Finché puoi, continui a non morire

Emmanuel Carrère, Yoga, Adelphi 2021, (pp. 312, euro 20)

“Fra il mio progetto iniziale di un libricino arguto e accattivante sullo yoga e il libro che (…) ho cominciato a mettere insieme (…) sono successe molte cose imprevedibili, alcune atroci”. “ Ora sono passati sei mesi e il libro è finito”.

Che cos’è successo in questi sei mesi? Un corso di yoga e il proposito di scriverne, appunto, ma poi un’interruzione inaspettata, drammatica: l’attentato a Charlie Hebdo, e, ancor più drammatica, la caduta in uno stato mentale che richiede il ricovero e trattamenti drastici; ma ne esce, l’autore-personaggio: un soggiorno a Leros, isola asilo di rifugiati, e siamo all’epilogo: “Finché puoi, continui a non morire. Continui a non morire, ma non ci metti nessun entusiasmo. Non ci credi più. Sei convinto di non avere più niente da giocarti, e che non succederà più niente. Invece un giorno succede qualcosa. L’ignoto, desiderato e temuto, assume le fattezze di un’ignota particolare”. Happy end di una trama irraccontabile: l’autofiction pare essersi qui risolta – quanto ai fatti almeno – in autobiografia, ma l’ultimo romanzo di Carrère non si propone di dare una trama alla vita, di racchiuderla in un prima, un durante e una fine – come fanno o si continua nonostante tutto a credere debbano fare i romanzi. Ciò che ci offre è piuttosto un brano – o, meglio, alcuni brani in successione – di esistenza: un romanzo in scala uno a uno con la vita, ma solo a tratti, non alla maniera di Knausgård però (La mia battaglia, Feltrinelli 2014-2017). Nessun desiderio di dire tutto quel che è accaduto, giorno per giorno, momento per momento, ma di scrivere quel che ha contato in quel cammino di miglioramento di sé – dettato dalla “voglia di condurre una vita più coerente, unificata, meno inquieta” – ”, che il protagonista identifica come un proprio tratto caratterizzante anche se continuamente contraddetto dall’altro polo della sua personalità: “il mio unico, vero problema (certamente innegabile, ma comunque un problema da ricchi) era un ego ingombrante, dispotico, di cui aspiravo a ridurre il potere, e la meditazione è fatta appunto per questo”. La meditazione: sono una quindicina le definizioni che di essa via via se ne danno, fino a giungere, verso la fine, non a una sintesi, ma solo a un elenco. È in ogni caso per imparare a praticarla che si fa yoga, e si fa yoga – lo si ribadisce più volte – per sconfiggere la prevalenza dell’ego. Senza grandi risultati, comunque: la meditazione dovrebbe metterci “al corrente dell’esistenza altrui (…) Se non lo fa, se resta una faccenda fra noi e noi, allora non serve a niente: l’ennesimo giochino narcisistico”, che è quello che il protagonista – ossia Emmanuel – ha paura che la meditazione sia, almeno per lui.

È in questo rimuginare, più che negli eventi, che si direbbe stia la sostanza del romanzo, l’humus da cui la narrazione trae alimento. Una continua autosservazione   che tuttavia non taglia fuori il lettore, anzi: è capitato a me ma potrebbe capitare anche a te, è il sottotesto che percorre il racconto dell’esperienza vissuta al corso di yoga, una condivisione che si interrompe poi, quando lo scenario diventa quello dell’ospedale psichiatrico (con diagnosi di disturbo bipolare e depressione grave e relativi elettrochoc), ma anche lì la volontà di dire esattamente quel che gli è successo e come l’ha vissuto tiene vivo il patto con chi legge, un patto che sembra in ogni caso sottintendere un presupposto: se è capitato a me, va da sé: è interessante. Altro che ridimensionamento dell’ego. Ma del resto l’autore aveva ammesso la propria incorreggibilità, con onestà (e un po’ di autocompiacimento?), e dunque… Occorre prenderlo così com’è, dargli credito che è una di quelle persone “che raccontano l’esperienza umana attraverso la propria” – come diceva in un’intervista al Tuttolibri della “Stampa” lo scorso 22 maggio. E dunque conviene godere delle pagine che non di rado interrompono il rovello dell’egocentrico infelice e il procedere apparentemente casuale – sgangherato, si sarebbe a volte tentati di dire – dell’esposizione dandoci i saggi di scrittura in cui riconosciamo il miglior Carrère. Un esempio per tutti: Martha Argerich, ventenne, che suona la polacca Eroica di Chopin, seria, concentrata, ma a un certo punto sorridente, di un sorriso che “viene al tempo stesso dall’infanzia e dalla musica, un sorriso di pura gioia. Dura esattamente cinque secondi, dal minuto 5’30” al minuto 5’35”, ma in quei cinque secondi hai intravisto il paradiso”.

Può capitare di interrompere la lettura per andare su YouTube a cercare di vederlo, quel paradiso, per poi girare la pagina e sentirselo dire: “Immagino che, dopo aver letto il capitolo precedente, abbiate digitato ‘marta argerich polacca eroica” e che l’abbiate guardato anche voi”. Già, l’abbiamo fatto, e non siamo stati gli unici: Merci à Emmanuel Carrère – dice uno dei commenti all’esibizione della giovane pianista –, qui page 336 de son roman “Yoga” passe de l’Ombre à la Joie Pure à 5’30 de cette vidéo.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

“Questo libro che crede di essere un romanzo”

Paolo Nori, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Mondadori 2021 (pp. 288, euro 18,50)

“Sanguina ancora”: che cosa? La ferita aperta da un libro, Delitto e castigo, “quel libro pubblicato centododici anni prima a tremila chilometri di distanza”. E perché, sanguina? Perché, “in un certo senso” a lui, l’autore, piace sanguinare: “nel senso che viviamo, mi sembra, in un tempo in cui valgono salo le vittorie e i vincenti, un tempo in cui il participio presente perdente non indica una condizione temporanea, è un’offesa, in un tempo in cui, se ti chiedono ‘Come stai?’ (e te lo chiedono, continuamente), devi rispondere ‘Benissimo!’ col punto esclamativo, in un tempo in cui devi nascondere le tue ferite e i tuoi dispiaceri, come se tu non fossi fatto di quelle, e di quelli”. Eccolo qui, Nori. Il Nori che conosciamo meglio, quello delle Parole senza le cose (Laterza 2016) e di Undici treni (Marcos y Marcos 2017), ne parliamo qui. Ma, in questo libro, a scrivere è soprattutto il Nori studioso di letteratura russa, lo stesso che un paio danni fa ha proposto un “viaggio sentimentale” con La grande Russia portatile (Utet 2019) e l’anno prima, offrendoci un “corso sintetico di letteratura russa”, ci ha informato che I russi sono matti (Salani 2018). Il professor Nori dunque, che però non rinuncia al suo periodare svagato: “Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, o Ricordi del sottosuolo, o Appunti dal sottosuolo, anche questa storia dei titoli, un volta ho visto un romanzo di Dostoevskij che si intitolava Gli indemoniati, ‘Vacca’ ho pensato, ‘un inedito’, invece era I demòni che gli avevan cambiato titolo”.

