Antonio Prete (a cura di), Nostalgia. Storia di un sentimento (Nuova edizione ampliata), Cortina 2018 (pp. 203, euro 14)
Eugenio Borgna, La nostalgia ferita, Einaudi 2018 (pp. 114, euro12)

Tra gli scritti sul concetto di nostalgia raccolti dal curatore già nella prima edizione di questo libro, nel 2004, continua a meritare di essere (ri)letto soprattutto quello di Jean Starobinski, inequivocabile nel mettere in luce come il termine abbia “assunto poco a poco una connotazione spregiativa”, passando “a designare il vano rimpianto di un mondo sociale o di un tipo di vita ormai svanito, di cui è inutile deplorare la scomparsa”.

Sarebbe un rapporto di sinonimia quello che corre fra la nostalgia e il rimpianto, dunque? Nient’affatto, spiega Borgna: “nel rimpianto ci si sente dolorosamente colpevoli e responsabili delle cose perdute, e non ci sono mai le increspature talora elegiache della nostalgia che ci fa guardare alle esperienze del passato come a esperienze che continuano a vivere nel cuore e nella memoria, e che rimarginano le ferite del presente, aiutandoci a resistere all’assenza di persone e di luoghi che abbiamo amato.”

Ma prima di meritare questi distinguo essenziali, il concetto di nostalgia ha accumulato una lunga storia, a partire dall’invenzione del suo nome, fatto di ritorno e di dolore. Prete ci accompagna nel cammino che dal neologismo coniato da Johannes Hofer nel 1668 per designare quella che si considerava una malattia, anche mortale, ha portato ad acquisizioni successive che ne hanno fatto un sentimento: un percorso inverso, sotto certi aspetti a quello della melanconia, passata da presenza naturale e inevitabile nella vita degli uomini ad un’affezione senz’altro da curare, la depressione, non a caso contemplata nel DSM (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

Sono molti i nomi che segnano l’evoluzione del concetto di nostalgia. Uno per tutti, Kant, secondo il quale “il nostalgico desidera ritrovare non tanto lo spettacolo del luogo natio quanto le sensazioni della sua infanzia”. Un desiderio impossibile da realizzare, se non si vogliano considerare i doni miracolosi della memoria involontaria di Proust: per i più, un ritorno che non si può non desiderare ma è destinato a restare un desiderio. E più del filosofo è allora il poeta a soccorrerci: in Caproni, ad esempio, “il ritorno accade, ma accade senza che ci sia stata partenza”, la sensazione è quella “del perduto senza poter nominare la cosa perduta”; la nostalgia, “una nostalgia senza nostos”.

E insieme a Caproni, nel nuovo denso capitolo che Prete ha aggiunto nella nuova edizione, troviamo il “disio” di Dante, la “ricordanza” di Leopardi, la melanconica critica del moderno di Baudelaire, le diverse declinazioni di una sostanziale ridefinizione del rapporto fra passato e presente – attraverso la lingua poetica, appunto – oltre che dello stesso Caproni, di Ungaretti, Montale, Luzi. Perché “la poesia ha contribuito – in una misura decisiva – a trasformare la nostalgia da malattia a sentimento”.

Un sentimento per nulla regressivo. È lo psichiatra ad assicurarcelo, sulla base della propria esperienza così come della sua vasta e appassionata frequentazione letteraria: “non c’è solo la nostalgia che fa male, la nostalgia che si fa talora malattia, ma c’è (anche) la nostalgia che sollecita a vivere, e fa nascere in noi un passato che sarebbe altrimenti perduto per sempre.” Nella sua prosa ricca di immagini e straboccante di aggettivi che richiamano la complessità e l’ineffabilità dello spazio interiore, la nostalgia viene indagata “nelle sue dimensioni arcane e segrete, umbratili e luminose, fragili e strazianti” per giungere alla constatazione conclusiva: “Così noi viviamo, e ogni volta diamo l’addio a qualcosa di noi che la nostalgia misteriosamente ci consente di ritrovare”.

