
Ai Fondi di Schilpario, località montana bergamasca dove il 28 aprile 1945 persero la vita per opera di un reparto fascista in ritirata 12 uomini che, temendo per le sorti del paese, si erano recati loro incontro per chiederne la resa, si è evocata lo scorso 29 agosto la figura di Angelo Bendotti, storico della Resistenza nato a Schilpario, di cui queste note hanno in diverse occasioni commentato i suoi libri e, infine, ricordato la sua morte, avvenuta nel dicembre 2024.
Tra le testimonianze che hanno animato l’incontro, alla fine del quale il figlio di uno dei caduti ha scoperto una targa dedicata allo storico, la mia ha voluto sottolineare soprattutto la valenza narrativa della scrittura di Bendotti.
Ci sono amicizie, nate da interessi comuni, o da esperienze condivise, che poi si assestano a un certo livello di scambio e, soprattutto se la distanza rende sporadica la frequentazione, finiscono con il ridursi alle occasioni in cui i due amici possono incontrarsi e ribadire la loro reciproca stima.
Ce ne sono altre che invece trovano a un certo punto nuovi motivi per approfondirsi: nuove ragioni che alimentano quella attesa di novità dall’altro, quella reciproca curiosità che mantiene viva un’amicizia.
È di questo secondo genere il rapporto che mi ha legato ad Angelo, conosciuto quando le mie ricerche sulla storia del lavoro e sui musei che la testimoniano mi aveva condotto a Schilpario, una quarantina d’anni fa. Del museo che aveva concorso a ideare e di cui era direttore, Angelo era stato di poche parole: mi aveva rimandato alle guide che animavano il museo etnografico, ai volontari che avevano raccolto dagli anni ’70 gli oggetti esposti e che ne sapevano parlare perché li avevano usati (nei campi, nel bosco, in miniera…).
Ci accomunava la passione e la pratica della ricerca storica, certo, ma erano diversi i nostri ambiti di interesse: la storia del lavoro nel mio caso, quella della Resistenza nel suo.
E qui devo ammettere il mio pregiudizio, la mia diffidenza per ricerche sulla Resistenza che, per il poco che avevo letto, mi erano sembrate concentrarsi – per il Bresciano, almeno – sulla storia militare di quegli anni, sui combattimenti, gli attentati e gli eccidi, o privilegiare gli aspetti politici, preoccupandosi soprattutto di distinguere i riferimenti e le appartenenze ideologiche dei partigiani. (Solo I gesti e i sentimenti, la ricerca dedicata negli anni ’80 alle donne nella Resistenza bresciana, mi aveva fatto intravedere un’altra dimensione, nella quale storie e identità individuali potevano emergere).
Ma poi – ecco il secondo tempo della nostra amicizia – è avvenuto, una ventina d’anni fa, che dalla scrittura storiografica, saggistica, passassi a quella narrativa: lentamente era maturata in me la convinzione che per raccontare storie concrete, particolari, storie di uomini in carne ed ossa fosse meglio ricorrere al racconto, piuttosto che alla ricostruzione storica.
E così è accaduto che nel 2012, quando ho messo per iscritto la storia della sua vita che Andrea Spada, il nostro Andro che è qui ad ascoltarci, mi aveva raccontato, ho sentito il desiderio che il primo lettore, ancora prima della pubblicazione, fosse Angelo Bendotti.
Da quel momento, iniziò fra noi lo scambio di tutto quel che scrivevamo: racconti e romanzi da parte mia, articoli e saggi dalla sua parte.
È questo scambio, durato sino a quando Angelo mi ha spedito il suo ultimo libro (Stasera mi fucileranno), che mi ha permesso di acquisire un punto di vista del tutto nuovo, per me, sulla storia della Resistenza: “non solo storia di scontri armati – uso parole che ho sentito usare da Angelo stesso – ma intrico di situazioni, di storie di donne e di uomini, del loro modo di essere, di pensare: dall’anonima staffetta al giovane che cade eroicamente”, come Giorgio Paglia appunto, protagonista del libro di cui dicevo, in cui Angelo sa tracciare la vicenda di questo figlio di un fascista della prima ora, legionario della Marcia su Roma, caduto nella guerra di Etiopia, che sa emanciparsi dalle idee del padre mantenendo la dedizione che, bambino e poi ragazzo, l’aveva legato a lui; mentre la madre, che segue nelle sue peripezie il figlio, sino alla fucilazione, capisce la complessità di questo sentimento. Non lo giudica. A suo modo, dolorosamente, lo condivide.
