musil – un monito perentorio («Gli attrezzi vanno rimesso al loro posto!”» ed esplicitamente indirizzato a non meglio definite «Teste agricole» – gli operai provenienti dalla Bassa, c’è da pensare, entrati in fabbrica ma non ancora del tutto assimilati alla sua disciplina.

Generalmente condannati quando compaiono sui muri che costeggiano le vie cittadine, i graffiti disegnati su muri fattisi anonimi e privi di valore come quelli che Bellometti si ostina a leggere, sembrano testimoniare una volontà di «lasciare il segno» che spesso si traduce in semplici tag, nomi in codice che solo altri graffitari sapranno interpretare. Una ricerca di riconoscimento entro una cerchia ristretta, dunque, ma pur sempre espressione di un’affermazione di Io che temono l’invisibilità, più di tutto.

Messaggi tanto più dissonanti, prove di esistenza tanto più spaesate quando per lasciare i loro segni vistosi scelgono gli stessi luoghi in cui intere generazioni, lontane dalla preoccupazione di marcare una traccia individuale, hanno in larga parte affidato alla dimensione collettiva la propria identità.

Un segno nella storia I graffiti disegnati su muri fattisi anonimi e privi di valore sembrano testimoniare una volontà di lasciare il segno che spesso si traduce in semplici tag e nomi in codice.

Pubblicato sul Corriere della Sera – Brescia del 30 novembre 2019
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Morire d’amianto le storie di dolore in un libro

Brescia nel libro di Pietro Gino Barbieri, ex medico del lavoro

Un libro che ha a tratti il sapore di una narrazione e in altri quello di un saggio: è di un ex operaio della Eternit il giudizio, Nicola Pondrano, autore della nota di prefazione. Un operaio divenuto in seguito dirigente sindacale della Cgil ma anche del fondo per le vittime dell’amianto e dell’associazione dei loro famigliari. Nel suo percorso si rappresenta la vicenda, il dramma anzi, raccontato dall’autore, Pietro Gino Barbieri, medico del lavoro dal 1980: «il dramma prevedibile di una strage prevenibile», come recita il sottotitolo di «Morire di amianto». E prevedibile era davvero, dal momento che fin dagli anni Cinquanta era dimostrata l’associazione causale tra amianto e cancro del polmone e dagli anni Sessanta quella con il mesotelioma maligno, un tumore della pleura e del peritoneo.

Asbestosi si chiama la patologia che prelude spesso al cancro: dal greco ásbestos, che significa inestinguibile, e non caso Ludwig Hatschek, l’austriaco che nel 1901 brevettò il «cemento-amianto», chiamò il suo ritrovato Eternit per richiamarne la resistenza eccezionale, la durata addirittura eterna. E Eternit si chiamò la fabbrica sorta nel 1907 a Casale Monferrato e che solo ottant’anni dopo ha chiuso la sua attività dopo aver provocato una vera e propria strage, ancora in corso oltretutto, perché non solo gli operai addetti alla produzione ma anche gli abitanti della cittadina ne hanno subito gli effetti, e li subiscono tuttora essendo che di amianto si muore anche a distanza di decenni. A Casale, ma anche a Brescia: «Nessuno ci aveva informato che l’amianto era un potente cancerogeno» racconta Valerio, ex operaio della ATB, per cui «il rischio amianto non era da noi considerato così grave ma un rischio come altri, come il rumore, la fatica…». Risultato: «Alcuni compagni di lavoro sono morti di mesotelioma maligno dovuto all’amianto respirato in ATB. Non sono molto tranquillo se penso che potrebbe capitare anche a me…». (Viene in mente, sia pure nella sua approssimazione, il murale che i «Gnari di Campo Fera» avevano dipinto a poca distanza dalla fabbrica, vicino all’ingresso del loro luogo di ritrovo: “ATB=TBC”).

Testimonianze come quella di Valerio si alternano a capitoli nei quali si ricostruisce dal punto di vista storico e scientifico la questione e a «box» che forniscono gli elementi essenziali per affrontarla anche al lettore comune. Anche a chi in fabbrica non c’è mai stato, ma non per questo si può dichiarare estraneo ai pericoli che l’esposizione all’amianto comporta, anche quando si tratta solo di un’«esposizione passiva ambientale» come quella che può essere correlata alla protratta vicinanza a coperture di tetti in eternit in condizioni di degrado, o a un contatto del tutto imprevedibile: è il caso di una maestra che con i suoi alunni per anni aveva usato il DAS — la pasta, assai diffusa nelle scuole, con la quale si modellavano piccoli oggetti —ignara che quel materiale contenesse amianto.

