“A quanto pare sono interessato a come – e perché e quando – un uomo agisce contro quella che ritiene la sua parte migliore, contro il modo in cui gli altri immaginano che lui sia, o preferirebbero che lui fosse.”

(Philip Roth)

Rachel Cusk, Transiti, Einaudi 2019 (pp. 196, euro 17)

Una scrittura, una narrazione all’altezza dell’epoca? Forse in questo modo si potrebbe definire l’obiettivo – e, a seconda dei giudizi, il risultato – del lavoro di Rachel Cusk, che fin dalle prime pagine ci propone giudizi precisi sul nostro tempo, appunto. “Quest’epoca di scienza e incredulità (in cui) abbiamo smarrito il senso del nostro significato”, e la vita scorre per molti “priva di storia”, in una sostanziale solitudine e nella assillante “paura di non essere desiderati”. Al punto che, a chi si aggira nel deserto della depressione, può accadere “di commuoversi fino alle lacrime di fronte alla preoccupazione per la sua salute e il suo benessere espressa dal lessico degli slogan pubblicitari e delle confezioni alimentari”. Ma nulla è più lontano dalle intenzioni dell’autrice del costruire una teoria circa il mondo in cui viviamo: quello che dice lo riporta, non lo presenta mai come l’esito del suo pensiero, ma sempre come il frutto della sua attitudine ad ascoltare gli altri, le persone fra loro diverse che la vita quotidiana le fa incontrare. In ciò proseguendo la strada intrapresa con Resoconto (in questi Appunti lo scorso 9 dicembre), ma dando ancora più spessore a un senso di irrealtà che permea l’esperienza, “come se vivessimo in una vetrina”, dove la vita “è una messa in scena, ma nello stesso tempo è reale”. Una realtà nella quale tuttavia molti degli adulti fra i quali ci muoviamo a mala pena riescono a nascondere la loro natura di bambini mai davvero del tutto cresciuti, e perfino gli studenti di un corso di scrittura creativa danno l’impressione di non “credere a sufficienza nella realtà umana per costruirci sopra delle fantasie”. Né maggiore consistenza paiono avere i matrimoni, che sembrano funzionare “come si dice che funzionino le storie, grazie alla sospensione dell’incredulità” e si reggono secondo uno dei “resoconti” raccolti, “non tanto sulla perfezione, quanto sull’elusione di determinate realtà”, come ad esempio i sentimenti del compagno. Ma non si tratta solo di esperienze coniugali: tutta la vita è dominata da una sorta di rimozione, dalla tendenza a “sottovalutare ciò che ci ha formato di più, e a replicarlo ciecamente”.

E lo scrivere? è forse il segno di un destino diverso, più consapevole, più responsabile? Pare di no: “Tutti gli scrittori sono in cerca di attenzione (…) Il fatto è che nessuno – sostiene un collega nel corso di un incontro pubblico – si è preso cura di noi quando eravamo piccoli e adesso gliela facciamo pagare. Se uno scrittore nega, per quanto lo riguarda, una componente di vendetta infantile in ciò che fa, è un bugiardo. Scrivere è solo un modo di farsi giustizia con le proprie mani”.

Ma lei, l’autrice, in proposito come la pensa? O meglio: come la pensa la protagonista, voce narrante del romanzo (del tutto somigliante all’autrice stessa, si giurerebbe comunque)? Lo dice, con chiarezza: ritiene un bene “il fatto che ogni lettore si avvicina al tuo libro come un estraneo che devi convincere a restare”, persuasa com’è della necessità di un “fondamentale anonimato del lavoro di scrittura”. Ed è un impegno mantenuto, questo: il personaggio di cui meno sappiamo, alla fine, è proprio lei, la narratrice, anche se il suo sguardo è pagina dopo pagina divenuto il nostro. Uno sguardo distaccato abbastanza per riportare con scrupolo le storie udite, ma partecipe in misura tale da permetterle di far di quelle storie l’occasione di riflessioni, di interventi in prima persona sommessi quanto penetranti, che solo il contatto stabilito con l’estraneo del momento pare aver reso possibili.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

“Indubbio è che le storie, molte volte, le si crea anche per riequilibrare, che la stessa invenzione, la più pura, si fa strada per compensare delle mancanze.”

(Lisa Ginzburg)

Un giallo a passo d’uomo

16/06/2019 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Louise Penny, Case di vetro. Le indagini del commissario Armand Gamache, Einaudi 2019 (pp. 552, euro 15)

Dopo cinquanta pagine non è ancora successo niente: si può reagire così alla lettura del primo dei romanzi dedicati dall’autrice canadese al commissario Gamache. Il primo pubblicato in Italia di ben quattordici. Sì, la lentezza: è come guardare un film in bianco e nero di qualche decennio fa, uno di quei romanzi che si permettono di lasciare che i personaggi si costruiscano per minime pennellate successive. Così avviene per il protagonista, e proprio il processo che a poco a poco ci rende familiare questo personaggio è al centro della narrazione. Armand Gamache “credeva fermamente alla legge, aveva lavorato tutta la vita a servizio della giustizia, ma l’unica a cui sentiva di rendere conto era la propria coscienza.” E la storia si può leggere, infatti, anche come l’assommarsi delle circostanze che portano questo integerrimo poliziotto a far sua senza esitazioni o mezze misure la massima di Gandhi – secondo la quale “Esiste un tribunale più alto di quello degli uomini, ed è quello della coscienza. Il primo tra tutti i tribunali” – e a metterla in pratica correndo sul limite di quella che potrebbe apparire assenza di scrupoli. Quella stessa che qualcuno imputò a Churchill quando lasciò che i nazisti bombardassero Coventry per impedire che potessero rendersi conto che loro, gli inglesi, avevano decifrato il loro codice segreto: non opporsi alla morte di centinaia di persone per scongiurare quella di un numero molto maggiore di innocenti. Lasciare che un carico ingente di droga passi il confine fra il Canada e gli Stati Uniti pur avendone avuto notizia non è diverso: servirà al commissario a decapitare i due potenti cartelli, americano e canadese, dei trafficanti di morte.

Senonché, questo è solo un ramo della vicenda, l’altro si svolge in un tranquillo, minuscolo villaggio fuori da Montreal, lo stesso i cui abitanti – non numerosi, cui si aggiungono qualche turista e anche  Gamache e la sua famiglia – sono sconvolti dalla comparsa di una figura misteriosa, addobbata come la Morte nell’iconografia tradizionale: un cobrador, un misterioso personaggio la cui presenza, muta e di per sé innocua, suscita in ciascuno dei residenti il rimorso per un atto che avrebbe potuto evitare e invece ha compiuto, o si è colpevolmente astenuto dal fare. Tutti colpevoli, ma qualcuno – uno in particolare – più degli altri.

Il rapporto fra la ricerca dell’identità del personaggio mascherato e, poi, di quella che viene ritenuta dal paese come la sua vittima, da un lato, e dall’altro la lenta, paziente lotta ai padroni del mercato della droga, resta in sospeso per gran parte delle oltre cinquecento pagine del romanzo, persino agli occhi di personaggi decisivi come la giudice che, a fatti avvenuti, sta conducendo un processo nel quale, inspiegabilmente, il procuratore e il commissario chiamato a testimoniare, contrariamente a quanto sarebbe naturale, sembrano schierati su fronti opposti. L’andirivieni fra la cronaca del processo e quanto avviene al villaggio è frutto di una tecnica narrativa consumata, che permette di tener ferma l’attenzione del lettore, oltre che su quanto avviene, sui risvolti inaspettati del carattere di Gamache, uomo ironico, gentile, disincantato, ma al tempo stesso determinato, capace della pazienza lungimirante di uno stratega come dell’intervento tempestivo e se necessario violento del soldato: lo si scoprirà verso la fine, quando l’autrice dimostrerà di saper accelerare il ritmo narrativo fino alla tensione di un film d’azione. A colori.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Stromboli

13/06/2019 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

In un’estate che non potrà dimenticare, luoghi e situazioni coinvolgenti, ricordi che non cessano di turbarlo e figure che stenta a decifrare, si avvicendano attorno a Lucio, diciottenne alle soglie di una nuova vita, insicuro tuttavia nel comprendere i desideri e i sentimenti che avverte, tormentato dalla sensazione di non saper prendere decisioni, di non riuscire a chiarire a se stesso quel che davvero vuole.
È solo alla vigilia della partenza, osservando i gabbiani che si librano come aquiloni accanto al barcone che lo porterà a Stromboli, che gli pare di capire: occorre l’indifferenza di una cosa per star così, nell’aria, ma insieme la concentrazione di un animale che ha fiutato la preda, preso in quello che sta facendo, nel momento in cui lo sta facendo, tanto da dimenticarsi quasi dello scopo del suo fare e fin di se stesso.
Occorre essere distanti da sé e allo stesso tempo mai così raccolti, ma non basta volerlo. Occorre confondersi con il vento, smetterla di difendersene.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

La bambina tende le mani. Vorrebbe che si avvicinassero ancora di più a prendere il biscotto che tiene sul palmo. I suoi richiami si mescolano ai loro stridi. La madre cerca di farle fare un passo indietro: ha paura dei becchi uncinati, e di quelle zampe, che potrebbero artigliare la manina tesa verso di loro, anche se pendono inerti sotto quei corpi tozzi che si direbbero troppo pesanti per stare sospesi nell’aria, controvento. Immobili.
Guarda come si lasciano portare, dice una ragazza al suo compagno: stan su senza far niente…
Lucio non lo sa se è così davvero: i loro occhi sembrano quelli di chi sta lavorando, seri, concentrati.
La donna è riuscita a convincere la figlia a lanciare il biscotto: un gabbiano lo afferra strappandolo a quello che l’aveva già nel becco e scompare. La bambina vuole continuare il gioco, piange quando la madre la trascina via.
Lucio prende dallo zainetto un sacchetto di cracker e ne tira pezzi ai gabbiani. Ce n’è uno, in particolare, che gli sembra lo guardi dritto negli occhi.
Si rovescia via nel vento ma poi ritorna, e sta lì, così vicino che lui, quasi, potrebbe toccarlo. Non fa niente per prendere i bocconi che Lucio tira in mezzo agli uccelli. Non sembra lì per quello. Sembra stia fermo nel vento perché così fa un gabbiano, perché vuole fare come i gabbiani che stanno sospesi intorno a lui in quel momento stesso, e come tutti gli altri che hanno sempre fatto così, da che mondo è mondo…


Rumori metallici di lamiere percosse, rimbombi cupi che risalgono tubature invisibili lo svegliano ogni pochi minuti. O così gli sembra. Quando sono voci a farlo uscire dal sonno gli occorre un momento per rendersi conto che è steso in una cuccetta, sulla nave che lo porta alle Eolie.
Si riscuote. Ricorda che quando veniva con i suoi voleva che lo svegliassero prima delle sei per vedere il vulcano. Stromboli.
La prima volta era rimasto deluso: dov’erano la lava, il fuoco? Aveva immaginato che il cratere si vedesse dal mare. Invece c’era solo una montagna, verde di cespugli bassi, ripida, chiazzata di terra scura.
Quando la nave aveva lasciato il molo di Scari, sotto San Vincenzo, e aveva costeggiato l’isola si era visto il fianco grigio, quasi nero, senza un filo d’erba: la Sciara del Fuoco. È da lì che scende la lava, quando scende. Ma quel giorno non se ne vedeva. Una nuvoletta bianca sulla cima, quando erano stati ormai distanti dall’isola: segno che il vulcano era sveglio, gli avevano detto. Sveglio anche se non in fase di eruzione.
Questo aveva visto, la prima volta, quando era un bambino di sei anni, e di tutto quello che il padre aveva via via spiegato, e tornato a spiegare, a lui e alla mamma, negli anni successivi – l’età del vulcano, la formazione della Sciara del Fuoco, la presenza di tre crateri – a Lucio era rimasta in mente soprattutto una cosa che aveva letto in uno dei romanzi che il nonno, il papà della mamma, gli regalava al suo compleanno: Viaggio al centro della terra. Era di lì, dal vulcano di Stromboli che Axel, con lo zio professore e la loro guida islandese, erano tornati sulla terra. Dallo Sneffels, il vulcano spento in cui si erano calati, a Stromboli. Dall’Islanda all’Italia.


Dorme fin quasi alle sei. Succede con il vino bianco, gelato, se ne bevi come fosse acqua.
Resta a guardarsi intorno. Aveva sempre dormito di là, in cucina c’è ancora la sua poltrona letto. Il letto dove dormivano i suoi è di quelli a una piazza e mezza, infossato al centro. Anche lì, vicino alla porta del bagno, un acquerello – non di Doriana però, di sua madre: ci s’era messa anche lei, incoraggiata dalla vicina. Il mare, e lontani, sulla destra, tre gabbiani in volo.
Li vede ancora, Lucio, gli occhi di quell’uccello fissi per qualche secondo nei suoi: come si aspettasse che lui intuisse quel che aveva da dirgli, gli vien da pensare adesso. Come si fossero riconosciuti e non ci fosse bisogno di parole fra loro.
Sul tavolo della terrazzina trova un cesto di cedri e arance. Non mancava mai quando i suoi erano a Salina. E i Parisi se ne sono ricordati.
Gli sembra di vederla, Lara, che lo appoggia lì, in punta di piedi, e poi se ne va. Ma è la figura di Doriana a sovrapporsi subito a quella della figlia: la immagina entrare in casa e affacciarsi alla camera, e restar ferma un momento a guardarlo dormire.


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 13 giugno 2019.
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Dal Corriere della Sera – Brescia del 22 giugno 2019.
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“Ho conquistato una certa bravura nel narrare con un’unica strategia: leggere di tutto. (…) Leggere, leggere, leggere. Ogni libro può modellarci come autori.”

(Nicholas Sparks)

Michele Serra, Le cose che bruciano, Feltrinelli 2019 (pp. 174, euro 15)

Politico del “fronte progressista”, non sa accettare che non sia accolta la sua proposta di legge – avanzata in tempi non sospetti, e dal fronte progressista, appunto – per la “reintroduzione dell’uniforme obbligatoria” nelle scuole (una proposta volta a “rimediare a quella forma subdola di banalità che è l’anticonformismo”, l’ossessione di distinguersi cercando, velleitariamente, di vestirsi in modo diverso dagli altri). E dunque se ne va. Se ne va proprio, in montagna, a fare (anzi, a imparare a fare) il contadino, sicuro della sua scelta ma non della propria condizione: “fuggiasco vittorioso” o “dimissionario soccombente”? Di certo, convinto da tempo che “La politica è commovente, e commovente è chi fa politica”. Perché la politica, oggi, oltre che disarmante è disarmata: “con le sue presuntuose divinazioni sul destino degli uomini” si è ridotta ad essere una “branca della metafisica”, superata dai fatti, affogata nelle mene di potere, svuotata di senso da notiziari che sgranano il loro “rosario quotidiano di catastrofi” dicendo del disordine del mondo e nel contempo riordinandolo “nella struttura a rullo delle news”.

E intanto, “abbiamo troppe cose tutti quanti”, ne riempiamo le nostre case, ne accumuliamo continuamente e in aggiunta ne ereditiamo: “siamo cresciuti in una religione antropomorfa, che crede nella resurrezione della carne e colleziona reliquie con entusiasmo feticista. Le penne sono dita, le scarpe piedi, i cappelli scalpi, gli occhiali lo sguardo che hanno contenuto”. E si tratta invece solo di “scorie delle vite altrui che rimiriamo impotenti (…). Il passato che ci imprigiona è solo in piccola misura il nostro. Si tratta del passato degli altri che si traveste, pur di sopravvivere, da nostra memoria.” Una memoria che coincide con un “micidiale ricatto”: “quello che, per onorare il passato, ostruisce il presente.” E allora, ecco l’idea che fin dal titolo si annuncia: “Libertà è un rogo ben congegnato”. Bruciare, disfarsi di vecchi mobili e soprammobili, di carte e soprattutto di fotografie di famiglia, “volti di morti e di vivi che l’eternità irrisoria dello scatto fa sembrare comunque morti anche quando siano sopravvissuti”.

Trovata la soluzione, dunque, perché l’abbandono della città non si tiri dietro zavorre ingombranti? No, purtroppo: come il viaggiatore socratico che, per quanto si allontani, porta sempre con sé le proprie ossessioni, così il nostro ex politico non può fingere di non aver reciso legami che lo gravano: “Mi rendo conto, con un certo fastidio  – deve ammettere –, che rischio di sentirmi legato a quel vecchio strumento di misura – l’opinione pubblica – che qui a Roccapane [il paese dove si è ritirato] vale quanto un peto di capra, ma giù nel mondo, dove tutti vivono addosso a tutti, ci rende oppressi.” Tanto più in questi ultimi anni, perché è “Incalcolabile quanto sia ingigantita, la sensazione di essere osservati, da quando hanno inventato la rete, la ragnatela a forma di mondo dove siamo impigliati a miliardi”.

Un libro serio che si legge sorridendo: potenza della scrittura di Serra, e del suo sguardo disincantato a ancora divertito sul mondo. E sul tempo, nonostante si sia costretti a constatare che “il passaggio del tempo non è uno spettacolo del quale si può essere semplici spettatori”, perché “Tornare indietro è impossibile, recriminare inutile. Bisogna inchinarsi al tempo che passa. Passiamo insieme a lui, e prima ce ne facciamo una ragione, meno doloroso sarà quando qualcun, tra una manciata d’anni, brucerà con pieno diritto le nostre vecchio cose.”

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

“Ciò che siamo incapaci di cambiare dobbiamo almeno descriverlo.”

(Rainer Werner Fassbinder)

Halldóra Thoroddsen, Doppio vetro, Iperborea 2019 (pp. 128, euro 15)

Il lavoro “è regredito all’automazione e ormai si occupa esclusivamente della propria crescita esponenziale”, “Il mercato divora con una forza finora sconosciuta, è diventato un predatore globale e nessuno riesce a contenerlo. Non è solo l’ambiente a soffrirne, siamo tutti a rischio di estinzione. Noi e tutto ciò che abbiamo di più bello, l’immaginazione e la solidarietà”: chi è l’autore di diagnosi critiche tanto radicali?

Non un sociologo o un filosofo. È una donna di settantotto anni, che da tempo vive ritirata nella sua casa, osserva il mondo ma, “In fondo è una donna da soglia di casa”. Alla quale comunque “importa di come va il mondo” e che “ha a cuore che i giovani se la cavino e possano godersela un po’”. Perché il mondo non è dei vecchi come lei, è delle “nuove generazioni”, che della “saggezza stantia di una vecchia come lei non sanno che farsene”. È così: “ogni generazione si rintana nel proprio settore, infanzia e vecchiaia sono destinate all’isolamento. Urliamo nella nostra caverna e sentiamo solo la nostra eco”.

Cionondimeno, questa donna “Non vuole morire proprio adesso che sono in corso tanti cambiamenti. Vuole poter continuare a seguirne gli sviluppi. (…) Invece di scuotere la testa come una garbata vecchietta e lasciare che al futuro ci pensino gli altri, è avida di capire.”

Di capire, ma anche di sentire, di provare sentimenti. E qui la storia richiama l’Haruf di Le nostre anime di notte*, perché il tema è quello dell’amore fra vecchi, come quello che sboccia fra la protagonista e un vicino settantacinquenne. Titubante lei, all’inizio (“non può certo esporsi a una pena d’amore alla sua età”), ma poi poco a poco persuasa – da una voce interiore – che “i desideri non si avverano in un animo pavido”: “Gli telefona e gli dice sì”. Una storia intensa, felice, la loro, proprio perché calibrata sulla loro età (“non fingono di essere diversi da quello che sono, di serbare ancora il vigore di un tempo”) e forte di una precisa consapevolezza, riassumibile nel fatto che “L’amore tra persone anziane non è un amore coniugale sano, che ambisce a riempire la terra”.

Una storia intensa, dunque, ma breve: lui muore prima che sia stato loro assegnato l’appartamento in una residenza per anziani dove volevano vivere, insieme. E lei? Dopo il dolore della perdita, “La sofferenza non la travolge più a ondate. Ormai la conosce, ci si è abituata. Ora riesce a osservarla dall’esterno, a salutarla con un cenno del capo. Certo che soffriamo, dal momento che ci troviamo in questa tragedia greca sappiamo che la fine è inevitabile.”

E allora non resta che prenderne atto, aderendo alla propria condizione, tornando ad osservarli, gli altri: “Là fuori tutti stanno cambiando il mondo. Lei resta in disparte, seduta alla finestra”. Il che non significa affatto chiudersi in se stessa, prova ne sia che quando i cittadini islandesi protestano contro il governo nel periodo della crisi economica che non ha risparmiato l’Islanda, anche lei va in piazza con mestolo e tegame a manifestare sonoramente il proprio disappunto, partecipe al punto da chiedersi se “finalmente sia diventata parte della collettività, anche se per un brevissimo momento”. Per poi tornare tuttavia dietro la sua finestra, dietro il doppio vetro da cui guarda il bambino che gioca con la sabbia, e sentire che la sua esperienza “non le arriva più di riverbero”, ma che “lei è l’esperienza”; sentire che “Si fonde con il mondo che sta fuori”, e dunque “È compiuta”.

Scrivere di vecchiaia in un Occidente sempre più vecchio testimonia dell’apertura del romanzo agli avvenimenti davvero epocali che viviamo, ma Thoroddsen fa di più. Ci racconta di un cammino umano compiuto senza infingimenti, e senza indulgenze né accanimenti verso di sé, fino alla fine.

* K. Haruf, Le nostre anime di notte, NNE 2017, in questi Appunti di lettura il 19 marzo dello stesso anno

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Emanuele Trevi, Sogni e favole. Un apprendistato, Ponte alle Grazie 2018 (pp. 224, euro 16)

Il senso della caducità della perdita, innanzitutto: “Quando consideriamo il passato, l’estinzione di tante cose che ci apparivano ovvie e addirittura necessarie al nostro stesso esistere non stupisce affatto. Perché le vediamo fragili…”. Ma non solo le cose. Anche “il tempo degli artisti” ancora verificabile sul finire del Novecento, quando “erano esseri umani investiti di una vocazione”, o lo stile di vita, la dimensione dell’esistenza, che “godeva di larghi margini di lentezza” perché “era fondamentalmente sconnessa – ossia: disconnessa –, in una maniera che per chi ha oggi venti o trent’anni è difficilissima da immaginare. (…) Era normalissimo assentarsi, non dare notizie di sé per giorni o per settimane. E dunque, com’è logico supporre, le persone si pensavano con maggiore intensità…”. Un vissuto diverso del tempo, nella sostanza, che in certi luoghi, come il “cineclub” frequentato a diciott’anni conservava una “qualità speciale”.

È proprio così, o dipende dalla postura psicologica? L’autore non ha problemi, in ogni caso, ad ammetterlo (e siamo così a un secondo tema decisivo): “sono sempre stato una persona poco vitale, diciamo pure depressa”. Tema non casualmente ricorrente, la depressione, nella  letteratura recente, ma in Trevi non appare questione con cui fare i conti, da risolvere, in qualche modo – come ad esempio ne L’uomo che trema di Andrea Pomella, in questi Appunti lo scorso 18 novembre –, bensì un tratto distintivo del carattere, di un modo di stare al mondo che consegue alla netta percezione che “non facciamo che trapassare”, “possiamo illuderci di essere qui per qualcos’altro (…) ma di fatto non c’è un singolo secondo in cui non trapassiamo” e “l’esistenza, dal punto di vista individuale, non possiede nessun valore – conta solo la specie”, anche se ci abita la “certezza illusoria di essere destinatari di un messaggio”: “possedere un destino è la suprema finzione”. Per tutti, anche per chi crede di trovare nello scrivere una ragione per attribuirsi una personalità irripetibile: “la condizione dell’«autore» può rivelarsi un ostacolo, un ulteriore gabbia”, e uno stato di connivenza, forse, con il “gioco” imperante di “tener buona la gente a colpi di consenso narrativo e identificazione emotiva”. Lo sapeva già Metastasio, del resto, che pure ne faceva oggetto di un sonetto grazioso, quanto sia assurdo, per lo scrittore, commuoversi di fronte ai sogni e alle favole che inventa. Assurdo ma necessario, perché “solo nel riparo delle nostre finzioni l’esistenza è tollerabile se non sempre felice e “costruire una versione narrativa di noi stessi” è l’unico modo di preservarci “dalla follia e dalla disperazione sempre in agguato”: “il vero fondo è quando non ti racconti più nulla in cui puoi credere, quando per qualche motivo finisce il carburante, la possibilità di collocarti in una storia anche minima, anche misera, e di collocare a sua volta quella storia nel mondo che altrimenti ti apparirà per quello che è…”.

Eppure. Eppure ci sono autori incontrare i quali apre spiragli nella “cortina di buone maniere in cui consiste la vita sociale”. Si può trattare di un fotografo ritrattista come Arturo Patten, di una poetessa disperata come Amelia Rosselli, o di un letterato originale quanto spigoloso come Cesare Garboli. La capacità di guardare del primo, di vedere oltre la maschera che “l’alveare sociale” ci ha assegnato e alla quale abbiamo finito per credere; la “sovrabbondanza di destino” che gravava sulla seconda; la lucidità – rispecchiata nel logorarsi delle cose, nella “senescente dignità” che si coglieva nella sua casa – con cui il terzo sapeva individuare “l’oggetto della scrittura, inseguito durante i giorni passati a raccogliere, selezionare, interpretare tracce”, ossia “la vita, e il suo segreto di Pulcinella”, “l’assoluta mancanza di significato”, “l’illusorietà di ogni singola esistenza trascorsa in questo mondo.” E con questo il cerchio sembra chiudersi: la ricerca, sulla scorta dei maestri incontrati, ha se mai reso ancor più chiara la consapevolezza che “tutti noi, vivendo tra gli altri, desiderandoli e temendoli, sviluppando infinite forme di aggressività e dipendenza, orgoglio e sottomissione, finiamo per smarrire, in maniera più o meno grave, la strada della somiglianza a noi stessi. Come cani che a forza di fiutare tracce non sono più in grado di tornare a casa.”

Perché non si esce prostrati dalla lettura di un testo che non lascia margine alla speranza, se non a quella ravvisabile nel fatto che “noi sopravviviamo” non nelle “cose che abbiamo portato a termine”, ma “in tutto quello che non siamo riusciti a fare, nel tempo che non ci è bastato, nei rimpianti, nelle imprese interrotte”?

Perché non è un lamento, né una deprecazione, quello che l’autore ci consegna. La sua non è la voce di un uomo disperato, ma di chi s’è a lungo sforzato di vedere un senso nel non senso, ossia di smetterla di cercare un senso. Di qui uno sguardo inesorabile, e tragico, certo, ma limpido, pacato: un po’ come quello di Annie Ernaux, di cui non a caso Trevi cita un incipit indimenticabile, l’incipt de Gli anni: “Tutte le immagini scompariranno”.

Anche quello, di Ernaux, un romanzo sui generis, per certi aspetti avvicinabile a questo, che pure porta in copertina la dicitura “Romanzo” ma si potrebbe, come qualcuno ha fatto, definire saggio autobiografico. Non certo un saggio concluso, necessariamente riferendo – come non è possibile fare altrimenti parlando della vita – di “un apprendistato”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.