Una storia attenta ai casi e alle vicende individuali dunque, una storia capace di far convivere i dati documentari e il giudizio complessivo con la considerazione della personalità di singole persone: dei partigiani in primo luogo, ma anche dei loro nemici. Mi ha colpito l’obiettività, persino lo humour, con cui si descrive L’amico Fritz, la finezza con cui Angelo – cinque anni fa – ha raccontato della personalità contorta del sottotenente delle SS Fritz Langer, capo del comando di polizia nazista a Bergamo dal novembre 1943 all’aprile del ’45.
Questa attenzione dello storico ai profili individuali, e questa sua scrittura capace di coniugare rigore storico e ricchezza di espressione, non erano casuali, o inconsapevoli, ma frutto di una convinzione sedimentata e di una scelta conseguente, che Angelo stesso aveva esplicitato sin dal 2018, nell’opera che mi è più cara: Nel segno di Fenoglio. Lo straordinario e il vero.
La sua “gratitudine nei confronti di Beppe Fenoglio” veniva dalla constatazione che – parole di Angelo – “mai nessuno ha scritto meglio di Resistenza”. Sicché i suoi romanzi possono essere assunti come “una guida dentro la ricerca storica”, nella “consapevolezza che la storia è anche racconto della storia”.
Perché la storia – Angelo doveva esserne ben consapevole – trae la sua autorità dalla considerazione dei fatti e dal rispetto dei documenti che li provano, ma se vuole coinvolgere, trasmettere non solo conoscenze ma valori e motivazioni a sostenerli, deve saper narrare.
In una delle sue ultime testimonianze – che ho voluto riascoltare prima di venir qui – Angelo si dice convinto che converrebbe “buttar via” i libri che lui stesso ha scritto e gli storici come lui e usare piuttosto Fenoglio e Calvino, “altrimenti anche questa grande storia, la storia della Resistenza, finirà come sono finite le altre storie…”.
Lui che aveva potuto ascoltare i protagonisti della vicenda resistenziale e li aveva visti uno ad uno scomparire, era assillato dalla possibilità che la comunicazione intergenerazionale si interrompesse, che la storia di quegli anni si spegnesse nell’ossessione esclusiva per il presente che connota la nostra società.
Per questo – mi diceva una delle ultime volte in cui ci siamo visti – “vado ancora nelle scuole, nonostante la mia non più verde età, perché voglio che i ragazzi, soprattutto quelli delle quarte e quinte superiori, si rendano conto che se fossero vissuti a quei tempi sarebbero stati costretti a scegliere. Erano giovani come loro quelli che, rifiutando il servizio militare e andando in montagna, avevano dovuto mettere in conto la possibilità di essere uccisi e – si badi – la necessità inevitabile di assumersi la responsabilità di uccidere”.

Era un confronto, che Angelo voleva suggerire ai giovani, un confronto capace di suscitare in loro la consapevolezza della situazione in cui viviamo, nella quale – Angelo l’ha ripetuto spesso – molti dei valori che animarono la lotta partigiana sono lontano dall’esseri realizzati.
Non so che cosa penserebbe Angelo di voci della cultura che abbiamo sentito recentemente rammaricarsi per la perdita, da parte dei giovani, del coraggio virile della guerra, della disponibilità a sacrificare la propria vita in quella guerra che la nostra Costituzione bandisce quale strumento di risoluzione delle controversie istituzionali.
Non so che cosa penserebbe Angelo di altre voci, istituzionali, che più esplicitamente sostengono la necessità di un’educazione alla “Difesa” sin dalla scuola, perché – sono parole di un ministro dell’attuale governo, “viviamo tempi di rapidi cambiamenti e la Difesa deve essere sempre un passo avanti, anche dal punto di vista culturale e dell’elaborazione del pensiero” e quindi è necessario che “un dialogo strutturale tra il mondo militare, il sistema universitario, l’industria di settore e l’ambiente dell’informazione sia uno strumento essenziale per conseguire l’obiettivo dello sviluppo e valorizzazione della cultura della Difesa”.
Non vogliamo immaginare le parole che Angelo potrebbe dire di fronte a dichiarazioni simili: ci limitiamo a dire che, oggi più che mai, ci mancano, le sue parole…