Operai al lavoro, nell’Acciaieria della Sider, muniti di protezioni
realizzate con l’impiego di amianto (foro Archivio Ugo Allegri, da La
città, la fabbrica, la memoria
, a cura di Carlo Simoni)

È qui, nella ricostruzione delle diverse situazioni e dei casi più disparati, che la vena narrativa che percorre il libro, animata in primo luogo dalle testimonianze riportate, si complica di un ulteriore traccia che il lettore può seguire con continuità: quella che restituisce le intuizioni via via emerse, gli sforzi — non di rado osteggiati — di appurare la verità, la competenza appassionata con cui Barbieri ha svolto il suo lavoro e sa ora farci partecipi di un’altra storia. La sua, la storia di un percorso professionale che ha conciso con una pratica ininterrotta di impegno civile, e di solidarietà attiva. Un impegno che prosegue, oltre che nella ricerca, nelle consulenze e nelle perizie svolte in numerosi processi penali, occasioni grazie alle quali — osserva lucidamente l’autore — «ho potuto apprendere molto, ricevere interessanti stimoli a sviluppare approfondimenti, conoscere da vicino lo scenario processuale, i valori in gioco, le diverse competenze a confronto e, soprattutto, la grande difficoltà a provare il nesso di causa tra l’esposizione ad amianto e l’insorgenza di patologie» ad esso correlate.

Pubblicato sul Corriere della Sera – Brescia del 30 novembre 2019
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Tornando a casa. Diario di un trekking himalayano

Dedicato a mia figlia Valeria, perfetta compagna di cammino
Si ringraziano Keshab lo sherpa, Prabath la guida e soprattutto il magico Nepal

Una volta anche lui era angosciato
dalla morte. Sì, e pure dalla vita, per
questo. Forse soprattutto dalla vita.
Angosciato, sì. Ma era molto tempo
prima. Anche l’angoscia è rimasta tra le
montagne. Ora c’è per lo più grande
quiete in lui. E, intorno a lui, come tra le
montagne.
(G. Gunnarsson, Il pastore d’Islanda)

La polvere nei denti è la prima sensazione che ti regala Kathmandu. Strade per lo più sterrate, traffico caotico peggiorato dalla guida a sinistra all’inglese. Macchine, bus strabordanti persone, motorini, biciclette, mucche patite, sdraiate sulla carreggiata che i veicoli evitano con sterzate improvvise, galli e galline, cani dallo sguardo mansueto e polvere dovunque. Gruppetti di donne, armate di scope di saggina hand made, spostano con gesti automatici la polvere dai marciapiedi, la sollevano per lasciarla ricadere pochi metri più avanti. Ci sembra di capire che il governo garantisca alle donne della capitale una sorta di compenso simbolico per il lavoro di pulizia strade, che in realtà si riduce a un semplice alzare la polvere in aria.

Kathmandu, oltre che inquinata e polverosa, è lurida e povera. Espone la propria miseria senza ritegno, baracche e campi tendati in pieno centro inclusi. Il Nepal è uno dei paesi più poveri al mondo, con una caduta del PIL del 35% negli ultimi due anni e un elevato tasso di denutrizione infantile. Ogni anno dalle cinquemila alle dodicimila ragazze nepalesi, dai sette anni in su, vengono rapite per lavorare nei bordelli indiani.

Al calare del sole la città si fa buia, cavi elettrici malconci penzolano fra un pilone e l’altro quasi sfiorando terra, annodati gli uni agli altri, ingarbugliati. La corrente elettrica illumina solo gli esercizi commerciali e gli alberghi, le strade sono scure e ci si devono cavare gli occhi per non calpestare mucche, bufali o cani randagi adagiati sui marciapiedi.

Kathmandu sorge a 1.337 metri di altitudine, ma di montagne neanche l’ombra. Comincio a chiedermi che cosa mi abbia condotta in questo luogo dimenticato dagli dei e sommerso dallo smog e dalla polvere. Che cosa mi credevo di trovare? Che cosa cercavo? Da dove veniva tutta quell’attesa, quel desiderio di Nepal che covavo da decenni e che mi ha portata qui a calcare i primi passi della mia vita da pensionata?

