Dal Corriere della Sera-Brescia del 2 gennaio 2015.
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Preferirei di no

16/12/2014 | Scritto da Mariagrazia Fontana | (0 Commenti)

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Una pellicola che si riavvolgeva, un film visto a ritroso: la strada per l’ospedale, osservata dal finestrino posteriore di un’ambulanza; seduta alla testa del paziente, lo sguardo incautamente rivolto all’indietro: sembrava un percorso rivisto dal traguardo, una storia letta dall’epilogo, una vita dall’odore di violetta e naftalina.
In emergenza, anche quando il mezzo sfrecciava contromano, su e giù per marciapiedi a velocità proibitive, lo stomaco non faceva una piega, ed era pur sempre lo stesso stomaco che al minimo ondeggiare abitualmente si rivoltava su se stesso. Sarà che nell’urgenza non c’è tempo per pensare ai propri organi traditori e il cervello è arrampicato su altri dirupi. Certo è che, assisa su un seggiolino instabile, abbarbicata ad un monitor, poteva permettersi di guardare indietro, veder sfrecciare sull’asfalto la linea bianca interrotta, come più volte la traccia dei suoi anni e poi ripresa con un balzo e ancora tenuta fra indice e pollice come filo sottile.
La pressione arteriosa reggeva, poteva stare tranquilla e continuare a sbirciare la sua vita srotolata dall’ultima pagina che si palesava dal finestrino.
L’emicrania bussava alle tempie, un ritmo pulsante, un dolore che sopportava da decenni, ma che negli ultimi anni scardinava quasi tutti i giorni, insensibile ormai ai farmaci per bocca, la obbligava sempre più spesso a ricorrere alle vene, senza trascurare il cortisone.
Non era sano, ancora una volta la sua vita aveva preso una piega nociva e sulfurea. Serviva un colpo di reni, un atto di coraggio per mollare la presa.
La saturazione dell’ossigeno superava il novantacinque per cento e la sua adrenalina sonnecchiava nell’angolo, pronta a ringhiare alla minima deflessione del valore percentuale. Lo sguardo scattava dal monitor al viso del paziente. Ora sfiorava i caschetti appesi al portellone da utilizzare in caso di pericolo, lo zaino intubazione, la borsa farmaci. Tutto era al suo posto, a tiro di braccia. Tutto quello che riempiva l’angusto spazio di un vano ambulanza, raggrumava la sua esistenza degli ultimi anni, tutta la sua storia recente, condensata in oggetti di soccorso, barelle, bombole d’ossigeno. Questo era ciò che doveva risolversi a lasciare, dopo l’addio urticante al bisturi, l’età lo imponeva ormai e la cefalea era lì pronta a scrivere il grafico di un corpo stanco, prostrato, che aveva fatto il suo tempo e che chiedeva respiro.
Era tempo di sciogliere le vele.
Bisognava assecondarla almeno questa volta, la vecchia carcassa, smettere di farla gemere, coricarla al bordo della carreggiata e lasciarla rallentare. Anche le resistenze della volontà si stavano sfilacciando, fiaccate da un dolore opprimente, onnipresente, che smembrava i giorni e ne faceva spazzatura. Tirava il vento della sottomissione e della resa.
Desiderava girare pagina, non solo rallentare la danza, ma ballare proprio un’altra danza. Non capiva ancora quale, certo non più questa. La fatica non stava tanto nell’emergenza, che pure non era una passeggiata, ma nella burocrazia che si mangiava la clinica, nel monitor di un computer che si frapponeva fra medico e paziente e nel tempo per l’ascolto che era divorato dai dati. Era bastata l’adozione di un nuovo programma informatico in pronto soccorso per appesantire vertiginosamente il lavoro e per scatenarle bordate di cefalea incontrollabili.
Aveva sempre visitato scrivendo poco, ascoltando e parlando tanto, mettendo le mani addosso ai pazienti per sentire cose che ora erano delegate solo a sonde ecografiche, gettando alle ortiche il sapere delle mani. Moncherini ai polsi e abuso di indagini diagnostiche.
