“Che colpisca un individuo o un popolo, che sia episodica e deflagrante oppure continuativa, non c’è esperienza traumatica…”

“Che colpisca un individuo o un popolo, che sia episodica e deflagrante oppure continuativa, non c’è esperienza traumatica che, per salvarsi, non richieda un racconto. Epopea letteraria o rivelazione fatta dal bambino abusato a un caregiver alternativo, ogni trauma ha bisogno di una storia per essere, quando possibile, elaborato. A maggior ragione quando è così precoce da non poter far altro che rifugiarsi, sotto mentite spoglie, nel corpo. (…) Possedere la nostra storia, il suo racconto, ci restituisce a noi stessi. Troppo spesso la sofferenza è storia non raccontata: dare parole al passato è curarlo”. (Vittorio Lingiardi)

Un Simenon giapponese

Matsumoto Seichō, Un posto tranquillo, Adelphi 2020 (pp. 195, euro 18)

Una relazione extraconiugale che emerge dopo la morte improvvisa della moglie, la ricerca del marito e la sua vendetta (o quella che potrebbe apparire tale): tutto qui. Ma ci sono i personaggi, il protagonista soprattutto: Tsuneo Asai è un funzionario ministeriale come tanti, la cui vita coincide con il suo lavoro, le sue aspirazioni con la carriera, i suoi rapporti sociali con le conoscenze dell’ufficio. Apprensivo, ossessivamente dedito a perseguire il proprio obiettivo di avanzamento nella gerarchia delle sezioni e dei dipartimenti del ministero, potrebbe essere uscito dalla penna di Čechov, se in lui non si registrasse un’evoluzione che è poi il filo del racconto: lo vediamo dapprima come uno che “Aveva fatto la gavetta, costruendo la sua carriera passo dopo passo. E quando si era reso conto che contestare l’assurdità e l’ingiustizia del sistema non serviva a niente, aveva deciso di competere con i raccomandati”; lo seguiamo mentre si guadagna, grazie alla la sua preparazione, la fama di “Manuale vivente” o addirittura di “eminenza grigia” che conviene farsi amico; lo ritroviamo omicida non pentito ma incapace di spiegarsi il gesto che ha fatto: un po’ come il Meursault dello Straniero di Camus, “era stata una disattenzione, un errore”, “nel suo gesto non vi era stata premeditazione Si era trattato di pura casualità”…

Ma allora che cos’è accaduto? Dobbiamo considerare la sua evoluzione interiore, gli spostamenti progressivi dei suoi sentimenti: “In realtà Asai non era a tal punto innamorato di Eiko – la moglie – da non riuscire a riprendesi dopo la sua morte. Quello che provava era soprattutto una grande rabbia per essere stato tradito, e ora che sapeva che la freddezza con cui lei lo trattava era dovuta a quell’uomo, non aveva intenzione di fargliela passare liscia. (…) Asai non era mosso dalla smania di vendicare sua moglie, e il modo in cui era stata ingannata, bensì un suo personale desiderio di vendetta”, ma era anche “convinto di stare agendo così per riscattare sua moglie”. Questa capacità di analizzare nelle sue sfumature le motivazioni del personaggio, con una finezza che attinge a una sorta di empatia, non può non ricordarci Simenon, non fosse che la storia si svolge in Giappone, e a ricordacelo non sono solo i nomi delle persone e dei luoghi, ma anche riferimenti precisi (“il treno prese a salire. Sul lato sinistro il Monte Fuji sparì alla vista”) e atmosfere inconfondibili (“Di fronte a sé vedeva una montagna alta, di cui non conosceva il nome, dietro la quale il sole cominciava a tramontare colorandone la cima di rosso”).

