
Mario Vargas Llosa, I venti, Einaudi 2025 (pp. 90, euro 14)
I venti sono quelli che il vecchio protagonista non sa più trattenere, soprattutto quando qualcosa lo innervosisce. E sono molte le cose che lo innervosiscono: dai piccoli contrattempi quotidiani ai segni per lui inequivocabili di una generale involuzione, della cultura, della società.
È su questi due versanti che il racconto si dipana, a partire dalla manifestazione cui si reca con l’inseparabile amico-antagonista Osorio – ottimista “patologico” e perciò eterno contraddittore di umori e giudizi che ai suoi occhi sono quelli di un “inguaribile conservatore”. Sta di fatto che i due attempati coetanei hanno “l’accordo di chiamar(si) ogni mattina per verificare se uno dei due ha lasciato questo mondo nel sonno e comunicarlo alle autorità per essere cremati e sparire del tutto”. Perché spariti, in buona parte, i vecchi lo sono già da vivi, specialmente se vivono in una grande città come Madrid. Ciononostante, partecipano alla vita della città, per esempio a quella manifestazione, indetta per protesta contro la chiusura del cinema Ideal, l’ultima delle vittime in città del dilagare dell’abitudine di guardare “film scaricati – se si possono definire film le immagini che divertono le nuove generazioni – sugli schermi di computer, tablet e cellulari”. La verve critica del protagonista denuncia un mondo che quello attuale lascia ormai intravedere quando se la prende con “l’usanza di leggere romanzi commissionati ai computer”, affermatasi ormai al punto da averlo indotto a smettere “di leggere i libri che si producono – sarebbe ridicolo dire ‘si scrivono’” – e a limitarsi a rileggere “i romanzieri morti”: Cervantes, Tostoj, Woolf o Faulkner. Non nelle biblioteche, si badi, perché quelle sono state chiuse.
È un elenco meticoloso e variegato di storture, eccessi, regressioni quello che in una sequenza ironica e amara snocciola quest’uomo che si sente non contemporaneo del mondo in cui vive. Nel quale riconosce pure dei progressi, dal diffondersi del benessere all’allungamento della vita, ma anche contraddizioni sostanziali: “il fatto che un quinto o un sesto della popolazione sia composto da poveri o poverissimi significa che siamo ancora lontani dall’aver sradicato la povertà da questo pianeta”, mentre è inevitabile constatare come la libertà “oggigiorno sia del tutto scomparsa dalle nostre vite”.

Ma, come si diceva, i motivi di preoccupazione e le ragioni di un pessimismo senza attenuanti si complicano dei problemi che nascono da una società disattenta, quanto meno, alle esigenze, alle abitudini, alle capacità degli “anziani”. Senza contare i problemi che nascono dalla loro stessa condizione fisica: è un vagare, ora angosciato ora serenamente rassegnato, quello che occupa il resto della storia di questo vecchio, improvvisamente, per la prima volta, dimentico della strada per tornare a casa, dopo che, finita la manifestazione, ha lasciato l’amico. E non sarà questo l’unico problema: a renderlo ancor più fragile e impacciato sarà il dover constatare che i venti, a volte, si rivelano non esser stati solo venti… Ed è la possibile, imminente fine che, in conclusione, prenderà la scena.
Un racconto cupo, se non tragico, dunque? Nient’affatto. L’ ultimo racconto dello scrittore peruviano – scomparso nell’aprile dello scorso anno – è pervaso da una scontata consapevolezza dell’inevitabilità della morte, e insieme da un’inestinguibile attitudine ad osservare fino all’ultimo lucidamente il nostro mondo, conservando una bonariamente ironica indulgenza nei propri confronti anziché cedere alla tentazione dell’autodiscredito, frutto dell’introiezione dell’immagine che sui vecchi proietta la nostra società.