Solo un osso, un osso di donna…

02/07/2018 | Scritto da Carlos Corbellini

Sono solo un osso, un osso di donna che in passato aveva un corpo, lunghi capelli neri e una risata contagiosa. Sono rimasto solo io.

Mi hanno lasciato qui tanto tempo fa, sulle sponde di un fiume.
Mi hanno gettato qui, quando ancora facevo parte di un inerme cadavere assassinato.
Ho impiegato anni per disfarmi dei segni del mio corpo martoriato, delle urla che mi risuonavano fino al midollo, delle scosse elettriche che trapassavano le mie viscere, della melma che inondava i miei polmoni, della violenza maschile che mi penetrava.

Nel corso di qualche decade, mi sono disincarnato dal mio involucro, separandomi dalle altre ossa che come me si laceravano e si mimetizzavano, allontanandosi senza un rito d’addio, né la falsa promessa di un rincontro.
Ora sono solo, senza corpo, senza capelli e senza risata. Solo mentre ritorno polvere e mi ricongiungo alla Natura.

Mentre il vento tagliente fischia impetuoso, il suono dell’acqua scandisce la mia attesa. Sono circondato da fili d’erba, nascosto nelle tenebre della terra: sto diventando humus, cibo per gli insetti, nutrimento per le piante.

Chissà se crescerà qualcosa sopra i miei resti? Un arbusto o magari un fiore, mi piacerebbe sfiorarne le radici, entrare nella sua linfa, diventarne il profumo. Essere il polline che viaggia verso una meta sconosciuta, fecondo, come non ha potuto essere il mio corpo di donna fresco di gioventù. Ricordo ancora quella passione travolgente e quel corpo così esile.

La mia memoria archivia ogni dettaglio come uno scrigno nascosto.
Alzarsi presto, prendere il bus, andare al lavoro, sentire la concentrazione delle mani operose, il calore dei ferri da stiro, la frenesia dei clienti.

Il vento gelido di Bahía attraversava l’inverno, su quella panchina di Plaza Mitre, per loro non erano le 3 del mattino, era un momento per stare insieme. Il tempo per conoscersi era sempre poco, il tempo per viaggiare abbracciati sull’autobus, per discutere di politica, bere un caffè in Avenida Colón, litigare per una sciocchezza. C’erano anche quei tardi pomeriggi in mezzo alla gente, nelle case dei lavoratori cileni, la torta fritta usata come pane, il focolare al centro della stanza, i mates, quelle infinite mateadas.
La fonte pubblica, il costo della luce, il quartiere dimenticato dal Signore.
Il circolo messo in piedi grazie al lavoro dei volontari, il nostro luogo per la partecipazione. “Perché la politica, compagni, è determinante!” – mi  son sentita dire. E il fumo che usciva dalle case costruite con le cortecce che la nostra segheria vicina scartava.
Le riunioni di notte, la distribuzione dei volantini agli operai del primo turno in fabbrica, le ore di sonno che non bastavano mai. Ma niente di tutto questo mi arrecava fatica o dolore. Io facevo parte di un essere immerso nella totalità del suo spazio vitale, desideroso di afferrare il chiarore di ogni piccolissima lucciola che scintillava nella più cupa delle notti.

Ora sono un osso, consumato dagli anni, abbandonato al suo destino di materia in decomposizione, che si dissolve ai margini del mondo.
Il vento feroce della Pampa irrompe come una frusta, trascina con sé i cumuli di polvere che pesano su di me e mi libera. Riesco a sentire la sua forza nei miei tessuti, mi travolge furioso fino che, lentamente, si placa.

Sarà forse il cielo quell’azzurro intenso che mi sta accecando? Riemergo alla luce, alla pioggia, al sole caldo, all’acqua fresca… Bentornati, quanto mi siete mancati! Giorni e notti si succedono. Stelle, portatemi con voi, ad accompagnare i sogni degli innamorati, come erano lei e il suo amore, seduti  sulle panchine alle 3 del mattino.

Improvvisamente sento delle voci, voci che non sentivo da tanto tempo. Sono bambini, giocano, parlano, mi osservano. Si spaventano, scappano.

Torna il fiume a cullarmi, non voglio pensare a quelle voci che somigliavano a quella della mia padrona quando un altro fiume, il Rio Negro, ci ospitava sulle sue rive.
Erano tantissimi in famiglia, andavano a Bahía Blanca con la povertà in spalla e le braccia assetate di lavoro, sognando di piantare nuove radici.
E più tardi: la scuola, la casa nuova, la sua timida entrata nell’adolescenza, il pudore di un corpo che cambia.
Finalmente, la politica, il compromesso. L’amore, come la risata, un’allegria contagiosa . E la separazione, il dolore di una prigione che segna due strade diverse.

Se ci fossimo potuti fermare, conservare la vita solo per dedicarla all’amore…

Invece no, la vita, è giusta così com’è, completa, e si vive come meglio si può. Discuteva, ragionava la mia padrona, la mia signora.
Non ti sto rimproverando niente, non hai scelto tu il mio destino di osso solitario e abbandonato.

Una brezza tiepida mi accarezza, sarà la primavera?
E questi che vogliono? Chi sono questi signori dal camice bianco, le maschere di vetro e il fare pignolo?
Non sono certo i signori del tormento e della morte, loro vestivano in uniforme grigia e dalle loro bocche uscivano solo insulti. Questi invece sorridono, delicatamente mi sottraggono dalla Natura che mi sta divorando, mi sollevano con garbo e mi portano con loro.
Adesso sto sopra un tavolo metallico, sento che vogliono conoscermi. Questa volta non sono gli ordini e le minacce dell’interrogatorio che vogliono estorcermi, un’infame delazione.
Sono mani gentili, che mi domandano di svelare la mia storia, raccontare chi sono, anche se già intuiscono il mio passato.
Attendo, mi confido piano piano.
È molto tempo che nessuno si occupa di me, avevo perso le speranze, aspiravo al più a trasformarmi in  polline insieme al vento. Mi sezionano e mi analizzano.

Io racconto tutto ciò che so, ho bisogno di sfogarmi e restituire alla memoria quella risata. Già mi sento meglio. Parlo, dico quanto ne so. Ho bisogno di raccontare, di farmi conoscere .

Adesso non sono più solo un osso, ora torno ad essere una persona, a recuperare il mio nome di donna. La mia identità.

Sono io, Ismenia. Quella che camminava per il quartiere, saliva sul bus e andava al lavoro, studiava, stava in mezzo alla gente, si interrogava e a volte aveva paura.
Venticinque anni vissuti, per più di trenta “desaparecida”, scomparsa, ora riapparsa.

Eccomi qui, sono lei. Sono la Nilda del quartiere, la Negrita del mio amore, la Petisa dei miei fratelli. Sono Ana, la clandestina. Sono tutte loro. Sono tornata alla mia Bahia, tra la mia gente.
E quello che sta parlando là è mio fratello, una mia compagna sta leggendo una lettera del mio amato, come quelle che mi scriveva dalla prigione. Nelle vostre parole, miei cari, mi riconosco. Le ascolto, le fondo coi miei ricordi.

Adesso è tempo di prepararsi, mi infilo una minigonna e una felpa, mi guardo allo specchio e mi spazzolo un attimo i capelli. Mi avvicino, sorrido.

Vi vedo commossi, tristi ma rasserenati.
Mi lascio contagiare dall’emozione dei vostri sguardi.
Vi abbracciate, vi abbraccio.

È arrivato il mio momento.
Riposo in pace.

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