Per una parola “suscitatrice” di angoscia

Carla Benedetti, La letteratura ci salverà dall’estinzione, Einaudi 2021 (pp. 138, euro 12)

Dopo la lettura del pamphlet di Franzen e il suo invito a smetterla di fingere che sia possibile fermare la crisi climatica (ne parliamo qui), viene naturale assegnare un posto specifico a ogni lettura sull’argomento – su questo che non è un argomento fra gli altri – a seconda che ammetta ancora questa possibilità o la ritenga tramontata.

Il discorso di Benedetti pare ammetterla (“siamo ancora in tempo”, la “catastrofe terribile che si annuncia potrebbe ancora essere evitata se gli uomini mutassero il loro comportamento”), e tuttavia non suona affatto incline alla sottovalutazione del problema o a prospettarne una soluzione per via esclusivamente tecnologica. Un discorso connotato da una sua radicalità, nella sostanza: “non era mai successo prima d’ora che la violenza genocida si esercitasse sui viventi di domani. Questa è in assoluto la novità più disumana del nostro tempo, che rende ancor più atroce e intollerabile l’inerzia di oggi”. La nostra “capacità empatica” non sembra capace di “estendersi oltre i viventi di oggi, o non è abituata a farlo”. Forse perché “il nostro cervello (…) è programmato per reagire solo a minacce immediate, oppure legate ad azioni immorali” ma, appunto, non riusciamo a inquadrare facilmente nell’uno o nell’altro di questi campi le minacce ambientali. Le frequenti denunce, ricche di dati e al momento in cui le leggiamo impressionanti, non sedimentano un atteggiamento che duri e soprattutto si traduca in atti concreti.  È il credere ma continuare ad agire, a vivere, come non si credesse: è questo che avviene e l’abbiamo letto ormai più di una volta, ma neanche questa consapevolezza pare in grado di determinare conseguenze tangibili. Perché? Perché sono le strutture stesse del nostro modo di pensare a mantenerci in questa bolla di oggettiva indifferenza e, come leggiamo nell’esergo del libro, “non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”. La frase, attribuita ad Einstein, è alla base di prese di posizione che vanno dal fisico Rovelli (secondo il quale occorre “ripensare la grammatica della nostra comprensione del mondo”) all’antropologo e filosofo Latour, che ci ricorda che “la terra è un pianeta vivente”, e dunque reagisce alle perturbazioni finché può, avendo, come ogni vivente, dei limiti. 

Le opere di molti degli autori citati da Benedetti compaiono in queste note di lettura e i rimandi ad esse sarebbero troppi. Quello ad Amitav Ghosh è però inevitabile, essendo di fatto, il suo libro (ne parliamo qui), un riferimento ormai essenziale per chiunque rifletta sulla nostra (assenza di) risposta alla crisi climatica. Anche per l’autrice, tanto più trattandosi di un’insegnante di letteratura, che dunque pratica il medesimo territorio sul quale si muove lo scrittore indiano. Ecco dunque, poco oltre la metà del saggio, affiorare la convinzione di Ghosh: “Per il moderno romanzo realista occidentale – e per il cinema e le serie televisive, possiamo aggiungere: per il nostro immaginario, insomma – i fenomeni legati al cambiamento climatico rappresentano l’impensabile”. Il quotidiano che ci viene raccontato, per quanto violento e terrificante possa essere, ha messo al bando l’imprevedibile, ciò che non appartiene già, in qualche modo, all’esperienza umana. Come la catastrofe climatica, appunto. Una catastrofe che non si limita al dato di fatto: “ È enorme la cosa che sta accadendo, ma lo è anche ciò che non sta accadendo”, ossia una nostra effettiva, reale, fattiva presa di coscienza: non mancano narrazioni che vorrebbero smuoverci – come quella di Bruno Arpaia (ne parliamo qui) -, ma “fanno leva su un solo sentimento, lo spavento per la catastrofe che ci aspetta”,  un sentimento che può tradursi in “paralisi”, quale che sia la forma da essa assunta, dal fatalismo al senso di impotenza. Senonché “non è la consapevolezza della possibile catastrofe che ci manca, ma la forza di uscire – appunto – dalla paralisi che l’attuale stato delle cose genera”.

Ed ecco il punto: l’unica via è “accendere l’immaginazione”, “lavorare anche sul sentimento”. E dunque rivolgersi alla letteratura, una letteratura non separata dalla filosofia, com’era nelle “grandi opere del passato” e anche, talvolta, nelle opere prodotte da culture diverse da quella occidentale.  È un “cantiere umanistico dell’Antropocene” quello di cui abbiamo bisogno almeno quanto abbiamo bisogno della scienza.

Di qui, il discorso si apre a quello di autori come Günther Anders, con il suo illuminate apologo di Noè e del suo tentativo di persuadere gli uomini della minaccia incombente, e più in generale rimanda agli scrittori che hanno saputo e sanno esprimere una “parola profetica” non puramente “assertiva”, capace cioè solo di “annunciare” la catastrofe, ma di risultare “suscitatrice” di “forze sepolte” eppure ancora vive, e in grado di farci allargare l’orizzonte al “tempo profondo” e al “non umano”, a tutto quello che il nostro modo di pensare ha di fatto rimosso, rendendosi incapace di concepire ciò che ormai è nella realtà: una fine “che non prelude più a nessun riscatto”. E a chi riferirsi per trovare esempi di una parola “suscitatrice” di un’angoscia che non si risolva in paralisi? A Pasolini, sostiene Benedetti, alla “tonalità sentimentale della sua profezia”, aliena dall’algida lucidità di un Adorno, oppure, oggi, a scrittori che sanno rompere la gabbia creata dalla “fabbricazione di quei punti ciechi del sapere grazie ai quali sono stati resi invisibili i guasti provocati dalla modernità”. Antonio Moresco, fra questi, che nel Grido, soprattutto, “prende di petto quella cosa enorme che incombe sopra di noi”. Così come sembrano capaci di fare i giovani, i “giovanissimi” anzi, portatori di una cultura veggente “conto la parte accecata e accecante che tende a rimuovere l’emergenza”; ancora non disposti ad accettare “quel tipo di contraddizione, tra il sapere e l’agire” con cui invece gli adulti si sono abituati a convivere, refrattari alla “retorica ottimistica degli accelerazionisti [per i quali il cambiamento potrà venire non dal contrastare ma dal portare all’eccesso i processi innescati dal capitalismo], degli ecomodernisti, della bioingegneria e dell’ingegneria del clima”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Viaggio nei luoghi che la modernità non ha abitato

Marco Belpoliti, Pianura, Einaudi 2021 (pp. 288, euro 19,50)

Non è una guida, o un resoconto di viaggio: i capitoli si susseguono secondo un ordine che non è quello geografico, e non c’è una meta finale (non a caso è un “eccetera” la parola – anzi, l’immagine della parola manoscritta – che conclude il racconto). Si intuisce che a dettare la sequenza non sono state contiguità nello spazio ma nella memoria – anche visiva: le pagine sono cosparse di schizzi dell’autore. È il sentimento dei luoghi ad animare il discorso. Ciò che fa dell’omogeneo e astratto territorio un insieme di luoghi, appunto. Se la divagazione è quindi lo stile che anima la scrittura, il filo della memoria personale, autobiografica, è la ragione del testo che nei paesaggi, nelle cose, nelle persone trova i necessari pretesti, i riferimenti che lo precedono e ai quali torna. Spesso scavando nel passato, più o meno lontano. Leggendo nella pianura i segni della centuriazione romana o individuandovi le strutture determinate dalla sua vicenda geologica. Più spesso soffermandosi su monumenti, grandi e celebrati, come il duomo di Modena o il Tempio Malatestiano di Rimini, o piccoli e dimenticati, apparentemente insignificanti e pure in grado di restituire peculiarità locali ormai pressoché illeggibili: è il caso dei pispiò, quei cunei in muratura che tamponavano gli anfratti dei palazzi impedendo di farne vespasiani (pispiò: “non fai più la pipì”).

Il vicino e il lontano, il grande e il piccolo, il visibile e l’invisibile, il tutto legato da un soffuso colore di malinconia dolce, che non crea indifferenza ma, all’opposto, un’attenzione curiosa, come alla ricerca sempre di una rivelazione: questo divagare con un occhio alla finitudine, di tutto, di tutti – nella pianura “lo smisurato contiene dentro di sé la propria misura” –, ricorda altre pagine. Certo quelle dei Narratori delle pianure e del Viaggio verso la foce di Celati, ma anche altre: del Danubio di Magris, per esempio, o di certo Sebald. Autori, anche quelli, di saggi che sono romanzi. Magon, è il nome di quel sentimento che, per dir meglio, “non è proprio un sentimento, ma qualcosa che viene prima del sentimento, che lo orienta e gli dà forma”; una “forma di dispiacere” che ha a che fare con il clima della pianura, i suoi inverni gelidi, le sue estati soffocanti, e la nebbia, la nebbia soprattutto. “Ansiosamente malinconico”: ecco “una bellissima definizione del magon”. Condizione contermine a quella della nostalgia, se si vuole: “Pianura, nostalgia e magone sono una cosa sola”. Uno stato d’animo che avvolge i luoghi, le vicende che vi sono legate, ma anche le persone, scomparse o tuttora viventi che siano (morte e vita non sono drasticamente separate nell’aura di questo ritorno ai luoghi in cui si è nati): Luigi Ghirri e Gianni Celati sono evocati con la medesima attenzione, con la stessa capacità di individuare i tratti della loro singolarità (come avviene in Trevi, il Trevi di Due vite e di Sogni e favole, ne parliamo qui) che tra le altre evocava, proprio come fa anche Belpoliti, la figura di Cesare Garboli). Folgorante la nota dedicata alle immagini di Ghirri, che si direbbero provenienti dal “luogo magico dell’infanzia” e per questo “ci colpiscono senza però ferirci”, segno di un “incanto”, di un “mistero” che si coniugano a un “inquietante tranquillità”, e altrettanto felice la notazione che “In Gianni [Celati] gli stati di depressione sono quasi sempre accompagnati da una specie di furia contro le restrizioni dell’esistenza, che lo fa combattere con gli altri e anche con se stesso, e lo obbliga a viaggiare e a camminare”: l’ha del resto ammesso Celati stesso che “prima di scrivere lui cammina molto a piedi, sino a stancarsi, poi torna a casa e si mette a scrivere”. Una frase, questa, che rende ben conto del periodare disteso, dello “stile semplice” che caratterizza la scrittura, della sua vicinanza al parlato, il che da un lato richiama, sia pure alla lontana, l’eloquio degli “emiliani” (da Celati, appunto, a Cavazzoni, Cornia, Benati, Nori, Livi, presenze ricorrenti in queste note di lettura), dall’altro si giustifica nell’essere sempre un racconto rivolto a un tu, che ha condiviso esperienze umane e culturali con l’autore ma resta innominato. E inevitabilmente, come spesso capita nelle pagine degli scrittori che ricorrono alla seconda persona, la scelta apre a una vicinanza al lettore, a un suo coinvolgimento che lo fa sentire partecipe di questo viaggio nella pianura, nello spazio ma ancor più nel tempo della pianura, perché “La modernità non ha abitato la pianura nonostante le villette geometrili e i capannoni industriali delle periferie, o le nuove stalle prefabbricate. La pianura non ha tempo (…). Nonostante tutto è rimasta uguale a se stessa: piatta, è davvero piatta, e chi si alza al di sopra di lei commette un grave gesto di presunzione”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Rinegoziare il rapporto con noi stessi e col mondo

Francesco Stoppa, Le età del desiderio. Adolescenza e vecchiaia nella società dell’eterna giovinezza, Feltrinelli 2021

Adolescenza e vecchiaia: due età che, in tempi di pandemia, sembrano aver subito un comune destino di “oggetti sacrificali”, o sacrificabili, sia pure secondo modalità differenti. Ma non è di questo che parla lo psicanalista, attento a mettere in luce altre, ben più profonde affinità fra queste stagioni della vita. Affinità e differenze, comunque da sondare. Perché le riflessioni che possono venire da questo esame riguardano la vita di tutti, la vita in ogni sua stagione. A partire da una dimensione che la abita dall’inizio alla fine, ma che nelle due età in questione si impone con più evidenza: il desiderio, inteso – come l’autore stesso precisa in una recente intervista (sul “Corriere della Sera” del 21 febbraio) – come “l’arte di saperci fare con la nostra mancanza, il nostro limite umano, col trovare una modalità creativa di abitare la nostra condizione umana”. Ebbene, proprio l’adolescente e il vecchio sono chiamati a fare i conti con la vita, a decidere se dirle di sì, o resisterle, essendo che “La vita ci traumatizza fin dalla nascita, ma questa distanza che ci fa soffrire ci dà anche una certa libertà di movimento che ci permette di accoglierla”. Ci permette, si potrebbe dire, di fare di noi qualcosa che non coincida con quello che gli altri di noi han fatto, evocando le parole di Sartre, il Sartre nella rilettura che Recalcati ci ha di recente proposto (ne parliamo qui). Là si parlava di infanzia, qui di adolescenza, ma l’accostamento fra i punti di vista dei due psicanalisti – non a caso, entrambi lacaniani – appare lecito, perché se nell’infanzia si delinea la “scelta originaria” che fa di noi l’essere unico che saremo, è nell’adolescenza – sia pure protratta, com’è oggi – che questa scelta deve affrontare la prova del mondo, e definirsi, sia che si stabilizzi in una sorta di fedeltà a sé stessi sia che si appanni in uno stato di latenza, o rimozione, che può durare per il resto della vita. 

E allora possiamo trovare una continuità fra la constatazione di autori come la Yourcenar (“Più invecchio anch’io, più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi che ci è dato vivere”) e le considerazioni di Stoppa, riassumibili nella rilevazione di un’analogia di fondo: sia adolescenza che vecchiaia pongono l’individuo davanti a una trasformazione radicale, che parte dal corpo e si estende all’identità sociale. Si tratta dunque in tutt’e due le età di “saper applicare quest’arte della trasformazione”, che tuttavia nella prima si configura come “arte di crescere”, nella seconda di “tramontare”.

Ma seguiamo più da vicino il discorso dell’autore, a partire da un’acquisizione preliminare: “l’adolescenza e la vecchiaia (rappresentano) le età per antonomasia della vita, perlomeno se pensiamo le età come quelle soglie critiche che ci costringono a rinegoziare il rapporto con noi stessi e col mondo, e se pensiamo la vita come ciò per cui non siamo mai pronti”, non essendo mai in grado di guadagnare un’adesione piena alla nostra quotidianità, a noi stessi, abitati come siamo da una incompletezza di fondo, dalla mancanza e, proprio per questo, dal desiderio. Dal desiderio di un esserci, di una centralità che tendiamo ad affermare perentoriamente, spesso con spirito antagonista, nell’adolescenza; un desiderio che può illusoriamente perpetuarsi nella vecchiaia, con gli esiti che il giovanilismo dominante lascia vedere, ma che può invece, paradossalmente, realizzarsi se sfocia nell’arte di esserci senza imporsi, (nella) capacità, al momento giusto, di sapersi sottrarre”. (Viene in mente la “discrezione” di cui parlava Pierre Zaoui – L’ arte di scomparire. Vivere con discrezione, Il Saggiatore 2015 – una virtù che non riguarda, non dovrebbe riguardare, solo la vecchiaia…). Un sapersi sottrarre che non significa zittirsi, ma cogliere il senso della trasmissione di quel che si sa, di quello di cui si è fatto esperienza, scontando la perdita di posizioni, la cessione di potere che in ogni trasmissione, se tale è davvero, è insita. “Dire sì alla vita” è anche questo: riconoscere che il passaggio tra le generazioni è “il fatto umano per eccellenza”. Una consapevolezza che, inutile nasconderselo, “fa a pugni con la tendenza oggi imperante a esserci sempre e ovunque, a esibire la propria persona, a trovare nel mondo e negli altri continue, inesauribili conferme di sé stessi” (tendenza non esclusiva dei giovani, ma che in essi può apparire addirittura “insostenibile”, secondo la diagnosi di Gustavo Pietropolli Charmet (ne parliamo qui). Ma altrettanto fuorviante è ritenere che accettare la vita sia frutto di “un meccanismo congenito” di adattamento, quando invece sperimentiamo che “C’è bisogno di un assenso – un dire sì al mondo, all’altro, al mio stesso corpo – cui far seguire un certo investimento”. E questo assenso va “rinegoziato” ogni volta che, come si diceva, ci troviamo a dover attraversare “soglie critiche”, e occorre allora “reinventarsi”, “decidere” (nel senso proprio della parola: operare un taglio): scrivere la propria storia, si potrebbe anche dire nel caso dell’adolescente, o, nel caso del vecchio, “ritornare sulle precedenti stesure e, grazie a questa rivisitazione, riappropriarsene in termini almeno in parte inediti”. Perché costruire una “versione singolare di sé” – la “personalizzazione”, avrebbe detto Sartre; l’”umanizzazione”, leggiamo in queste pagine – è un lavoro che non finisce mai, dura finché si ha respiro, e continuamente ci espone a un estraniamento da noi stessi che può rivelarsi – se accettato, se vissuto fino in fondo – fecondo di nuovi modi di vedere, di pensare, di stare al mondo. Indipendentemente dai suoi sbocchi immediati, che siano la “rabbia” dell’adolescenza o il senso di “gratitudine” della vecchiaia (come quella che pervade la protagonista del romanzo di Delphine de Vigan (ne parliamo qui), o anche: la volontà sfrontata, non di rado arrogante, di entrare in scena o, all’inverso, la capacità di uscirne, con dispiacere forse, persino opponendo momenti di resistenza, ma con l’accettazione sostanziale che si può guadagnare solo esercitandosi assiduamente nella disciplina richiesta da un’arte nient’affatto nativa, l’arte di tramontare, l’arte di compensare l’”emorragia di narcisismo” di cui ci si sente vittime con un senso di liberazione, con la percezione della possibilità di “una seconda vita” – per citare il titolo di un autore in questo assai vicino, François Jullien (ne parliamo qui) – e l’intuizione che la propria identità, “inconclusa e indecifrabile” sempre, la si può declinare solo nel futuro anteriore dell’“Io sarò stato”, un tempo verbale che “mentre segnala la caducità, celebra la dignità e la gloria” della condizione umana, di ogni vita, in ognuna delle sue età chiamata, in modi e misura diversi, ad ammettere la propria “finitezza inevitabile, la (propria) solitudine inaggirabile”.

È sul rapporto, sull’incontro tra le generazioni che il discorso prosegue, sul ruolo del padre e su quello della madre, ma anche su quello dei nonni; sulla trasmissione del desiderio, ossia della capacità di vivere e seguire il proprio desiderio; sull’apparente non aver nulla da dirsi fra il ragazzo e il vecchio, sul crescente dislivello di saperi che oggi grava sul loro rapporto, e molto, molto altro, che arricchisce, specifica, complica, illumina di luci nuove il confronto fra l’adolescenza e la vecchiaia. Fino a giungere ad analogie insospettate, come quella che emerge dal ripresentarsi, in età senile, del gusto, della capacità – evidente nell’infanzia – di relazione con il non umano, con gli animali quindi, ma anche con le cose, con l’inanimato. Una propensione che i vecchi esprimono, spesso, nella domanda sul destino che attende, dopo la loro morte, i loro oggetti, i loro libri, gli arredi della loro casa, compagni fedeli e silenti del cammino percorso. Ma del resto, diceva il longevo Picasso, “siamo ciò che conserviamo”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Migrante donna

Marco Balzano, Quando tornerò, Einaudi 2021 (pp. 202, euro 18,50)

Il titolo sembra richiamare quello del romanzo precedente, Resto qui*, ma non è così. La vicenda è tutt’altra, ma l’andare e lo stare, il partire e il rimanere tornano a proporsi come alternativa che genera e sta al centro della narrazione. Là si trattava della divisione degli abitanti del Sud Tirolo sotto il fascismo fra “optanti” e “restanti”, fra chi si sentiva di accettare di trasferirsi in Germania con la speranza di farsi una nuova vita e chi invece decideva di restare perché il posto in cui era nato aveva un significato imperdibile, perché – nel caso del protagonista – le strade e le montagne gli appartenevano come lui apparteneva ad esse.

Ma anche in Il figlio del figlio, di due anni prima, il perno della narrazione era un viaggio, il viaggio di ritorno al paese del sud di un emigrato, con il figlio e il nipote.

In Quando tornerò l’allontanamento è quello di una donna rumena che lascia marito e due figli per venire in Italia, a Milano, a fare la badante, unico mezzo per racimolare i soldi necessari alla famiglia, della quale il coniuge, beone e inaffidabile come tanti maschi di quelle parti – stando al racconto che probabilmente molti di noi hanno ascoltato da badanti e colf slave – non si sa occupare.

Il racconto risponde a un preciso intento, che l’autore esplicita nella nota finale: “Da trent’anni a questa parte, due terzi dei migranti del pianeta sono donne. Eppure, nonostante questo dato di fatto, si continua a parlare di migrazione come una questione essenzialmente maschile”. Quasi che si potesse ignorare che “L’Occidente (…) va sempre più a caccia di cure e così – se le braccia servono prima di tutto ad accudire gli anziani, i bambini, i malati – si preferiscono braccia di donne”. La genesi del romanzo è però più complessa: il proposito di raccontare la condizione lavorativa ed esistenziale di queste donne – molte delle quali soggette a quello che gli psichiatri dell’est chiamano “Mal d’Italia” (“la depressione che colpisce chi resta per anni lontano da casa e dai figli”) e ricorda la malattia della nostalgia individuata dai medici del Seicento – si complica dopo che l’autore è andato in Romania per visitare le scuole e le comunità per gli “orfani bianchi”, i figli delle donne che vediamo ogni giorno intorno a noi. Perché sono loro, i figli di quelle madri, a costituire “l’ultimo anello della catena”. “Questa constatazione, pure così semplice – parlano molto anche dei figli, non solo dei mariti, le nostre badanti –, non mi ha lasciato scampo: la mia storia doveva avere come protagonisti anche i figli”. Ed ecco allora che accanto a Daniela, che scappa di casa per venire in Italia senza dire nulla ai familiari, non sentendosi di fare diversamente, compaiono Manuel e la figlia maggiore, Angelica. Il primo votato a un percorso di perdita di sé – la nostalgia non è solo di chi parte, ma anche di chi resta ci ha spiegato Vito Teti*** – e a un tentativo di autoannientamento; la seconda propensa a chiudersi in un’autosufficienza rancorosa. Il punto di vista, e la relativa voce narrante, nella prima parte sono attribuiti al ragazzo, nella terza a sua sorella. Al centro, la parte maggiore è quella che vede protagonista lei, la madre, le sue traversie lavorative, il suo inestinguibile senso di colpa che i ritorni estivi non fanno che rinfocolare, mentre l’incomprensione dei figli diventa un muro. Il racconto dei giorni milanesi si alterna a quello dei giorni e delle notti passati al capezzale di Manuel, in coma dopo una rovinosa caduta.

Un quadro disperato, che poco a poco saprà ricomporsi. Questo è il romanzo.

Si sbaglierebbe a cercarvi l’intensità evocativa, di vicende e paesaggi, che avevamo trovato in Resto qui, e tuttavia merita di essere letto, questo romanzo. Per la sua onestà. Per la limpidezza e la coerenza con la quale l’autore ha saputo tener fede al suo impegno, umano, civile.

*Resto qui, Einaudi 2018, in queste note il 15 aprile 2018
**Il figlio del figlio, Sellerio 2016, in queste note il 9 giugno 2016
***Vito Teti, Nostalgia. Antropologia di un sentimento del presente, Marietti 1820, 2021, in queste note il 4 aprile 2021

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Lo stile dell’unicità

Emanuele Trevi, Due vite, Neri Pozza 2021 (pp. 125, euro 15)

Basta un paio di pagine, e ti senti a casa. La casa in cui ti è sembrato di abitare leggendo il libro precedente di Trevi, Sogni e favole*. Lo stesso tono di resoconto pacato, capace di farti sentire in ogni momento che quel che è capitato a lui non ha nulla di eccezionale: potrebbe capitare anche a te che stai leggendo. L’eccezionalità è se mai dalla parte delle persone che lui ha incontrato e di cui tiene a parlare, a raccontare. Ma si capisce alla svelta che non di eccezionalità si tratta, ma di unicità, e per dirne occorre allora adottare uno “stile” appropriato. “Più ti avvicini a un individuo – infatti –, più assomiglia a un quadro impressionista, o a un muro scorticato dal tempo e dalle intemperie: diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili. Ti allontani, viceversa, e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo agli altri. L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità”. Quello stile che permette di fissare in poche righe il carattere saliente di una persona. Come l’amico Rocco, seguito sin dall’infanzia da “questo compagno segreto, da quest’ombra vanificatrice, da questa orrenda e inutile succhiasangue che è l’infelicità”, mentre “Nel fondo dell’anima di Pia, anche nei momenti più difficili e disperati, resisteva sempre una vocazione inestirpabile ad accudire, proteggere – esseri umani, animali, vegetali”.

Rocco Carbone e Pia Pera, due scrittori, due vite. Uniche come la loro scrittura, quella del primo in particolare, dominata da un “principio basilare”, “l’uniformità”, per cui la “narrazione, letteralmente, non batte ciglio, anche sporgendosi su abissi incommensurabili di angoscia e dolore”, essendo che per lui “la sfida è sempre la stessa: opporre al caos, alla forza del negativo (…) la certezza di un controllo razionale”. Una sfida vissuta nell’intimo, da un uomo al quale viene “diagnosticata una personalità bipolare”. Ma proprio qui è il punto, “una delle chiavi più importanti dell’opera di Rocco”: “La psichiatria (…) per essere efficace deve astrarre, ridurre la molteplicità dei casi e dei sintomi a delle costanti, creare delle definizioni: isteria, paranoia, depressione, episodio maniacale… Al contrario, la letteratura deriva la sua ragion d’essere dal rifiuto di ogni generalizzazione: è sempre la storia di quella persona, murata nella sua unicità, artefice e prigioniera della sua singolarità”.

Si fa evidente, via via che leggiamo, l’affinità fra l’infelicità dell’amico e la visione tragica del mondo e della vita esplicitata senza remore in Sogni e favole: “l’esistenza, dal punto di vista individuale, non possiede nessun valore – conta solo la specie”, anche se ci abita la “certezza illusoria di essere destinatari di un messaggio”, per cui “possedere un destino è la suprema finzione”. Anche se “solo nel riparo delle nostre finzioni l’esistenza è tollerabile se non sempre felice” e “costruire una versione narrativa di noi stessi” è l’unico modo di preservarci “dalla follia e dalla disperazione sempre in agguato”.

Diverse le ragioni della vicinanza avvertita, e lungamente coltivata, con Pia Pera, riassumibili in una sorta di “incanto” ammirato per la sua “anima prensile e sensibile. Incline all’illusione, facile a risentirsi”, a quarant’anni ancora nutrita di “preoccupazioni da adolescente” e capace di conservare “intatta, come un capitale al quale non poteva rinunciare, la sua predisposizione innata all’esperimento”, nel lavoro intellettuale come nelle relazioni, sia d’amicizia che d’amore; coerente fino all’ultimo nel seguire la strada che l’ha condotta “a qualcosa che è insieme metafisico e fisico al grado supremo: un giardino”, quel giardino a cui non dirà della propria morte imminente alla quale la malattia degenerativa la condanna (Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie 2016**).

Due persone, due vite diverse sono quelle che ci vengono raccontate, non nella loro successione di eventi ma nel loro senso, in modo tale che per questa via in certo modo continuano, anche dopo la loro fine, “Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno. (…) Ne deduco che la scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti, e consiglio chiunque abbia nostalgia di qualcuno di (…) non pensarlo ma scriverne, accorgendosi ben presto che il morto è attirato dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole che scriviamo di lui, e si manifesta di sua propria volontà, non siamo noi che pensiamo a lui, è proprio lui una buona volta”.

A fine lettura resta la voglia di leggere (Rocco Carbone, nel mio caso, che non conosco) o di rileggere (Pia Pera, che ho invece spesso frequentato), anche se le parole di Trevi ci lascano l’impressione di conoscerli ormai entrambi, capaci come sono di dar corpo alla convinzione che l’incontro, “l’apparire dell’altro non è l’epifania di una reale alterità, ma significa l’emergere di una parte nascosta, o rimossa, della coscienza”. Anche della nostra coscienza.

* Sogni e favole. Un apprendistato, Ponte alle Grazie 2019, in queste note il 26 maggio 2019
**Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie 2016, in queste note il 30 agosto 2016

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Ereditare la colpa

Emmanuel Carrère, La settimana bianca, Adelphi 2021 (pp. 139, euro 12)

Si è abituati a considerare il romanzo di formazione come la storia di un, magari travagliato, cammino verso la consapevolezza e l’appaesamento nel mondo in cui si vivrà il resto della vita. Come se gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza non fossero invece, per molti, quelli nei quali si delinea e poi si cristallizza la nevrosi, se non di peggio, che segnerà l’esistenza a venire.

È il caso di Nicolas, bambino di nove anni, che nel corso della settimana bianca cui a malincuore partecipa vive l’esperienza che lo condannerà a una vita nella quale “non ci sarebbe stato perdono”. E non perché si sia reso responsabile di un’azione riprovevole: la colpa non necessariamente è conseguenza di una propria mancanza. Spesso la si eredita, a dispetto della convinzione che le colpe dei padri non ricadono sui figli.

Nicolas – è dal suo punto di vista che vediamo gli avvenimenti, in puro stile Henry James – è un bambino fragile, timido, cagionevole, in linea con l’imprinting assecondato, se non determinato, dall’iperprotettiva madre. Ma è anche un essere concavo, sempre in attesa di poter colmare il suo vuoto con affetti e riconoscimenti: del compagno di scuola, della maestra, dell’animatore del gruppo di bambini in vacanza soprattutto, Patrick, esempio vivente della funzione paterna svolta da chi padre biologico non è, in un’epoca in cui il discorso sulla morte del padre non era tanto pervasivo quanto in seguito (il romanzo è del 1995, di qualche anno successivo a I baffi*) ed è l’ultimo scritto da Carrère prima della scelta di passare a forme nuove, ai “romanzi-verità”). Perché qui sta il punto: un padre Nicolas ce l’ha, ma è quell’uomo contraddittorio e imperscrutabile, umorale e ambiguo che l’accarezza e poi lo dimentica, lo accompagna con la propria auto alla settimana bianca e poi si scorda di lasciargli lo zaino con gli indumenti che gli serviranno.

Potrebbe essere finita qui: l’avvio della carriera di un infelice. E invece no. Carrère non pare di quelli convinti che non ci sia bisogno di episodi reali perché il trauma si produca: tutto quello che Nicolas sente ha un riscontro preciso. Nella condotta innominabile del padre, confermata nei giorni passati in montagna ma che già da tempo aveva scavato una falla oscura nella vita della famiglia.

È una decisione più grande di lui quella che il bambino sembra prendere alla fine: “non parlare più, mai più. Ormai era l’unica forma di protezione che riuscisse a immaginare. Neanche una parola, da lui non avrebbero cavato più niente. Sarebbe diventato un blocco compatto di silenzio, una superficie liscia e scivolosa contro cui la sventura sarebbe rimbalzata senza trovare un accesso”. La sventura, forse, ma non il senso di colpa irreversibilmente impresso nella sua anima innocente.

*Emmanuel Carrère, I baffi, Adelphi 2020, in queste note lo scorso 6 settembre

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

L’infanzia che è in noi

Massimo Recalcati, Ritorno a Jean-Paul Sartre. Esistenza, infanzia e desiderio, Einaudi 2021 (pp. 250, euro 20)

L’infanzia non è una stagione della vita come le altre. È il passato che non passa e ci segue tutta la vita chiedendoci di essere continuamente rielaborata. È la condizione iniziale di passività che tutti viviamo, non c’è esistenza che sia priva o si sia potuta disfare della propria infanzia; è il tempo nel quale gli altri – l’Altro, non solo i familiari, ma il linguaggio e le circostanze sociali, economiche, culturali che chi nasce si trova bell’e fatti – imprimono in noi tracce indelebili. Ma non immodificabili. Qui sta il punto. Non siamo semplicemente il risultato di quel che gli altri hanno fatto di noi, ma ciò che abbiamo fatto, e non cessiamo mai di fare, di quello che gli altri avevano fatto di noi: in polemica con il determinismo e il potere inscalfibile del passato che Sartre rimprovera a Freud, la costituzione (ossia quel che gli altri han fatto di noi) diviene poi il terreno di una personalizzazione che fa di ognuno di noi l’essere unico e irripetibile che siamo.

Più delle grandi opere filosofiche, più dei romanzi e dei drammi, è nelle biografie che Sartre ha dato corpo a questa intuizione, in quella su Flaubert soprattutto (L’idiota della famiglia, recentemente riproposto dal Saggiatore con la prefazione dello stesso Recalcati*), dove l’indagine si concentra sulla “scandalo” insito in una trasformazione che fa di un bambino ritardato, qual era considerato il piccolo Gustave, in un grande scrittore, ricostruendo il momento decisivo di questo radicale mutamento: la “scelta originaria” (e originale, trattandosi di una scelta singolare, che mette al mondo e spiana la strada alla singolarità dell’individuo Flaubert). La scelta di una strategia capace di non soccombere al “destino” stabilito durante l’infanzia, in famiglia, declinandone i termini in modo nuovo. Ma attenzione. Non si tratta di una trionfante né tanto meno spettacolare trasformazione, bensì di un “piccolo scarto”, di una ridefinizione di sé condotta all’insaputa del soggetto stesso, non perché inconscia, ma perché non frutto della sua volontà consapevole né alla portata della sua conoscenza diretta (notazioni che echeggiano, pur muovendo da punti di vista diversi, quelle che si trovano nello Jullien di Una seconda vita**). E l’esito, quale sarà? Nel caso di Flaubert una dedizione alla scrittura e all’Arte per l’arte” in cui la “nativa” malinconia, il “desiderio di morte” respirato insieme alle cure attente ma non amorose della madre, troverà modo di assestarsi, e di esprimersi come sappiamo.

Flaubert, Baudelaire, Tintoretto, Genet, e lo stesso Sartre (quello del capolavoro autobiografico, Le parole, recentemente ripubblicato): solo a personaggi di tale eccezione è applicabile la “psicanalisi esistenziale” del filosofo francese? No, la dialettica che dura l’intera vita fra costituzione e personalizzazione attraversa tutti, anche coloro la cui scelta è quella di sfuggirvi, in vario modo, spesso cercando di coincidere con la propria figura sociale. Con quello che gli altri han fatto e fanno di noi. È la condizione della “malafede”, questa. La scelta di abdicare alla propria “soggettivazione”, di ignorare la propria singolarità.

L’infanzia come fondo insopprimibile e mai fino in fondo scandagliabile dell’esistenza in quanto sempre “traumatico” Non come età dell’innocenza e della spensieratezza ma neanche come zavorra che determinerà la persona a venire; l’infanzia come condizione e condizionamento personali che intersecano quelli sociali. E qui non è da Freud ma da Marx che Sartre prende le distanze: “I marxisti di oggi si occupano solo degli adulti: si direbbe, a leggerli, che nasciamo nell’età in cui guadagniamo il primo salario; si sono dimenticati della propria infanzia”. Così rileva Sartre nelle sue Questioni di metodo, testo cardine nel quale il superamento, non l’abbandono, del suo esistenzialismo umanistico, permette di accogliere le prospettive della psicanalisi e del marxismo nel momento stesso in cui tuttavia le precisa, ridefinisce, inquadra entro un nuovo orizzonte. È questo il Sartre cui Recalcati ci invita a ritornare, confrontandolo da un lato con quello della Nausea e dell’Essere e il nulla, dall’altro con le acquisizioni postfreudiane, di Lacan in primo luogo.

Entro queste coordinate, e solo dopo l’analisi accurata del “paradigma-Flaubert”, si collocano le riflessioni della seconda parte del libro, e a balzare in primo piano sono allora la natura del desiderio umano (desiderio del riconoscimento dell’altro, desiderio che l’altro esprima desiderio nei nostri confronti ma, anche, desiderio che pur nascendo dalla nostra strutturale mancanza porta in sé la pulsione a negarla, questa mancanza, quasi fosse possibile coincidere con sé stessi, nella forma paradossale di una “pietra dotata di coscienza”.

Dopo il desiderio, gli altri, gli altri che ci abitano, gli altri di cui siamo fatti e il cui sguardo ci segue e ci condiziona anche quando non sono presenti. E l’amore infine, il “paradosso” dell’amore, che pretende di sfuggire al desiderio di appropriarsi dell’altro facendosi capace di rispettarne l’alterità.

Il desiderio, la relazione con sé stessi e con gli altri, l’amore: terreni di una possibile “conversione”, di un lavoro che – indipendentemente dai suoi esiti – aspiri a illuminarli di senso.

Un libro denso, certamente impegnativo, in conclusione, questo di Recalcati, ma in grado di trasmettere riflessioni che vanno oltre i recinti del sapere filosofico e del dibattito psicanalitico per raggiungere la storia, l’esperienza di ognuno.

*Jean-Paul Sartre, L’idiota della famiglia. Gustave Flaubert dal 1821 al 1857, Il Saggiatore 2019
**François Jullien, Una seconda vita. Come cominciare a esistere di nuovo, Feltrinelli 2017, in queste note il 31 dicembre 2017
***Jean-Paul Sartre, Le parole, Il Saggiatore 2020

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Le case e le cose

Andrea Bajani, Il libro delle case, Feltrinelli 2021 (pp. 251, euro 17)

Non è il primo a raccontare di sé attraverso le case abitate, o comunque vissute. Viene in mente, per esempio, il Rigoni Stern delle Mie quattro case, da quella degli antenati, non abitata da lui, alla casa natale, a quella progettata durante la prigionia e poi, infine, realizzata al ritorno.

Anche qui troviamo case reali e altre solo immaginate. Sono tutte queste case a reggere la trama. “Questo romanzo – ha chiarito lo stesso Bajani in un’intervista recente* – si può facilmente riassumere nella frase la storia di un uomo raccontata attraverso le case in cui ha vissuto, a cui si potrebbero aggiungere dettagli come la storia di un matrimonio, il ritratto di una famiglia esperta in autodistruzione o i segni lasciati nell’immaginario dalle morti di Pasolini e Moro”. E si potrebbero aggiungere le case del tutto metaforiche come quella dei “ricordi fuoriusciti” o l’altra, “degli appunti”: la memoria fatta anche di oblio, effettivo o apparente, la prima; il taccuino dello scrittore, la seconda.

Ma perché le case? Perché “una casa è il punto in cui convergono l’intimità prevedibile di un essere umano, la materialità degli elementi di costruzione, il sudore degli operai, il calcolo dell’ingegneria che li assembla, la politica dei piani urbanistici, e la liquidità del denaro”. Punto di incrocio di vicenda individuale e storia collettiva, dunque.

Ciò detto, è innegabile che, dopo qualche casa – cioè: dopo qualche capitolo –, la tentazione sia quella di ricomporre in sequenza cronologica i fatti, ma subito si intuisce che non sarebbe solo un lavoro inutile. Sarebbe anche contravvenire all’intenzione dell’autore, che ha inteso costruire “una vera polifonia in cui, andando su e giù per il tempo, tra il 1968 e il 2021 (…) ogni casa contiene fotogrammi di una stessa vita. O indizi, potremmo anche dire”.

Lo sappiamo: cronologia e autobiografia non combaciano, la memoria non è un calendario.

Più collaudata la soluzione adottata per identificare i personaggi: Padre, Madre (come nei romanzi di Francesco Pecoraro**) e Sorella, Moglie, Parenti, ma soprattutto Io: “è più facile – e rassicurante – dire io riassumendo in un pronome tutti quelli che siamo stati. Tanto non ci sono testimoni. Tranne le case.” Le case, il loro spazio protetto che non sempre protegge, il luogo di altri che, anche se sono andati, continuano a essere presenti per quel che occupano dei nostri pensieri, della nostra anima: “se non ci sta nessuno, dentro una casa, quella casa non c’è”, si leggeva già in un altro libro di Bajani, di otto anni fa***. Ma il lutto per la scomparsa di chi non la abita più è a sua volta una casa da accudire: “Il lutto, in fondo, è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso. Questa storia [la storia che evocava la figura di Antonio Tabucchi] l’ho scritta così, cercando di arredare quello spazio con il mio mobilio. Qualcosa l’ho preso per l’occasione, ma in generale ho cercato di arrangiarmi con quel che avevo”.

Ha lavorato per anni, a questo nuovo romanzo – assicura l’autore –, ma è certo che la sua pubblicazione non poteva essere più tempestiva, in tempi – in un’epoca, si sarebbe ormai tentati di dire – come quelli che viviamo, che viviamo soprattutto dentro le nostre case, appunto.

E dunque: Io è il protagonista, trattato in terza persona per tutto il romanzo, Io come “semplificazione”, perché “noi possiamo supporre che la persona che diceva io a tre anni, quella che parlava di sé dicendo io a sedici anni, o a ventiquattro, o a quarantacinque, siano davvero la stessa persona”. (“Perché scrivere? – si chiedeva Gregor von Rezzori. Per scoprire se la persona che diceva io a cinque anni e la persona che usa lo stesso pronome a 35, 53 o 78 anni (…) hanno una continuità, se l’io persiste”).

Le case ma anche le cose, le cose che le abitano insieme a noi, almeno finché non ce ne andiamo. Perché allora anche loro, le cose, vanno incontro a un cambiamento di vita radicale: sono tra le più vivide e struggenti le pagine che ospitano la descrizione del loro modo di essere quando ormai giacciono in uno di quei depositi dove finiscono le cose scartate, “stoccate dentro uno spazio di all’incirca mille metri quadri, illuminato dalla luce glaciale dei neon allungati sul soffitto”, “residuato di centinaia di vite precedenti, poi disassemblate, disposte dentro il capannone e messe in vendita a un prezzo umiliante”, “famiglie di mobili sgomberate e poi appaiate”. Quel che rappresentano è “il fallimento venduto a poco prezzo, alloggi svuotati per decesso o bancarotta, case messe all’asta – oppure per disinteresse, noia del gusto e del possesso; o anche eredità liquidate dai beneficiari, raccapricciati dall’estetica dei progenitori”. È fra queste cose che “il presente si rifornisce per i suoi collage, per mosaici fatti di frantumi del Novecento”.

Una scelta, questa di raccontare passando di casa in casa – reale o metaforica che sia – che permette all’autore di non dire tutto, di attenersi cioè a quel precetto fondamentale della buona scrittura che raccomanda di lasciare al lettore il compito di colmare lacune e scogliere allusioni, e questo, si badi, senza piegarsi all’asciuttezza di Hemingway, padre di quel precetto, né alla stringatezza minimalista di Carver, ché anzi la lingua e il periodare di Bajani sono ricchi di suggestioni e sfumature: basta leggere le pagine in cui a tenere il campo è un personaggio non umano, una tartaruga, compagna di giochi del bambino, custode longeva della casa. Emblema, con la sua lentezza, la sua tenacia, la durezza minerale del suo carapace, della necessità di bastare a sé stessi e di resistere che la vita, specie se ha dovuto fare le sue prime prove in una famiglia come quella di Io, impone.

Una delle tante famiglie che non ha saputo costruire, e custodire, un proprio lessico. Del quale tuttavia non è detto che i figli, dopo che le vicende vissute e il tempo trascorso l’hanno disgregata, non provino nostalgia. E dunque provino a rintracciarlo negli spazi senza parole delle case, nello sguardo silente delle cose.

*“La Stampa – Tuttolibri” dello scorso 20 febbraio
**Francesco Pecoraro, Lo stradone, Ponte alle Grazie 2019, in queste note l’1 luglio 2019
***Mi riconosci, Feltrinelli 2013

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

L’arroganza di raccontare

Raymond Federman, A tutti gli interessati, Einaudi 2021 (pp. 151, euro 18)

“L’arroganza di raccontare”: fra i vari titoli che l’autore non esita a confessare di aver pensato per questo suo racconto c’è anche questo. Perché la storia di Sarah, bambina che una retata nazista separa dai suoi e sopravvive grazie alla compassione di una prostituta che la nasconde, e di suo cugino, che si salva solo perché si rinchiude in uno sgabuzzino mentre la sua famiglia viene portata via, non è “una storia particolarmente originale. Molti ragazzi e ragazze vennero abbandonati per le strade o nascosti negli sgabuzzini durante la guerra, e molta gente caritatevole, prostitute o suore, si curarono di quei bambini e li trassero in salvo, per cui alla fine tutto risulta banale”. E allora, perché scriverla, ma soprattutto perché leggerla una storia del genere? che cosa la distingue nel mare di racconti e romanzi sulla deportazione? se pure si rivolge a qualcuno, chi sono i destinatari? Se lo domanda l’autore stesso, che con l’ironica disinvoltura che attraversa tutta la narrazione non sa trovare altra risposta che “dire semplicemente che è indirizzata, indecisa e informe com’è, A tutti gli interessati”.

Sono interventi come questo, in cui lo scrittore si scopre senza remore e dichiara l’“arroganza” che raccontare presuppone sempre, a conferire a queste pagine un sapore originale, coinvolgente: il tu cui Federman si rivolge finisce per coincidere con il lettore stesso, chiamato a partecipare all’arbitrarietà delle scelte – di trama, di forma, addirittura di titolazione, come si è visto – che il mestiere di scrivere impone. Fin dall’inizio: “Da dove partire per raccontare l’essenziale senza scivolare nel sentimentalismo mantenendo però il giusto impatto emozionale? Continuo a cercare, per un possibile inizio, un modello già pronto”, ma in un caso suona “troppo lirico per i miei gusti. Troppo melodrammatico”, in un altro appare fuorviante: “C’era una volta, ma neppure quello funziona. Non si tratta di una favola, ma di una storia che mentre viene narrata potrebbe diventare la verità assoluta”.  E in questo gioco di confessioni e ripensamenti, di ripartenze che tornano a riproporre i momenti essenziali nella vicenda dei due protagonisti, accade che questa storia di dolori e sofferenze inferte da uomini ad altri uomini riesca a indignare, a commuovere, a elevarsi – tolstojanamente, si potrebbe azzardare – a riflessione generale sul fatto che “La gente è scagliata dentro la storia suo malgrado” e cercare di raccontarne è inevitabilmente destinato a restare un discorso incompiuto, a risolversi in una presa d’atto che può mettere in conto un’umana pietas, non la pretesa di fornire risarcimenti.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Malattia dell’oblio, malattia della speranza

Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Einaudi 2021 (pp. 122, euro 13)

Ogni epoca ha i suoi maestri di pensiero o, se preferiamo, i suoi intellettuali di riferimento: da tempo è tramontata quella che li aveva individuati negli storici ed è sorta quest’altra, in cui la parola spetta agli economisti (o a una loro sottospecie, i banchieri*). I quali alla storia sembrano allergici, convinti che il nostro sia “un Paese troppo rivolto al passato”. Ha buon gioco l’autore a rilevare, in tempi come quelli che viviamo, di quanto sia vero il contrario: “Se lo fosse stata – rivolta al passato – (l’Italia) avrebbe mantenuto e rafforzato le difese che secolo dopo secolo erano state erette contro la minaccia delle epidemie”. Non si tratta solo di aver dimenticato – si fa per dire – il ruolo di quella che abbiamo imparato a definire “medicina territoriale”. La perdita di memoria è andata più in là, giungendo a oscurare la consapevolezza che “Epidemie e pandemie sono il sordo rumore di fondo che accompagna l’evoluzione storica della specie, ne azzera le conquiste, la richiama alla sua condizione di precarietà e di dipendenza dalla natura”.

È sulla risposta al “flagello biblico del Covid-19” che il discorso di Prosperi si mette alla prova, trovando terreno quanto mai appropriato alla sua tesi di fondo: quella che si è perpetrata negli ultimi decenni ed è tuttora incorso è una vera e propria “distruzione del passato”, come recita il sottotitolo del libro, una citazione in realtà, dell’Hobsbawm del Secolo breve (“la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo [e la diagnosi vale tanto più per i millenials] è cresciuta in una sorta di presente permanente”).

Ma attenzione, “la crisi [della memoria del passato] si avverte in realtà nelle due direzioni del passato e del futuro”. Quell’inceppamento della trasmissione dell’eredità culturale di cui si diceva si somma all’ignoranza, soprattutto fra i più giovani, della storia recente, “un’ignoranza che si allea con un voltare le spalle al futuro, una specie di malattia della speranza”, che non è, dunque, che l’altra faccia della “malattia dell’oblio”. Quella malattia di cui si hanno indicatori evidenti: nel 2004 meno del 3% degli italiani credeva che la Shoah non fosse mai esistita, oggi sono più del 15. Colpa della scuola, come si va dicendo? Si possono certo indicare responsabilità precise in questo senso (e l’autore vi si sofferma), senza dimenticare però che altro è intervenuto ad “allontanare vertiginosamente il presente dal recente passato”: la rivoluzione informatica. E, potremmo aggiungere, le pratiche – pervasive fino all’ossessività – da essa innescate, fra i giovani e i giovanissimi in primo luogo. Le pratiche ma anche il sapere che ne consegue: “Quello che si imparava cercando e leggendo un libro (…) era un cibo che entrava nel sangue e lo nutriva a lungo. Quello che si trova cliccando sullo smartphone lo si dimentica quasi subito”. Ma non si tratta di deprecare i tempi assegnando senza distinguo uno statuto di superiorità alla situazione del passato, quanto di riconoscere, pacatamente – e con qualche amarezza? – che “non c’è conquista senza perdite” e che “il cammino delle conquiste umane non è rettilineo”. Il che non porta tuttavia a una rassegnata constatazione dell’imperscrutabilità dei processi storici in atto e quindi a una sostanziale messa in mora del pensiero critico: il libro è denso di riferimenti inequivocabili. Dagli effetti nefasti del primato assegnato, non solo dai populisti, a disparate e abborracciate “identità” alla ripulsa di temi e parole d’ordine in forza di un loro preteso carattere “divisivo”; dalla “scomparsa del futuro” senz’altro determinata anche dal blocco della mobilità sociale all’assedio con cui “il falso e il finto” stringono il “vero”, mettendolo in discussione, relativizzandolo, marginalizzandolo in quanto “noioso”.

Non sono solo modi di pensare diffusi a cadere sotto la lente critica dell’autore. Anche questioni assai più complesse e dibattute sono prese in considerazione: memoria – e testimonianza ancora viva, per ora – dei crimini nazifascisti e negazionismo, così come memoriali e dichiarazioni ufficiali, sul tipo di quella espressa da un voto solenne del Parlamento europeo circa l’”importanza della European Remembrance per il futuro dell’Europa”: “Che si sia preferito parlare di remembrance e non di storia – fa notare Prosperi – rientra in una tendenza generale a sfumare la durezza della storia tra le nebbie della memoria” e, nella sostanza, nella conclusione che i totalitarismi e le catastrofi da essi prodotte appartengono a “un passato che può essere dimenticato”.

Del resto, dimenticare è una “funzione comune alla memoria e alla storia”, e “lo strato del ricordato e del ricostruito (…) galleggia come una sottile zattera sull’oceano del dimenticato”. Tutto sta, per lo storico, nell’individuare “ciò che si deve raccontare”. E la sua scelta non è affatto estranea a quel che resterà nella memoria e definirà l’orizzonte mentale di chi storico non è. Né è mai definitiva: “I progressi della conoscenza [del passato] si hanno quando per una qualche ragione si prende coscienza del dimenticato”, nella consapevolezza che “il nodo che lega passato e futuro è fatto di memoria e speranza”.

*Questa nota è stata scritta prima della nomina di Mario Draghi

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.