Lo si potrebbe descrivere come la saga di una famiglia contadina francese, divisa equamente in due parti. 200 pagine la prima, che tratta degli anni di inizio Novecento, e 200 la seconda, che salta agli anni Ottanta.

Fra una e l’altra la Grande guerra, che arriva a strappare i figli a genitori per i quali “la guerra è un’astrazione, una parola vuota”, “ i tedeschi una razza esotica e barbarica”, “il fronte un territorio misterioso”. Perché la loro vita è tutta lì, nel lavoro della campagna e nell’allevamento dei loro animali.
L’idealizzazione del mondo contadino pare ormai estranea ai non molti romanzi che ancora ne trattano (vedi ad esempio Cuore di bestia di Noëlle Revaz, edito da Keller nel 2013). Ma qui si va oltre, e le immagini che Del Amo ci propone, il suo lessico, aggrediscono il lettore: non a caso la critica l’ha avvicinato a Céline e Houellebecq.
La crudeltà che regola nella più completa indifferenza il rapporto con gli animali è il tema centrale, e non perché sia una novità: anche la porcilaia contadina conosceva la più completa indifferenza nei confronti della sofferenza animale, ma al tempo stesso una vicinanza per cui “nello stesso tempo, nello stesso luogo, uomini e animali nascono, vivacchiano e scompaiono”. Non è così nell’allevamento industriale, dove “i maiali pisciano e cacano tutto il giorno nell’esiguo spazio dei recinti che a malapena permette loro di muoversi, li costringe a evacuare sotto di sé, a calpestare i loro escrementi, sdraiarvisi sopra, rotolarvisi” e “gli uomini combattono contro la merda una lotta che si rinnova quotidianamente”.
Non c’è traccia di pietà in descrizioni simili, anche se non riescono a passare inosservati l’occhio del coniglio che, appena ammazzato, sembra guardare ancora, e il cane che sentendo vicina la fine va a nascondersi e, quando la giovane padrona gli passa accanto senza vederlo, “sente il suo odore e muove la coda, e muore nella sua solitudine e nel suo silenzio di animale mentre i passai della ragazza si allontanano”. Del resto, lo scrittore, intervistato, non esita a dichiarare che gli “atti quotidiani innumerevoli che vengono compiuti nell’ambito dell’allevamento suino sono di una violenza inaudita. La castrazione con l’animale vivo, il taglio dei denti e della coda”. Il fatto è che, per Del Amo, “tra il maiale e l’uomo, in molti casi, c’è davvero poca differenza”: vittime entrambi della barbarie del nostro tempo? Sicuramente, ma anche – sembra emergere – di una cieca volontà di vita: “ovunque, tutto intorno, gli animali fottono e copulano” e “lo sperma stilla, gocciola, cola”, così come, quando arriva la primavera, la linfa comincia “a zampillare dentro gli alberi, a salire pesantemente nei tronchi”. La vita, prima che la storia, sembra alimentare il destino insensato di tutto ciò che nasce, corre verso la propria rovina e muore.  E la scrittura registra questa assurda ininterrotta ripetizione, mettendo a dura prova la capacità del lettore non di tollerare il peso della compassione, ma di resistere a un disgusto crescente: è una pedagogia dell’orrore quella che Del Amo si propone? Le sue dichiarazioni – forse più delle sue pagine- autorizzerebbero a crederlo: “questo non è un libro militante che vuole che la gente smetta di mangiare carne. Però, se qualche lettore, una volta finito di leggerlo, smetterà di mangiare il prosciutto, beh, io sarò felice di tutto questo”. 

ritratto Del Amocopertina Del Amo

Brescia, 10 dicembre 2017
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Il Garda, ma non quello di oggi, siamo all’inizio degli anno Trenta.