Il nostro è un viaggio in autonomia. Ho cercato di associarmi a un gruppo di Avventure nel Mondo che però non ha avuto fortuna. Dunque: o rinunciare al Nepal o organizzarsi da sé. Ho scandagliato internet, indagando tutti i siti di trekking, per poi decidermi a contattare un’agenzia nepalese che ci fornisse una guida e uno sherpa. Due viaggiatrici: io e mia figlia Valeria che si è offerta di condividere con me questa avventura.

Non è prudente due donne sole in un paese lontano come il Nepal – mi dicevano gli amici. In realtà si tratta di un paese povero ma tranquillo, dove non capita di sentirsi insidiate o in pericolo. Poi il percorso scelto è molto frequentato, uno dei classici, niente di veramente avventuroso. E poi si deve andare.

La guida ci conduce in un vicolo non più pulito di altri e in fondo compare come un lampo Boudanath, lo stupa buddhista più grande del mondo, ricostruito dopo il terremoto del 2015 che uccise novemila persone e ne ferì gravemente ventiduemila, riempiendo la capitale di profughi che avevano abbandonato i villaggi. L’impatto con questa imponente costruzione sacra è fortissimo. Su una base quadrata, poggia un’ampia cupola bianca. Da una sorta di campanile gli occhi di Buddha ti seguono ovunque. Pellegrini, monaci e nepalesi qualunque s’incontrano qui per camminare intorno allo stupa, secondo il rituale, suonando le campane tibetane, facendo rollare le ruote di preghiera e, ovviamente, pregando. Intorno monasteri, laboratori che producono candele di burro, corni cerimoniali, cappelli piumati per i lama e tamburi, scuole di pittura sacra e bandiere di preghiera ovunque. Un senso di sacralità è palpabile, forse è questo girare ipnotico, ne’ avanti, ne’ indietro, solo camminando in tondo in senso orario, in silenzio, le campane che suonano di continuo mentre il cielo scolora. Originariamente lo stupa era una stazione postale fra Lhasa e Kathmandu, dove i mercanti tibetani si fermavano a pregare per propiziare il viaggio prima di affrontare gli alti passi himalayani. Mi viene l’idea di acquistare un rosario nepalese e cominciare a sgranarlo, ma invisibili lacci ancora mi trattengono, sono appena approdata in questo mondo enigmatico. Un gesto mancato.

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Il Musil e il suo contesto

«Non si può collocare un’opera così importante – qual è il Musil – in un contesto di degrado fatto di scheletri di capannoni». Tempestiva l’osservazione di recente espressa su questo giornale da Maurizio Pegrari. Occorre tuttavia ricordare che quanto attornia gli edifici destinati alla musealizzazione non è il risultato di un naturale, inevitabile degrado, ma della sistematica demolizione che negli anni scorsi ha raso al suolo fabbriche, cinte murarie, serbatoi pensili. I segni di un passato produttivo senza i quali il nuovo museo corre un rischio di non poco conto: lo spaesamento. Non a caso l’ipotesi – nella sua formulazione originaria, negli anni ’80 – di un museo della Brescia contemporanea, della sua modernizzazione e della sua industria, attribuiva al polo espositivo anche la funzione di centro di interpretazione di un contesto del quale si riteneva essenziale fossero conservate le presenze architettoniche più significative e la fisionomia complessiva. Le cose non sono andate così, appunto, ma non sono solo «scheletri di capannoni» ciò che resta dell’ex laminatoio che affianca il museo e degli edifici industriali pericolanti che si innalzano – non sappiamo per quanto ancora – appena a sud del museo stesso: un loro recupero, capace di non cancellarne i caratteri così come di prevederne un riuso non puramente abitativo e terziario, appare indispensabile garanzia del mantenimento di quel contesto.