Un tema da non smettere di sondare, due libri (oltre quelli cui sia Prete che Borgna rimandano) da leggere e rileggere. Tanto più in tempi di rotture col passato spavaldamente invocate e palingenesi disinvoltamente annunciate.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Te non ti puoi ricordare

12/05/2019 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Paolo Teobaldi, Arenaria, edizioni e/o 2019 (pp. 160, euro 16)

“Te non ti puoi ricordare, non eri ancora nata”, “e poi vai a sapere che lingua, quali lingue, quante lingue parlerai…”: è un lungo racconto alla nipotina questo libro, un racconto fatto di divagazioni (di cui l’autore rivendica la legittimità “Melville, in Billy Budd, dice che le divagazioni in un racconto sono un po’ come dei peccati: ma, come quelli, altrettanto gustosi”); un racconto del, sul Tempo, letto nei cambiamenti, e nelle perdite. In quelle subite dalla lingua in primo luogo: è anche un grande repertorio di parole andate, questo libro. Di parole della parlata locale, lì nel Pesarese come dovunque: fuori dalla città non si trovavano solo campi o incolti, ma anche “gerbidi, cannicce, rimorte, orti, pozzi, guazzi, mazzacavalli a stufo”, così come giù sulla spiaggia, “sotto l’acqua di questa nostra bassura adriatica”, “nuotavano zanchette, raschia terra, aguglie, raguselli, branchetti di papalina e di baldigare”. Non viene neanche alla mente di cercare il significato preciso di ciascuno di questo termini: non è discorso quello che producono, ma musica, che resta nelle orecchie terminata la lettura, quando si guarda quella bambina che pedala vicino al vecchio in bicicletta, tabarro sciarpa e cappello, e una fisionomia che inevitabilmente richiama quella del nostro Franco Piavoli, un volto che ben si accorda con queste pagine. Dense non di rimpianto e recriminazione, ma se mai del rilievo puntuale, e sornione, di perdite non necessarie, che proprio non viene in mente di chiamare Progresso. Ma del resto, niente rimane identico a se stesso, né le cose né gli uomini. Neanche l’arenaria che forma l’altura che digrada verso il mare alle Rive del San Bartolo e che una volta non si lasciava “lambire e sgrottare” dalle onde come avviene oggi: “dove oggi vedi il mare lì c’era tutta terra, ma terra buona, ampi coltivati, filoni di grano, vigne maritate coi mori (…) una terra benedetta che una volta, favoleggiava mio padre (…) era propriamente, né più né meno, il Paradiso terrestre, quello della Genesi, dove Adamo ed Eva, tenendosi per mano, tra le ginestre in fiore, ciascuno col rispettivo umanissimo ballonzolio.”

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

La lezione della misura

05/05/2019 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Gianrico Carofiglio, La versione di Fenoglio, Einaudi 2019 (pp. 170, euro 16,50)

“Il fatto è che quando discutiamo con qualcuno, se l’argomento ci sembra importante e se i toni si accendono, vorremmo sempre stravincere. Vorremmo inchiodare l’altro, vorremmo che riconoscesse che noi abbiamo ragione e lui, o lei torto. (…) è una pura questione di ego. Mentre l’ego dovrebbe essere escluso dall’orizzonte di qualunque transazione con gli altri, di qualsiasi tipo, sia professionale sia personale”. Sono constatazioni, frutto di quell’esperienza vera che è riflessione mai conclusa sulle esperienze vissute, quelle del maresciallo Pietro Fenoglio, non insegnamenti. Ormai alla vigilia della pensione, è con un giovane casualmente incontrato nella palestra in cui entrambi fanno esercizi di riabilitazione (per conseguenze dovute ai raggiunti limiti di età uno, per quelle di un incidente l’altro, che il vecchio carabiniere si intrattiene: la vita sembra colorarsi di maggiore significato se, sia pure indistintamente, si individua un erede cui trasmetterne episodi e situazioni che non si sono lasciati dimenticare. Non necessariamente il proprio figlio – come in Alle tre del mattino -, ma un giovane comunque. In ogni caso, un interlocutore del quale prendersi cura, una cura che è socraticamente incoraggiamento all’altro perché prenda cura di se stesso. E difatti il ventenne Giulio prenderà via via coscienza della propria confusione esistenziale, della pigrizia con cui si rapporta a un possibile progetto biografico. Perché sono solo apparentemente regole dell’investigazione quelle che gli illustra il maresciallo – detective della stessa pasta di Maigret, per intendersi (”Bisogna sapersi adattare all’interlocutore per riuscire a convincerlo. In qualsiasi campo credo, ma di sicuro nelle indagini. E un’altra cosa importante è offrire, o prospettare, una via d’uscita dignitosa, non umiliante.”) In realtà, ben si adatta alla vita in generale la fiducia in una ragione che non è mai soltanto esercizio di razionalità, ma sempre virtù della ragionevolezza, senso della misura, consapevolezza dei limiti propri e altrui, disincantato ed empatico sguardo sui propri simili: “tutti in qualche modo mentono. Mentono agli altri e mentono a sé stessi. Mentono sulle loro azioni e mentono sui veri motivi di quelle azioni”, e “le testimonianze vanno trattate con cautela perché sono tutte, almeno in parte, false testimonianze; anche se il soggetto è sincero, in buona fede.” Perché “la nostra percezione è come uno specchio deformante”.