Seichō, “il Simenon giapponese”, come la stessa nota dell’editore lo definisce, ci racconta una storia dove non ci sono investigatori di professione (a differenza che in altri romanzi, come Tokio express, Adelphi 2018) e la vendetta si costruisce silenziosamente ma metodicamente (come anche in La ragazza del Kyushu, Adelphi 2019), ma ad avvicinarlo al narratore francese è soprattutto la sensazione che il lettore ricava già dopo poche pagine, la sensazione piacevole e rassicurante di essere accompagnato passo passo dall’autore, come nei romanzi di Maigret: la narrazione è lenta, incline a progressive sintesi riassuntive, lontanissima da quel terrore di annoiare i lettore che rende spesso artificiosa nella sua frenesia e alla fine stucchevole la trama di per sé interessante di tanti romanzi – per non parlare di film e di serie – dei nostri giorni.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

“(…) ricreando, rivivendo immagini, persone, vicende, situazioni psicologiche e morali…”

“(…) ricreando, rivivendo immagini, persone, vicende, situazioni psicologiche e morali già celebrate nella propria poesia, si vive ulteriormente, e non d’obbligo nel rifugio del passato. Semmai nella riflessione che è riflesso scalfito sulla coscienza interrogata, riscossa. Nel tempo ritrovato si ritrova lo spazio per l’eco, la proiezione in avanti delle prove passate, sullo schermo dove tornano ad agire le ombre concrete della irreversibile fusione, o diciamo pure confusione, di scelte di vita e di poesia”. (Nazim Hikmet)

Storie, non numeri

Andri Snær Magnason, Il tempo e l’acqua, Iperborea 2020 (pp. 333, euro 19,50)

Dati, notizie, valutazioni: l’accelerazione del cambiamento climatico è un fatto. Come è un fatto che viviamo come se non ci credessimo. Niente di nuovo, dunque, in questo libro, niente di nuovo rispetto a quello di Franzen segnalato lo scorso mese e agli altri che in quell’occasione si richiamavano? No, Magnason sa innovare la questione: non si tratta solo del fatto che “quando si tratta di qualcosa di infinitamente grande, di sacro e che oltretutto è il fondamento della nostra esistenza, non abbiamo una reazione proporzionata” ed “è come se il cervello non riuscisse a comprenderne le dimensioni”. È che per comprendere davvero certe parole, e farne derivare comportamenti nuovi, occorre molto, molto tempo: nelle prime fasi prima non creano consapevolezza, ma solo un “ronzio che ci inganna”, e che quindi facciamo finta di non sentire.

Ed ecco allora il quesito di fondo, quello che sa porsi all’altezza di una situazione simile: come scrivere della questione? Scriverne ed essere ascoltati? Magnason non fa teorie, ci prova: quando “la portata del discorso è tanto grande da risucchiare ogni significato” e neutralizzare gli argomenti che porto, è venuto il momento di capire che “posso solo girarci intorno, dietro, di fianco, di sotto, spostarmi avanti e indietro nel tempo, andare su personale e insieme essere scientifico, e usare la lingua del mito. Devo scrivere di queste cose senza scriverne, devo retrocedere per avanzare”.

Il libro che segue a questo proposito iniziale è la prova che il metodo funziona: non solo persuade, il discorso di Magnason, ma si fa leggere pagina dopo pagina proprio perché alterna orizzonti diversi: l’informazione lascia il campo alla storia personale, a quella familiare soprattutto, perché sono i ricordi dei vecchi, dei nonni che hanno vissuto cambiamenti epocali prima di quello che stiamo vivendo tutti, forniscono strumenti per renderci conto della velocità e della gravità crescente con cui le conseguenze del riscaldamento globale si manifestano. E alla storia sottentrano da un lato i resoconti di viaggi, ascoltati da altri o di cui l’autore ha esperienza personale, dall’altro i miti, islandesi innanzitutto, che l’autore confronta con quelli orientali scoprendo rispondenze sorprendenti e ricavando così conferma che “siamo tutti collegati, deriviamo tutti da un unico popolo”.

Insieme agli orizzonti del discorso è il linguaggio a cambiare, perché “viviamo in tempi in cui è il denaro a misurare la realtà” e “io e i miei contemporanei – racconta Magnason riferendo di come è uscito dal blocco dello scrittore che l’aveva preso – eravamo irreparabilmente intrappolati nel discorso dominante”, che conosce solo il linguaggio dell’economia, “in cui la cultura è investimento e la natura nient’altro che una risorsa sprecata”. È un salto nel proprio modo di vedere le cose a smuovere la vena creativa dell’autore: la comprensione del fatto che “la gente i numeri non li capisce, ma le storie sì”. E forse gli stessi “scienziati non capiscono che cosa dicono finché non lo capiscono gli altri”.

Il convincimento di Magnason, che “siamo l’ultima generazione che può salvare la Terra dalla distruzione irreversibile”, l’angoscia e insieme la percezione della responsabilità che questa condizione comporta, si trasmettono al lettore: non predica, Magnason, condivide pensieri e sentimenti, non preoccupandosi della linearità del discorso e coltivando l’arte della digressione. Ma come tutti gli scrittori che si misurano con il problema dei problemi, anche lui deve prender posizione: il negazionismo degli americani, quello non dichiarato ma praticato dei cinesi, la doppiezza e l’incoerenza della cultura delle università, la cecità dell’economia, la fallacia della democrazia, il fallimento degli accordi di Parigi, le prove lampanti che la sesta estinzione non è una previsione cupa ma un fenomeno già in atto non possono che indurre al pessimismo. Gandhi stesso, del resto, riconosceva che “la terra può soddisfare i bisogni di tutti, ma non l’avidità di tutti”.

Due conversazioni con il dalai-lama incrinano la pur fondata caduta di ogni speranza. Non perché il saggio tibetano abbia soluzioni, ma perché ha una pazienza e una lungimiranza preziose: “Io dico sempre a tutti così: è mia convinzione che sia impossibile prevedere come sarà il mondo tra mille anni, ma possiamo star certi che il genere umano vivrà su questa Terra almeno per tutto questo secolo, che potrebbe diventare il secolo della pace”. Perché tutto, continuamente, cambia. Anche l’idea che solo la forza, e non il dialogo, possa risolvere i conflitti.

Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della ragione: anche di fronte a problemi inediti come la crisi ambientale la linea resta quella. E tale si conferma in occasione del Covid 19: un’“apocalisse”, ossia una rivelazione, leggiamo nel Post scriptum: gli eventi attuali hanno rivelato “la nostra vulnerabilità”, “la competenza o incompetenza dei governi, le disparità e i privilegi. Ma ci hanno portato anche la “bella notizia” che “gran parte del cambiamento strutturale [necessario per ridurre drasticamente il nostro impatto sul pianeta] può avvenire entro i limiti della nostra tecnologia. E che in questi mesi ci siamo forse resi conto di poter fare a meno delle nostre abitudini peggiori. Per prevenire il disastro climatico non sarebbe necessario assumere comportamenti estremi come è accaduto durante la pandemia. (…) La speranza è che l’apocalisse, lo svelamento di tutto, ci abbia mostrato che cosa ci serve davvero e a che cosa possiamo rinunciare, e con che rapidità possiamo decidere di agire, se prendiamo sul serio i moniti lanciati dalla scienza”.

Una speranza legittima. Ma – occorre dirlo – datata al giugno scorso…

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

“Uno pensa di essere vuoto, e cerca affannosamente insegnanti e corsi che possano insegnargli a scrivere…”

“Uno pensa di essere vuoto, e cerca affannosamente insegnanti e corsi che possano insegnargli a scrivere. A scrivere si impara scrivendo. Sembra semplice, e lo è. Non s’impara uscendo da noi stessi per rivolgersi ad autorità esterne che secondo noi sanno come si fa”. (Natalie Goldberg)

Il modo più sano di essere malati

Susan Sontag, Malattia come metafora e L’Aids e le sue metafore, Nottetempo 2020 (pp. 238, euro 18)

“Il mio intento è descrivere non ciò che realmente significa emigrare e vivere nel regno dei malati” – nei reparti di terapia intensiva, ci viene subito da pensare –, “ma le fantasie punitive o sentimentali elaborate attorno a questa situazione”: dove ho sbagliato, come ho fatto a prendere il virus anch’io? e adesso? cosa mi aspetta, qui, da solo?

È impossibile leggere il classico saggio di Sontag, più di quarant’anni dopo la sua pubblicazione e da poco riproposto, senza rapportarlo alla nostra esperienza e all’immaginario che il Covid 19 ha determinato. “La mia tesi – dichiara fin dalla prima pagina l’autrice – è che la malattia non è una metafora, e che il modo più veritiero di concepirla – nonché il modo più sano di essere malati – è quello che meglio riesce a purificarsi dal pensiero metaforico, e a opporvi resistenza”. E, vista la tendenza oggi dominante, a opporre resistenza alla psicologizzazione della malattia, tentativo contemporaneo di “fornire un controllo su esperienze ed eventi” del tutto o quasi refrattari alla nostra volontà.

La tubercolosi nel secolo scorso e il cancro oggi. Queste le due malattie sui cui in particolare il discorso verte, in quanto “sovraccaricate dalle bardature della metafora”, ma sono le note riservate alla seconda – di cui la stessa Sontag è stata vittima – a risuonare maggiormente in noi: “una malattia vissuta come un’invasione spietata e furtiva”, che sottopone i malati “a pratiche di decontaminazione” e fa percepire il contatto con loro una sorta di “trasgressione”, nella cerchia amicale ma anche all’interno del nucleo familiare, pur non trattandosi, nel caso del cancro, di una malattia contagiosa quanto piuttosto di un male (“un brutto male”, si diceva fino a qualche decennio fa) circondato da un alone metaforico difficile da smantellare. “Non c’è niente di vergognoso in un attacco di cuore”, mentre la “malattia oncologica” (questa l’espressione oggi usata in ambito medico-scientifico, ma che nessun malato né i suoi familiari usano…) “la si considera oscena – nell’accezione originaria del termine: nefasta, abominevole, ripugnate per i sensi”.

Manuali di medicina di ieri e di oggi, dizionari, opere letterarie: il libro è da leggere anche per i rimandi che l’autrice ha ritenuto necessari per argomentare la sua tesi e ricostruire i diversi percorsi dell’immaginario relativo alla tubercolosi e al cancro nelle loro relazioni con il corpo, il sesso, la morte.

Si direbbe che Sontag esplori i caratteri e l’evoluzione della percezione della tbc al fine di mettere in luce, per contrasto, quelli attinenti al modo di rapportarsi al cancro: nello stesso senso possiamo muoverci noi leggendo Malattia come metafora, non tanto cercandovi corrispondenze puntuali o conferme di una generica attualità, ma rintracciandovi stimoli a riflettere su quel che stiamo vivendo da un anno a questa parte. E lo stesso vale per l’altro saggio, contenuto in questa edizione, sull’Aids: anche la diffusione di questa infezione appare legata all’aumento degli scambi e dei contatti, ed ha evocato significati di punizione, o meglio, di responsabilità: individuale, legata ai comportamenti sessuali, nel caso dell’Aids; collettiva, derivante dall’indiscriminato sfruttamento del pianeta, per quanto riguarda il Covid 19.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

La centralità perduta delle montagne abitate

Sara Luchetta, Dalla baita al ciliegio. La montagna nella narrativa di Mario Rigoni Stern, Mimesis 2020 (pp. 146, euro 14)

Degli autori amati – quelli dei libri che teniamo separati dagli altri, riservandogli uno spazio a sé, privilegiato – è piacevole leggere profili e commenti scritti da chi condivide la nostra predilezione. Non saggi accademici, ma testimonianze di letture partecipi quanto la nostra ma più della nostra documentate, sistematiche, penetranti. È il caso di questo libro, dedicato a un autore che ci ha lungamente accompagnato, Mario Rigoni Stern. Ed è la sua montagna innanzitutto, una montagna vista con l’occhio dell’insider e insieme dell’outsider – quale Rigoni è stato – a venirci incontro dalle pagine di Luchetta: non la montagna “delle ascensioni, delle vette, dell’alpinismo, dell’immaginario simbolico legato al turismo”, ma la “montagna minore, abitata, intermedia, spesso lontana dalle riviste patinate”. Un territorio contraddistinto dalla “coralità” della “saga stratificata delle sue genti”, per cui sono più riferimenti e simboli collettivi che personaggi singoli a risultare fulcro della narrazione, più “la baita e il ciliegio” che personaggi pure indimenticabili come Tönle o Giacomo, perché quella di Rigoni è una “letteratura senza eroi”, la sua narrazione “non vuol essere romanzo”, i suoi racconti “volutamente nascondo la mano di chi scrive o vedono lo scrittore osservarsi come uno tra i tanti nella saga altopianese”.

Chiariti questi presupposti, la lettura dell’opera dello scrittore si articola nell’analisi di temi specifici, essenziali nella sua visione del mondo come nella sua poetica: una natura “senza maiuscola”, in primo luogo, lontana dalla retorica della wilderness e coincidente con “la naturalità come prodotto domestico” e come domesticazione del “selvatico”; il senso del tempo, in secondo luogo, che emerge dalla fedeltà ai nomi dei luoghi – non per acribia toponomastica, ma per rispetto delle “temporalità diverse”, storiche e geologiche, sedimentate in quei nomi – ma anche dal racconto della “mobilità di uomini e animali”, del “movimento di diastole e sistole che è di ogni montagna, in dialogo con le sue stagioni e la varietà delle sue risorse” e scalza il “cliché spesso anche autogenerato di un forzato e innaturale immobilismo da nonno di Heidi”, così come lo “schema” etnografico che ha a lungo insistito sui “caratteri comunitari” degli insediamenti montani, in cui è invece possibile distinguere i segni concreti “di una cooperazione necessaria alla manutenzione di un territorio difficile e alla gestione oculata delle sue risorse”.

Lo sviluppo di questi temi si realizza pagina dopo pagina in una trattazione che al suo centro trova la lettura puntuale dei romanzi di quello che Paolo Cognetti ha definito “il nostro più grande scrittore di montagna”. Un autore di riferimento per ogni discorso sui temi ambientali che, come lui stesso diceva a proposito del suo Uomini, boschi e api, non ha mai tenuto a dire di “primavere silenziose” e di “alberi rinsecchiti” quanto ad augurarsi che “tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera”, manifestando un atteggiamento imprescindibile per un impegno ecologista che voglia efficacemente basare le proprie necessarie e fondate critiche e denunce sul prerequisito essenziale che consiste nel contatto diretto – incantato, nel senso più pieno della parola – con la natura.

La sintesi offerta in apertura da Mauro Varotto – docente della stessa università, a Padova, in cui la giovane autrice si è laureata sul ruolo dei nomi di luogo in Rigoni Stern – mette opportunamente in luce l’intento di libri come questo, ravvisabile nell’appello a ridare alle “montagne abitate” una centralità che hanno perduto.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

La memoria di un giorno

La memoria di un giorno. Il giorno in cui in un villaggio della campagna ungherese arrivano due ebrei, trasportano due casse, affittano un carro per portarle dalla stazione al paese. È di quel giorno che racconta 1945, un film del 2017, di Ferenc Török. Trasmesso da Rai storia la sera del 25 gennaio, tuttora presente fra le proposte di Rai Play.

È lo stesso giorno – lo sentiamo dalla radio all’inizio del film: il 6 agosto 1945 – in cui una  bomba atomica  viene sganciata su Hiroshima. Ma si tratta di un evento che avviene lontano, e cade nella disattenzione generale: per i paesani è un giorno di festa, si sposa il figlio del notaio comunale, il boss della comunità, che il capostazione si precipita ad informare: sono tornati. Gli ebrei. Sono solo due ma potrebbero esser venuti a rivendicare anche per le famiglie degli altri, deportati e uccisi nei lager, le proprietà loro confiscate e poi “riassegnate” ai locali.