I capannoni ottocenteschi della ex Tempini in un’immagine di Luigi Bellometti

Un contesto senza il quale l’ubicazione del Musil potrebbe apparire una circostanza casuale, o comunque non evidente, ai visitatori più giovani come a quelli forestieri. Sufficiente dunque un intervento di questo genere? No. La complessità della vicenda storica e sociale che ha connotato questa parte della città, tanto da farne un caso esemplarmente rappresentativo delle dinamiche dell’industrializzazione, chiede di essere ricostruita, documentata, raccontata, all’interno del museo stesso. Dal suo allestimento – tuttora allo studio, come si è recentemente appreso, e, ci si aspetta, certamente attento a questo versante – non meno che dalle iniziative di recupero ancora possibili (e indilazionabili!) nel suo intorno immediato dipende la possibilità di evitare che quello che sta per nascere si riveli, al di là delle sue più generali e indiscusse finalità, un museo «fuori luogo».

Dal Corriere della Sera del 13 novembre 2019.
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La fotografia in testa a questo articolo è l’ex laminatoio della Bisider in un’immagine inedita di Luigi Bellometti.

Un sorriso gigantesco sull’Algeria

Una lettera di Zazi Sadou, l’amica algerina da tempo ospite di secondorizzonte, sulle proteste suscitate dalla volontà di perpetuarsi di un potere arrogante e cieco

“Sono rientrata ieri da Algeri. Vi ho passato 15 giorni e naturalmente l’8 marzo.
Spero di potervi ritornare presto. Questo mi mette in movimento, come puoi vedere. Spero che le manifestazioni restino pacifiche come lo sono adesso. È assolutamente evidente il senso di fraternità e il buon umore. Un clima che non ho mai vissuto in passato. Aleggia sull’Algeria un sorriso gigantesco. È così che lo sento. Quando ci si incrocia nella strada ci si guarda e ci si sorride. Soprattutto con le donne e i giovani. Sono tutta sotto sopra. E ho un desiderio folle di ripartire.”

Lettera aperta a questo potere che rifiuta di ascoltareIL NOSTRO CUORE BATTE DI NUOVO

Da parecchie settimane un clamore immenso sale dal più profondo dell’Algeria. Milioni d’Algerine e d’Algerini misurano a grandi passi le città e i villaggi per dirvi: «Andatevene», «Sgomberate», «Voi siete indegni del nostro popolo e della nostra fiducia», «Il vostro sistema è marcio», «né prolungamento del 4° mandato né mantenimento del vostro sistema» …

Voi rifiutate di sentire questo clamore immenso. Ma né voi, né nessuno potrà soffocarlo.

Prendete lezione dalla storia e andatevene.  Restituite le chiavi del nostro bel paese. La rottura è consumata.

Se voi non sentite niente è perché siete morti o decidete di non sentire niente come avete fatto da decenni.

Nel 1970, il vostro sistema ha represso e imprigionato centinai di studenti e studentesse il cui unico torto era di reclamare la giustizia sociale.

Nel 1988, il vostro sistema ha fatto uscire i suoi carri armati per sparare su giovani che mostravano i loro petti nudi. Avete imprigionato decine di militanti il cui solo torto era di reclamare la giustizia sociale.

Nel 1999, il vostro sistema ha messo la museruola alla voce delle vittime del terrorismo e decretato l’amnistia degli assassini imponendo l’amnesia generale e il furto organizzato della nostra memoria collettiva. Avete fatto la scelta del crimine e pretendete di aver portato la pace. Quello che voi occultate è la resistenza eroica del nostro popolo di fronte alla barbarie del GIA e i suoi sostenitori. Avete fatto la scelta di ignorare l’estremo sacrificio dei suoi figli.

E’ ai sacrifici di Katia Bengana, Amel Zenoune, Mohamed Sellami, Benhamouda, Alloula, Medjoubi , Tahar Djaout, Djillali Liabes e di centinaia di migliaia di martiri anonimi e di donne e uomini resistenti civili, di patrioti, di soldati che noi dobbiamo il merito di aver conservato la nostra bandiera e il nostro inno nazionale.  Queste preziose eredità di Djamila Bouhired, Abane Ramdane, Maurice Audin e i milioni di martiri dell’indipendenza.

La nostra eterna riconoscenza va a quelle e a quelli che ci hanno permesso di sfuggire a una teocrazia wahabita sanguinaria e che permette ai giovani di oggi di manifestare affiancati, con rispetto e fraternità. Questa speranza nascente appartiene a loro. Voi non gliela potete sottrarre.

Il nostro popolo non ha alcun debito con voi. Da 20 anni voi lo tradite.