Certo, per leggerlo, “questo libro che crede di essere un romanzo”, è bene amare Dostoevskij, perché “quelli a cui Dostoevskij non piace, questo libro non vorranno sapere neanche com’è pitturato”. Non importa se la sua stesura “ha occupato un periodo, nella mia vita, e nella vita dei miei contemporanei, che sarà ricordato come il periodo del Coronavirus, o della pandemia”, quando “c’era sempre quella specie di isolamento che, nella nuova lingua italiana, si è chiamato lockdown”.

E comunque, anche chi non ama Dostoevskij, se scorre queste pagine non può non convincersi della sua grandezza. Perché “Dostoevskij, fin dall’inizio, scrive di cose che si fa fatica non solo a scriverle, anche a nominarle, e non solo a nominarle. Anche a pensarle. I bambini, per esempio, quando muoiono”. Ma attenzione, non si deve credere che “si debba far fatica, che ci voglia il tempo di studiarlo, Dostoevskij, di meditarlo”: “Non è complicato, Dostoevskij, non è una cosa da intellettuali”, e tantomeno è “triviale”, come pretendeva Nabokov (vedi le sue Lezioni di letteratura russa appena pubblicate da Adelphi). O meglio: “è anche triviale (come le nostre giornate). E è anche da intellettuali, ma è anche uno scrittore che si legge con la passione con la quale avete letto Dumas quando avevate quindici anni, se avete letto Dumas quando avevate quindici anni”. Perché in Dostoevskij “c’è una verità che è alla portata di tutti”, “non ci ha svelato un mistero”: “ha fatto quello che fanno gli artisti, ha reso visibile il visibile”. E lo dimostra, Nori, passando in rassegna a modo suo  i romanzi del grande russo, e interrompendo questo tormentone sul suo prediletto, magari evocando un altro tormentone, quello su Tolstoj e Dostoevskij: “Ma ti piace più Tolstoj o Dostoevskij?” è la domanda immancabile, i due nomi uniti come quelli di “Stanlio e Ollio, o Gianni e Pinotto, o Ric e Gian, o il babbo e la mamma, come quella domanda lì, ‘Vuoi più bene al babbo o alla mamma?’”

Tolstoj, ma anche Puškin e Gogol’ ci sono in questo libro, e Gončarov con il suo Oblomov, ma è inutile negarlo: Dostoevskij la fa da padrone, anche se “non c’è un libro definitivo, su Dostoevskij, tanto meno questo, devo dire, ma ripercorrere la sua vita incredibile, io credo che sia una cosa che si può fare, se no questo libro cosa l’ho scritto a fare?”

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Una lezione di metodo

Gianni Sofri, L’anno mancante. Arsenio Frugoni nel 1944-45, il Mulino 2021 (pp. 142, euro 12)

Suo allievo negli anni Cinquanta alla Normale di Pisa, Gianni Sofri scrive più di sessant’anni dopo di Arsenio Frugoni – bresciano d’adozione, medievalista, autore di Arnaldo da Brescia nelle fonti del secolo XIII. Perché? Perché imparò da lui qualcosa di essenziale, un’“idea di ricerca” segnata dal “suo gusto del suggerire anziché dell’esplicitare”, dal suo invito continuo a leggere finemente nelle righe e fra le righe. E ancora, dal suo amore per la complessità”. Tutte qualità che possono essere attribuite alla ricerca di Sofri su quei dieci mesi nei quali Frugoni fece il pendolare – in bicicletta, più di 120 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno – fra Solto Collina, sul lago d’Iseo, dove stava la famiglia, Brescia e Gargnano, il paese gardesano in cui risiedeva Mussolini (circostanza che, fra altri, ha documentatamente ricostruito  il gargnanese Bruno Festa, giornalista e storico, in Polvere nera. I 600 giorni di Mussolini a Gargnano). Il fatto è – e qui sta una seconda motivazione della ricerca – non si conoscono con certezza le ragioni per cui il ventinovenne storico andasse là. Se non quelle ufficiali: padrone della lingua tedesca dopo un periodo di studio a Heidelberg e un soggiorno di lavoro a Vienna, trova impiego come insegnante di italiano e interprete presso l’Ufficio di collegamento fra l’Alto comando della Wermacht e la Repubblica sociale.

Sofri raccoglie le testimonianze oltre che dai familiari, presso altri che in quel periodo frequentavano Frugoni: “ricordi sparsi”, “silenzi e imbarazzi”, addirittura “muri di gomma”, a Brescia, sono le reazioni che suscita (una fra tutte, quella di Bruno Boni, che raggiunto telefonicamente elogia con calore lo storico per poi negare recisamente di averne ricevuto un aiuto decisivo in una situazione drammatica).

Si entra così nel vivo di un resoconto di ricerca nella quale, come ricorda Sofri, “la curiosità di Chiara – figlia di Frugoni, anche lei medievalista,  che tuttora passa l’estate nella casa di Solto Collina – si (è) intensificata incrociando la mia”, facendosi tanto serrata da coinvolgere pagina dopo pagina il lettore, che sa sempre meno  se il proprio interesse sia più catturato dalla vicenda del protagonista o dalla ricerca stessa che cerca di farvi luce. Come è bene fare quando si riferisce di un racconto che ha il sapore dell’investigazione, non conviene seguire il percorso dell’indagine in tutti nei suoi passi successivi: Frugoni, senza essere un militante antifascista, non ha simpatie per il regime e tantomeno per i nazisti, questo è certo; quanto ai suoi rapporti con l’antifascismo, centrale è sicuramente la sua assidua frequentazione dell’oratorio della Pace a Brescia, in cui l’antifascismo cattolico ha un punto di riferimento essenziale.