Insieme a considerazioni del genere, a intervallare gli “arancini” (direbbe Camilleri) di Fenoglio, che sempre parte da sintetici racconti delle proprie indagini, sono anche riferimenti letterari, che risaltano spesso per la loro attualità – “Dumas diceva: preferisco i mascalzoni agli imbecilli, perché a volte si concedono una pausa”. Il maresciallo è infatti un uomo contraddistinto da un interesse di lunga data per la letteratura: “Non si può scrivere senza aver letto molto. Non ricordo chi ha detto che ogni vero scrittore è seduto su una catasta di libri altrui. Diciamo che la lettura è un presupposto necessario, anche se non sufficiente, per scrivere qualsiasi cosa.” Ma, del resto, il mestiere dello scrittore e quello dell’investigatore non sono poi così lontani: “Credo che la chiave sia: porsi domande su quello che si sta guardando e, più in generale, su quello che si sta percependo. Solo così smetti di dare le cose per scontate e cominci a vedere davvero ciò che ti circonda. Immagino sia una qualità richiesta anche a un bravo scrittore: registrare cose che hanno visto tutti e mostrarle come se fosse la prima volta, come se prima non le avesse mai notate nessuno.” Il che non è affatto facile, assicura lo stesso Carofiglio in una recente intervista (“Tuttolibri” del 2 marzo) richiamando una testimonianza autorevole: “«Scrittore è colui al quale scrivere riesce più difficile che a qualunque altra persona» ha detto Thomas Mann.”

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Manuel Vilas, In tutto c’è stata bellezza, Guanda 2018 (pp. 409, euro 19)

Perché si racconta dei propri genitori? ci si chiedeva dopo aver letto Tra loro, di Richard Ford (in questi Appunti il 30 luglio 2017). Per capire chi erano, dice Ford: “io cerco di affrontare la loro diversità ed essi mi eludono, come fanno tutti i genitori”. Perché i genitori  creano per noi “una sorta di ‘separatezza congiunta’ e un utile mistero”.  Perché, sostiene Vilas, “Tutto scompare tranne quel mistero, che è il mistero della volontà di essere, della volontà che ci sia un altro diverso da me; su quel mistero si basano la paternità e la maternità”. Parole simili, ma per Ford i genitori sono quello che loro hanno fatto, le loro scelte, la loro vita; per Vilas sono la ragione nascosta del proprio fare, o non fare, e continuano a segnare la trama della propria vita: “Tutto quanto successe a mio padre si ripercuote sulla mia vita con una precisione millimetrica. Stiamo vivendo la stessa vita in contesti diversi, però è la stessa vita.” “Il suo ‘cosa parto a fare?’ – era commesso viaggiatore, il padre – arriva a me in un ‘cosa scrivo a fare?’”. Ma non meno tenace è l’identificazione con la madre: “Tutto il mio passato sprofondò quando mia madre fece la stessa cosa di mio padre: morire. (…) Ciò che mi univa a mia madre era e continua a essere un mistero che forse riuscirò a decifrare un secondo prima della mia morte. (…) Chiamo madre il mistero generale della vita.”

E’ attraverso la lente fornita dal legame insuperabile con i genitori che si articola un’autobiografia discontinua, ricorsiva, fitta di cortocircuiti verbali che mimano il percorso solo apparentemente casuale delle associazioni libere (“Quando il cadavere di mio padre è bruciato, si è fuso il dente d’oro? (…) Si è tenuto il dente d’oro il medico legale che ha fatto l’autopsia a mio padre togliendogli il pacemaker? Ha fatto un pacchetto, dente d’oro e pacemaker? L’oro e il cuore? Mio padre ha avuto un cuore d’oro.”). “Mia madre era una narratrice caotica – ammette del resto l’autore. Anch’io lo sono. Da mia madre ho ereditato il caos narrativo”.

Studente, poi insegnante, l’alcolismo poi superato, il matrimonio, il divorzio, due figli che si rivelano ben presto due sconosciuti: finisce solo, il protagonista, e scrive, di sé, di loro, consapevole che “Il passato di qualunque uomo o donna di più di cinquant’anni si trasforma in un enigma. È impossibile risolverlo. Non resta che innamorarsi dell’enigma”. L’enigma di una famiglia che non si può annoverare fra quelle felici: “Eravamo una famiglia catastrofica, e allo stesso tempo avevamo la nostra originalità”, sintetizza l’autore, e sembra confermare l’aforisma di Tolstoj. Se il padre, uomo dinamico e volitivo per altro, era soggetto a ricorrenti “crolli della volontà”, la madre è stata “una donna-dramma”, i cui mali “erano enumerativi. Enumerava dolori, alcuni di un’originalità immensa.” Afflitta da ipocondria e malinconia, come chiunque del resto quando ha oltrepassato la metà della vita e “dedica il proprio tempo a favoleggiare sul tipo di malattia che lo strapperà al mondo. Simula e ordisce storie sulla propria morte che vanno dal cancro all’infarto, dalla morte improvvisa all’anzianità interminabile.”