Prosciugando le ricchezze del nostro paese e aspirando il suo midollo fino all’osso…

Ipotecando la nostra sovranità nazionale e dando da bere la voce dell’Algeria sulla scena internazionale…

Volendoci umiliare davanti alla terra intera, facendoci passare per un popolo vassallo di una poltrona e di un volto…

Impedendoci di sognare un mondo nuovo e migliore per i nostri figli e nipoti…

Scoraggiando e anestetizzando migliaia di dirigenti integri in tutti i settori dell’economia, dell’educazione, della salute, della giustizia ecc… E che, a dispetto del disgusto che si è insinuato in essi, fanno del loro meglio perché l’Algeria non crolli ancora di più…

Distruggendo la speranza di un futuro luminoso per i giovani che, tutti i giorni, hanno sfidato la morte senza sepoltura gettandosi in mare…

Dando potere a incolti, predatori, ladri, ignoranti, leccapiedi, gente senza dignità né onore, senza fede né legge…

Usando la corruzione per governare.

E usando terrore e intimidazione per durare…

Concedendo i favoritismi, l’uso illecito di informazioni privilegiate, i procedimenti d’ingiunzione, la concussione, il furto organizzato per garantirvi fedeltà che finiranno per lasciarvi… Non dimenticate mai che quelle e quelli che hanno la pancia molle e «piena di fieno» temono il fuoco.

Presto o tardi vi renderete conto dei disastri in cui avete immerso l’Algeria. Voi vi attaccate a un trono vacillante … Cessate di giocare ai pompieri-piromani. Mettete fine a questa macabra sinfonia di sedie musicali. Inutile affaticare il diplomatico/pensionato per fabbricare una «soluzione» della crisi.  Lo schema dell’Onu di gestione di crisi è inoperante.

Ascoltate il clamore.  Sentitelo. Prendete atto della fine del vostro sistema.  Andatevene, il popolo lo grida da settimane.

Per il dopo, non preoccupatevi, c’è tanta energia e creatività da dispiegare per trovare buone soluzioni  e costruire una Repubblica, democratica e sociale.

Il nostro cuore batte di nuovo e non smetterà più di far brillare l’Algeria negli occhi magnifici delle nostre figlie e dei nostri figli. Sono così fiera di essere Algerina. Io non dimentico. Non abdico.

Zazi Sadou

Femminista Port-Parole del RADF – Rassemblement Algérien des Femmes Démocrates – 1993-2004 [lettera inviata il 14 marzo 2019, traduzione di Delfina Lusiardi]

La forma e il volto della città / Il «Bigio»: e il museo della città?

Dal Corriere della Sera-Brescia del 2 novembre 2018.
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Mettere temporaneamente il Bigio in un museo e intanto proseguire il dibattito per trovare una soluzione condivisa perché – sostiene il Sindaco – «Non è mai accaduto nella storia dei paesi democratici che le statue rimosse dopo le dittature, di cui erano un simbolo, siano state ricollocate. Quella dell’Era Fascista sarebbe il primo caso, non è una banalità»: ecco il punto. L’affermazione del primo cittadino, riportata da questo giornale pochi giorni fa, arriva dritta al cuore della questione: riportare il Bigio in piazza Vittoria sarebbe una «rimonumentalizzazione». Di fatto. Al di là delle intenzioni. Una rimonumentalizzazione gradita ad alcuni, inaccettabile per altri, innegabile anche da parte di chi si ostina (di questi tempi!) a predicare l’avvenuto tramonto delle ideologie e il conseguente necessario avvento di uno sguardo sul presente depurato di ogni retaggio. Ingombrante, «divisivo» o anacronistico che lo si voglia definire. Ma tralasciamo le prevedibili manifestazioni di soddisfazione o disappunto che accompagnerebbero la ricollocazione del Bigio nel luogo in cui si vide per poco più di un decennio, e stiamo ai fatti: non risulta che in città ci sia chi disconosce il carattere di documento della statua, documento di un periodo che si inscrive nella storia bresciana del ’900, mentre è noto a tutti che larga parte dei cittadini non è disposta a riconoscerle il carattere di monumento.

E dunque: i documenti, quelli materiali in primo luogo, trovano la loro sede naturale nei musei. Qualcuno obietterà che anche il Garibaldi a cavallo nell’omonima piazza è un documento del suo trionfale ingresso in città: certo. Ma i documenti che si trovano nelle piazze si chiamano monumenti, per l’appunto. Museo dunque, ma quale? Se il Bigio testimonia un momento della storia della città perché non dovrebbe essere il «Museo della città» – come fino a qualche anno fa lo si chiamava – ad ospitarlo e ad esporlo? Non mancano museografi colti e assennati che gli troverebbero una collocazione che non interferisca con la struttura storico -architettonica del complesso. In compenso, si otterrebbe il risultato non secondario di far entrare in un museo della città che ha dimenticato la sua vocazione originaria – quella di raccontare tutta la storia di Brescia – un documento, sia pure non particolarmente rappresentativo, della sua vicenda contemporanea, fin ad oggi ignorata.

Da «sonadùr» al Carnevale a concertista

Dal Corriere della Sera (Brescia) del 10 gennaio 2018

Daniele Richiedei con il padre Nerio: entrambi oggi sono fra i sonadùr del Carnevale di Bagolino

«Io, bambino, accolto nel gruppo dei suonatori. Io, piccolo, in mezzo a loro, avvolto nel suono del bassetto, delle chitarre e dei violini. Ero troppo piccolo per suonare, e sentivo di essere privilegiato rispetto gli altri bambini nel poter stare lì, ai piedi di mio papà che suonava. Il violino».
Nel primo ricordo che Daniele Richiedei ha del Carnevale del suo paese, Bagolino, a occupare la scena è la musica, l’esperienza dell’essere immersi nella musica: un po’ come accade a chi, come lui oggi, suona in complessi musicali e in orchestre.
Certo, il violino di suo padre era lì, in casa, per il resto dell’anno, ma non è su quello che lui proverà a mettere le mani: è un violino piccolo, adatto a un bambino di sei anni, quello sui cui inizierà a studiare alla scuola di musica giù a Storo.
Avrebbe potuto diventare un sonadùr, come altri sui coetanei di Bagolino, e il violino prenderlo in mano, ogni anno, solo qualche settimana prima del Carnevale. Invece, liceale diciassettenne, decide di far sul serio, va al conservatorio.
L’esperienza accumulata gli risparmia qualche anno: a ventitré è diplomato. Oggi, a trentatré, è secondo violino dell’Ensemble del Teatro Grande, ma gli accade spesso di esser chiamato a suonare anche nell’orchestra del Festival pianistico e in altre compagini prestigiose. La musica classica però non è tutto: ci sono anche il pop e il rock, il jazz e l’improvvisazione. Perché la musica bagossa non si è mai ridotta a preistoria della sua vocazione. Non solo per il fatto che ogni anno è là, sonadùr fra i sonadùr ad accompagnare le danze dei balarì, ma anche perché senza quella non ci sarebbero state probabilmente la curiosità di sperimentare, la versatilità come dimensione connaturata del far musica. E, coerentemente, sarebbe forse diversa l’immagine che Daniele ha del proprio futuro, non coincidente con il posto sicuro, in un’orchestra stabile, ma con il perseverare nel mettersi alla prova su piani diversi di espressione musicale, perché, in fondo, la musica è una. Non c’è musica colta o incolta, classica o popolare.

Daniele da bambino impegnato a eseguire le prime musiche

C’è musica cattiva e buona se mai, ma soprattutto c’è musica ridotta a prodotto da consumare e musica che vive del respiro lungo di una socialità che non si è lasciata omologare nei riti di massa, e resiste, non in forza di un arroccamento geloso ma del senso che una comunità continua ad attribuirle. Non troverete sonadùr, balarì e màscher alle feste del vino e agli shopping day dei centri commerciali: il Carnevale di Bagolino è conosciuto in tutta Europa perché generazione dopo generazione (sì, ci sono anche «nativi digitali» fra le figure che lo animano) continua a vivere. Se chiedete a Nerio – il padre di Daniele, animatore della Casa museo di Bagolino – perché fra gli oggetti raccolti ed esposti sono pochi quelli attinenti al Carnevale vi risponderà che non potrebbe essere diversamente, «perché la festa è ancora viva, e i suoi segni non sono ancora oggetti da museo». Viva, e capace di stimolare sempre nuove ricerche sul suo passato e i suoi significati – ultima quella, tuttora in corso, che confluirà in un libro che proprio Daniele sta curando – ma anche di produrre esperienze e raccontare storie. Come quella del sonadùr il cui figlio divenne concertista.