Quel che invece non si può tralasciare di sottolineare  è la lezione di metodo che il libro offre: la ricerca non illustra solo i risultati via via raggiunti, ma anche quelli che ci si aspettava ed è stato impossibile ottenere, sicché i forse e i condizionali ricorrono nel discorso, ricco di non sappiamo con certezza se… e di non si è riusciti a scoprire…: è il lavoro dello storico, il suo laboratorio al centro del racconto che, coerentemente, approda non ad una soluzione, ma ad un’ipotesi verosimile: “più che una trasmissione sistematica di notizie poteva esserci una specie di accordo silenzioso per cui entrambe le parti – i padri filippini dell’oratorio bresciano e gli ufficiali della Wermacht – vedessero possibili vantaggi nella presenza di un personaggio così particolare”. Oltre alle sue caratteristiche, del resto – “la figura stessa dell’uomo, il suo fascino personale, il suo essere persona di cultura già affermata e stimata benché ancora giovane, il suo savoir faire” – a balzare in primo piano nel corso dell’esperienza di Gargano fu “il suo coraggio, che gli valse anche il profondo rispetto del nemico. Si trova qui l’aspetto principale di un bilancio, assai più che nelle amarezze e nelle delusioni che Frugoni poté provare a guerra finita, quando alcune delle solidarietà e delle coperture che lo avevano accompagnato cedettero il campo ad altri atteggiamenti, che andavano dall’ignorare e misconoscere il suo operato fino a farlo oggetto di biasimo ipocrita”.

Quello che abbiamo letto, alla fine, è sì il tentativo di ricostruire una vicenda misteriosa e intricata, ma è anche il racconto di un’esperienza umana e politica vissuta da un uomo che preferì, su quei mesi, mantenere il silenzio. Fino al 1970, quando un incidente automobilistico pose prematuramente fine alla sua vita.


Questa nota su L’anno mancante è apparsa anche sull’”Eco di Bergamo” dello scorso 13 agosto, in occasione di una presentazione del libro che si è tenuta in quella città. L’autore ha inviato questo messaggio:

“A Carlo Simoni, un grande ringraziamento per la bellissima recensione al mio libro.

L’ho letta con grande piacere per molte ragioni, due su tutte le altre. Innanzitutto, per la sua capacità di rendere in maniera molto chiara e semplice al lettore il contenuto del libro. Sembrerà forse a qualcuno poca cosa, ma non lo è affatto. Quando un recensore fa capire a un potenziale lettore di cosa parla il libro, che cosa vi si può trovare e che cosa no, com’è organizzato, e così via, ha già svolto un ruolo fondamentale che spesso viene dimenticato in recensioni che vengono usate come pretesti per tutt’altri discorsi. Ma oltre a questo aspetto, diciamo pure tecnico della recensione, c’è un altro elemento che ho molto apprezzato, ed è, scusate il bisticcio, il suo apprezzamento di aspetti metodologici, che si potrebbero riassumere nell’assunzione della ricerca a protagonista, e nell’offerta al lettore di partecipare ad ogni sua fase.

A Simoni vorrei dire che ho gradito molto questa attenzione alla ricerca. Per la verità, questo non era tra i miei propositi iniziali. E in generale non ho mai amato molto (penso in particolare ai molti decenni in cui ho insegnato) discettare più di tanto sul metodo. Ciononostante, è accaduta una cosa anche un po’ strana, e cioè che l’attenzione alla ricerca, e la sua esposizione pubblica, mi si sono imposte poco per volta per conto proprio, finché non le ho accettate. Non ho cambiato idea circa la mia antica ostilità verso le teorie dei metodi, ma sono rimasto alla fine molto contento di essere riuscito (e molti me lo hanno scritto) a presentare una ricerca vera, per come si svolge realmente, con tutte le sue difficoltà. Che alla fine Carlo Simoni abbia intitolato “Una lezione di metodo” mi ha inorgoglito non poco. Grazie mille a lui. E grazie anche per un’altra cosa, e cioè per non aver dimenticato (al contrario, gli ha dato risalto) che al di là del problema della ricerca e di una buona esposizione, resta l’obiettivo primario di questo lungo lavoro che mi ha appassionato: rendere giustizia a un grande storico e a una grande persona”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Un ricercatore libero, un po’ anarchico

Philippe Ariès, Interrogare la storia. Pagine ritrovate, Marietti 1820, 2021 (pp. 110, euro 9)

Nel 1968 abbiamo potuto leggere Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, dieci anni dopo Storia della morte in Occidente: Ariès è stato una delle voci emblematiche della “nuova storia”, il pioniere della storia delle mentalità che ci ha spiegato come ciò che sembra attraversare indenne i secoli non è in realtà sempre stato come lo conosciamo. Né il modo di rapportarsi ai bambini né quello di concepire la morte. Senonché, ci spiega Gabriella Airaldi nella sua introduzione, Ariès fu uno storico “molto lontano dal mondo delle “Annales”: “un ricercatore libero, un po’ anarchico, come ogni ricercatore dovrebbe essere”, per usare le sue stesse parole; oltre tutto conservatore per tradizione familiare e convinzione personale. Ma attenzione: tradizionalista perché non disposto “ad accordare i valori e le norme di un modo di vita allo sviluppo delle razionalità tecniche” (è Foucault in questo caso a parlare, in uno degli interventi contenuti in un altro recente libro della stessa Marietti 1820 che raccoglie scritti del pensatore francese, Discipline, poteri, verità), capace quindi di vedere quanta parte nei discorsi del Sessantotto avessero “i miti e le immagini del mondo perduto dei nostri antenati”, quale ruolo giocassero temi “passati dall’estrema destra reazionaria e ancora un po’ tradizionalista a una estrema sinistra nuova”. È davanti alla questione della convergenza, di fatto, di orientamenti ideali e politici diversi nella critica della modernità che ci troviamo leggendo Ariès, una questione oggi ineludibile alla luce dei cambiamenti indotti da un modello economico e sociale che ha innescato cambiamenti radicali le cui dinamiche sono tuttavia leggibili secondo la scala della “lunga durata”, la stessa che la storia delle mentalità presuppone, la stessa su cui dovremmo ad esempio affrontare il tema decisivo della mentalità dei nostri tempi, ossia l’incapacità di prender atto – non teoricamente, ma nelle pratiche concrete – del cambiamento climatico. Ma i modi di pensare, di rappresentarci il mondo in cui viviamo, cambiano lentamente (troppo lentamente, nel caso richiamato…), ma non per questo non ammettono svolte destinate a consumarsi nell’arco di poche generazioni: l’attenzione di cui i bambini godevano nel mondo romano, per esempio, sembra scomparsa in epoca medievale per ricomparire solo dal XVI secolo, anche se ciò vale nel caso francese, quello studiato da Ariès, assai meno per quello italiano – avverte Airaldi – dove sopravvivono “modi di vita di una famiglia ancora patriarcale” che “si nutrono della persistenza del mondo romano”; senza contare che la “rivoluzione italiana dei comuni”, senza aspettare la Rivoluzione francese, comporta un sovvertimento “di costumi e idee che delega alla struttura familiare (…) la formazione del cittadino”. Messe a punto essenziali, queste, che tuttavia nulla tolgono alla forza delle intuizioni di Ariès, all’efficacia della critica rivolta all’invenzione di tradizioni come quella che ha indotto a credere a lungo “che la famiglia sia all’origine della vita sociale e religiosa”, che in essa e solo in essa sia stata possibile la formazione degli individui e quindi la riproduzione della società: il “cameratismo virile” da un lato, ma soprattutto dall’altro, l’esistenza di un mondo di relazioni sociali oggi inimmaginabile, smentiscono questa credenza pervicace. La famiglia è servita, per secoli, a conservare e trasmettere il patrimonio, non alla cura e all’educazione dei figli. A questo provvedeva “una collettività molto coesa”, quel “gruppo sociale in cui le famiglie erano diluite e in cui si distinguevano male”. La famiglia di oggi, “quella che difendiamo o che contestiamo”, si afferma nel XVIII secolo, mentre a partire da quel momento, ma soprattutto nel XIX e XX secolo si consuma “il più grande fenomeno della storia sociale” contemporanea, l’erosione e poi la sostanziale sparizione della “vecchia sociabilità”. “Abbiamo smesso di vivere in strada, nei luoghi pubblici (…). Siamo rimasti a casa nostra”, una casa separate dalle altre case così come dal luogo del lavoro: parla di evoluzioni sul lungo periodo, Ariès, ma esempi come questo – fra i molti che si potrebbero estrarre dal suo discorso – chiariscono come la sua ricerca ci riguardi da vicino, illuminando l’indistinta nostalgia di una socialità perduta, che non valgono a ricreare i riti di massa attuali e tanto meno le relazioni via web, e inquadrando storicamente la dimensione sociale ed esistenziale delle nuove solitudini, taciute e pervasive, che caratterizzano il nostro tempo.

Del resto, è a questo che serve la storia, a permettere “di collocare al loro posto, in una sequenza, i fatti che gli osservatori contemporanei, che li vivono, hanno la tendenza a credere unici e straordinari”.

È così che Ariès, pioniere dalla storia delle mentalità, si rivela geniale cultore di una storia delle pratiche, fondatore del “principio di un stilistica dell’esistenza”, di “uno studio delle forme attraverso le quali l’uomo si manifesta, s’inventa, si dimentica o si nega nella sua fatalità di essere vivente e mortale”. Parola di Foucault.

Un atlante per gli umani del primo Antropocene

Telmo Pievani, Mauro Varotto, Viaggio nell’Italia dell’Antropocene. La geografia visionaria del nostro futuro, Aboca 2021 (pp. 189, euro 22)

Prima del testo sono le carte geografiche, a partire da quella in copertina, a impressionare. Ognuno, immagino, guarda ai luoghi in cui vive: Brescia non la si trova, non è segnata nella carta. Ma il disappunto si trasforma in consolazione appena ci si rende conto che il suo nome non appare come quello di altre città che ancora si trovano sulla terra ferma. A differenza, per rimanere dalle nostre parti, di Cremona e Mantova, i cui nomi spiccano sull’azzurro del mare che ha invaso la Pianura padana; Verona è lì lì: una città della costa… A quale era geologica risale la situazione così rappresentata, viene da chiedersi, se non si è ancora letto il sottotitolo: la geografia di quest’Italia inondata al nord e frastagliate di golfi e fiordi per il resto delle sue coste non è quella di un passato lontano, ma di un futuro abbastanza vicino (se si ragiona su scala geologica). Mille anni. Il 2786. Mille anni dopo che Goethe aveva iniziato il suo Viaggio in Italia. È vero che si tratta di una geografia “visionaria”, ma lo scenario, ci avvertono gli autori, è “utile per riflettere sul fatto che l’assetto ereditato del nostro territorio non è affatto scontato, e che è oggi nostra la responsabilità di orientarlo in una direzione o nell’altra”. Si tratta di vedere “se la nostra azione rimarrà sorda ai moniti di studiosi, scienziati e organizzazioni internazionali, al loro invito a invertire la rotta, riflettendo sulle ricadute climatiche e ambientali del nostro attuale modello di sviluppo e di vita”.

L’ennesimo libro-denuncia delle catastrofi che il riscaldamento climatico comporta, dunque? Sì, ma costruito narrativamente – nella consapevolezza della difficoltà (altrimenti insormontabile?) di coinvolgere il lettore perché smetta di credere alla questione senza per questo smettere, come tutti, di comportarsi come non ci credesse. Una resistenza che costituisce un problema altrettanto grande  della stessa crisi ambientale, come ci ricordano molti autori (fra cui, recentemente, Carla Benedetti, nel suo La letteratura ci salverà dall’estinzione, ne abbiamo parlato qui).

Capitoli che riferiscono dati e offrono spiegazioni scientifiche si alternano al racconto del viaggio che Milordo compie, per forza di cose, a bordo di un battello (a idrogeno). Prima tappa, una volta salpati dal porto di Udine, Venezia. Una Venezia sommersa non a causa dell’“acqua granda, che prima o poi si ritira, no, proprio sommersa, e per sempre. (…) ferma come in un acquario, stranamente simile a quelle Venezie messe dentro le bocce con la neve che cade quando le capovolgi. La città era diventata un souvenir di sé stessa”. Ma non c’è solo questo futuro distopico per quanto raccontato con leggerezza, nel resoconto del Grand Tour di Milordo. C’è anche il passato, un passato che è il nostro presente. Come la guida informa, “verso l’inizio del Terzo Millennio gli abitanti della laguna erano riusciti invero a realizzare una diga di contenimento delle acque alte, dopo decenni di ritardi, malversazioni, sprechi miliardari”, ma non in tempo: “l’Adriatico si era alzato abbastanza da superare quel povero anacronistico argine”. Quel che era avvenuto a Venezia, comunque, era la conseguenza di un atteggiamento più generale: “gli umani del primo Antropocene avevano accarezzato l’idea che le tecnologie da sole potessero salvarli. Pur di non ammettere che avrebbero dovuto cambiare stili di vita e di consumi, avevano iniziato a progettare muraglie difensive per fermare gli oceani”.

Ed ecco, dopo quello fantascientifico, il capitolo propriamente scientifico: “Di fronte a un’Italia così a bagnomaria, la domanda che sorge spontanea è se davvero un giorno il nostro Paese potrà ridursi in questo modo. La risposta, a livello teorico, è sì: può accadere perché è già accaduto in passato”, nel Pliocene, tra i 5 e i 2,5 milioni di anni fa. Ma non si tratterebbe di un déjà vu: “la rapidità dei processi in atto” è incomparabile a quella del passato e poi, fatto non trascurabile, allora “il genere umano non aveva ancora messo piede in Italia”. “Quelle che ci attendono sarebbero dunque trasformazioni di portata e rapidità tali che nessuna generazione umana ha mai vissuto prima d’ora”: “verrebbe sommersa la parte del Paese più abitata e popolosa, oltre che più ricca e produttiva”; “numerose città si troverebbero sotto almeno 40 o 50 metri d’acqua” (oltre a Venezia, Trieste, Padova, Ferrara, tutti i capoluoghi liguri, Pisa e Lucca, Roma e Napoli, Palermo e Cagliari, e molte altre); Verona, per dirne una, ma anche Bologna, dovrebbero trasformarsi in una distesa di “palafitte urbane”. La prevedibile conseguenza sarebbe quella di un “esodo di proporzioni bibliche verso il nord e l’Europa continentale”, simile a quello di cui abbiamo letto in un romanzo come quello di Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori, ne abbiamo parlato qui, anche se in quel caso la migrazione si immaginava causata dalla siccità. Ma attenzione: scioglimento dei ghiacci con conseguente innalzamento dei mari e riscaldamento globale con conseguente carenza di acqua nelle terre rimaste asciutte non sono fenomeni che si escludono, come ci viene spiegato in un altro capitolo, Acqua dolce che cala, acqua salata che cresce).

L’Italia che Milordo visita è frutto di proiezioni teoriche, gli autori lo ripetono, ma avvertono: “anche se questo scenario può definirsi a ragione apocalittico, e lontano dal verificarsi, non sono in ogni caso da sottovalutare le conseguenze ben più reali previste da qui a fine secolo.” Chi voglia seguire il giovane del 2786 nel seguito del suo viaggio, e gli autori nei loro commenti, lo tenga presente: “il Grand Tour di Milordo nell’Italia dell’Antropocene parla di noi, oggi”.

Il rischio di vivere

Muriel Barbery, Una rosa sola, e/o 2021 (pp. 176, euro 16,50)

Occorre superare il disagio che si può avvertire all’inizio: la lingua ricercata, densa di metafore arrischiate che sembrano voler echeggiare le sensazioni cangianti e sottili – i profumi, i colori dei fiori innanzitutto – che prova la protagonista, le atmosfere sospese in cui viene a trovarsi, i dettagli dal significato sfuggente concorrono a raccontare un’esperienza che si direbbe oscillare fra l’inedito e l’ineffabile. E i brani dal sapore sapienziale che si alternano ai capitoli accentuano questo ambiente narrativo che può creare perplessità. Ma è Rosa, francese di padre giapponese, a confrontarsi con il Giappone, con la casa di Kyoto in cui il genitore era vissuto e che ora lei ha raggiunto per assistere alla lettura del testamento: stupore e disorientamento, cambiamenti repentini di stati d’animo, una ricorrente quanto inspiegabile impressione di far ritorno in questi luoghi che non aveva mai visto, culminano nella scoperta che il padre,  agiato mercante d’arte ed esteta raffinato, da sempre assente dalla sua vita, aveva in realtà seguito da lontano ma con amore la sua vita, fin dall’infanzia e ora che non c’è più l’ha affidata Paul,  suo esecutore testamentario, che le farà da accompagnatore, colto e sensibile quanto discreto, nelle visite a templi che poco a poco rivelano alla trentacinquenne europea i tratti di una cultura altra. Dapprima apertamente polemica, sentendosi come una marionetta mossa dalle mani invisibili del padre scomparso, lei sente progressivamente incrinarsi la vocazione all’infelicità che l’aveva fino allora abitata, complici le osservazioni che Paul pronuncia con naturalezza, senza pretesa di persuaderla, ma leggendo dentro la sua, e la propria, anima: “La depressione rende ciechi alle prospettive. L’interezza della vita la sta schiacciando”. Rosa reagisce come sa fare, come ha sempre fatto: “La vita finisce sempre per schiacciarci (…) A che serve provarci [a sfuggirle], visto che siamo in prigione?”. E la risposta è all’altezza della provocazione. “Non rischiamo niente (…) Per il solo fatto di vivere ci siamo già assunti tutti i rischi”. Deporre le armi del suo sarcastico disincanto e entrare nello spirito dei luoghi marciano di pari passo nella trasformazione che Rosa sente essersi innescata nel suo profondo, sino a metterla di fronte all’enigma della morte e comprendere che “Alla fine si muore, sì, quindi tanto vale lasciare che la vita improvvisi la partitura (…) Sennò è l’inferno prima dell’inferno”. Perché “Esiste solo l’amore” conclude Paul. “L’amore e poi la morte”.

Saggezza giapponese, saggezza occidentale: “L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte: e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte”, ammoniva Spinoza.

Le ragioni dei vecchi

Ancora su Le età del desiderio. Adolescenza e vecchiaia nella società dell’eterna giovinezza di Francesco Stoppa (Feltrinelli 2021): uno scambio con l’autore dopo l’incontro a Brescia dello scorso 11 giugno, al Bistrò Popolare

Gentile professore,

Le età del desiderio – come credo risulti evidente dalla nota di lettura che gli ho dedicato – mi ha rimandato ad altri libri per me significativi nel lavoro di elaborazione della condizione del tutto prevedibile ma per molti versi inimmaginabile che è l’invecchiare. Fase conclusiva della “personalizzazione”, stando al Sartre rivisitato da Recalcati (ne abbiamo parlato qui), impegnativa e ineludibile, a meno che ci si voglia adeguare alla figura del’anziano così come viene proposta (o imposta), assumendola su di sé come nelle età precedenti si erano indossate le maschere corrispondenti a ruoli e collocazioni sociali; occasione di una “seconda vita” – come recita il titolo di Jullien (ne abbiamo parlato qui) –, se si sa far propria la possibilità di sottrarsi a quel bisogno che ha avuto un ruolo portante nella prima vita: il bisogno di riconoscimento, anche nell’amore, il bisogno di “imporsi al mondo e stabilirvi il proprio posto”. È soprattutto questa, la prospettiva di Jullien, ad essermi risultata convincente nel lavoro di elaborazione cui accennavo, e mi è parso di poterla ritrovare nel suo libro. Anche se da un punto di vista diverso: Jullien lascia intendere che di quel bisogno di riconoscimento ci si possa sbarazzare, che degli altri, nella sostanza, si  possa (finalmente) fare a meno; illusione che invece non mi pare trasparire dal suo discorso: l’“arte di tramontare” somiglia alla “riforma” della propria esistenza di Jullien, ma è un’arte –  un’“opera”, come ha efficacemente sottolineato nella conversazione a Brescia – che si esercita in relazione agli altri, sotto lo sguardo degli altri (anche, o soprattutto, aggiungerei, degli altri che sono in noi, che siamo noi).

Mi era necessaria questa premessa per arrivare alle due osservazioni che volevo proporle.

La prima: tramontare non è sinonimo di rinuncia – rassegnata o rancorosa che sia – alla vita, ma soltanto a patto che il tramonto abbia il tempo di dispiegare i suoi colori, sino a quelli più tenui del crepuscolo… Se al passaggio dalla luce all’oscurità questo tempo è negato, il senso che ne viene non può essere che quello di una perdita netta. Fuor di metafora: forse non è azzardato pensare che nell’atteggiamento dei vecchi che continuano,  tristemente, pateticamente spesso, a volersi imporre – nel loro ruolo, nel loro stile, nel loro aspetto – giochi anche la percezione che se appena si astengono da una presenza dichiarata ed esibita sono fuori, diventano invisibili, messi nell’impossibilità di dire e di dare ciò di cui si sentono ancora, a torto o a ragione, detentori.

La seconda: nel desiderio di trasmettere ai giovani quello che si è imparato, ciò che si sa, ciò che si è, si può certamente riconoscere un desiderio, il desiderio che attraversa la vecchiaia, anche se non tutte le vecchiaie. Un desiderio che deve però fare i conti con la mentalità diffusa, inconsapevole e pervasiva, che alcuni hanno sinteticamente definito presentismo. Non si tratta tanto di deprecare la svalutazione del passato e l’appannarsi del futuro, quanto di prendere atto che il significato attribuito alla tradizione, la funzione individuabile nell’eredità culturale, e più in generale: il valore assegnato all’esperienza, sono entrati, non da ora, in una crisi irreversibile, ossia: in una fase di ridefinizione di cui non conosciamo gli esiti. Ed è in questo quadro che si inscrive il dislivello culturale determinato dall’informatica e da tutto ciò che le è connesso, un dislivello che non riguarda solo un sapere procedurale (in questo caso si potrebbe prevedere che basteranno pochi anni perché sia colmato, con la scomparsa di coloro che oppongono un’insuperabile refrattarietà ad assimilare nozioni e regole per loro inedite quanto ostiche), ma è di natura culturale nel senso più pieno del termine: non si tratta certo della  fine della “cultura”, ma senz’altro di una sua trasformazione radicale, come tale destinata a durare a lungo e naturalmente a coinvolgere anche la trasmissione intergenerazionale. Senza andar troppo lontano, credo che nella laconicità o addirittura nell’“avarizia” di molti vecchi nel relazionarsi ai giovani ci sia anche la consapevolezza di una distanza crescente, la percezione di uno scarto incolmabile fra la propria capacità di narrare (capacità ormai ridotta e molto rara, ci ha spiegato Benjamin, che affonda le sue radici nel venir meno della possibilità di fare davvero esperienza) e la altrettanto carente disponibilità ad ascoltare di chi – complice il presentismo di cui si diceva – ritiene, di fatto, che stia a lui dare (nuovo) inizio ad ogni discorso, ad ogni pratica.

In conclusione, credo sia utile andare oltre la critica, certamente fondata e necessaria, di alcuni comportamenti delle persone in età, per cogliervi il segno di una dialettica in rapido divenire che governa il rapporto dei vecchi con gli altri, giovani o meno giovani che siano.

Ecco il punto, che ho colto nel suo libro: adolescenza e vecchiaia sono accomunate, anche, dal fatto di essere esposte, più delle altre età della vita, allo sguardo degli altri, nel senso che avvertono la difficoltà di fronteggiarlo alla pari; sentono la minaccia di essere inquadrate secondo coordinate rigide e riduttive, che prescindono dalla specificità individuale e dalla storia personale (anche l’adolescente ha già una storia sua); soffrono di una solitudine che nell’adolescenza  trova (o conta di trovare) sbocco in occasioni e riti collettivi, mentre nella vecchiaia è spesso costretta ad essere vissuta nella dimensione individuale (i vecchi non parlano volentieri fra loro di vecchiaia, elenchi delle malattie a parte…).

Grazie, e buon lavoro
Carlo

***

Gentile Carlo,

ho letto la sua recensione e le sue considerazioni.
Ne farò tesoro (anche delle questioni che mi pone) perché mi sono sembrati sottolineature e rilanci per nulla scontati, frutto di una lettura intelligente, attenta e sensibile.
Non posso che ringraziarla di cuore, sperando di poterci reincontrare presto!

Con gratitudine
Francesco

Un narcisista di pelle sottile

George Simenon, La mano, Adelphi 2021 (pp. 172, euro 18)

C’è il morto, non un assassino. Eppure si legge fino alla fine con il fiato sospeso.

Donald vive una vita di cui si sente prigioniero, ma non è ribellione la sua, è solo scontentezza, una scontentezza di sé che viene da lontano. Non è innamorato di Mona, la moglie dell’amico. Non è innamorato di nessuna donna. Si accontenta di Isabel, la moglie. Remissiva, ma giudicante: “mi era capitato di essere sgarbato, ingiusto, ridicolo o che so io, con lei o con le nostre figlie. Neanche una parola. Il suo sorriso era indelebile”, “quel suo terribile sorriso che perdona o che…”: sposato da anni, lui non la sa decifrare, lei gli sa leggere dentro. Non le sfugge l’indifferenza e insieme l’invidia che lo trattengono dal soccorrere l’amico che si è perso in una tempesta di neve, a pochi passa dalla loro casa.

Simenon fa emergere da pennellate successive il carattere sfuggente e contraddittorio dei personaggi, mette a nudo le faglie sotterranee che dividono queste persone per bene, agiate, rispettabili. Se Isabel non fa che perfezionare, nel corso del racconto, il proprio silenzioso quanto implacabile esame della condotta del marito, questo è indotto dagli eventi – anche le proprie scelte non sa viverle che come eventi – a scavare in sé stesso, a dover ammettere che fin dall’infanzia è stato abitato da un indistinto immaginario di onnipotenza: “Avrei voluto fare tutto, essere tutto, osare tutto, guardare in faccia la gente e dire…”, e invece la sua vita si è svolta all’insegna di una rinuncia prudente, tormentata sempre, però, dal terrore del giudizio degli altri, come del proprio del resto. Perché Donald, nella sua sostanziale anaffettività, è un appassionato denigratore di sé stesso. È uno di quei narcisisti che recentemente Vittorio Lingiardi (Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo, Einaudi) ha definito di “pelle sottile”: convinti di una loro sostanziale eccellenza, che tuttavia resta sottotraccia, insicura, tanto da risolversi in molti casi in “sentimenti di inadeguatezza, incompetenza e inefficacia”, o in una mai dichiarata invidia per chi è capace di non lasciarsi condizionare dal giudizio degli altri”. Un circolo vizioso, da cui non sanno come uscire. È il caso di Donald: il suo desiderio di una donna diversa dalla moglie, femmina e non madre, si risolve subito in delusione, anche se “lei rappresenta tutto ciò che per quarantacinque anni non (ha) avuto, tutto ciò da cui per paura (si) è tenuto lontano”. Un ennesimo scacco, che si consuma naturalmente sotto gli occhi di Isabel, capace di smontare senza una parola lo spirito di ribellione che il marito crede a un certo punto di aver saputo concepire.

Il finale è tragico. Forse non necessario. L’assassino e la sua vittima, alla fine, ci sono, ma un uxoricidio, a conclusione di una storia simile, è più tragico di quanto sarebbe stato lasciare i personaggi nel loro muto, quotidiano inferno?

Le due solitudini

Aurelio Musi, Storia della solitudine. Da Aristotele ai social network, Neri Pozza 2021 (pp.172, euro 17)

Non giova quel sottotitolo che fa pensare a uno dei soliti libri compilativi capaci, almeno nelle promesse, di offrirti sintesi fulminanti di temi strappati a trattati prolissi e difficili. Perché la storia che qui ci viene raccontata, colta e insieme piacevole alla lettura, opera delle scelte precise, individua criteri efficaci e trasparenti nel ricondurre le forme della solitudine a pochi essenziali modelli che offrono “una lente attraverso la quale rileggere la storia culturale dell’Occidente a partire dalle sue radici nell’antichità classica”. L’ambivalenza della solitudine, innanzitutto. Come di ogni sentimento umano, del resto, faceva notare il più grande storico dei sentimenti e delle mentalità, Lucien Febvre, secondo il quale “una specie di comunità fondamentale unisce sempre i poli opposti dei nostri stati affettivi”, per cui è possibile distinguere una solitudine buona da una cattiva, la solitudine “depressiva” da quella “evolutiva”, la loneliness dalla solitariness (com’è noto gli inglesi hanno in proposito due termini distinti), continuando tuttavia a riconoscere una continuità profonda fra i due modi di vivere una condizione che tutti – in misura e secondo modi diversi – conosciamo per esperienza.

Ambivalenza ma anche carattere culturale della solitudine: per spontaneo che appaia, ogni sentimento è quel che è in ragione della cornice di significati entro cui si colloca.

Fissate queste due coordinate, il discorso può attraversare epoche e autori diversi individuando punti di svolta: la nietzschiana “grandiosa solitudine” dell’eroe omerico, ancora rintracciabile in Eschilo, si fa solitudine dell’uomo, assumendo valenze esistenziali, in Euripide, e sociali in Cicerone, e più ancora in Seneca, la cui solitudine è frutto di un allontanamento disincantato dalla sfera pubblica, dal mondo della politica e della corruzione. Solitudine come delusione, quindi, ma anche come componente ineludibile della condizione umana: presente già nel pianto del neonato, taedium vitae nell’adulto, angoscioso sdoppiamento che ci segue tutta la vita fra il desiderio di sfuggire a sé stessi e quello di restare, pur malvolentieri, quel che si è.

Via via si fa evidente che se cronologicamente progressivo è l’impianto del discorso, le sue tematiche sfuggono a questa logica, sicché può avvenire che autori lontani secoli da noi si rivelino più che mai attuali.

Così la solitudine di Agostino, che fa tutt’uno con l’inquietudine, con l’incertezza insita nel vivere, nel vivere in società quantomeno, tanto da far cercare nella fuga dal mondo un rimedio efficace. È la via dei monaci, ma non una via univoca: eremo o cenobio? Salvare sé stessi allontanandosi dagli altri o aiutare gli altri a salvarsi e dunque continuare a stare con loro? Solitudine o comunione? E nel medioevo: solitudine “carismatica”, quella dei monaci appunto, e dei mistici, o solitudine “selvatica”, quella degli erranti, dei pellegrini, degli emarginati, dei folli?

Oscillazioni e dubbi che si incontrano nella aegritudo di Petrarca, con cui l’inquietudine agostiniana diventa la “malattia della solitudine intellettuale dell’uomo moderno”: la solitudine vissuta in dialogo con Dio trasmigra nella solitudine dell’umanista in dialogo con i suoi libri, che non lo pacificano, per altro, lasciandolo in bilico sempre fra contemplazione e azione, fra ritiro agreste e scambio cittadino. Un’alternativa che, come spesso accade, Montaigne illumina della sua saggezza arguta: “c’è modo di fallire nella solitudine come nella società”, avverte nel saggio proprio alla solitudine dedicato. Una solitudine ragionevole è dunque quella che conviene praticare, e su questo pare convergere Pascal, il quale però risente già delle ombre e delle ambiguità della sensibilità barocca, che trova nell’Anatomia della malinconia di Robert Burton il suo monumento e da un lato consacra il binomio solitudine-malinconia, dall’altro individua nella scrittura il rimedio: Burton, per sua stessa ammissione, scrive della malinconia per liberarsene, ed è nella scrittura che Cervantes realizza il gioco di specchi fra letteratura e vita. Ma anche fra ragione e sragione, ancora concepite in un rapporto fluido che verrà invece interrotto con il disciplinamento dei folli e degli irregolari, soggetti da rinchiudere, da sorvegliare e punire, come Foucault ha diffusamente spiegato. La solitudine come oggetto di cura o di castigo, di sospetto in ogni caso, quindi. Ma che torna a rappresentarsi come rifugio, come soluzione dell’inautenticità cui la vita sociale costringe con Rousseau, e come cifra essenziale dell’anima eletta in Goethe e in Foscolo. Per arrivare a Leopardi, che nella solitudine vede “l’unica soluzione per riconciliarsi con la vita” e con il mondo da cui ci si è allontanati: gli uomini li si può tornare a stimare proprio perché sono lontani, nella sostanza. E poi la società di massa, in cui la solitudine, senza rinnegare il suo connubio con la malinconia, si sposa con l’alienazione per giungere a farsi malattia sociale di una folla solitaria in cui hanno la prevalenza le “deformazioni patologiche della solitudine”, le figure di quanti – per ragioni diverse, in età della vita differenti – si autorinchiudono in una dimensione che da privata tende a farsi autistica, dimenticando la verità che le parole custodiscono, ignorando che “intimus è strettamente legato con inter; e l’interiorità non è isolamento, ma connessione, relazione”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

La conversione di un uomo di scienza nell’Islanda disperata di fine ’700

Bergsveinn Birgisson, La fonte della vita, Iperborea 2021 (pp. 317, euro 18)

I luoghi, e le atmosfere, li conosciamo già: si tratta delle lande desolate che ci ha fatta conoscere Jón Kalman Stefànsson nella sua trilogia (ne parliamo qui), di quel “paese inospitale” “agli estremi confini del mondo”, di quella “grande isola solitaria” che è l’Islanda. I tempi in cui si svolge la storia che ci racconta Birgisson sono diversi però: non la fine dell’Ottocento, ma quella del secolo precedente, e la situazione è ancor più disperata. Eruzioni vulcaniche in continuazione che sciolgono nevi e spaccano ghiacciai, vomitando ovunque piogge di cenere che bruciano le piante, uccidono gli animali, affamano gli umani. Già la lettura di Stefànsson aveva evocato il Leopardi del Dialogo della Natura con un Islandese; qui il riferimento è esplicito: “La natura afferma che non le importerebbe di annientare l’intero genere umano, nemmeno se ne accorgerebbe (…). E con ciò pare che si principi a cancellare dai cieli il buon Padre che finora si era interessato ai nostri travagli”. Un’ironia lieve, e amara, percorre la narrazione e non è tanto la Natura il suo bersaglio, ma gli uomini. Uomini che osano infierire su una terra come quella in un periodo come quello: i Danesi. Padroni dell’isola, che dalla Reale camera delle Finanze di Copenhagen, il capo coperto da parrucche incipriate e pieni di pidocchi poggiate sui capelli spalmati di sego, non esitano a immaginare il rimedio finale per quegli accidiosi e superstiziosi islandesi: il trasferimento forzato di quanti fra loro si dimostrino abili al lavoro, idonei a passare dalla fame che soffrono allo sfruttamento della fabbriche che sul continente la rivoluzione industriale sta diffondendo. Corrotti e ipocriti, i politici della capitale si propongono di “salvare” circa ventimila persone, ma prima si premurano di organizzare una spedizione al fine di disporre di un rapporto dettagliato “sulle condizioni di vita delle comunità locali”, corredato di informazioni su quanto di “curioso” o “antico” sia rintracciabile in quella terra di streghe e barbari e di aggiornamenti delle carte geografiche spesso approssimative di cui all’epoca si dispone.

È così che Magnus Árelìus, illuminato uomo di scienza, campione della fede nella razionalità, inizia il suo viaggio, accompagnato da Jón Grìmsson, conoscitore dei luoghi, assistente affidabile nella perlustrazione che rivelerà non solo la presenza di vaiolo e scorbuto fra gli abitanti, e la fame che ha costretto molti di loro a mangiare i loro cavalli prima e le proprie scarpe poi, ma anche il peso di tasse che arrivano ad applicarsi alla proprietà di vacche morte di stenti e pecore costrette in extremis a cibarsi della propria lana. I rapporti che puntualmente Árelìus invia in patria costellano il racconto, che il “narratore” si dice costretto a colmare nelle sue lacune “al solo scopo di evitare che la storia diventi una deformità senza capo né coda”. Del resto, i confini fra verità e fantasia, avverte il disincantato narratore, sono labili e variano da individuo a individuo, sicché “il magister philosophiae Magnus Árelìus era poco incline a prestare attenzione alle storie degli spettri degli annegati”, che sono invece “una realtà nuda e cruda per gli abitanti della zona” i quali, per parte loro, guardano con meravigliata condiscendenza alla convinzione del dotto forestiero che le ossa rivenute su una spiaggia siano appartenute ai gigantes, creature antiche di cui i libri parlano, e non a un semplice piccolo di balena arenatosi e in seguito macellato dagli affamati indigeni. È questo il terreno su cui si giocherà la partita fra l’uomo di scienza e “questo popolo cosiddetto ignorante”. Non un confronto limitato alle conoscenze e alle credenze, tuttavia, ma una sfida cui farà seguito – passando attraverso una relazione d’amore – una sorta di conversione, umana, esistenziale, a una “potente, antica fede nella vita”: “I libri non erano riusciti a farlo diventare un filosofo. Era stata l’esperienza della vita, a lui estranea, della povera gente”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.