“Quando si finisce un libro è un sollievo. Il lavoro è terminato. Se poi l’opera trova successo presso il pubblico, ecco alimentato e tenuto in vita più a lungo quel piacere di solito effimero. Ma dopo qualche tempo anche l’orgoglio e la soddisfazione e la vanità perdono consistenza. L’anima gonfia di sé ritorna alle sue estensioni naturali; brevemente incandescente di presunzione, si raffredda altrettanto presto che la brace che si spegne.”

(Luca Romano)

simonetti immGianluigi  Simonetti, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Il Mulino (pp. 454, euro 29)

La letteratura circostante, “le scritture che ci stanno attorno” ci dicono una cosa molto chiara: è avvenuto, ed è tuttora in atto, “un distacco progressivo e irreversibile dalla tradizione del Novecento”:

“La maggior parte della letteratura che si scrive oggi non ha più nulla o quasi nulla a che fare con quella che si scriveva ieri o l’altroieri”. Di qui la necessità – in tempi come i nostri, in cui le recensioni sono spesso “promozionali” – di una mappa delle opere degli ultimi anni e di una bussola per muovercisi: questo offre “il doppio binario, storico e critico”, lungo il quale il libro è concepito, senza  “prendere parte per il nuovo o per il vecchio” (in modo esplicito e conclusivo, almeno) e non escludendo anche libri “mediocri o brutti”, significativi comunque delle tendenze in atto. Avviene così, soprattutto nella seconda parte, che siamo messi a confronto con romanzi che non abbiamo sentito il bisogno di leggere – e non leggeremo – (Moccia, per fare un nome) o che abbiamo letto non rimanendone convinti (Giordano, per fare un altro nome), e siamo guidati dall’autore a comprendere le ragioni delle nostre scelte e di giudizi che non eravamo magari stati capaci di formulare esplicitamente: per carenza di riferimenti comparativi o mancanza di strumenti adeguati. Quelli che appunto la prima parte ci fornisce indicandoci le direzioni nelle quali gli scrittori degli ultimi due decenni si sono mossi.

Una prima decisiva constatazione:  il ruolo di “educazione sentimentale e morale” che veniva assegnato alla letteratura” – alla letteratura che teneva a una configurazione formale e a un uso della lingua sorvegliati e consapevoli e nasceva da un confronto imprescindibile con il passato culturale – è ormai un ricordo (o un prodotto “di nicchia”). Anche una volta c’era la letteratura “popolare” (finalizzata al divertimento, amante della ripetizione di temi e intrecci), c’è sempre stata, assumendo poi la definizione di letteratura “di consumo”. Il fatto è che un terzo tipo di letteratura si è imposto, nel mercato e nel gusto diffuso: la letteratura “di intrattenimento”, in cui si distinguono livelli diversi, ma che nel complesso si distingue per la sua pervasività e la sua capacità di attrarre, o contagiare, anche scrittori provveduti e colti, sensibili comunque all’esigenza che i libri debbano essere accattivanti e coinvolgenti ma, al tempo stesso, non richiedano sforzi di comprensione (tantomeno dal punto di vista della lingua e dello stile), non impongano revisioni serie di quel che già si pensa, e soprattutto non  facciano perdere troppo tempo. Ma anche: lascino percepire non solo come e cosa l’autore ha scritto, ma anche la sua persona stessa, il suo “talento performativo” e talvolta il suo stesso corpo. Un po’ come per i cantanti: occorre essere belli, o comunque in qualche modo cool, non basta avere una bella voce…. Ma un po’ anche come per i politici: meglio se lo scrittore viene da fuori, se è cioè per storia e professione estraneo alla pratica letteraria e alle sue regole (come gran parte dei lettori che si identificheranno così senza fatica nell’autore-personaggio…). Di qui il successo delle “scritture di categoria”.

Un disastro? Lo si può pensare, ma quello che importa a Simonetti è offrire i dati necessari per rendersi conto del “rapporto di attrazione e insieme di repulsione” che la letteratura – passando da un complesso di superiorità a uno di inferiorità – ha sviluppato nei confronti della cultura di massa. Un rapporto che traspare inequivocabilmente da alcune propensioni. Quella ad assimilarsi alla attuale “dominante estetica” della velocità, innanzitutto: scrivere veloce (tralasciando introspezione e descrizione, ambivalenze e sfumature dei personaggi) non solo per esser letti in poco tempo ma anche per “scavalcare i recinti della letterarietà”, che proprio nella lentezza aveva a lungo trovato un riferimento fondamentale (e occorre dire che la “macchina editoriale” si è prontamente adeguata al nuovo passo, quando si valuta che i soli titoli di narrativa sono aumentati rispetto alla fine degli anni Ottanta del 600%?).

Una seconda propensione è quella all’ibridazione, alla contaminazione con linguaggi finora estranei alla letteratura o con essa solo tangenti (giornalismo, cinema, fotografia, fumetto, canzone ecc.), all’iniezione di additivi al testo, nel timore che di per sé non regga. Tutte operazioni che la rete mette a portata di mano e incoraggia, e fanno della letteratura un “sistema passante” di narrazioni diverse.

Di nuovo: un disastro? Mah… Si potrebbe anche sostenere che ci troviamo di fronte a “una letteratura che ritorna arte di società. Come prima della modernità”, “ma – attenzione – in un contesto ultratecnologico” che ridefinisce il lettore, non più “individuo solitario e silenzioso” ma “collettività solidale e rumorosa” in cui il “parere idiosincratico” e la chiacchiera, il mi piace/non mi piace assumono legittimazione di critica definitiva.

Ma, “finché esiste una grande letteratura, esisterà un pensiero che ci riflette sopra”, conclude l’autore. E viene in mente un’osservazione ormai variamente ripetuta: il romanzo (il grande romanzo, scritto non con l’unico scopo di intrattenere) non è morto; sono forse i lettori di romanzi (i lettori veri, che non leggono solo per passatempo) ad essere in estinzione. Di quelli disposti a leggere un libro come questo, sul romanzo (ma anche la poesia) e i suoi lettori, difficile pronunciarsi…

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Brescia, 14 ottobre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Barbera immGianluca Barbera, Magellano, Castelvecchi 2018 (pp. 237, euro 17,50)

“Quando il palato si ribella davanti alla scipitezza del riso bollito senza alcun ingrediente, si sogna il grasso, il sale, le spezie”,

sentenziava lo scrittore indú citato da Braudel (Capitalismo e civiltà materiale), ma la passione per il pepe, la cannella, i chiodi di garofano, la noce moscata,  oltre che nell’Islam e in Cina, agli albori dell’età moderna era viva in Europa soprattutto, dove le tavole dei signori esigevano sapori ricercati e forti. Si spiega allora come mai persino “i sogni degli scopritori” agli inizi dell’età moderna dipendessero dalle spezie, tanto più dopo che, nel Cinquecento, in conseguenza del periplo dell’Africa compiuto da Vasco de Gama, le spezie affluirono in quantità maggiore in Europa raggiungendo anche i paesi del Nord.

È nel quadro di questa epopea delle spezie – recentemente ricostruita attingendo alle fonti più diverse da Orazio Olivieri (L’età delle spezie. Viaggio tra i sapori, dall’antica Roma al Settecento, Donzelli 2018) – che si collocano la vicenda di Ferdinando Magellano e della prima circumnavigazione del globo, e in questa, la storia di Juan Sebastiàn del Cano, personaggio storico e coprotagonista del romanzo di Barbera. La dice lunga il fatto che “due bastoncini incrociati di cannella con noci moscate e chiodi di garofano sormontati da un elmo che regge la sfera terrestre” campeggino nello stemma che quest’uomo si conquisterà al ritorno da un  viaggio durato tre anni, durante il quale quattro delle cinque navi partite sono andate perdute e lo stesso Magellano è morto. Di queste drammatiche peripezie si occupa il romanzo, ma anche di figure indimenticabili: quella dello stesso Magellano, in primo luogo, portoghese che naviga in nome del re di Spagna, ammiraglio che deve farsi obbedire da capitani che proprio per la sua origine lo guardano con sospetto, e non potrebbe essere diversamente in anni nei quali le due potenze marinare si disputano il dominio delle terre d’oltreoceano, non ultime le Islas de la Especerìa, le Molucche, che rappresentano la meta che Magellano vuol raggiungere non doppiando il Capo di Buona Speranza ma cercando un passo che gli permetta di portar le sue navi dall’Atlantico al mare sconosciuto e sterminato che non aveva ancora nome, e che proprio Magellano chiamerà, “non senza irritazione”, Oceano Pacifico dovendone scontare l’“eterna bonaccia”.

È “un fanatico calmo”, quest’uomo zoppicante ma instancabile, “un individuo enigmatico, murato in una specie di mutismo rancoroso”. A rendere la complessità del suo carattere non è la voce di un narratore onnisciente, ma quella di un personaggio implicato nella vicenda, che si fa così mediatore essenziale tra il lettore e il personaggio del grande navigatore: quel Sebastian del Cano che fin dall’inizio esplicita la ragione che lo porta a scrivere. Il romanzo che leggiamo è il suo resoconto, una sorta di espiazione dettata dal desiderio di liberarsi dai fantasmi che lo perseguitano da quando ha tradito, e non una volta sola, il suo comandante, giungendo ad usurpare gli onori e la gloria dell’impresa. Dalla consapevolezza dichiarata della sua colpa, dal bisogno di risolverne il peso in un racconto dettagliato dei fatti, dalla denuncia imparziale e severa della propria doppiezza emerge la seconda figura cui l’autore sa dare una consistenza convincente e suggestiva: si direbbe che del Cano guardi nell’“abisso” della propria interiorità con uno sguardo non dissimile da quello che rivolge alle terre in cui via via si imbatte ed ai costumi, ora pacifici ora sanguinari, dei loro abitanti.

L’immaginario che dobbiamo a Stevenson e Conrad – ma anche a film come Gli ammutinarti del Bounty o Master and commander – pervade le pagine, “tra l’odore della pece e della canapa, lo stridio delle pulegge di bosso sotto le drizze, il suono dei magli sui ferri e i fischi e le grida dei marinai”. Ma più di tutto è un sentimento dell’altrove, dell’inesplorato, a saper ancora raggiungere lettori quali siamo noi che viviamo in un mondo ormai senza segreti, ma non dobbiamo dimenticare – sulla scorta di Italo Calvino – che se “Scoprire il Nuovo Mondo era un’impresa difficile”, “ancora più difficile era vederlo, capire che era nuovo, tutto nuovo, diverso da tutto ciò che ci si era sempre aspettati di trovare come nuovo”.

In conclusione, un romanzo storico, questo Magellano, non piegato a farsi “strumento ideale per fare ideologia”, caricandosi di allusioni politiche all’oggi come spesso fanno narrazioni riconducibili a questo genere letterario – lo nota  Gianluigi Simonetti nel suo La letteratura circostante (Il Mulino 2018) – e men che meno assimilabile alle “postmodernissime finzioni metastoriche” inaugurate dal Nome della rosa, o ai romanzi – storici ma ibridati con il thriller e l’inchiesta – sulla scia dei Wu Ming: è piuttosto “il piacere del racconto puro”, la “narratività” che era “caratteristica del romanzo storico classico” a connotare il libro di Gianluca Barbera.

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7 ottobre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

“Bisogna essere audaci nella scrittura, e prudenti nella vita di tutti i giorni.”

(Lisa Halliday)

“Ognuno cerca nella storia, narrata da altri o da lui medesimo, quell’unità della propria identità che, lungi dall’avere una realtà sostanziale, invece appartiene solo al suo desiderio.”

(Adriana Cavarero)

tedeschi immMassimo Tedeschi, Villa romana con delitto, De Ferrari 2018 (pp. 143, euro 11,90)

Il lago è lì, con i suoi paesaggi che incantano, la sua paciosità che conquista tanto più quando la stagione è finita  e “i residenti (possono) dedicarsi al loro passatempo preferito: le chiacchiere, i racconti iperbolici sulla stagione passata, i vagheggiamenti su quella a venire”.

E’ un Garda che ha appena cominciato a conoscere il turismo di massa, ma i discorsi sono quelli, ieri come oggi; il loro ritmo è quello che fa dire, a ragione, che il tempo benacense scorre più lento che nel resto della provincia. E come il lago, così lui, il commissario Sartori è al centro della scena: personaggio fresco e inedito, in cui solo per sfizio il recensore può rintracciare tratti che lo avvicinano – lo si notava già parlando del precedete romanzo di Tedeschi, lo scorso 3 dicembre – un po’ a Rocco Schiavone e un po’ a Salvo Montalbano. Come il primo insofferente della nuova grana, ossia delitto, e quindi indagine, che si presenta: non siamo alla “rottura di coglioni di decimo grado” del collega di Aosta, ma certo “una cupezza allibita e depressa” coglie Sartori alla notizia; così come, al pari dell’altro di Vigata, lui detesta il pacco di carte che sulla sua scrivania attendono implacabili la sua firma.

Una volta iniziata, però, l’inchiesta lo prende, indipendentemente dalle pressioni che subito arrivano dall’alto essendo il morto l’illustre capo archeologo – non importa se trafficone e intrallazzato – della Villa di Sirmione, niente meno che un Accademico d’Italia, l’Italia degli anni Trenta, che non perde occasione per ribadire la propria romanità. Se poi c’è di mezzo una vedova nient’affatto disprezzabile, non guasta (ha un debole per le vedove, il nostro commissario, che in questo romanzo continua la sua liaison con quella che a Portese gli mette a disposizione una villa vista lago, e non solo).

Ma non ci sono solo cittadini eccellenti a reclamare che la polizia faccia giustizia. C’è anche l’affittacamere di Sartori che lo supplica di ritrovarle il gatto rapito, e il proprietario del caffè cui è sparito il cane in circostanze altrettanto sospette. Ecco, è nell’idea di intrecciare le due storie (quella dell’Accademico e quest’altra dei due animali) che il romanzo prende un passo ancor più convincente di quello pubblicato l’anno scorso, e in questo senso contano anche l’efficacia delle scene  in cui il pacato Sartori si fa uomo d’azione spregiudicato e intelligente, e i  dialoghi nei quali alle sue battute, che inchiodano la vittima, questa non sa rispondere che con una modulazione di silenzi che si può dire un pezzo di bravura (dal glaciale all’impenetrabile, poi all’interessato, all’incupito, al torvo e via via fino all’accasciato, che segna la resa all’acume del poliziotto).

E infine, il nume tutelare: non quello del Vittoriale, come in Carta rossa e nell’Ultimo record, ma Pirandello. Il quale non è lì, sul Garda, ma grazie alla vedova di Portese e al suo allusivo omaggio lo zampino ce lo mette. Ma cosa c’entra Come tu mi vuoi con la soluzione del caso? C’entra, c’entra… Basta arrivare alla fine, e lo si fa, d’un fiato anche questa volta.

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Brescia, 23 settembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

“Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi.”

(Karen Blixen)

Esperienza e povertà

20/09/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Castelvecchi ha pubblicato quest’estate il saggio che Benjamin scrisse a Ibiza, nel 1933, e che costituisce un riferimento essenziale nel romanzo di Carlo Simoni, Il miserabile: “Era incredibile – dice la protagonista del romanzo – come la depressione che lo attanagliava non gli impedisse di lavorare. Scrisse in quei giorni Esperienza e povertà. Pagine che restano per me fra le sue più toccanti, e profonde, certamente anche perché un giorno ne volle discutere con me. Il venir meno della capacità di narrare non era che la spia di una crisi più generale e profonda, quella della possibilità di vivere accumulando davvero esperienza.”

Walter Benjamin, Esperienza e povertà, a cura di Massimo palma, Castelvecchi 2018)

Più citato che letto: lo si può dire di molti autori, ma certamente l’osservazione si attaglia in modo particolare a pensatori come Walter Benjamin, la cui opera, oltretutto, è spesso ridotta a un titolo, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, così come la sua fisionomia appare fissata nei ritratti fotografici di Gisèle Freund, nei quali il suo volto si fa icona del filosofo contemporaneo, tormentosamente concentrato, un po’ com’è avvenuto ad Einstein, nell’immagine che ne ritrae l’espressione bonaria e i capelli ribelli. Un analogo processo di riduzione sembra del resto aver pesato in molte delle biografie di Benjamin, nelle quali la sua vita sembra fatalmente precipitare, e riassumersi, nella fine tragica incontrata nel 1940 a Port Bou, il paese ai piedi dei Pirenei dal quale Benjamin contava di passare in Spagna e raggiungere il porto dal quale imbarcarsi per gli Stati Uniti.
Ebreo per stirpe, comunista a suo modo, intellettuale emarginato – dall’accademia nella quale aveva cercato invano di accreditarsi, dai giornali con i quali non disdegnò di collaborare –, esule per necessità, innanzitutto, e quindi “migrante economico” (secondo la calzante definizione di Massimo Palma, il curatore di questo libro): nel personaggio si sommano le condizioni ideali per la sua “santificazione”, la santificazione del genio incompreso prima e della vittima poi.
Libri come questo servono, riproponendo scritti poco frequentati o che meritano comunque di essere riletti, a mettere in guardia contro quella che – al di là delle intenzioni – per il tramite di una facile e tutto sommato comprensibile empatia si rivela per una neutralizzazione, di fatto, della carica critica e per alcuni aspetti provocatoria del pensiero di Benjamin.
La selezione che ci viene proposta assume, alla lettura, il significato di una sequenza ragionata, dallo scopo ben preciso: Il carattere distruttivo e Scavare e ricordare, rispettivamente risalenti al 1931  e all’anno successivo, risultano premessa in qualche modo necessaria a Esperienza e povertà, del 1933, che a sua volta suona come una sintetica prova di quello che si può considerare un classico, un’opera che torna a distanza di tempo, ad ogni rilettura, a dire cose sorprendentemente attuali: è inevitabile pensare alla proliferazione di messaggi determinata dal web e alle sue conseguenze leggendo Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, scritto tre anni dopo.
La perentorietà, il tono che potrebbe suonare vagamente superomistico del primo scritto, così come l’icasticità e la concisione del secondo, si sciolgono in una prosa colloquiale in Esperienza e povertà, non a caso assunto come titolo dell’intera raccolta: la riflessione sul destino dell’esperienza, della crescente difficoltà di farne anche nel mondo attuale, trova alimento nel confronto con la povertà, un confronto obbligato per l’autore nella seconda estate passata a Ibiza, dove appunto il saggio venne composto. Ma la povertà di cui Benjamin parla non è tanto quella materiale, quanto piuttosto la povertà di esperienza. È l’esperienza stessa, infatti, ad essere oggi “in ribasso”, e questa svalutazione, che è insieme perdita di una risorsa essenziale per la vita, ha preso le mosse dalla Grande Guerra, dai cui campi di battaglia “la gente (tornava) ammutolita”, “non più ricca, più povera di esperienza comunicabile”. L’“impetuoso dispiegamento della tecnica” nel corso dei combattimenti aveva avviato un processo irreversibile: “un’indigenza di nuova specie”, da quei giorni, “si è abbattuta sugli uomini”, perché la povertà di esperienza è solo un aspetto di una più sostanziale e pervasiva povertà, “non solo di esperienze private, ma di esperienze umane in genere.” Non ne mancano i sintomi rivelatori: il tramonto dell’arte di narrare, in primo luogo. È questo il nesso fra questo saggio e l’altro che segue, Il narratore, ma prima di passare a quello occorre considerare lo sviluppo che questa constatazione trova in Esperienza e povertà: la perdita della capacità di far davvero esperienza si rivela “una nuova forma di barbarie”. Sennonché – ecco il Benjamin che non si lascia costringere entro le formule della deprecazione dei tempi – è possibile “introdurre un nuovo, positivo concetto di barbarie” se si sa interpretare quella stessa perdita come opportunità di “cominciare daccapo”, di “cominciare dal nuovo”, come hanno fatto del resto i grandi creatori, animati da un carattere distruttivo senza il quale non avrebbero potuto divenire “costruttori”. Così Descartes, Klee; o Brecht e Loos, il cui “segno distintivo è la totale mancanza di illusioni sull’epoca e tuttavia una professione di fede priva di scrupoli a suo favore”.
C’è qualcosa di più, in affermazioni del genere, di quanto espresso nel pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà che Gramsci poco più di un decennio prima riprendeva da Romain Rolland. Quello che entra in gioco è il significato stesso della cultura, la sua funzione: gli uomini, poveri di esperienza come ormai sono, si sono stancati della “cultura”; “l’umanità si prepara a sopravvivere alla cultura, se così deve essere.” E non si tratta di una prospettiva apocalittica, perché “quel che è importante è che lo fa ridendo”.
È questo che stava avvenendo negli anni Trenta? E sta avvenendo ancora oggi? o è già avvenuto? Le parole che concludono il saggio suscitano domande di questo genere, inquietanti, e non facilmente eludibili. Si possono ravvedere corrispondenze in esperienze come quella del Sessantotto, che innegabilmente è stato animato, anche, dalla pulsione a “far piazza pulita” – per usare ancora un’espressione di Benjamin – di una cultura oppressiva e obsoleta? Ha senso cercare analogie con il “nichilismo attivo” che secondo Umberto Galimberti serpeggia fra i giovani di oggi? o fra alcuni di loro almeno, quelli che “cercano di trasformare la crisi del mondo vitale, nel quale siamo tutti immersi, in una nuova opportunità di ridisegnare i rapporti umani, rimettendo in discussione le mappe – fisiche, mentali e sociali – trasmesse dalle precedenti generazioni”?

È dopo aver attraversato riflessioni simili che leggiamo l’ultimo saggio, il più denso e insieme il più accessibile nella sua scrittura piana ed evocativa di sensazioni che ci appartengono: chi non ha sperimentato il fatto che “Diventa sempre più raro incontrare persone che possano raccontare davvero qualcosa”? Non chiacchierare, non intrattenere, non riempire ad ogni costo un silenzio altrimenti imbarazzante o avvertito addirittura come minaccioso, ma raccontare.
Non si tratta di una superficiale evoluzione dei costumi, è ben di più: “È come se una facoltà che ci sembrava inalienabile, la più sicura tra le cose sicure, ci venisse sottratta. La facoltà di scambiarsi esperienze”, venuta meno per una ragione sostanziale: “l’esperienza è deprezzata.” E sappiamo a partire da quale catastrofico evento. Fin qui, Il narratore riprende il saggio che abbiamo letto prima, ma per andare oltre: chi sapeva narrare – contadino, marinaio o artigiano che fosse – era “un uomo che dispensa(va) consigli all’ascoltatore”, e a suo modo diffondeva “saggezza”. Ora, “l’arte della narrazione tende al termine perché l’epica della verità, la saggezza, sta morendo”, e – si badi – “nulla sarebbe più fatuo di voler ravvisare [in questo processo] unicamente un fenomeno di decadenza”. Si tratta piuttosto di rintracciarne le cause: l’“emergere del romanzo all’inizio della modernità”, in primo luogo (Don Chisciotte è la personificazione del fatto che la saggezza ha disertato la grandezza d’animo); in secondo, il dominio dell’informazione, “inconciliabile con lo spirito della narrazione”: “Ogni mattina [l’apparto dell’informazione] ci aggiorna sulle novità del globo terrestre. Eppure siamo poveri di storie degne di nota.” Il che significa: poveri di narrazioni che, a differenza delle “notizie”, durino nel tempo, mantengano la loro efficacia senza consumarsi subito. Come accade ai comunicati dei giornali e dei mass media, appunto, che – volendo parafrasare un passaggio di Scavare e ricordare – ci trasmettano soprattutto o solamente “fatti”, incapaci di restituirci il senso della nostra volontà di sapere, inevitabilmente conculcata dall’ossessione di essere informati.
Ma c’è di più, molto di più in queste pagine. Conviene limitarsi, qui, a segnalare un passaggio nodale: la morte, il morire, un tempo evento che faceva parte della vita comune – non si spiegherebbero altrimenti le scritte che si leggono sotto le meridiane, come quell’“Ultima multis” visto a Ibiza – “nel corso della modernità (è stato) espulso dall’ambiente percettivo dei viventi”. Il fatto è che proprio nelle espressioni e negli sguardi del morente, rivelatori di una “vita vissuta”, il narratore traeva la propria autorità, condividendola con quella che anche “il più povero dei diavoli” possiede nel morire; perpetuandola poi nei suoi racconti e così coltivando un’“arte” utile alla vita (come le tante ciance sullo storytelling a loro modo – un modo distorto e ambiguo, spesso maldestro – forse stanno, nonostante tutto, a testimoniare).

Il miserabile

19/09/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Carlo Simoni, Il miserabile, Castelvecchi 2018

“Il miserabile, “l’infelice”: così Walter Benjamin era chiamato a Ibiza nelle due estati trascorse sull’isola nei primi anni Trenta, alla vigilia del suo definitivo esilio a Parigi. Un Benjamin trasandato nell’aspetto fisico, ben lontano dall’immagine trasmessaci dalle fotografie di Gisèle Freund. Eppure, proprio in quei stessi giorni il pensatore tedesco è impegnato in letture approfondite e nell’elaborazione di scritti decisivi, mentre la sua vicenda umana, segnata da momenti di crisi profonda, si intreccia ad amicizie e ad amori incontrati nel corso del suo soggiorno. I fatti narrati in questo romanzo trovano riscontro in ricostruzioni biografiche e cronache (in particolare quella di Vicente Valero, Experiencia y pobreza) e traggono spunto dalle lettere, dai saggi e dai racconti composti da Benjamin durante i mesi trascorsi a Ibiza. I caratteri, i comportamenti e le relazioni reciproche dei personaggi, invece, sono frutto dell’immaginazione dell’autore.

Walter Benjamin ritratto da Jean Selz a Ibiza nell’estate del 1933 e in due fotografie di Gisèle Freund di pochi anni dopo

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

1.

“La stanza non ha tende alle due finestre che guardano sul porto.
Era la prima cosa che facevo una volta, in una casa nuova: cercare il tessuto, scegliere i colori, tagliare e cucire le tende, appenderle dietro i vetri. Come a stabilire un confine, fra il dentro e il fuori, fra noi e gli altri. Anche se sono sempre stata di quelli che non sanno rinunciare a guardare nelle finestre delle case, quando ci passano davanti. Dal treno soprattutto, quando è buio e rallenta o addirittura si ferma poco fuori dalle stazioni: ci si viene a trovare vicinissimi alle case, spesso, ma più in alto della strada. All’altezza del primo, o del secondo piano. All’improvviso, spettatori di fronte a piccoli palcoscenici illuminati dove donne sole aspettano, o stanno sedute col marito e i figli a tavola. Oppure spazi vuoti di persone che però si sa che sono lì, in un’altra stanza, come fossero dietro le quinte, e di lì a poco dovessero comparire sulla scena. Non si riesce a distogliere gli occhi da quelle finestre, presi come da una nostalgia improvvisa, da un rimpianto per qualcosa che ci sembra di non aver avuto, che abbiamo presentito, molto tempo fa, ma non abbiamo poi potuto vivere. Senza voler immaginare che qualcosa di straordinario possa avvenire dietro quei vetri, non vogliamo perdere un attimo del tempo che ci è concesso dalla sosta imprevista. Come se quel che vediamo stesse per rivelarci un segreto che è sempre stato a portata di mano. Una verità che ci riguarda. Vicina e pure indistinguibile.
(…) È la casualità, insieme alla relativa brevità, di quelle fermate, a farcele sentire come occasioni da non perdere, per godere a pieno quello che ci possono dare. (…) Se la sosta dura più di qualche minuto, come senza dircelo avevamo temuto, sentiamo balenare in noi, che fino a quel momento avevamo sperato si protraesse, il desiderio che il treno si rimetta in movimento: sentiamo che la compiutezza del racconto appena intravisto rischierebbe di slabbrarsi nella trama banale di un romanzo sconclusionato, alla fin fine insensato. Come la vita.”

2.

“Era uno sguardo diverso, il suo. Gli occhi ridotti a due fessure dietro le lenti spesse degli occhiali senza montatura. Azzurri e distanti, e pure luminosi, attentissimi.
Li avevo sentiti su di me la prima volta che ci eravamo seduti a uno dei tavolini che ho ritrovato tali e quali, sotto le mie finestre. Era l’unico caffè allora, sul porto.
Non li aveva distolti quando avevo ricambiato il suo sguardo, ma mi ero resa conto che non guardava esattamente me, o non solo me. Quel che avevo intorno piuttosto. Mi guardava, ma allo stesso tempo – intendo dire – sembrava vedesse qualcosa che non coincideva con il mio viso, il mio corpo, e neanche gli stava dietro. Non era uno di quegli sguardi che ti oltrepassano, che ti attraversano come fossi trasparente, il suo. Non era oltre me quello che aveva fermato i suoi occhi: era attorno a me…
Mi guardava come se, più che vedermi, mi ricordasse, anche se mai ci eravamo visti prima. Era come mi ricordasse, sì, è forse questo il modo migliore per dirlo.
Jean aveva seguito il mio sguardo e, inaspettatamente, aveva raggiunto quell’uomo che, alzandosi dalla sedia aveva fatto a mio marito un piccolo, curioso inchino. Mi era parso un modo, più che affettato, un po’ stravagante di salutare.
Quando vennero da me e Jean me lo presentò, quella luce si era già spenta.
I suoi occhi erano distanti mentre, un po’ goffamente, accennava un baciamano.
(…) Nella lentezza di quell’uomo, nella sua trasandatezza, nella gentilezza un po’ antiquata che si distingueva a mala pena dall’indecisione che rallentava ogni suo movimento, ebbi subito la sensazione che si nascondesse uno spirito del tutto diverso: quel brillio degli occhi, quello sguardo penetrante che mi era capitato di vedergli la prima volta che l’avevo incontrato mi facevano supporre in lui un pensiero sempre al lavoro, una risolutezza di idee che smentiva la sua timidezza con gli altri, una passione di capire che non restava confinata ai libri, ma lo accompagnava in ogni momento. E non poteva non intralciarlo nella vita d’ogni giorno, quando era fra la gente.”

3.

Ero incuriosita di sapere dove andasse con i due o tre libri che si portava sottobraccio, l’altra mano occupata da una coperta che si era svolta e strisciava con un lembo per terra. Lo vidi scomparire fra gli alberi, ma non mi fermai. Camminavo con circospezione, per il timore di calpestare qualche rametto e farmi sentire. Credevo d’averne perso le tracce quando mi affacciai su una minuscola radura: era lì, e leggeva, seduto sulla sua coperta, la schiena poggiata al tronco di un pino, due libri accanto, fra l’erba, e su quelli un quadernetto aperto. Lo vedevo di tre quarti, lui non aveva avvertito la mia presenza. Leggeva, assorto, colla mano a far visiera sopra l’occhio destro, e fumava la pipa, spegnendo accuratamente il fiammifero e mettendoselo poi nella tasca della giacca, ad evitare che la minima brace potesse propagare il fuoco nel bosco. Già, era in giacca camicia e cravatta anche lì, per quanto malandate.
Di tanto in tanto interrompeva la lettura e volgeva gli occhi verso l’alto, tra le chiome degli alberi. Restava così a lungo, come immaginasse – pensai io – di poter essere lassù, fra le fronde che ondeggiavano alla brezza, a guardare il mare. Si spostò a un certo punto e, stesa la coperta sull’erba, ci si sdraiò, restando immobile, con gli occhi aperti però – riuscivo a distinguerlo – sulle foglie dell’albero sotto il quale si era steso. Poi si alzò. Ripiegò la coperta e si rimise seduto prendendo a scrivere sul suo quaderno, interrompendosi tuttavia di tanto in tanto a guardare ancora in alto, come a verificare la giustezza di quel che andava scrivendo confrontandolo con quel che aveva visto e vedeva lassù, e che tuttora lo rapiva, si sarebbe detto, tanto che sembrava distogliersene a malincuore, per ricominciare a scrivere. Quel guardare in alto, fra gli alberi, quell’essersi immaginato lassù fra le fronde, a tu per tu con gli uccelli che vi sostavano, sembrava dargli nuova ispirazione. Tornò poi al libro e dopo qualche minuto di lettura scrisse qualcosa nei margini della pagina. Ripose quindi la stilografica nel taschino della giacca e si mise a scartabellare fra le pagine di un altro dei volumi che s’era portato.
Mi fu chiaro in quel momento da dove gli venisse la calma che avevo sentito in lui, nelle sue parole. Era in un luogo come quello, in quel modo di stare che trovava la quiete, una quiete laboriosa, meditativa, feconda, e lui se l’era costruita, a Ibiza come dovunque il suo ininterrotto peregrinare l’aveva e l’avrebbe portato: camere d’albergo, stanze in affitto, case d’amici, tavolini di caffè, scompartimenti di treni.”


Ordini

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Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 29 settembre 2018.
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“Per ordinare e capire chi noi siamo dobbiamo raccontarci.”

(Antonio Tabucchi)