E più si accertava, più si doveva accertare e documentare di averlo fatto, annotando il perché e il per come e, ovviamente l’ora e il minuto in cui si era deciso di farlo, l’ora e il minuto in cui si era materialmente fatto, l’ora e il minuto in cui si era ottenuto un referto. In questo delirio le parole dei pazienti si riducevano a monologhi consegnati a medici-automi ossessionati dal prendere nota pigiando compulsivamente sulla tastiera. Con gli occhi incollati al monitor, si agognavano pazienti disartrici o addirittura afasici per avere il tempo di sedare la voracità del computer.

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È bene dirlo all’inizio. Se fossi vissuto negli anni ’80 dell’Ottocento, e per di più a Parigi, temo che sarei stato fra coloro che guardarono con diffidenza o aperta ostilità la costruzione della Tour Eiffel, emblema ingegneresco dell’Esposizione Universale del 1889Albero della vita e altre storie_01 - Construction_tour_eiffel. Non mi sarei trovato in cattiva compagnia, c’è da dire. Guy de Maupassant e Alexandre Dumas figlio si schierarono senza remore contro “l’inutile e mostruosa Tour Eiffel”. Quanto ai pittori, se Seurat manifestò la sua approvazione ritraendola quando ancora le mancava l’ultimo pianoAlbero della vita e altre storie_02 - Seurat, Pissarro ci tenne a non raffigurarla mai nei suoi quadri.
Difficile comunque, oggi, confondersi fra quei parigini – una sparuta minoranza di certo – che si ostinano a chiamare la Tour che domina la loro città “l’asparago di ferro”. Come non essere d’accordo con un maître à penser, certo non di bocca buona, come Roland Barthes, al quale la creazione di Gustave Eiffel appariva un “edificio inutile e insostituibile, testimone di un secolo e monumento sempre nuovo, oggetto inimitabile e incessantemente riprodotto”?
Ma perché questo discorso? Perché da qualche tempo si legge che un’altra Esposizione Universale, quella che vedremo nel 2015, avrà appunto la sua Tour Eiffel: sotto forma di Albero della VitaAlbero della vita e altre storie_03 - Albero della vita. L’accostamento – ricorrente nelle dichiarazioni dei promotori – è esplicito. Non è questione di altezza (gli oltre 300 metri della torre parigina contro i poco più di 30 dell’Albero) ma di significato simbolico. E in proporzione, si potrebbe aggiungere, la velocità di esecuzione del manufatto garantita dal pool di industriali bresciani che si è accollato l’impresa non ha nulla da invidiare al precedente che risale a più di un secolo fa: pochi mesi rispetto ai due anni e più che costò la fabbricazione della Tour.
Quanto al valore artistico, si sa: de gustibus… Figurarsi se non c’è qualche intellettuale provocatore anche oggi. Il solito Sgarbi per esempio (ogni epoca ha i critici che si merita…), per il quale l’Albero è “una stupidaggine da luna park” o “un’americanata buona per Las Vegas” (deve aver frainteso, o estrapolato, come i dice, il giornalista che gli ha attribuito il richiamo di un’altra immagine suggestiva: “una m… luminosa”).
No, non avventuriamoci sul terreno scivoloso delle valutazioni estetiche. Semmai, a preoccupare è il dopo. La si era potuta prendere per una boutade, ma in questi giorni è capitato di risentirla, e sembra proprio una proposta. Seria. A suo modo. L’Albero della vita, a Expo conclusa, non ci si sogna proprio di smontarlo (come si era previsto per il simbolo dell’Esposizione parigina – graziato anche perché lo stesso Eiffel si diede subito da fare per Albero della vita e altre storie_04 - Atomiumtrovargli una funzione come supporto di antenne radio – ma anche per quello creato per l’analoga manifestazione del 1958: lo ricordate l’Atomium di Bruxelles? Anche quello destinato alla demolizione e poi risparmiato e ormai assurto a meta del turismo internazionale). Né sembra opportuna una collocazione pur rappresentativa (metti una rotonda, di quelle di grande diametro, si intende. O un sito ben visibile per chi arriva a Brescia o ci passa: a qualcuno potrebbe venire in mente il monumento di Fedrigolli al casello di Brescia OvestAlbero della vita e altre storie_05 - Bs Ovest, su per giù alto come l’Albero). Parco Tarello inveceAlbero della vita e altre storie_06 - Parco Tarello. È lì che si propone finisca (non sappiamo se basamento da piattaforma petrolifera compreso: tale l’attacco a terra che la piantona richiede). Al Parco Tarello: a due passi dalla sede dell’AIB.