La morte, la caducità, la “vanità” di tutto e tutti (anche delle idee e della politica, nella Spagna postfranchista) è l’altro filo conduttore (l’altra faccia?) del legame inestinguibile con chi ci ha messo al mondo, e giunge puntuale a svuotare di senso il presente: “Un giorno o l’altro ogni uomo finisce per affrontare l’inconsistenza del suo passaggio nel mondo” e per constatare “l’inutilità di tutte le conversazioni umane che sono state e che saranno”, leggiamo già nella prima pagina. La “transitorietà di tutto” è uno “scandalo” insopportabile, ed è un “transito scriteriato” quello che va dal movimento vitale al rigor mortis”.

Eppure, in questo fiume che non risparmia nulla e nessuno, in cui “Le cose non resistono come facevano anticamente, quando un frigorifero e un televisore duravano trent’anni”, e “la gente non seppellisce elettrodomestici vecchi” anche se c’è chi “ha passato più tempo accanto a un televisore o a un frigorifero che accanto a un essere umano”, ebbene: anche in questo fiume rapinoso c’è stata bellezza. “In tutto c’è stata bellezza”: che cosa nasconde quest’affermazione ricorrente, inattesa, intempestiva? Lo sforzo di abbandonare un punto di vista centrato su se stessi? di venire a patti con il senso tragico del passato e della morte? di accettare la vita, sia pure paradossalmente? Lo farebbe pensare quella che si può considerare una conclusione, anche se precede di parecchie pagine la fine del romanzo. Un romanzo che sa conservare fino all’ultimo la sua carica di ironia sofferta: “Può darsi che alla fine un uomo si innamori della propria vita. È questo che mi sta succedendo. (…) quello che non potevo immaginare è questa riconciliazione con me stesso. (…) Può darsi che alla fine a essere sconfitta sia la solitudine. E può darsi che alla fine tu scopra che l’unico essere umano che non è un’assoluta rottura di palle sei tu.”

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Abraham B. Yehoshua, Il tunnel, Einaudi 2018 (pp. 340, euro 20)

Quel che resta, dopo la lettura dell’ultimo romanzo di Yehoshua, è l’autoironia benevola del protagonista, e insieme il senso profondo, la pratica sperimentata dell’amore che da decenni lo lega alla moglie. Due facce della stessa medaglia, due coordinate senza le quali Zvi Luria, ingegnere in pensione, non potrebbe affrontare con realismo e serenità l’avanzare di un’incipiente atrofia cerebrale e la conseguente perdita di memoria, dei nomi innanzitutto. Eppure, proprio questi sintomi, riconosciuti senza mezzi termini come spie di una irrecuperabile “demenza”, sono lo stimolo a reagire: tornare a collaborare, sia pure a titolo gratuito, a progetti stradali come ha fatto tutta la vita può rappresentare la terapia occupazionale migliore. E’ la moglie a suggerirgliela, e a darle possibilità concreta un giovane ingegnere che è andato a occupare quello che era stato il suo ufficio nell’ente pubblico “Percorsi di Israele”, un nome che evoca l’altro filone che attraversa questa come tutte le storie di Yehoshua: la sorte del conflitto fra palestinesi e israeliani, qui attraversato tuttavia da sotterranee correnti di solidarietà fra le due parti che ispirano idee come quella di non spianare la collina che ostacolerebbe la costruzione di una nuova strada militare, ma di attraversarla con un tunnel in grado di consentire la conservazione delle rovine archeologiche che coronano l’altura offrendo rifugio a un nucleo familiare di clandestini arabi. La scrittura piana di Yehoshua sembra echeggiare “lo spirito positivo di calma professionale” che ha sempre connotato l’impegno di Luria e continua a guidare il lavoro di pediatra svolto dalla moglie. L’uno e l’altra personaggi emblematici di un superiore spirito di civiltà non intaccato dalla guerra e capace di indicare una via in un paese dilaniato dalla violenza eppure così piccolo che neanche un demente smemorato potrebbe perdercisi. Un paese in cui del resto tutti sono un po’ “confusi”, ma nel quale sarebbe bello tornare a pensare – come facevano da giovani il protagonista e il suo amico Ben Gurion, il fondatore di Israele – che i contadini arabi e i beduini non fossero altro che “discendenti di ebrei che non se n’erano mai andati da qui, anche se, col tempo, erano stati costretti a convertirsi a un’altra religione”. Una “storia bizzarra”, certo, ma di quelle che “almeno danno speranza”. Proprio come il progetto del tunnel, altrettanto bizzarro, e costoso per di più, e proprio per questo realizzabile – nonostante la prevedibile opposizione dei burocrati del ministero della Difesa – solo in forza di una “demenza creativa” come quella di un “ingegnere senescente”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Anne Cathrine Bomann, L’ora di Agathe, Iperborea 2019 (pp. 156, euro 15)

Un pacato, sommesso Ebenezer Scrooge nei panni di un vecchio psicanalista. Non siamo alla vigilia di Natale ma una data importante è ormai vicina: sei mesi, e sarà la pensione. Fa il conto alla rovescia delle ore di colloquio che deve fare: il suo lavoro gli si è rivelato sempre più come una “farsa”, noia e fastidio accompagnano le sedute, e l’età si fa sentire: “invecchiare – pensavo, sentendomi invadere dall’amarezza – significa soprattutto veder crescere la differenza tra il proprio io e il proprio corpo, finché un giorno si diventa completamente estranei a se stessi.”

Ma qualcosa accade: la sua fedele segretaria, contravvenendo agli ordini del professionista che assiste da anni, accetta una nuova paziente, anche se è chiaro che la cura richiederà più tempo di quello che resta prima della pensione. Si tratta di una signora, di Agathe appunto, con ricoveri psichiatrici alle spalle, difficilmente classificabile secondo le categorie della malattia mentale. Sennonché, l’inquietudine di Agathe non appare allo psicanalista estranea quanto le sofferenze degli altri pazienti, forse perché lui stesso sente ormai incrinata la sicurezza nella quale ha rinchiuso la propria vita: “Mi resi conto di aver coltivato per tutto quel tempo l’idea che la vita vera, la ricompensa di tutte le fatiche, sarebbe arrivata il giorno in cui fossi andato in pensione. Ma ora, guardando al futuro, non riuscivo proprio a immaginare che la vita contenesse ancora qualcosa di cui rallegrarmi. Non erano l’angoscia e la desolazione le uniche certezze?” Non arretra di fronte a questa rivelazione, il dottore, costretto ad un’ammissione che non avrebbe mai sospettato di poter fare: “Sono esattamente come loro, pensai, mentre uscivo per andare incontro al primo paziente.”

Sia pure in un modo diverso dal personaggio di Dickens, anche lui è stato un avaro, che ha scambiato la freddezza per professionalità, che non ha mai amato nessuno, come confessa al marito moribondo della sua segretaria. Si ritroverà così a piangere al funerale, a confezionare – la prima volta in vita sua – una torta per il vicino con cui fino allora non aveva scambiato che un saluto sbrigativo, e soprattutto a cedere all’attrazione che sente per Agathe: l’invito di lei ad entrare insieme in un caffè chiude il racconto di una vicenda che nessun avvenimento di rilievo ha segnato, se non – come in molti romanzi giapponesi – un mutare di sentimenti, silenzioso, decisivo.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

John Steinbeck, Furore, Bompiani 2013 (pp. 633, euro 12)

Della letteratura americana, in questi anni, mi hanno appassionato soprattutto le autrici: Flannery O’Connor, Joyce Carol Oates, Edna O’Brien, Elizabeth Strout.  Steinbeck l’avevo letto ai tempi della scuola, ma poca cosa.

Su insistenza di mia figlia e di mio marito ho affrontato le seicentotrentatre pagine, un po’ per metterli zitti, un po’ perché non avevo null’altro in casa. E, fin da subito, mi ha travolta, mi ha tenuta incollata al racconto senza possibilità di fuga.

L’incipit è un’apparente descrizione naturalistica, attenta e minuziosa: Sulle terre rosse e su una parte delle terre grigie dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati.… Il sole prese a picchiare giorno dopo giorno sul mais in erba, fino a screziare di bruno gli orli di ogni baionetta verde… Il suolo si ricoprì di una crosta dura e sottile, e man mano che il cielo impallidiva, anche il suolo impallidiva, facendosi rosa nelle terre rosse e bianco nelle terre grigie.