La comparsa dell’anziano e del giovane, che camminano silenziosi dietro al carro, getta nel panico l’intero paese, mobilitato da un interesse feroce a conservare il maltolto, chiuso in una rete di omertà che il pentimento di uno solo e il rifiuto disperato della connivenza da parte della moglie e del figlio del notaio non bastano a scalfire.
Sarà il comportamento dei due ebrei a svelare, senza far dichiarazioni, la ragione vera del loro viaggio, e a far così deflagrare il patto tacito stretto dagli abitanti.
Ma qual è il giorno in cui un intero paese ha derogato ai principi di civiltà, ai sentimenti di umanità? Come può una collettività farsi branco? convertirsi a un’ideologia e a pratiche che erano fino a quel momento sembrate esserle estranee?  
È la domanda che il film ci lascia. E non è mai venuto il giorno in cui la si possa “consegnare alla storia”, per usare l’espressione che i fautori della riconciliazione e degli effetti benefici dell’oblio prediligono.   

Di un altro giorno racconta un articolo di Paolo Rumiz apparso su “Robinson”, il supplemento di “Repubblica”, del 23 gennaio (Dove sono i sommersi e i salvati).
Il giorno in cui incontrò, in un campo profughi vicino a Islamabad,  “una famiglia muta. Padre, madre e due bambini. Erano inerti. Non chiedevano nulla, neanche da mangiare, e non c’era modo di capire cosa fosse accaduto. Si era tentato di tutto, senza successo”. 
Il giorno in cui, alla fine, “la storia emerse dalla bocca dell’uomo, in un racconto privo di apparente emozione”.
Il giorno in cui, dopo vent’anni, nei quali  ha tentato di raccontare quella storia senza riuscirci, lo fa. Riesce a trovare le parole, a superare la difficoltà di riferire non “tanto la cronaca dell’accaduto, ma il silenzio. Era irriproducibile. Un silenzio irreale, che catturava anche me e dava la dimensione di un dolore bestiale, incomprensibile nel nostro mondo”. E ci riesce perché ha capito che “lì, in quel campo, il dramma dei rifugiati si è saldato per sempre con quello dell’Olocausto, ed è stato lì che mi è apparso chiaro il ruolo del silenzio nella rimozione degli orrori. Silenzio degli aguzzini, dei bempensanti, della politica. Silenzio delle Ong, tenute sotto ricatto nel loro lavoro in prima linea. Ed è paradossale che anche chi ce l’ha fatta sia complice di questo oblio. I fantasmi arrivano in Italia, increduli e spaesati, ti sfiorano, finiscono in quarantena e si dissolvono nuovamente. Raccontano poco e vogliono dimenticare”.
Il giorno in cui noi leggiamo questo racconto, noi che “degli Ultimi sappiamo storie a lieto fine. Delle altre, poco o nulla”. Non solo perché “non è roba che vedi in tv”, ma anche perché “c’è il Covid a sdoganare l’indifferenza”. “E non ci sarà nessuno Spielberg a raccontare questa tragedia”.

“La ritualizzazione del Giorno della Memoria, subito depotenziato e banalizzato”, “non ha fatto che aggiungere altra noia ai rituali della vita scolastica sostituendosi alla Messa d’inizio anno scolastico che non era certo un’iniezione di spiritualità”, denuncia uno storico, Adriano Prosperi, nel suo recente Un tempo senza storia. La distruzione del passato (Einaudi 2021).
“Quando nei dintorni di Trieste vedo reticolati, cani lupo e mucchi di vestiti abbandonati nei boschi”, sembra fargli eco Rumiz, “dico che non me ne frega niente che fra vent’anni noi si istituisca un altro Giorno della Memoria per salvarci l’anima, ricordando queste vittime a tragedia finita. L’Italia è circondata di morti, in terra e in mare. Oggi, non ieri. Però è l’unico paese d’Europa a vantare non uno ma due giorni della memoria”.