Vicino a un altro emblema imponente del passato produttivo bresciano del resto, qual è il vecchio gasometro, quello sì monumento “inutile” (enorme barattolo che non sfigura fra i giocattoloni cresciuti a Brescia DueBrescia Due Parco Tarello) che una città dall’identità industriale come la nostra può ben permettersi di conservare, come si fa con le cose care alla memoria familiare che teniamo in casa e non ci sogniamo di buttar via perché, perduta la funzione originaria, ne hanno assunta una simbolica, affettiva.Albero della vita e altre storie_08 - Tarello
Ma l’accostamento al gasometro (che supererebbe in altezza di quasi venti metri il nuovo venuto) non pare esser stato considerato un elemento di valutazione, così come non disturba la prospettiva di collocare un oggetto come l’Albero della vita, in quella spianata verdissima da Central Park che proprio nell’esser vuota trova la propria ragion d’essere. Albero della vita e altre storie_09 - Pensilina parco PeschetoSe la pensilina di piazza Rovetta se ne può stare, spaesata, al Parco Pescheto, e magari il Bigio può rinverdire, con la sua bellicosa fierezzaAlbero della vita e altre storie_10 - Bigio, il passato marziale di Campo Marte (c’è chi l’ha proposto), perché l’emblema del genio laborioso dei bresciani non dovrebbe continuare a vivere in quest’altro parco? Un monumento fuori luogo in più o in meno…
Albero della vita e altre storie_11 - Campo MarteL’importante è viverli i parchi cittadini, presidiarli, riqualificarli. O no? E dunque perché non sfruttarne utilmente lo spazio, come se fosse uno spazio incompiuto, privo di una propria funzione, e perciò in attesa di ospitare cose che non si sa altrimenti dove mettere?

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Questo scritto è una riflessione nata da una mia esperienza diretta, in qualità di candidata al consiglio comunale della mia città: non vuole essere una dissertazione teorica definitoria, ma semplicemente comunicare pensieri e domande che mi sono fatta durante quell’interessantissima esperienza.
Partendo da temi cari alla Psicosocioanalisi formulo questa domanda: l’agire politico esprime solo il tentativo di dare risposta a esigenze operative (economiche e organizzative) o si colloca in quell’area di complessità in cui le istanze originarie del si strutturano ed evolvono nell’incontro?
In altri termini la domanda che mi pongo è: “fare politica” risponde a bisogni sovrastrutturali o, al contrario, è una necessità psichica che, sia pure in differenti forme, ritroviamo come tratto distintivo dell’evoluzione dell’individuo?
Ormai una buona parte del pensiero psicoanalitico ha fatto proprio il modello della psiche che vede l’organizzazione del imprescindibile dalla relazione con l’ambiente. Lo stesso termine “” nasce come necessità di introdurre, nel concetto originario di “Io”, la componente relazionale, nella quale anche gli aspetti percettivi e somatici sono parte imprescindibile della costruzione dell’identità psichica.
La psicosocioanalisi appartiene alla costellazione teorica che s’interroga sugli aspetti relazionali, dove “relazione” è non solo quell’insieme di vicende collocabili nello spazio dell’esperienza affettiva primaria, ma diventa paradigma della dimensione culturale e gruppale nella quale è inserita la stessa relazione primaria. La “finestra psicosocioanalitica” proposta da Pagliarani resta un validissimo strumento per orientarsi nelle complesse vicissitudini della psiche. Nella sua semplicità grafico-spaziale mostra con immediatezza come gli spazi plurimi, che procedono dal singolare al gruppale, sono non percorsi che la psiche compie dopo che si è strutturata, ma luoghi di ridefinizione e ricostruzione della psiche stessa.