E sotto il sole che ogni giorno picchiava più forte, le foglie del mais in erba si facevano meno rigide e dritte; dapprima s’inarcarono appena, poi, con l’indebolirsi della nervatura centrale, ogni foglia si piegò decisamente all’ingiù… L’aria era fina e il cielo sempre più pallido, e ogni giorno la terra impallidiva… Il vento si fece impetuoso, s’infilava sotto le pietre, scalzava paglia e foglie morte, perfino piccole zolle, creando dietro di sé una scia man mano che solcava i campi.

La penuria dei raccolti, il flagello biblico delle tempeste di sabbia e della siccità, la Grande Depressione mettono in moto il grande esodo dal Midwest verso l’Ovest di migliaia di famiglie prese nella morsa della povertà e della fame.

Furore è la storia di questa gente, della loro migrazione, delle loro speranze.

L’Oklahoma, il Kansas e il Texas, tutte le pianure inaridite del Midwest e del Sud ovest si svuotano, i contadini caricano carri sgangherati di mobili, abiti, figli, genitori e si riversano sulla Route 66, direzione California, la Terra Promessa.

Steinbeck affida il racconto di questa grande fuga a due diversi registri: il gergo degli “Okies”, il termine dispregiativo con cui venivano chiamati i migranti provenienti dall’Oklahoma, utilizzato per raccontare la vicenda della famiglia Joad, si alterna a capitoli di contestualizzazione storica. Anche in queste righe la scrittura resta lontana da ogni ideologismo, semplice, quasi colloquiale   eppure estremamente incisiva.

Riesce, con parole secche, con descrizioni crude a rappresentare una realtà complessa.

Su entrambi i piani, si percepisce un ritmo biblico da fine di un’era. Una fine annunciata, un disastro che si legge in ogni riga: questa gente non ha speranza, la Terra Promessa sarà sfruttamento, condizioni di lavoro e di vita disumane, a tratti incompatibili con la sopravvivenza.

Negli accampamenti in cui si affollano famiglie sfollate, bimbi affamati che giocano fra le baracche si snodano le relazioni umane e si delineano personaggi chiave. In tutti, in qualche modo, non si può che identificarsi, percepire in loro qualcosa che ci appartiene.

L’ex predicatore Casy, che non crede più nella colpa e che, come Mosè, accompagna il popolo dei derelitti in questa migrazione senza futuro. Racconta la sua crisi e l’abbandono della predicazione, per la forza delle tentazioni della carne, per i dubbi su Dio e sullo Spirito Santo: Ho pensato, magari sono tutti gli uomini e tutte le donne che amiamo: magari è questo lo Spirito Santo… lo spirito umano… tutta la baracca. Magari tutti gli uomini messi insieme fanno una grande anima e ognuno di loro è un pezzettino.

Tom Joad, appena uscito di galera, che matura in sé il seme della solidarietà di classe, mentre la fame e la paura partorivano rabbia.

La madre, donna invincibile, collante della famiglia sua e di altre, quella che infonde speranza, che apre spiragli, che abbatte barricate e che, nel lungo cammino, accompagna gli anziani alla morte e i piccini sulla soglia della vita. E poiché marito e figli non potevano conoscere sofferenza o paura se lei non denunciava sofferenza e paura, aveva imparato a rinchiudere l’una e l’altra dentro se stessa.

Questo grande romanzo evoca una condizione umana di incredibile attualità; leggere di quegli anni di un altro secolo, è leggere di oggi, della moltitudine di esseri umani costretti a lasciare la propria terra, che vedono le loro speranze infrangersi contro muri di odio. Le parole di Steinbeck insegnano oggi forse più di ieri a cuori induriti dalla collera, dal rancore e dalle prevenzioni.

E sciamavano in cerca di lavoro; e le strade erano fiumi di gente, e i fossi lungo le alzaie erano file di gente. E altra gente arrivava dietro di loro. Le grandi arterie pullulavano di gente che emigrava…

La vita randagia li cambiò; le grandi arterie, i bivacchi lungo la strada, la paura della fame e la fame stessa li cambiarono. I figli affamati li cambiarono, l’interminabile vagare li cambiò. Erano emigranti. E l’ostilità li cambiò, li saldò, li unì; l’ostilità che induceva i centri abitati a raggrupparsi e a equipaggiarsi come per respingere un invasore, manipoli armati di manici di piccone, garzoni e bottegai armati di fucili, per difendere il mondo contro gente del loro stesso sangue. Nell’Ovest si diffuse il panico di fronte al moltiplicarsi degli emigranti sulle strade. Uomini che avevano proprietà temettero per le loro proprietà. Uomini che non avevano mai conosciuto la fame videro gli occhi degli affamati. Uomini che non avevano mai desiderato niente videro la vampa del desiderio negli occhi degli emigranti. E gli uomini delle città e quelli dei ricchi sobborghi agrari si allearono per difendersi a vicenda; e si convinsero a vicenda che loro erano buoni e che gli invasori erano cattivi, come fa ogni uomo prima di andare a combattere un altro. Dicevano: quei maledetti Okie sono sporchi e ignoranti. Sono maniaci sessuali, sono degenerati. Quei maledetti Okie sono ladri. Rubano qualsiasi cosa. Non hanno il senso della proprietà. E su quest’ultima cosa avevano ragione, perché come può un uomo senza proprietà conoscere l’ansia della proprietà? E i difensori dissero: sono sporchi, portano malattie. Non possiamo lasciarli entrare nelle scuole. Sono stranieri. Ti piacerebbe veder uscire tua sorella con uno di quelli?

Gli indigeni si suggestionarono fino a crearsi una corazza di crudeltà. Formarono drappelli, squadre, e li armarono: li armarono di manici di piccone, di fucili, di gas. Il paese è nostro. Non possiamo lasciare che questi Okie facciano i loro comodi. E gli uomini che venivano armati non possedevano la terra ma pensavano di possederla. E i garzoni che di notte facevano a ronda non possedevano nulla, e i piccoli bottegai possedevano solo debiti. Ma anche un debito è qualcosa, e anche un salario è qualcosa. Il garzone pensava: io prendo quindici centesimi a settimana; che faccio se un maledetto Okie si accontenta di dodici? E il piccolo bottegaio pensava: come la reggo la concorrenza di uno che non ha debiti?

E gli emigranti sciamavano per le contrade, e nei loro occhi c’era la fame, e nei loro occhi c’era il desiderio. Non avevano discorsi, non avevano criteri, non avevano altro che la loro quantità e il loro bisogno. Quando c’era lavoro per un uomo, dieci uomini lottavano per averlo – e la loro unica arma era il ribasso di paga. Se quello lavora per trenta centesimi, io ci sto per venticinque…

E le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro….

Le grosse imprese non capivano che il confine fra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare.

È una rabbia che si sente incalzante in ogni riga, una marea montante, una marcia umana disperata che fa tornare in mente Erri De Luca quando scrive: le persone quando diventano popolo fanno impressione.

Indimenticabili le parole con cui Tom si congeda dalla madre: io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto… dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame… dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno… sarò negli urli di quelli che si ribellano.

Un libro da leggere e da rileggere. Un libro che mi resterà appiccicato addosso.

Angelo Bendotti, Nel segno di Fenoglio. Lo straordinario e il vero, Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea-Associazione editoriale Il filo di Arianna 2919

La distanza fra storici e narratori della Resistenza – portatori i primi di uno sguardo dall’alto, privo di complicazioni emotive, e i secondi attenti invece a restituire il vissuto di una lotta condotta giorno per giorno – aveva trovato un correttivo a inizio anni Novanta nell’opera di Claudio Pavone. Una guerra civile, in cui lo storico attingeva a testimonianze capaci di render conto della concreta esperienza di quei giorni. Ora, questo libro sembra “annunciare una terza fase nei rapporti fra storici e narratori”: questo il parere autorevole di Gabriele Pedullà, scrittore e critico letterario secondo il quale “Bendotti compie il percorso di Pavone nella direzione opposta: dalla storia alla letteratura”.

A motivare un simile percorso è la convinzione che la letteratura non sia “accessoria”, non si riduca a “un divertissement a fianco della ricerca storica, e che quindi “per studiare la storia della lotta partigiana bisogna innanzitutto partire dai grandi scrittori”: quanto rileva nella sua introduzione Elisabetta Ruffini, attuale direttrice dell’Istituto bergamasco, è subito confermato dall’autore stesso, che nella sua nota d’apertura esprime la sua “gratitudine nei confronti di Beppe Fenoglio (…) perché mai nessuno ha scritto meglio di Resistenza”. Sicché i suoi romanzi possono essere assunti come “una guida dentro la ricerca storica”, nella “consapevolezza che la storia è anche racconto della storia”. E sono appunto racconti quelli che si leggono nei dodici capitoli che si dispongono attorno ai due centrali, in cui si raccolgono le riflessioni di carattere più teorico sul rapporto fra storia e letteratura. Dodici capitoli che – mettendo in risalto momenti e situazioni, ruoli e figure – propongono altrettanti temi, “spesso scomodi e/o poco sviluppati”, che sono le “storie” raccolte dall’autore a mettere in luce: “storie che potrebbero ridare un significato alla parola antifascismo”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Patrick Modiano, Ricordi dormienti, Einaudi 2018 (pp. 83, euro 15)

“Mi è capitato più volte di imbattermi nelle stesse persone per le vie di Parigi, persone che non conoscevo. A forza di incrociarle per strada, i loro visi mi diventavano familiari. Credo che mi ignorassero e che solo io notassi quegli incontri fortuiti. Altrimenti ci saremmo salutati o avremmo scambiato due parole. (…) Per consolarmi annotavo scrupolosamente il luogo esatto e l’aspetto fisico di questi sconosciuti.” Del resto, lui, il protagonista, annota anche le parole che ascolta per caso in un bar, per la strada: perché non vadano perdute.

Volti, parole, ma soprattutto ricordi, disseminati in una città di cui si offrono in quantità riferimenti topografici e toponomastici precisi, ma che rimane evanescente, quanto gli amori che ai luoghi restano legati, gli uni e gli altri immersi nella fluidità del sogno.

Ricordi che s’era creduto d’aver smarrito ed erano invece dormienti, e la scrittura sa risvegliare. Una scrittura apparentemente svagata, digressiva, ma in realtà capace di aderire alle pieghe di un’immaginazione sempre al lavoro, sempre all’erta, nell’attesa di incontri che potrebbero risolversi in rivelazioni capaci di far luce sui “misteri di Parigi”, di cui il protagonista è da sempre curioso. Non collezionista, non storico, ma appassionato cultore degli insondabili rimandi fra i volti della città e i percorsi delle esistenze, perché “Parigi è così, disseminata di punti nevralgici e delle forme molteplici che le nostre vite avrebbero potuto assumere”, e di tracce preziose, ancorché enigmatiche, che riportano a momenti della propria vita, a persone che ci si era sforzati di dimenticare, e che invece “ritornano a galla come corpi annegati all’angolo di una strada, dopo decine di anni, a certe ore del giorno”. In una Parigi dove può accadere di trovarsi in “luoghi incerti, specchi di una stagione in cui il tempo sembra essersi fermato – luoghi che spariscono non appena la vita riprende il suo corso e la città il suo aspetto consueto.”

Gli interminabili esercizi di memoria di Modiano sembrano aver trovato il loro più felice approdo in questo paesaggio fluttuante, che lascia a tratti intravedere le strade che la vita non ha preso.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Fabio Stassi, Ogni coincidenza ha un’anima, Sellerio 2018 (pp. 282, euro 14)

Il protagonista del romanzo è la memoria, quella biografica, individuale, e quella letteraria, collettiva, perché, incerto e appassionato insieme del mestiere che si è inventato, il protagonista è un “biblioterapeuta”, lo stesso che abbiamo conosciuto in La lettrice scomparsa (Sellerio 2016). E non si direbbe guarito dal “mal di letteratura che l’aveva colpito”: “La mia memoria è alluvionata da indici, frontespizi, quarte di copertina. (…) Ogni libro che leggo è un metro di terra che sottraggo alla realtà. Eppure continuo ad amare la letteratura di un amore sconsiderato, a ricevere i miei pazienti, a dare, per quel poco che conta, un ricovero passeggero ai loro dispiaceri, convinto che non ci sia gesto più umano che leggere (…). Ma le parole degli altri non possono salvare nessuno se non diventano tue.”

E se il paziente ha perso la memoria (il dottor Alzheimer aleggia anche in questo come su innumerevoli altro romanzi di questi anni)? Non resta che cercar di ricostruire dalle poche frasi sconnesse che ha scritto o dice, nella clinica dove si trova, il libro che le conteneva e nel quale avevano senso. Più del malato è allora la sua straordinaria biblioteca a guidare il biblioterapeuta detective e qui, esplicitamente richiamato dall’autore, è quella borgesiana di Babele ad esser chiamata in causa, perché il tempo della biblioteca è “l’eternità”: “La memoria degli uomini era fragile, ma quella della biblioteca perenne. (…) Quel luogo aveva l’età di tutti i libri che conteneva, dal più antico a quello che non era ancora stato scritto.”

Borges, Canetti, ma anche Kafka (alla rilettura della Metamorfosi sono dedicate alcune pagine che valgono l’intero libro) e tanti altri: le digressioni sono all’ordine del giorno, tanto da creare un senso di leggera vertigine di storie nella storia. È forse questa sensazione la musica che attraversa il romanzo: già, perché per giudicarne uno non si tratta di chiedersi di che cosa parla, di com’è costruito, secondo quale stile, ma di porsi solo una domanda, essenziale: “Come suona? Ecco: l’unico interrogativo ragionevole che un lettore dovrebbe porsi di fronte a quello che legge è chiedersi sempre come suona.”

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora