Il tumulto discreto di un paese isolato

Massimo Zamboni, Pregate per ea, Einaudi 2025 (pp. 120, euro 16)

Carte di polizia e atti processuali come fonte storica, dal Montaillou. Storia di un villaggio occitanico durante l’Inquisizione di Emmanuel Le Roy Ladurie all’Io, Pierre Rivière di Michel Foucault (in queste note il 14 giugno 2020). Ma in questo caso è un romanzo a prendere le mosse da documenti del genere, oltre che dall’iscrizione incisa su una pietra non per monumentalizzare con formule di rito un personaggio ma per ricordare una persona comune con le parole di “un uomo pietoso dotato di punta e martello”, illetterato, e anonimo: “non possiamo sapere se sia stato istigato da qualcuno – parroco o parente – o se si sia dato da sé il dovere di fissare sopra a un sasso una scritta indirizzata a coloro che verranno.

Quello che sappiamo, e oggi ancora si racconta, è che esattamente sopra quel sasso sedeva Maria Domenica al momento del suo mancare, e da lì cadde al suolo. Fu ucisa. Questo le due mani hanno avuto in animo di scolpire, così che nessuno faccia confusione. Non fu un malore, intendono affermare, non una casualità. Maria Domenica fu uccisa. (…) E chiede esplicitamente, il pichiarín: Pregate per ea – aggiungendo sul sasso i dati che certificano il qui e l’ora e il nome”.

Quella che si racconta è dunque la “storia di Maria Domenica Gebennini, sepolta uccisa e invendicata nella metà dell’anno 1870”, una storia che, precisa l’autore, “si conserva da un secolo e mezzo nella Val d’Asta, la terra dei miei antenati. Tanti la raccontano oggi ancora come fossero contemporanei di quell’accadimento: questo capita nelle valli chiuse, dove la conca delle montagne trattiene il ricordo orale di cronache secolari. E anche se ognuno ha adattato il proprio dire modificandola in leggenda, dai trisavoli ai nonni dei padri ai vecchi fino agli ultimi nipoti è giunta consolidata fino a noi”.

Più del tempo trascorso è la distanza culturale di quel mondo a metterci a contatto con un altrove remoto, anche se spazialmente vicino. Le divise dei carabinieri che giungono sul posto, le movenze degli uomini di legge che li seguono, la loro lingua soprattutto, che nei verbali assorbe quella dei testimoni uniformandola secondo un lessico e una sintassi lontana dall’uso locale, evidenziano un’estraneità che non è solo sociale – e politica, come si è reso manifesto quando dei carabinieri sulle tracce di renitenti alla leva sono stati aggrediti –, ma antropologica: “quel parlare da avvocati, lingua ufficiale di una dominazione straniera che da pochi anni – dall’Unità d’Italia, 1861 – sta cercando di imporsi in quei rifugi nascosti tra montagne” è il segno di un contrasto radicale: “posti uno di fronte all’altro, due mondi senza relazioni se non di obbligo” si fronteggiano. Da una parte i rappresentanti dello Stato, dall’altro uomini “modellati al cristianesimo a partire da una primitiva intelligenza pagana grazie alla ripetizione delle preghiere, alla cadenza temporale del recitato capace di immedesimarli nei cicli del ritorno naturale, quotidiano, stagionale, annuo”.

La contrapposizione si fa problema per lo scrittore stesso, chiamato a “ricostruire le basi comuni, [a] ricomprendere la deviazione all’interno di un esistere”. Ed è allora il De Martino di Morte e pianto rituale – pare di poter intravedere – a fornire gli strumenti di interpretazione: “In una borgata spersa come Monteorsaro la coesione è assicurata da un codice, e per quanto oggi possa sembrare arcaica e feroce questa modalità l’uccisa deve essere onorata ma infine trascurata. Questo sanno quei montanari, traendolo dal mondo naturale: che le radici hanno bisogno di oscurità per prosperare. Mentre fuori da quella canonica le leggi del Regno d’Italia sono sulle tracce dell’uccisore, il paese si avvia a dimenticare questa sua compaesana”. E infatti, celebrato il processo, trascorsi gli anni, “Monteorsaro preme di nuove nascite, accoppiamenti, scomparse, nel tumulto discreto di un paese isolato”, fino ad arrivare all’oggi: “sono trascorsi centocinquantaquattro anni da quell’avvenimento. Milioni, miliardi di foglie sono cadute da allora in un secolo e mezzo di mesi di giugno e ancora il sasso della Gebennini campeggia infisso al terreno nel centro di un sentiero, inosservato ai più. I licheni e le umidità del bosco che lo decorano lasciano ben evidenti le scritte scolpite a mano, la croce bizantina sulla sommità è stata ricalcata con una tinta sanguigna; pure pochissimi si rallentano un attimo per considerarlo. (…) Resta un ultimo regalo riservato ai più curiosi, coloro che insistono a cercare ovunque segreti e soluzioni: scendendo di pochi passi, al margine di un canaletto, protetta da erbe più vigorose, risplende intimidita una piccola stazione di Myosotis, quei fiori azzurrini che meglio conosciamo come Non ti scordar di me. Il loro nome suona come un reclamo rivolto al camminatore disattento: la richiesta di un arresto, almeno, una battuta, un accenno di considerazione. Parlano in prima persona singolare = Non ti scordar di me = amplificando il richiamo del sasso scolpito che parla invece in terza e chiede: Pregate per ea. Entrambi invocano il tributo di un pensiero. Questo è il racconto di quel pensiero”.

Non è solo la pietas a dettare la conclusione del romanzo, ma anche un senso di partecipazione profonda. L’autore lo confessa solo alla fine: in quella valle appenninica è vissuto quel Massimo Zamboni, suo bisnonno paterno, di cui “indossa” il nome: “è grazie a questa consanguineità diretta con quel crinale d’Appennino – terra ancestrale, rimasta favolosa e pianta nelle leggende familiari – che mi è consentito un legittimo raccontare senza commettere un abuso”.

E un’ultima precisazione, nei ringraziamenti finali: “ringrazio il caso che sollevando le foglie in un bosco di faggi mi ha imposto l’incontro con la lapide scolpita di Maria Domenica Gebennini, in quelle che sono le terre dei miei antenati”.

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