“[La poesia] È arrivata come una visita ed è rimasta tale. Viene e va…”

“[La poesia] È arrivata come una visita ed è rimasta tale. Viene e va quando le pare, la chiamo e le obbedisco. Mi ha potato il senso del dono impensato. (…) La poesia mi ha dato un destino. E poi solo lei sa dire quanto siamo complessi e frammentati. So quel che sono solo scrivendo”. (Chandra Livia Candiani)

Desiderio di mondo

Oriella Savoldi, Costellazioni terrestri, GAM editrice 2020 (pp. 192, euro 15)

“(…) senza proteste per gli anni andati / dalla finestra osservi / le tracce del tuo passaggio”: lo spirito con cui guardare alla propria vita è dichiarato già nella prima pagina di questo libro, che come ogni libro ha avuto una storia, e si è prefisso degli obiettivi. Di questi leggiamo nel brano di apertura, un quadro esemplare – sul quale vale perciò la pena di soffermarsi – delle motivazioni e delle attese che la scrittura autobiografica sottende.

L’“urgenza di scrivere”, innanzitutto, fattasi indilazionabile nel passaggio decisivo che in un’esistenza rappresenta l’abbandono dell’attività lavorativa. Un’urgenza consapevole tuttavia di non potersi tradurre senza mediazioni in scrittura: quel che si è stati grava su quel che si è attraverso “richiami vischiosi”, immagini di sé parziali ma radicate, “sensi di perdita e di non ancora” che rischiano di cristallizzare lo sguardo sulla propria esperienza. Uno sguardo che si vuole nuovo, complessivo, all’altezza della nuova fase intrapresa e può nascere solo da uno “slancio” che si faccia determinazione coraggiosa a cercare “il filo della (propria) storia” senza pretendere di tracciarne a priori il disegno. Scoprendolo invece, “giorno dopo giorno”, nei “varchi” attraverso cui la memoria – secondo un ordine proprio, discontinuo, spesso divergente da quello cronologico quindi – lascia affiorare il ricordo di momenti che hanno segnato la quotidianità e non hanno cessato di stagliarvisi, conservando uno statuto di diversità dai fatti minuti che l’aver riempito i giorni non ha salvato dall’oblio.

È la memoria involontaria, dunque, ad essere chiamata in gioco? la sua casualità enigmatica?

Perché, in altri termini, nelle pagine che seguono leggeremo di un fatto piuttosto che di un altro? perché quell’episodio, quell’incontro invece che altri sono divenuti oggetto di scrittura? La risposta è già qui, nelle prime pagine: sono le “ombre”, i “nodi che hanno imbrigliato la scioltezza del filo” della propria esistenza a meritare uno spazio privilegiato nel racconto, ed è “l’impronta del bisogno che l’(ha) contraddistinta” a delimitarne il campo. L’esperienza sindacale e il femminismo, la dimensione pubblica e l’orizzonte politico, non devono impedire di risalire a quel bisogno fondamentale. È un punto decisivo, questo: la scrittura autobiografica può, deve, allargare lo sguardo oltre il che cosa si è stati – la professione svolta, i ruoli giocati, gli scopi dichiarati che hanno ispirato le scelte – per dar conto di chi si è stati, e si è. Il campo, in un primo momento coincidente con la vita adulta, chiede quindi di esser dilatato a comprendere l’infanzia, e a scoprirvi il segno dell’unicità – cosa diversa dall’eccezionalità – che contraddistingue ogni vita. E quel segno è identificabile, in questo caso, nel “bisogno di non perdere di vista la vita materiale delle persone, le cose, i luoghi”. Gli altri e le altre, dunque, ma entro i contesti e la concreta storicità che li ha visti disporsi in costellazioni via via concretamente intervenute nel corso della vita, animate da compagni e compagne di strada cui la scrittura consente di offrire il riconoscimento dovuto al di là del “riserbo” che troppo spesso ingabbia le nostre relazioni, le parole che ci scambiamo. È “riguardando il legame” con queste persone che diventa possibile “rivivere” le proprie esperienze fondamentali nei loro tratti caratterizzanti. La tendenza alla “fuga”, in primo luogo, sull’onda di un “desiderio di mondo” che porta a “non rimanere schiacciata dai legami famigliari”, a fuggire la “litigiosità quotidiana” e il “mare agitato del non detto” che dominavano i rapporti fra i genitori, a fuggire “per troppo amore. Per poter riconoscere le loro impronte nella donna che sono e sono stata”, ma anche “per amore della vita potente” del nipote da poco giunto, il figlio della figlia che forse troverà in queste pagine “segni del suo inizio”: è un ideale passaggio di testimone, da un’infanzia a un’altra, il fine ultimo di queste pagine di evocazioni e bilanci, riflessioni e speranze.

I capitoli si susseguono nella forma di racconti in sé conchiusi e tuttavia mai privi di rimandi reciproci, secondo una logica che sembra echeggiare quella visualizzata nella copertina: alle costellazioni dei nomi di chi ha lasciato un segno – non puramente ideale ma concretamente terrestre, appunto – nella propria esperienza corrisponde questa costellazione di “frammenti di vita”, disposti secondo la progressione degli anni ma ciascuno, al suo interno, capace di sovvertire il rapporto tra passato e presente: non un prima e un dopo linearmente in successione, ma un qui e ora che alimenta il desiderio di riandare ai fatti e alle figure che l’hanno generato, di portarli alla luce raccontando dell’io che si è stati, per restituire a quello che si è oggi quel di più di senso che la scrittura ha permesso di guadagnare.

Sono momenti indimenticabili perché mai scivolati nel passato, tracce di memoria per decenni custodite quelle che occupano i primi racconti, quei “ricordi ancora gracili dell’infanzia” – verrebbe da dire, con Walter Benjamin – con cui “la vita suole per lungo tempo condursi come una madre che accosti il neonato al suo petto senza svegliarlo”. Ed è la figura del padre a imporsi, il padre dal quale “devo aver mutuato quel passo a lato che sento dentro ogni qualvolta mi vien fatto un torto”, a meno che l’offesa non riguardi altri, perché allora è la voce della madre a risuonare perentoria – Non è giusto! È forse dall’interiorizzazione di questi opposti atteggiamenti che nascerà la scelta del “mestiere di sindacalista” da parte della figlia, mai pacificata tuttavia nel rapporto con la madre, l’una e l’altra impegnate in una lotta sotterranea per ottenere l’amore di lui, uomo segnato da un’infanzia di bambino non desiderato contro la quale ha opposto per una vita uno sforzo tenace di emancipazione, non solo economica, che ha forgiato la sua fiera ostinazione. Un carattere che non verrà incrinato neanche dalla vecchiaia e dalla malattia, e pure capace di riandare alla prima stagione della sua vita e riconoscerne – in un incontro che coinvolge e commuove la figlia – emblemi come il “vecchio ciliegio” che ormai ha cessato di dare frutti (e ritroviamo in uno degli acquerelli che corredano il testo).

Occorrerà non solo tempo ma un’esperienza del tutto inedita perché anche la figura della madre si apra alla comprensione della figlia, che solo quando deve affrontare una maternità vissuta nella contraddizione tra la donna che è e la madre che sta per divenire a sua volta, riesce a superare la propria “incapacità di vedere” nella sua, di madre, “la donna che (era) in un’epoca infelice per i destini femminili”. Diversa da quella che la protagonista del racconto vive, gli anni in cui “il femminismo era un’onda felice”, tale da indurla a ripromettersi con la figlia un rapporto diverso, ben presto gravato però dallo suo stesso “essere donna inquieta, alle prese con se stessa, con quanto andav(a) scoprendo e cercando per la (sua) vita”. Dopo quella con i genitori è la relazione con la figlia a balzare in primo piano, i “passaggi sofferti” che deve attraversare e sembrano ripercorrere, in tempi e contesti differenti, il travaglio del rapporto già vissuto con la propria madre – “Volevo che mia figlia mi vedesse per la donna che ero” – ma diversamente da quello destinato a tradursi in una consapevolezza nuova e rigenerante: “Cadde in me la pretesa e al suo posto trovò spazio la fiducia”. Momenti di presa di coscienza come questo costellano il racconto: il superamento della “solitudine” che a lungo accompagna l’esperienza nel sindacato, in primo luogo, dove sono “i legami con donne che mi hanno mantenuto radicata in me stessa” a far luce sulla possibilità “non di appartenere, ma di essere protagonista consapevole di un contesto troppo spesso ostile alla libertà femminile”.

Non c’è soluzione di continuità fra il vissuto delle proprie relazioni familiari e sentimentali e quello del proprio ruolo professionale e politico, e a garantire questa coerenza sostanziale è il tessuto delle relazioni, quelle di amicizia – l’amicizia femminile, altro da quella con gli uomini, cui tuttavia la voglia di capire la “differenza maschile” apre –; le relazioni d’amore, nelle quali si è fatta strada la convinzione che “amore per la libertà” e “libertà nell’amore” stanno insieme; le relazioni di solidarietà e impegno comune nelle fabbriche; le relazioni nate dalla condivisione di una politica delle donne orientata dal pensiero della differenza: “dalle relazioni è venuto quel di più di intelligenza che giova alla mia vita”, e anche le pratiche che l’hanno arricchita, dall’acquerello alla scrittura, di cui questo stesso libro con i suoi testi e le sue immagini è testimonianza.

È su questa base che gli anni accumulati non si fanno ostacolo alla ricerca da sempre nutrita e che si fa ora – ora che “la vita si infila nel suo tempo breve” – apertura al domani, capacità di evitare “il rischio di proiettare un senso cupo sul presente, a scapito del suo divenire”, fiducia nei giovani che “meno pervasi dall’idea di un futuro da costruire, costi quel che costi, com’era stato per la mia generazione e per quelle immediatamente precedenti”, possono “restare più concentrat(i) sulla vita che vanno facendo” e così “sottrarsi al fascino di dispositivi esterni, per quanto carichi di promesse di successi futuri”.

È la morte del padre a segnare una cesura decisiva, oltre la quale il racconto aderisce al presente fino a farsi addirittura diario, diario di luoghi e di sentimenti nei giorni che precedono – in Palestina, dove è andata a vivere con il marito nato in quella terra tormentata – il parto della figlia e la nascita di Rami, il bimbo cui il libro è dedicato, a cui parla la poesia che conclude queste pagine.

“Senza proteste per gli anni andati”, recitava l’incipit: scrivere di sé può essere un modo per fare pace con se stessi; una “forma di riparazione” che non prevede autoassoluzioni né è tentata di infliggersi condanne definitive.

Scrivere di sé non è fatalmente segno di ripiegamento, ma può rivelarsi occasione per riconoscere la centralità che le altre, gli altri hanno avuto e continuano ad avere nella propria vita. Occuparsi della propria storia può essere la via per allargare l’orizzonte del proprio sguardo a una Storia che ha bruciato speranze, ma non il proprio “desiderio di mondo”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Una storia sfuggente e inquietante

Emmanuel Carrère, I baffi, Adelphi 2020 (pp. 149, euro 17)

Non lo diresti – che storia si può mai costruire sul fatto che uno si taglia i baffi? –, ma il page turning, come dicono gli editor aggiornati (e quindi allineati sul fronte dell’anglofonia), ossia la voglia di girare una pagina dopo l’altra, in questo romanzo è assicurato. Per il lettore, infatti, l’inquietudine crescente del protagonista si fa contagiosa, soprattutto quando sconfina nella deriva paranoide e induce progressivamente al sospetto che non ci possa fidare di un personaggio del genere, come appunto prevede la tecnica che dà voce a un “narratore inaffidabile”. Il quale tuttavia all’inizio non sembrava assolutamente tale: che dici – chiede alla moglie – se mi tagliassi i baffi? Perché no? risponde tranquilla lei. Senonché, questo semplice gesto mette in moto una reazione a catena, senza dirli ma senz’altro dando per scontati (nei lettori maschi almeno) i significati sottesi, e sostanzialmente inconsci, che lasciarsi crescere barba e baffi così come raderseli comportano. C’è chi ricorrentemente fa il sogno angoscioso di tagliarsi per sbaglio un baffo mentre si dà un’aggiustata ai peli ribelli, o l’incubo di non riconoscersi più, tanto da dubitare della propria identità, una volta deciso di radersi la barba che portava da anni. Ma tornando al nostro uomo: quello che lo manda fuori di testa (è il caso di dirlo) è innanzitutto la reazione della moglie alla sua richiesta di dargli un parere circa il suo viso glabro (ma di quali baffi parli? tu non li hai mai portati); a seguire, lo stesso meravigliato diniego degli amici da cui vanno a cena e il giorno dopo dei colleghi di lavoro. “Avrebbe voluto dire loro di smetterla, tutti, che ne aveva abbastanza”: avrebbe, ma non può. Non può perché sente che lo troverebbero ancora più strano. La tregua apparente con la moglie, quando decidono dopo una notte d’amore che sarà il caso di ricorrere a uno psichiatra, non farà che precipitare ancor più nell’angoscia l’uomo che si è privato dei baffi: ognuno dei due, pensa che sia l’altro ad aver bisogno di farsi visitare. Quando poi lui le esibisce la carta d’identità e lei, convinta – a parole, almeno… – che i baffi che figurano sulla foto siano stati aggiunti col pennarello, li gratta via, il rovello dell’uomo senza più i baffi passa ogni limite, sfocia nell’ossessione, nel dubbio che si stia complottando contro di lui: per farlo davvero impazzire, o per indurlo al suicidio… E allora non resta che andarsene, col primo aereo: Hong Kong. Star lì, non far altro che andare avanti e indietro su un traghetto e ascoltare i baffi ricrescere sembrano calmare il fuggiasco, per altro sempre speranzoso che tutto possa tornare come prima, che gli ridiventi possibile tornare a casa, dalla moglie. Ma ecco che è lei a raggiungerlo, come se niente fosse, come se fossero partiti insieme: lieto fine quindi? conclusione sorridente per quanto paradossale?

Non è questo che Carrère ci riserva. Emmanuel Carrère, narratore davvero inaffidabile in questo che è stato uno dei suoi primi romanzi.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Quattro idee per curare il dolore della perdita

Silvia Stucchi, Farsi coraggio. Forme della consolazione nel mondo antico, Marietti 1820, 2020 (e-book)

“Incuriosire, distendere e, forse, anche far riflettere”: nell’intento dichiarato a conclusione del saggio di prefazione a “questo percorso nella saggezza e nella sensibilità antiche” è facile cogliere il nesso fra la proposta di Silvia Stucchi e gli studi di Pierre Hadot e di Michel Foucault, da punti di vista diversi – e che hanno conosciuto momenti di confronto esplicito – convinti del permanere di un significato attuale di pensatori stoici, epicurei, platonici e neoplatonici. Anche se non di autori greci, ma latini, sono le parole che leggiamo in questo libro (Cicerone, Seneca, Plinio il Giovane, ma anche autori “all’apparenza imprevisti” come Petronio), un po’ come avviene in quelli di Ivano Dionigi (da Quando la vita ti viene a trovare. Lucrezio, Seneca e noi al recente Parole che allungano la vita). È tuttavia su un tema preciso che l’analisi di Stucchi si concentra, o per dir meglio: su un “genere letterario codificato, che si avvaleva di argomentazioni ricorrenti”. La precisazione non è superflua se si tiene conto dei malintesi che non tener conto di una circostanza simile può indurre: è il caso dei pensieri di Marco Aurelio – avvertiva Hadot –, spesso letti come una sorta di diario intimo e non per quel che sono, “parti del sistema stoico, che Marco Aurelio ripete a se stesso”.

Ciò detto, è il tema a imporsi per l’attualità perdurante e, possiamo dire, purtroppo rinverdita dagli effetti devastanti della pandemia in corso che sembra aver reso meno distanti i tempi nei quali si praticava il genere della “consolazione”. Un genere alimentato dalle “argomentazioni che il mondo classico seppe elaborare per consolare chi, provato da un dolore bruciante come quello della perdita di una persona cara, si interroga sul perché, spesso senza riuscire a darsi risposta”. Argomentazioni che erano sostanzialmente fissate già in Omero e poi in Erodoto e soprattutto nei tragici e si possono ricondurre a “quattro concetti chiave”, che vale la pena di considerare in dettaglio: la morte e la perdita di una persona amata sono esperienze, per quanto dolorosissime, non peculiarmente riservate a un solo uomo, ma toccano l’intera umanità”, e – come ci ricordano Ovidio, Orazio e Lucrezio – tutti devono morire, anche i più nobili e insigni tra gli uomini; “morire, in fondo, è un bene, perché ci libera dai mali; meglio morire piuttosto che soffrire, giorno dopo giorno, pene indicibili”, posizione che sottintende con evidenza una visione radicalmente pessimistica della condizione umana; “alla lunga il tempo è il medico migliore, perché cancella, o almeno lenisce, tutti i mali”, e infine: “chi è morto, paradossalmente, è al riparo da ogni dolore; se ha perso il bene della luce del sole, ha perso, però, anche la possibilità di ammalarsi, di piangere, di patire, di essere infelice”.

È inevitabile notare che, con poche variazioni, sono gli stessi argomenti che ancora oggi si possono sentire quando si fa visita a una casa dove il defunto attende le esequie, o ci si trova in un obitorio o in un “Luogo del Commiato” (come le Funeral Homes sono state ribattezzate da noi), o si partecipa a un funerale. Ma che cosa, tuttavia, ci distanzia da queste considerazioni consolatorie? Forse la consapevolezza che chi si piange non è altro da noi e più che ricevere consolazione si tratta di imboccare la via dell’elaborazione, l’elaborazione del lutto, con tutte le resistenze che insorgono, le ambivalenze che affiorano nelle forme del rimpianto o del rimorso, le lacerazioni inevitabili che andare avanti comporta, nella sottile consapevolezza – come osservava Benedetto Croce – che “con la nostra vita ulteriore, seppelliamo per la seconda volta spiritualmente i nostri morti, che già una prima volta coprimmo di terra”.

Del resto, “affliggersi in un dolor supervacuus” oltre che, appunto, inutile – avvertiva Plutarco –, è anche sconveniente, illogico, poco decoroso: un’osservazione che – senza voler ignorare differenze sostanziali di epoche e di culture – non può in qualche modo non richiamare alla mente posizioni molto attuali. Si pensi al Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali nella sua ultima edizione (DSM-5), là dove include fra i disturbi mentali da sottoporre a cura quello “da lutto persistente e complicato”: un lutto che dura oltre i dodici mesi non è un lutto “normale”. È un lutto “patologico”.

Ma si sa: i classici – proprio in quanto classici – continuano ad aver qualcosa da dirci e, secondo gli auspici dell’autrice, ci fanno riflettere: come non collegare allora l’“inedita tematica consolatoria” di Seneca (che cos’è la disperazione di fronte alla morte rispetto al “pensiero della fine del mondo”?) all’angoscia sottotraccia determinata dalla crisi ecologica? E la preoccupazione eccessiva per la sorte del proprio corpo – contro la quale si scagliava Diogene il Cinico – non richiama alla mente il ricorso crescente alla pratica della cremazione, o addirittura – anche sulla scorta dell’ultimo libro di Marc Augé, Risuscitato!) a quella della criogenizzazione?

In conclusione, richiamando il titolo di questo libro e la conclusione della sua premessa, è bene comunque rileggere le parole di un lettore profondo e geniale degli antichi come Giacomo Leopardi, che in una delle sue Operette Morali, il Dialogo di Plotino e di Porfirio richiamava il valore di un incoraggiamento solidale: “Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. […] e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Sacralizzare la natura

Serge Latouche, Come reincantare il mondo. La decrescita e il sacro, Bollati Boringhieri 2020 (pp. 96, euro 10)

Interpretato riduttivamente come un programma immediatamente operativo – non senza qualche responsabilità del suo ideatore, c’è forse da dire –, o addirittura caricaturizzato in chiave regressiva o pauperista, il progetto di una “decrescita felice” di Latouche e dei suoi seguaci, gli “obiettori di crescita”, viene ancora una volta esposto dal caposcuola che, soprattutto in questa occasione, mette in particolare rilievo il carattere etico-politico del suo discorso. A partire dalla critica, serrata e brillante, del capitalismo come religione (per riprendere il titolo di un saggio che Walter Benjamin scrisse nel 1921), una “religione” che di fatto costituisce l’orizzonte dell’immaginario contemporaneo formatosi a partire dal calvinismo e dalla successiva emancipazione dell’economia come sapere oggettivo per trovare infine nella fede nel Progresso la sua principale forza promotrice, ancora attiva nonostante le sue evidenti, spesso tragiche, smentite. Quello di una crescita continua si è così fatto dogma incontestabile, e il punto di vista economico è divenuto la lente attraverso la quale si guarda il mondo: non è sempre stato così, né è questo – per il momento, almeno – l’immaginario ovunque dominante, anche se la globalizzazione ha ormai quasi ultimato “una colonizzazione profonda dell’immaginario da parte dell’economico sostenuto da una vera e propria teologia del Progresso. Come diceva Mark Twain, “Quando si ha un martello nella testa si tende a vedere tutti i problemi in forma di chiodi”. L’aveva del resto previsto Schopenhauer quando rivolgendosi ai suoi contemporanei affermava che “Il Progresso [la crescita, nella sua attuale versione economicista] è il sogno del XIX secolo come la resurrezione dei morti era quello del X, ogni età ha il suo”. La nostra è dunque quella in cui “Riducendo la vita alla quantità di PIL, la vecchia opposizione progresso materiale/progresso morale scompare. Ben-essere e Ben-avere si confondono e diventano praticamente identici”. Spianando in questo modo la strada alla “banalizzazione del male, ovvero alla strumentalizzazione degli uomini e della natura senza complessi da parte dei responsabili e spesso anche con il tacito consenso delle vittime”.

Dopo la parte critica, quella propositiva, che prende le mosse da due encicliche: senza appello il giudizio sulla Caritas in veritate di Benedetto XVI, dove invano si cercherebbe una condanna senza riserve al capitalismo nelle sue diverse e distruttive manifestazioni. Infatti, “Accanto agli eccessi e alle perversioni – pur richiamate – ci sarebbe un buon profitto, una buona divisione internazionale del lavoro, una buona globalizzazione, una buona finanza e un buon capitale”. Una fiera degli ossimori, insomma.

Tutt’altro il discorso della Laudato si’ di Francesco, anche se la lettura attenta e sotto molti aspetti condivisa che Latouche ne fa, non gli impedisce di vederci, più che la inequivocabilità del progetto della decrescita (per altro richiamato nell’enciclica), una sostanziale adesione alla filosofia del piccolo è bello, e dunque, alla fin fine, un “radicalismo a responsabilità limitata”.

Tuttavia – e qui sta la maggior novità del nuovo contributo di Latouche – il progetto della decrescita non può eludere la dimensione della spiritualità. Il che pone una domanda ineludibile: la religione del capitale e il culto feticistico del PIL possono dunque essere affrontati solo da una nuova religione? e sarebbe la decrescita questa religione?

La risposta richiede di mettere in campo il concetto di “disincanto”, frutto non tanto del prevalere della scienza sul pensiero magico e sul mito – come voleva Weber – quanto della “sovrabbondanza artificiale” messa a disposizione dall’“uso massiccio di un’energia fossile fornita gratuitamente – si fa per dire – dalla natura”: la conseguenza è la distruzione di “ogni capacità di meraviglia di fronte alla bellezza del mondo, ai doni del creatore e alle capacità artigianali dell’attività umana”.

Il “reincanto” a suo tempo prodotto dalla scienza e dai suoi successi è ormai “appassito”, banalizzato nelle pratiche quotidiane e contraddetto, inquinato per meglio dire, dalle disfunzioni provocate dai progressi della tecnica. Ma tutto questo non basta a incrinare la religione della crescita. E allora? La costruzione di una società della decrescita non può comunque prescindere da “un certo reincanto del mondo”, da perseguire non attraverso nuove (o vecchie) religioni né pratiche neopagane o in stile New Age o deep ecology. Quello che il movimento della decrescita – o dell’acrescita, come sarebbe più appropriato dire – si propone di promuovere è un “ateismo economico”: “Bisogna abolire la fede nell’economia, rinunciare al culto del denaro, al rituale del consumo e diventare degli agnostici del progresso”, aggiungendo “ingredienti di natura spirituale alle argomentazioni filosofiche e scientifiche”. “La via della decrescita non si propone né come una religione né come un’antireligione, ma piuttosto come una saggezza”.

E torniamo così al punto dal quale si era partiti: il progetto della decrescita non è un piano in attesa di road map, master plan, project management, cronoprogrammi e via sproloquiando: è un “utopia concreta”, ossia l’orizzonte entro il quale costruire “un futuro ideale ma possibile”, giocare “una scommessa rischiosa, ma talmente necessaria che vale la pena di essere tentata” in un’ottica di “trascendenza immanente”, che dà senso a una nuova “sacralizzazione della natura”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Un Thomas Mann mancato

Hermann Broch, I sonnambuli. I.1888 – Pasenow o il romanticismo, Einaudi 2020 (pp. 230, euro 20)

I personaggi sono cinque: tre uomini – Joachim von Pasenow, suo padre, e Eduard von Brentand – e due donne – Ruzena e Elizabeth.

L’indecisione di Joachim, giovane aristocratico prussiano, fra la povera e sensualmente equivoca Ruzena e l’irreprensibile e ricca Elisabeth, è anche indecisione fra la norma paterna e la sua trasgressione, o superamento che sia, impersonata dall’amico Eduard: tutto qui, non fosse che la dolorosa oscillazione del protagonista è quella di chi vive il passaggio fra due mondi, quello dell’“onore” e dei valori della vecchia Europa ottocentesca e l’altro che sta implacabilmente subentrando, il mondo della borghesia che irride al romanticismo d’antan, ancora capace di riconoscersi nell’uniforme, che Joachim indossa, contrapposta all’abito del borghese, cui Eduard è invece passato abbandonando la carriera militare. E così Joachim si dibatte, fra il proprio conservatorismo, che l’altro definisce “pigrizia sentimentale”, e la consapevolezza di essere un ufficiale prussiano che non disdegna di essere “l’amante segreto di una donna pagata da altri uomini”. Anche lui un “senza patria” che ha perduto il “sentimento cristiano”, in definitiva.

Mentre il decadimento mentale di suo padre avanza – riproducendo su scala individuale il tramonto dei valori che il vecchio aveva creduto di trasmettere al figlio, dopo che il primogenito era caduto in guerra, “sul campo dell’onore” –, l’amletico, e nevrotico, Joachim si deciderà infine a sposare Elizabeth, saggiamente rassegnata a non seguire il vero amore che Eduard avrebbe potuto darle: l’immagine dei due sposi, che trascorrono la prima notte di nozze distesi l’uno accanto all’altra – lui senza essersi levato l’uniforme – guardando il soffitto della camera, chiude il romanzo. O meglio: il primo, da poco ripubblicato da Adelphi, dei tre romanzi che formano l’opera, essendo che dopo 1888 – Pasenow o il romanticismo, seguiranno 1903 – Esch o l’anarchia e 1918 – Huguenau o il realismo. Una duplice ambizione, infatti, quella di Broch: raccontare il decadere dei valori nell’Europa degli anni che si concludono con la Grande guerra, da un lato, e dall’altro costruire una struttura romanzesca la cui unità non può contare né sulla continuità della vicenda né su quella dei personaggi in scena.

Un Thomas Mann mancato, se si guarda al primo obiettivo: così almeno faceva notare Vanni Santoni in una recensione illuminante (comparsa su “La lettura” dello scorso 12 aprile), sottolineando come I sonnambuli esca all’inizio degli anni Trenta, quando il pubblico che aveva accolto cinque anni prima La montagna incantata stava scomparendo sotto i colpi dell’affermazione del nazismo.

Un innovatore destinato ad aprire una nuova strada se si guarda invece alla concezione letteraria: lo sostiene – nelle “Note” riportate dall’edizione Adelphi in coda al testo – Milan Kundera, che non esita a collocare I sonnambuli fra “gli altri grandi ‘affreschi’ del Novecento”, quelli di Proust, di Musil, e di Thomas Mann, appunto. E questo proprio in forza del fatto di voler individuare il filo rosso della narrazione non nell’azione o nella biografia, ma nel permanere dell’attenzione su “uno stesso tema (quello dell’uomo di fronte al processo di disgregazione dei valori)”.

Una postilla preziosa, quella di Kundera – da integrare, se se ne avesse interesse, con la sua prefazione all’edizione della trilogia dovuta a Mimesis nel 2010 – , senza la quale l’innegabile carattere datato del romanzo potrebbe finire per oscurarne il significato per altri versi ancora attuale: “Basta esaminare la nostra stessa vita – sulla scorta di quella di Pasenow – per vedere fino a che punto (un) sistema irrazionale influenzi i nostri comportamenti, vincendo la riflessione della ragione”. Rendendo per molti versi anche noi dei sonnambuli.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Le storie degli uomini e lo sguardo degli alberi

Luca Doninelli, L’imitazione di una foglia che cade, Aboca Edizioni 2020 (pp. 110, euro 14)

“Si esce di casa e per anni si prende sempre una certa direzione, sempre la stessa. Poi un nuovo lavoro o nuove amicizie inducono nuove abitudini, lasciando nuove impronte sulla nostra vecchia pigrizia e cancellando le precedenti. Succede così che, anche quando si esce a fare due passi, non viene più nemmeno in mente di imboccar le vie di una volta, di riguadagnare le vecchie direttrici; che in realtà non sono più vecchie ma, semplicemente, non esistono più. (…) In tutto questo non ci sarebbe nulla di strano se, quando camminiamo per le vie di una città, non si camminasse anche dentro noi stessi (…). Quando cambiamo abitudini è come se si accendessero nuove luci e altre si spegnessero, lasciando intere parti di città, vie e palazzi, stanze e corridoi della nostra vita nella più completa oscurità. Ciò avviene senza che nulla venga distrutto. (…) Così le parti dimenticate rimangono, dentro quel buio, e possono rimanerci per anni, o per sempre”.

Evidenti suggestioni calviniane percorrono il racconto di Luca Doninelli, ma non sono l’unico aspetto che sembra collegare i due scrittori. Anche intrecciare costantemente allo scrivere riflessioni sullo scrivere stesso richiama Calvino: “Non appena avevo messo il punto finale, tutto quello che avevo scritto mi appariva vecchio, banale, ingenuo, sgangherato. Scrivere era come il mangiare e il bere: dopo un po’ torna la fame, torna la sete, e quello che hai mangiato ieri non serve più”. Ma questo avveniva, precisa l’autore, al tempo in cui era stato scritto il primo romanzo, rimasto manoscritto e solo dopo una ventina d’anni ritrovato: nel frattempo il protagonista ha fatto della scrittura la sua professione e la lettura di quelle sue prima pagine lo riconduce “non soltanto a un mondo che avev(a) perduto ma anche a un certo modo – non meno perduto – di stare al mondo”. Perché nel frattempo è intervenuta, quale corrispettivo della scrittura, la pubblicazione, il “libro rilegato con titolo, copertina, casa editrice, prezzo, codice a barre”: cose che “formano un argine contro il Tempo e, insieme, ne istituiscono uno nuovo, È come se le parole varcassero i confini di un nuovo paese, nel quale vige una giurisdizione completamente diversa. (…) Una volta entrate nel meccanismo della pubblicazione, le mie parole sarebbero diventate prigioniere dell’aspetto economico del lavoro, del comprare e del vendere, e avrebbero perso la capacità di stabilire un rapporto fisico e mimetico con la geografia circostante: gli angoli delle vie, per esempio, o i cancelli, l’odore dei tigli e dei gelsomini, il piacere dei passi”. Queste lunghe citazioni intendono offrire al potenziale lettore un saggio della scrittura di Doninelli: piana, apparentemente colloquiale, e pure capace di evocare una pluralità di dimensioni e trasmettere risonanze che innervano il racconto della concreta esperienza del protagonista, portato a ripercorrere la propria vita – arricchita dall’incontro con personaggi unici, come il libraio Pineaut e, tramite quello, con un inedito Roland Barthes – sull’onda dei sentimenti in lui suscitati da quel quaderno manoscritto e dalla foglia d’acero che si era conservata fra le sue pagine, una foglia “screpolata e in più punti ridotta alla sola nervatura”, capace di dargli “una sensazione di gioia e, insieme, di panico”, segno del Tempo come sanno esserlo gli alberi, testimoni silenziosi – come l’ulivo del giardino condominiale – delle storie degli uomini, e di altri segreti avvenimenti se sono cresciuti in luoghi lontani dalle città, disabitati dagli umani: “l’incontro d’amore di due pettirossi, il lamento di un alce alla vista del proprio figlio ucciso e divorato da un orso (…). Oppure semplicemente il cielo, il suo mutare (…) il fiorire dei prati a primavera, la nascita di nuove gemme, il profumo di resina”. Ed ecco, nella conclusione, riaffiorare la scrittura, il suo senso: quasi potesse assumere lo sguardo attento e comprensivo degli alberi, infatti, “In ogni vero romanzo, per quanto parli di mare, esistono non dette anche le montagne, e nella scena più cruenta vibra il velo di una tenerezza immaginata, o perduta.”

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.