Le strade sono sterrate, percorse dai carri dei contadini – che non hanno ancora imparato a fare un vino che non dia vertigini alla testa e bruciore allo stomaco – e dalle biciclette di chi va o torna dal lavoro – nelle cartiere, negli alberghi, nelle limonaie che ancora rimangono. Poche le macchine. Giusto qualche  Balilla, come quella del commissario Sartori.  Italo Sartori. Trasferito sul Garda dal suo Abruzzo come Rocco Schiavone ad Aosta dalla nativa Roma. Ma non incazzato sempre come quello. Né serioso e umorale come Montalbano, anche se – come il commissario di Vigata all’agente Galluzzo – ogni volta che sale in macchina raccomanda a Bubbico, il suo autista, di non correre. Perché lui, Sartori, odia la velocità, e tollera a fatica la mania dilagante in Riviera: una mania della velocità, che si manifesta nelle gare di motociclette attorno al golfo di Salò, nel passaggio della Mille Miglia nel basso lago, nelle corse di motoscafi per la Coppa dell’Oltranza, lanciata da un testimonial d’eccezione come il poeta guerriero del Vittoriale, un’altra presenza che torna anche in questo secondo giallo di Massimo Tedeschi, dopo che , in quello precedente, Carta rossa, era apparso tutt’altro che estraneo all’intrigo che il nostro commissario aveva risolto.
Ma stavolta la sua non è un’indagine delle solite, perché il morto non c’è. Non c’è ancora per lo meno, e se qualcuno ci ha lasciato la pelle si è trattato di una fatalità, o così pare. Può capitare, del resto, quando si vola sugli idrovolanti della Reparto di Alta velocità di Desenzano e si cerca di battere il record stabilito volando ad oltre 700 chilometri all’ora, perché così vuole il Duce: per fargliela vedere, agli inglesi. E dunque Sartori è lì, fra piloti e meccanici, progettisti e istruttori di volo, che deve aggirarsi: nel covo dell’alta velocità, proprio lui che detesta la fretta, che non ama la frenesia persino quando a manifestarla è il corpo focoso della signora che puntualmente, con entusiasmo e generosità, lo accoglie nella sua villa a Portese.
Sabotaggio! urla il colonnello Bernasconi, che su questa pista cerca di indirizzare l’indagine del commissario, da lui chiamato a risolvere l’enigma di incidenti che si ripetono e possono costare la vita ai giovani piloti, ma soprattutto frenano la corsa al nuovo record e dunque rischiano di mandare a picco l’impresa (Mussolini, in visita a Desenzano, è stato chiaro: “ne ha pieni i coglioni di spendere soldi per il mio Reparto”, lamenta il Bernasconi). Senonché, i sommari interrogatori, condotti sempre con ironia circospetta dal sornione poliziotto, abile nell’arte dello gnorri, arrivano a una conclusione inattesa. Fra una mezza parola strappata a qualcuno che lavora attorno agli idrovolanti e qualche ammissione ottenuta da una giornalista francese, un console tedesco e un’aviatrice inglese – tutti turisti amanti del Garda ma stranamente curiosi degli aerei che lo sorvolano in velocità – la verità viene fuori, e come sempre è più complicata, e drammatica, di quanto potesse apparire. La figura del valente meccanico originario di Fratta Polesine, il paese di Matteotti, non è di quelle che si dimenticanoappena chiuso il libro.
Un libro che, pagina dopo pagina, si fa leggere in velocità, per restare in tema: perché si vuol vedere come va a finire. Un racconto riuscito perciò, ma non solo per la felicità dell’intreccio. Il piacere della lettura viene anche dai riferimenti puntuali al mix di “mito e meccanica, leggenda e tecnologia” racchiuso negli aerei e nelle imprese di Francesco Agello e degli altri cavalieri dell’aria; dai cenni alla cultura imperante (D’Annunzio in primo piano, il futurista Marinetti sullo sfondo), ma soprattutto dalla  capacità di restituire il sapore dei luoghi, dei colori di un lago che nonostante tutto sembra – in certe stagioni almeno, in certe ore del giorno  – aver saputo conservare la sua fisionomia inimitabile. 

 Ritratto Tedeschicopertina Tedeschi

Brescia, 3 dicembre 2017
Carlo Simoni

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Giocare insieme

28/11/2017 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Nel libro precedente (Muro di casse, Laterza 2015), i rave party, le grandi feste notturne clandestine e gli sballi di musica e fumo: dovunque il posto si prestasse, capannoni dismessi, cascinali abbandonati, boschi.

In questo – prima opera di narrativa proposta da Laterza allo Strega – un garage, un ex garage anzi, da anni trasformato dalla famiglia in ripostiglio. Ma questo drastico ridursi degli spazi non ha nulla di rinunciatario, o almeno non si direbbe: qui, nel garage, gli spazi sono quelli della fantasia. O meglio: del fantasy, ambiente privilegiato dai giochi di ruolo.
Rave, giochi di ruolo: i protagonisti sono sempre quelli. Bambini negli anni ’80, quando i giochi di ruolo conoscono la loro epoca d’oro, per declinare nel decennio seguente, quando i rave sono invece pratica diffusa in tutta Europa. Per poi ridursi a nicchie, gli uni e gli altri, dopo aver risposto al bisogno di quei riti collettivi, di iniziazione in particolare, che i giovani avvertivano, e non han cessato di avvertire. Solo che nel frattempo molte cose sono cambiate. Non solo l’aggregarsi subitaneo di masse di coetanei è un ricordo, che ha lasciato il campo alla fatica di mettere insieme anche solo un gruppetto di appassionati dei giochi di ruolo: è la cittadina toscana in cui si sono trascorse infanzia e adolescenza e alla quale si torna appunto per ritrovare gli amici con cui giocare, che non è più quella, “però non sai mica quando è cambiata così, quanto è stato graduale questo cambiamento, quando è sparito l’acciottolare dei piatti sulla sigla del telegiornale, sul jingle dell’Almanacco del giorno dopo, quando le edicole aperte e l’odore di ragù e i nugoli di ragazzi sulle bmx… Sai come l’hai trovata oggi: un paio di capannelli davanti alla stazione, chiuso il bar in cui andavate a far forca ai tempi del liceo, chiuso il negozio dei giochi dove passavate le giornate e dove nacque il gruppo”.
Il sentimento della nostalgia, a quanto pare, non è prerogativa dei vecchi: anche chi non è ancora quarantenne lo può provare. Perché si può sentire nostalgia anche per ciò di cui non si è fatta diretta esperienza: per il tempo in cui la gente stava insieme di più, ad esempio. E tutta la fatica che il protagonista fa per rimettere insieme un gruppo di giocatori non è questo in fondo? Anche se, al centro, più dei giocatori (qua e là echeggianti alla lontana profili e movenze che richiamano i ragazzi di Trainspottig) ci sono loro, i giochi, con la loro nomenclatura – inglese, non occorre dirlo – sempre in evoluzione: chi ha l’età giusta troverà in questo libro una sorta di album di famiglia, e una lingua che oggi è usuale, con il suo mix di anglicismi e slang quotidiano.
Chi invece è più in là con gli anni potrà adeguare ai propri ricordi l’esperienza del successo e del rapido crepuscolo (anche se molto meno rapido che negli anni successivi) dei giochi che hanno segnatola sua infanzia: le costruzioni, di legno, soppiantate dal meccano, di metallo, e dal lego, di plastica; il trenino elettrico trascurato per la scatola del monopoli.
Una storia minore che non è finita: i giochi di ruolo (con il loro dadi, matite, schede e manuali di istruzioni) non hanno forse  aperto la strada agli immateriali videogiochi, che certamente non sono un punto d’arrivo, anche se non sappiamo a cosa preludano?
Discorsi stravaganti, da collezionisti o storici dell’infanzia? Walter Benjamin non lo credeva: fra le molte cose che riconosceva come spiragli, indici significativi, per comprendere il mondo contemporaneo e la vita che vi conduciamo i giocattoli occuparono sempre per lui un posto di prim’ordine.

ritratto Santonicopertina Santoni

Brescia, 26 novembre 2017
Carlo Simoni

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“Le commemorazioni legate alla «Giornata della memoria» realizzano il primato della destoricizzazione”: “agli studenti sono proposte riflessioni o ricostruzioni che esulano quasi sempre dallo svolgimento effettivo dei programmi di storia, rendendo difficoltosa la medesima collocazione della Shoah sul piano temporale”.

E i viaggi ad Auschwitz? Nella sostanza, “iniziative vissute dai partecipanti come una gita scolastica”, al massimo “come una declinazione del «turismo della memoria»”. Operazioni che contro la loro volontà finiscono per banalizzare la storia, dunque? No, peggio: “procedure esorcistiche, finalizzate a sterilizzare i contenuti politici degli atteggiamenti xenofobi correnti”.
Parte dalla scuola, e dall’insegnamento – dal non insegnamento – della storia del Novecento che in essa si pratica, questo libro, ma non è un testo esclusivamente per insegnanti, nonostante la sua tempestività e  l’innegabile sintonia con i discorsi suscitati dalla proposta di accorciare di un anno le scuole medie superiori: “invece di diminuire i corsi di un anno, si tratta di far entrare un secolo in più nei programmi”, scriveva poche settimane fa Asor Rosa su “La Repubblica”.
Perché questo è il punto: il fatto che il programma di storia che si svolge non contempli, di fatto, il Novecento e, se va bene, tocchi per sommi capi la sua prima metà fermandosi alla seconda guerra mondiale, è la spia –  anzi: la causa e l’effetto insieme – di un diffuso e pervasivo atteggiamento culturale, esistenziale, che induce non a un generico pessimismo sui tempi che corrono, ma al riconoscimento che quella ormai in atto è un’“apocalisse antropologica”. Una mutazione che si rivela nella separazione fra Storia e vita: il Tempo è privatizzato, è solo il tempo biografico, quello che si vive (o si immagina di vivere) in prima persona; la vita è depurata della sua storicità, a partire dalla rimozione del limite che la connota: non è fatta di esperienza, ma di consumo, e il consumo si svolge nel Presente, lo pervade, lo impone come unica dimensione della realtà e del pensiero (“unico”, per l’appunto). Il presentismo imperante “ha fagocitato le scansioni temporali Passato-Presente-Futuro; forse a essere entrato in crisi è il concetto medesimo di Tempo” (salvo poi ricevere i contraccolpi di questa riduzione al puro presente – verrebbe da aggiungere – sottoforma di insoddisfazione cronica, di infelicità, di depressione…).
E non è che la memoria – terreno diverso da quello della storia, ma pur sempre rivolto a mantenere un senso del Passato – contrasti davvero la dittatura del Presente, perché “la memoria, per essere attiva, necessita di momenti di socialità forte”, come il partito politico, che è però entrato in una crisi irreversibile negli ultimi decenni (complice lo smantellamento operato con disinvoltura, e fierezza in molti casi… – ndr.). E allora, a chi il compito di impedire che la memoria si privatizzi e la storia diventi “egostoria”? Alla scuola! “L’istituto formativo è rimasto pressoché l’unica agenzia deputata a gestire questa operazione”.
Ecco perché si è partiti dalla scuola: è lì che la scomparsa del pensiero critico – perché non ce n’è se manca la consapevolezza della storicità, e dunque della superabilità, del Presente –  ha fatto le sue prove e celebra i suoi fasti.
E gli storici, quelli che per  mestiere frequentano il passato, e ci si aspetta ne tengano vivo il senso anche fra coloro che storici non sono? “Tramontati i partiti, quale contenitore di sapere e di memoria storica, ed evaporata la politica, quale potente stimolo alla conoscenza, la ricerca storica è stata costretta a ripiegarsi su stessa, per ritrovare le ragioni e le motivazioni del proprio operare”. Presto dette, per altro: “rispetto alla cultura dominante della poststoria”, lo storico (se non appartiene alla maggioranza degli storici che scrivono per altri storici) è tenuto dal suo stesso “specialismo” a “volgere lo sguardo all’indietro. E, per un curioso paradosso, il principio di speranza non sorge, come nei profeti biblici, dalla  constatazione della condizione presente di miseria, ma dalla riflessione sul Passato: è proprio volgendosi all’indietro che lo storico decreta la storicità del Presente”. E’ proprio indagando sul Passato, che può fare il suo dovere: “porre le domande scomode spinose sul Presente.”

 copertina Germinariotreno della memoria

Brescia, 19 novembre 2017
Carlo Simoni

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“Riuscirò a scrivere il libro sulla morte solo avendo l’assoluta certezza che non sarò io a darlo alle stampe nel tempo di vivere che ancora mi resta”.

Elias Canetti, ottantaduenne, si è persuaso che il libro della sua vita, quello cui ha lavorato per più di quarant’anni, resterà incompiuto.
Anzi: allo stato di appunti, pensieri, aforismi, il genere in cui  – come ammette lui stesso – ha “perseverato con coerenza per cinquant’anni, e questo proprio per via della loro incoerenza”. Il che non toglie che quelli che ha raccolto e ancora sta raccogliendo attorno al tema della morte formino un libro, “così da poter essere in seguito pubblicato”. In seguito, perché “solo in questo modo posso essere davvero sicuro che mi pronuncerò sempre con sincerità, senza riguardo per i vivi”. “Voglio dire quello che penso”, questo il proposito che percorre queste pagine, immutabile negli anni, e che trova il suo fulcro nell’atteggiamento richiamato sin dal titolo. Quello di Canetti non è un libro sulla ma contro la morte: “Sarebbe giusto chiudere gli occhi davanti alla morte? No, tre volte no! tenerli spalancati gli occhi, e maledirla, e ancora maledirla. E non cercare di rabbonirla mettendo limiti al rifiuto nei suoi confronti”. Vengono in mente, per contrasto, alcuni autori, i cui libri sono apparsi in questi ultimi mesi, che appunto tentano invece di venire a patti con la questione: da Yalom (Fissando il sole, Neri pozza) a Boncinelli (Io e lei, Guanda) a Maggi (L’ultima beatitudine, Garzanti), ricorrendo alla saggezza epicurea il primo, alle certezze disincantate della scienza il secondo, a quelle della fede il terzo. E Canetti ne ha per tutti, verrebbe da dire, perché i suoi pensieri sono anche una rassegna delle posizioni ritenute da lui illusorie, o inaccettabili addirittura: non basta pensare che intanto che viviamo la morte non c’è e quando arriverà noi non ci saremo, perché la morte è “un’ultima angustia orribilmente penosa, liberarsi dalla quale non è cosa che dipenda da noi”, tant’è vero che “teniamo conto della morte anche quando non la stiamo aspettando”. 

canetti 1

D’altra parte, “la biologia sa definire la morte altrettanto poco quanto sa definire la vita e la peculiarità dell’essere umano”, e la fede serve solo ai credenti per facilitarsi la vita, “immaginando di rivedersi, mentre questo non sarà loro mai concesso!”
Non è solo contro la propria morte che Canetti combatte, ma contro la Morte, in generale – la sua lunga vita gli ha consentito di confrontarsi con le stragi del secondo conflitto mondiale come con quelle della guerra del Golfo – senza per questo diluire nella riflessione storica il pensiero della propria fine, della fine di uno scrittore che in un libro sulla morte ha individuato il suo compito più significativo: “Puoi fare in modo che ti diventi indifferente quanto accadrà alle tue opere? No, finché continuo a scrivere. Ma un giorno o l’altro potresti finalmente smettere di scrivere, magari quando avrai terminato questo libro? Non posso. Non potrò. Allora non farai mai pace con la morte? Mai.”
Ha 87 anni, Canetti, quando – morirà due anni dopo – ritorna sul proprio progetto e non se ne nasconde l’insensatezza, o peggio: “A poco a poco mi rendo conto che nulla è più volgare, banale, scontato e demagogico della mia battaglia contro la morte. Ho cominciato a vergognarmene, ma ciò nonostante persevero in essa, imperterrito”.

canetti 2

Torna alla mente un altro grande pensatore che della morte si è occupato nel libro che si può considerare riferimento obbligato di ogni riflessione sulla finitudine della vita, quattrocento pagine per sondare, spiegare, ribadire il fatto che la morte non è qualcosa ma è nulla, e non consiste dunque in altro che nel “No dell’indicibile”, che “non domanda di essere compreso o interpretato, e non è fatto nemmeno per suggerirci pensieri reconditi positivi”. Così Vladimir Jankélévitch (La morte, Einaudi 2009). 

ritratto Canetticopertina Canetti

Brescia, 12 novembre 2017
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

La assiste, la porta alle visite di controllo – anche se lo sa: servono soprattutto a lei, perché la rassicurano – e nel complesso può ritenersi “una figlia sufficientemente buona”.

La celebre definizione di Winnicott riguardava la madre che possiede la capacità di accudire il suo bambino e – al di là delle sue intenzioni – non fargli dentro il vuoto che altrimenti quello si porterà dietro tutta la vita. Ma i ruoli si invertono: ora è alla figlia che spetta il compito di curare la madre: ci riesce? A suo modo, in qualche modo. Come tutti quelli che hanno vissuto l’esperienza di accompagnare i genitori nell’ultimo tratto della loro vita, e ne sono usciti stremati, ma soprattutto insoddisfatti, frustrati se non addirittura gravati di rimorsi: per non aver fatto tutto quello che andava fatto; per non aver fatto abbastanza avendo già mentre lo facevano questa sensazione di insufficienza, o di inadeguatezza; per non aver donato tutto il tempo possibile  a chi forse non chiedeva molto di più, in fondo (“odio il tempo che mi costa”, confessa la figlia, voce narrante di questo romanzo). Tutta la storia di una relazione – una relazione primaria, che non appartiene e non apparterrà mai al passato – precipita in quei mesi, in quelle settimane finali, portandosi dietro tutto. Tutto quello che l’ha definita sin dai primi momenti dopo la nascita, e poi nell’infanzia, nell’adolescenza, nella prima giovinezza. Ed è allora un bilancio inevitabile quello che alla fine si impone, e può essere un bilancio drammaticamente negativo: “Il nostro amore è andato storto, subito.” Perché? Perché la madre non ha potuto essere una madre sufficientemente buona, si potrebbe sintetizzare: “Era troppo educata al sacrificio per permettersi il piacere di stare con la sua creatura. (…) Lei mi amava, ma aveva altro da fare. Lavorava, per sua figlia. Non venivo prima nei suoi pensieri e non l’ho sopportato. Da grande mi sono appellata alla sua storia, ma non ci ho creduto abbastanza. Doveva disubbidire, per me, amarmi contro tutti.”
Con questa “madre inaccessibile, separata, non per disamore, per fretta, quest’altra forma del disamore” la figlia vuole, deve fare i conti che da sempre si proponeva, e sempre ha rimandato, fino al momento in cui lei, la madre, “è sfuggita nella malattia”, in una condizione nella quale “i conti non si chiudono mai”.  

È questa consapevolezza a guidare la narrazione, una narrazione che sa dare respiro storico, sfondo collettivo, alla vicenda materna che ha segnato la figlia: tornano alla mente le pagine che un’altra scrittrice, Annie Ernaux, soprattutto quella di Una vita di donna (Guanda, 1987), anche lei alle prese con la demenza della madre (“Non volevo che ritornasse bambina. Non ne aveva il «diritto»”). Non fosse che la confidenza, con il corpo bsognoso di cure della madre, che là si riscontra, resta nelle pagine di questo romanzo una dimensione penosamente irraggiungibile: “mi tocca la gamba all’improvviso e parla di questa mia gonna così morbida. (…) Soffro il contatto, avverto il disturbo. Controllo la reazione. Cerco di sembrarle disponibile ma non mi credo, sono rigida. Dove posa il palmo, la pelle scotta sotto il tessuto.”

Provando a spiegare le ragioni del successo del suo ultimo romanzo, L’arminuta (recente vincitore del Campiello, di cui questi appunti si sono occupati lo scorso 14 maggio), Di Pietrantonio – che sarà con noi in libreria il prossimo 10 novembre – ne rintraccia il motivo nei “temi universali che tratta”. La vicenda è quella di un abbandono drammatico, infatti, ma anche chi non ne ha subito uno tanto grave “può immedesimarsi nell’Arminuta”. E’ forse questo il filo che lega questo romanzo al primo, quello d’esordio: la capacità, guadagnata attraverso  la scrittura scarna che li caratterizza, di rendere condivisibili stati d’animo nati da vicende apparentemente lontane dall’esperienza di chi legge. Nell’Arminuta, il senso dell’abbandono; in Mia madre è un fiume, il senso di una problematicità irrisolvibile e bruciante che il rapporto con la propria madre lascia nella figlia.
Una problematicità alla quale anche chi è figlio, leggendo queste pagine, si sente tutt’altro che estraneo. 

DI PIETRANTONIOcopertina Di Pietrantonioi

Brescia, 4 novembre 2017
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

immagine Fontana web

Mariagrazia Fontana, Il tempo  raggiunto, secondorizzonte/Liberedizioni (pp. 280, euro 16) 

Misurarsi con il proprio corpo, i segni che ne giungono, le paure e i desideri che indistintamente esprime, nell’esperienza della malattia come nella pratica della corsa.

Soccorrere quello ferito e sofferente – tanto più da interpretare nel suo muto linguaggio  se chi ricorre alle cure è straniero – nell’esercizio del proprio lavoro, un lavoro – l’autrice è chirurga, presso l’Ospedale Civile – che non si lascia mai ridurre al protocollo né alla semplice procedura tecnica dell’intervento; confrontarsi con il corpo  che attraversa le età della vita, nella relazione, densa di ricordi e significati sedimentati, con la madre che invecchia, così come in quella sempre in via di nuova definizione e anche per questo rigenerante con le figlie che, da bambine che erano, sono già donne.
Sono queste le coordinate principali entro cui si delinea il corso di un’esistenza che per dirsi non ricorre al romanzo autobiografico ma a una sequenza di racconti che rimandano  uno all’altro in una medesima trama, entro l’orizzonte aperto di un tempo che solo la scrittura sa raggiungere. Una scrittura che sa aspettare in solitudine le parole che, sfuggendo all’inflazione e al brusio assordante delle molte che si pronunciano, sanno conservare traccia dei giorni, e far uscire dallo spazio del silenzio la voce che può tenere in vita la vita, nella sua unità profonda.
Come la pratica della corsa è seguita alla malattia, nascendo dalla “pressante richiesta del corpo che si era risvegliato, che voleva guarire, riprendere fiato, rimarginare le ferite, semplicemente esserci”, così la scrittura trova radice nel corpo: “Corsa e scrittura emergono dallo stesso magma profondo, alle volte oscuro, torbido, alle volte limpido e lieve. (…) Certi giorni la scrittura viene fluida, la penna corre da sola sulle righe e le parole corrispondono perfettamente a ciò che sento necessario dire. Altri giorni ricado nella scrittura analitica, indagatrice, anatomica. (…) Quando finisco in questo vortice sento la fatica, e ora ho imparato che devo lasciare, deporre la penna e infilare le scarpette. Nei giorni fortunati la corsa fa pulizia, opera una spoliazione, mi libera dalla verbosità. So che, quando spreco troppe parole, non ho chiaro ciò che va detto o obbedisco ad un vizio antico che mi allontana dalla verità.
Quando la corsa fa il suo lavoro, ricevo il grande dono dell’intuizione. Mentre sudo in salita, mi si spalanca davanti quella verità che mi aveva messa davanti al quaderno e dalla quale mi ero lasciata sviare. Limpida, pura, perfettamente ripulita dalle parole in eccesso, dalle parole viziate.”  

copertina Fontana

Brescia, 29 ottobre 2017
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Se si è dell’idea che gli anniversari servono a riflettere sull’oggi, a cento anni dalla Rivoluzione d’ottobre non si può ignorare il libro che Rita di Leo ha pubblicato cinque anni fa.

Da decenni studiosa dell’Urss, autrice di libri fondamentali di analisi storico-politica nati dalla conoscenza continuamente aggiornata  della letteratura internazionale sull’argomento, da viaggi in Unione Sovietica e dal racconto di testimoni diretti dell’evoluzione del paese, di Leo offre nell’Esperimento profano (dopo quelli “sacri” tentati da gesuiti e quaccheri nell’America del 6-700) gli strumenti essenziali per comprendere le tappe essenziali di una storia che continua a riguardarci. Una lettura che va al cuore della “guerra di classe sovietica” concentrandosi sul ruolo attribuito agli operai e agli intellettuali (non tanto i grandi dissidenti che conosciamo, quanto i professionisti, i tecnici, gli insegnanti). Un ruolo centrale con Lenin (nel ’24 “imbalsamato con le sue convinzioni”), ma da Stalin in poi di fatto subordinato, fino agli anni di Gorbachev, quando infine lo strato degli intellettuali (mai riconosciuti come classe, come gli operai e i contadini) prese “la propria vendetta sul «lavoro produttivo», che tornò al fondo della scala sociale”. Non solo l'”operaismo” di Stalin” e il “populismo” di Khrushchev, ma anche la svolta impressa dall’ultimo segretario del Pcus trova in queste pagine una messa a punto rigorosa, che toglie di mezzo giudizi contraddittori e ideologici nel rilevare quel che intanto s’era davvero affermato: la convinzione che il ruolo decisivo era ormai giocato dall’economia e non dalla politica, e dunque “l’obiettivo prioritario non stava tanto nel creare una società diversa quanto nel crescere più del capitalismo”. La crisi decisiva che si era consumata era quella della “politica-progetto”: screditata e battuta nella sua versione “estrema” in Urss ma parallelamente in quella “ridotta” della socialdemocrazie europee. E’ qui che la ricostruzione e l’analisi storica si fa discorso del presente: nel sottolineare come la “vittoria” dell’Occidente capitalistico sull'”esperimento” – sprofondato nelle proprie contraddizioni e imploso nello sdoppiamento fra un partito sempre più debole nel suo ruolo di pianificatore e una società ormai dominata dal mercato, sia pure sommerso – ha coinciso con “una grande vendetta nei confronti degli operai” perpetrata, ben oltre i confini dell’Urss, grazie alla globalizzazione del mercato del lavoro. E insieme agli operai sono gli intellettuali critici ad essere sostanzialmente scomparsi: la fine dell'”esperimento” sovietico ha screditato la cultura europea – dall’illuminismo alla socialdemocrazia otto-novecentesca – da cui aveva preso le mosse, e asservito gli intellettuali che ne erano stati rappresentanti e innovatori. “L’intellettuale europeo che nel passato studiava il potere per cambiare «lo stato presente delle cose», si è convinto del proprio ruolo di servizio e sembra non voglia avere idee altre da quelle per cui è ingaggiato e retribuito”.
Ne deriva che “L’antagonismo sopravvissuto è individuale, l’intellettuale [critico] si rifugia nei monasteri, come fossimo tornati all’anno 1000”.
“Politica e progetto – questa la conclusione, che il caso cinese di certo non corregge – sono diventati termini in disuso. Per chi vuole risalire la china c’è solo il principio speranza.”

copertina di Leofoto storica di leo

Brescia, 22 ottobre 2017
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Lidia Ravera, Il terzo tempo, Bompiani 2017 (pp. 495, euro 19

“Dilagante senescenza” delle nostre società come dato di fondo, destinato ad assumere un ruolo centrale nel XXI secolo, quanto il riscaldamento climatico e le migrazioni.

Questione che non solo la politica ma anche la cultura diffusa, vecchi compresi, tendono a rimandare, nel caso migliore. A rimuovere, di fatto. La de Beauvoir della Terza età, l’Améry di Rivolta e rassegnazione, il Bobbio di De senectute, fino allo Zagrebelski di Senza Adulti  e al Celli di Generazione tradita, sono solo alcuni degli autori delle cui riflessioni Aime e Borzani fanno tesoro, per introdurre tuttavia un dato di novità rispetto alla letteratura sull’invecchiare e la condizione degli anziani, il giovanilismo che il mercato incoraggia e la solitudine disperata dei vecchi che non possono proporsi come consumatori.
Non solo occorre aver presente che non si può parlare dei vecchi senza dire dei giovani, ma soprattutto – qui l’elemento principale di interesse del saggio – è necessario calare il discorso nella realtà attuale, mettendo al centro dell’attenzione chi è vecchio oggi e quali rapporti intrattiene con chi è giovane, oggi. Ed ecco allora una sottolineatura decisiva: “La generazione che si è riconosciuta come giovane, che ha riempito le piazze e occupato scuole e università in nome della rottura con la società dei padri, fa ora i conti con la propria vecchiaia. E lo fa nascondendola, non guardandola, cercando di restare comunque attaccata alla scena.” I vecchi di oggi – citando Celli: “Eroici  nel Sessantotto, fiaccati negli anni Settanta dal susseguirsi di aborti rivoluzionari, tanto sanguinosi quanto velleitari, arresi negli anni Ottanta a un benessere compensativo” –  non hanno fatto davvero i conti con il loro passato e hanno invece “creato un’epica autocommemorativa e lasciato poco spazio a chi è venuto dopo”. “La mia generazione e quelle successive – afferma Alessandro Bertante, nato nel ’69, in Contro il ’68 (Agenzia X, Milano 2007) – formatesi culturalmente negli anni Ottanta e Novanta, gravate di questo fardello e soffocate dall’abbraccio di padri che si rifiutano di invecchiare e temono di perdere il loro presunto primato intellettuale, non sono state capaci di un rigenerante conflitto anagrafico”.
Ma non si tratta solo di attaccamento a idee, miti, comportamenti vissuti quando erano giovani a impedire ai vecchi che si formarono a cavallo fra i Sessanta e i Settanta di costruirsi un’immagine corrispondente alla loro età effettiva. Chi invecchia oggi non può più contare su modelli del passato, perché le età dell’uomo sono diventate oggi più numerose e articolate: si è tardo-adulti e poi  giovani-vecchi prima di essere considerati e potersi considerare vecchi davvero. Le immagini propagandate dal mercato finiscono per essere introiettate, almeno nelle fasce sufficientemente abbienti della popolazione anziana.
Se, in conclusione, sono da un lato necessarie politiche che affrontino il grande tema dell’invecchiamento delle nostre società non in termini esclusivamente assistenziali e diretti solo a mitigare i disagi delle fasi ultime della vecchiaia, dall’altro sono gli anziani stessi a doversi “ricollocare nel proprio tempo e a misurarsi con gli scenari del mutamento accelerato e dell’incertezza”, a dover acquisire la consapevolezza che “è nel riconoscimento e non nel nascondimento, nel convivere con il limite e non nel riciclaggio, che possiamo trovare, anche individualmente, la dignità per invecchiare in questi tempi.”

ritratto AIME ritratto Borzanicopertina Aime Borzani

“Una Woodstock geriatrica?” domanda ironico il figlio alla madre sessantaquatrenne che si ripropone di riunire in una comune i compagni con cui aveva convissuto quando di anni non ne aveva ancora venti: “La gente cambia, mamma. Tu sei rimasta identica perché sei piuttosto concentrata su te stessa. E’ stato il tuo tasso di narcisimo a conservarti”.
Ecco: Costanza, la protagonista del romanzo di Lidia Ravera è per molti aspetti la rappresentante di chi, giovane negli anni settanta, non lo è più oggi. Anche se Costanza non è affatto portata a rimuovere la vecchiaia incipiente: giudizi impietosi, battute fulminanti attraversano le pagine a manifestare un’autoironia sempre all’erta, quasi assillante (nessuno può ironizzare su di me e sulla mia età: l’ho già fatto io…). E l’autrice sembra consapevole di questo suo atteggiamento se fa ammettere al suo personaggio che il suo umorismo “sa di fiele”. Si ritiene comunque un'”antropologa della vecchiaia”, che cura con gusto e intelligenza la rubrica online Vecchiaia, istruzioni per l’uso. Senonché, non le basta: vuole rimettere insieme la comune, appunto. Nonostante lo scetticismo di certe amiche: “Mi fa tenerezza la tua pervicacia – le dice una di queste – la testardaggine con cui hai coltivato in tutto questo tempo il mito degli anni settanta. I tuoi, naturalmente. Non gli anni settanta come sono stati. La tua versione dolcificata. (…) Una rivoluzione senza spargimento di sangue”.
Eh sì, gli anni settanta, a quanto pare, non tramontano per chi li ha vissuti e magari non ha più smesso di “confondere la sinistra con l’età delle illusioni (…) quando ci facevamo carico dei mali del mondo come se ne conoscessimola cura, con l’altruismo distratto di chi può sperperare il suo tempo”.
C’è molto di più, in questo romanzo, ma tener presente la chiave che Aime e Borzani ci hanno suggerito è senz’altro uno dei modi per leggerlo.

 ritratto Raveracopertina Ravera

Brescia, 15 ottobre 2017
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Le diseguaglianze non scompaiono neanche dopo che si è morti.

Il protagonista, in attesa della propria cremazione, non può sedere sulle poltrone riservate ai vip defunti, ma il sindaco, appena deceduto, ha la precedenza sui ricconi anch’essi in attesa. Perché, nella Cina di oggi, pur dominata dal mercato e conquistata dalla ricchezza, il potere dei burocrati di partito e dei funzionari  pubblici ha ancora la meglio.
Morire si muore, ma occorrono i soldi per la cremazione e poi per la tomba, altrimenti si è costretti a vagare sul confine tra la vita e la morte, dopo esistenze vissute in una società competitiva, in cui una moglie può lasciare il marito per un altro che le garantisce la carriera, o una fidanzata suicidarsi perché perché quello che il compagno dopo molte insistenze le ha regalato è un iPhone tarocco.  Una società in cui l’accesso alle cure è costoso e difficile, i prezzi degli immobili conoscono impennate che tagliano fuori la gran parte della popolazione, l’informazione è distorta, i neonati eliminati – secondo i dettami della politica del figlio unico – sono gettati nel fiume come “rifiuti ospedalieri” e l’unico cibo non è adulterato è quello che viene servito ai banchetti di Stato.
Una denuncia del sistema cinese, dunque? Anche, e delle più caustiche, ma non solo. Radicale e disincantata, la critica che percorre questo libro, incarnandosi in storie e personaggi che vivono situazioni paradossali, ricorda certe pagine di Swift ma lascia emergere, in contrappunto, uno sguardo pur sempre ironico ma pieno di pietas nei confronti di vite inconsapevoli e smarrite e tuttavia capaci ancora di amore. Dell’amore disinteressato di un padre per caso, un ferroviere che adotta il bambino trovato fra i binari e lo cresce, dando vita a una vicenda dal sapore cechoviano. Ma è soprattutto dopo, in un aldilà dove non esiste più la solitudine, e tutti sono buoni con tutti, che appare chiaro come si stia meglio da morti che da vivi. Anche perché, divisi da invidie e disamori nell’aldiquà, passata la soglia tutti si ritrovano: amici sinceri, parenti solleciti, amanti appassionati.
Il tutto narrato non ricorrendo alla corrosività della satira, ma con la grazia e la leggerezza di un apologo grottesco. 

ritratto Yu Huacopertina Yu Hua

Brescia, 8 ottobre 2017
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora