Il risveglio della parola. Leggendo Maria Zambrano

16/12/2014 | Scritto da Mariagrazia Fontana

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In questi mesi qualcosa o qualcuno si è messo di traverso fra me e la scrittura. E in sé non sarebbe un problema vitale, nel senso che il cuore continua a pompare sangue e i polmoni inspirano ed espirano, sia che scriva, sia che non riesca a scrivere. Il problema è l’inquietudine di fondo, una sorta di tremore, di prurito della mano destra che vorrebbe impugnare una penna mentre la sinistra tiene fisso il foglio.

Si può vivere senza scrittura, almeno per un po’. E’ che lo stesso ostacolo che si frappone fra me e la scrittura si mette di mezzo per ogni altra attività creativa che resta preclusa. Bisognerebbe avere pazienza con se stessi perché, come dicono a Napoli, “ha da passà ’a nuttata”, ma negli anni la pazienza viene meno.

Ho cercato chiarezza nelle pagine di Maria Zambrano che, come sempre, riesce a trovare le parole che a me mancano. O che a volte, come in questo caso, proprio la sua lettura mi porta a scrivere.

***

Il risveglio della parola.

Indecisa, appena articolata, si sveglia la parola. Non sembra che riesca a orientarsi mai nello spazio umano, che va prendendo possesso dell’essere che si sveglia lentamente o istantaneamente. Poiché se il risveglio si compie in un istante lo spazio lo assale come se lo avesse aspettato lì per definirlo, per fargli sapere che è un essere umano e basta. Mentre il fluire temporale, in ritardo sempre, rimane aderente all’essere che si desta avvolto nel suo tempo, in un tempo suo che custodisce ancora senza cederlo, il tempo nel quale è stato deposto fiduciosamente. E la parola si desta a sua volta dentro questa fiducia radicale, che si annida nel cuore dell’uomo e senza la quale egli non parlerebbe mai. E si direbbe persino che la fiducia radicale e la radice della parola si confondano tra loro o si diano in un’unione che permette alla condizione umana di emergere.
E’ di indole docile la parola, lo mostra nel suo destarsi quando comincia a sgorgare indecisa come un sussurro in parole slegate, in balbettii, appena udibili, come un uccello ignaro che non sa dove andare ma si dispone ad alzare il suo debole volo.
Viene ad essere sostituita, questa parola nascente, indecisa, dalla parola che l’intelligenza già sveglia proferisce come un ordine, come se statuisse anch’essa una presa di possesso dinanzi allo spazio che implacabilmente di presenta e davanti al giorno che suggerisce un’azione immediata da compiere, che tutte le comprende. Parole cariche di intenzione. E la parola originaria, ritiratasi in sé, torna al suo silenzioso e nascente vagare, lasciando l’impronta impercettibile della sua diafanità. Non si perde però. Come un balbettio, come un sussurro della fiducia inestinguibile, attraverserà la serie delle parole dettate dall’intenzione, liberandole per qualche attimo dalle loro catene. E in questa breve aurora si avverte il germinare lento della parola nel silenzio. Nel debole bagliore della resurrezione la parola finalmente si stacca lasciando intatto il suo germe, annunciato dal pallido albeggiare della libertà un attimo prima che la realtà irrompesse. E così la realtà rimane sorretta dalla libertà e con la parola avviata a dirsi, a prendere corpo. La parola e la libertà precedono la realtà estranea, che irrompe dinanzi all’essere non ancora compiutamente destatosi nell’umano.

Maria Zambrano, Chiari del bosco

***

Sussurro sottile, sottile, quasi trasparente, limpido come cristallo, soffio di sogno notturno di incerta materia, sospetto. A palpebre serrate pareva luminoso, del colore dell’aurora, splendente. Al sollevarsi delle ciglia si fa indecifrabile, quasi ombra, apparenza, indefinita esistenza.

Si cerca di acchiapparlo, legarselo al polso della memoria, circostanziarlo. Ma proprio l’intenzione di trattenere lo dissolve, come acqua che non può farsi fiume.

Quel balbettio luminoso è perso, ha voltato le spalle deciso. E ci si perde a chiedersi che cosa lo abbia così urtato, addirittura offeso, quale sia la nostra responsabilità in quell’assenza. Perché dentro si sa che di responsabilità si tratta. Non dico di colpa, ma responsabilità.

Disporre l’animo a destra invece che a manca fa una bella differenza, così come lasciare correre imperterrite ombre nei giorni, ostinarsi ad ignorare impronte, segnali sospetti .

Non è di indole docile la parola, ha enormi pretese la parola nascente, sa essere permalosa oltremodo e sdegnosamente abbandona il campo e si ritira in sé, quando l’animo non è sgombro.

Che poi non si perda è tutto da dimostrare. Cacciata a calci una volta, poi due, poi cento, ha tutto il diritto di estinguere la sua innata fiducia nel mondo in un’udibile pernacchia, di alzarsi in volo senza voltarsi indietro.

Resta il fare, fitto susseguirsi di gesti che riempiono spazio e tempo, instupidiscono coscienze, sotterrano fiducia, declamano necessità inderogabili, con parole stantie anche se ben definite ed avverse al silenzio.

Ma è di quel silenzio che non si riesce a non avere nostalgia.

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