Sappiamo bene la conseguenza clinica di questa impostazione teorica: la mente è sì il frutto delle esperienze primarie, ma è anche portatrice di una plasticità adattiva e autogenerativa che la rende in buona misura “ricostruibile” nell’incontro. Non è un concetto da poco, poiché introduce una sorta di “speranza possibile” riguardo alla terapia di stati anche gravi, e mostra la dimensione gruppale come luogo del divenire demiurgico.
Gli interventi nelle aziende e nelle organizzazioni, fatti secondo il modello psicosocioanalitico, traggono la loro peculiarità proprio da questo presupposto teorico: prassi e apprendimento danno il massimo risultato in termini di raggiungimento dell’obiettivo, soddisfazione e possibile sviluppo, quando si muovono nello spazio della complessità e dell’integrazione tra componenti cognitive ed inconsce. Lo stesso criterio è applicabile a qualsiasi altro campo del fare, e non a caso s’incomincia a leggere l’attuale gravissima crisi economica come il risultato di una “scissione” troppo a lungo spacciata per pragmatismo ed efficienza.
Il dramma della crisi economica non è solo legato alla perdita del lavoro e all’impoverimento, ma all’improvviso accorgersi dell’alienazione diffusa che ha travolto gli aspetti identitari dei singoli e dei gruppi. Sicuramente anche la politica ha interpretato questa “scissione” che sembra il tratto connotante questo momento storico.

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64.copertine-baldo.analisi

Vorrei fornire alcuni spunti per una riflessione sul tema della violenza nelle relazioni di cura all’interno di contesti istituzionali. E’ un argomento delicato che si presta forse anche a equivoci.
Mi riferisco al fatto che, credo, sia facile, mettendo in campo queste due parole -“violenza” e “istituzione”- andare con la mente agli episodi di abuso conclamato che ogni tanto compaiono anche nelle cronache giornalistiche: penso a fatti che coinvolgono ospedali o case di riposo dove accadono episodi di quella che viene chiamata “malasanità”, ma penso anche ad episodi in altri contesti (penso alle carceri o ai presìdi di polizia dove vengono fatti i primi interrogatori in caso di fermo).
In tutti questi casi si parla di abusi da parte di singole persone o gruppi di persone che vengono in qualche modo enucleati, per così dire, dall’istituzione nel suo insieme e alle quali viene poi contestato il fatto come espressione di un comportamento individualmente sbagliato, irrituale, violento. In tutti questi casi il sentimento diffuso è che quegli episodi esprimano una deviazione grave o tragica da quella che è confermata come buona procedura di base.
Si potrebbe a lungo discutere di questi aspetti, che indubbiamente esprimono un livello conclamato di violenza, ma non è di questo che voglio parlare.
Non vorrei, infatti, parlare di episodi di malapractice o di abusi di ruolo ascrivibili a responsabilità individuali. Non certo per sottovalutazione di questi episodi, ma perché vorrei piuttosto riallacciarmi al concetto di “violenza originaria” come elemento imprescindibile delle relazioni.
Trasferendo questo concetto nel campo delle istituzioni, vorrei capire se è la natura stessa dell’istituzione a introdurre con sé aree dove si può annidare un’intrinseca violenza.
Ne nasce una domanda alla quale non è detto che si riesca a dare una risposta né immediata, né facile, né soddisfacente. La domanda è: la violenza si esprime solo nei fatti gravi che assumono una rilevanza penale, o è piuttosto una componente delle relazioni istituite?
Per provare a dare risposta è necessario partire dalla constatazione che l’organizzazione istituzionale in sé ha a che vedere con l’incontro e l’organizzazione di diversità, di disparità, di gerarchie, di differenti livelli di potere. Questo fa parte del mandato di ogni istituzione: trovare un livello organizzativo nel quale l’istituzione riesca a dare risposta ai bisogni che è chiamata a prendere in considerazione, attraverso un sistema articolato di ruoli, mansioni, ritualità. Un sistema complesso.
Da qualche tempo la parola “complessità” è entrata a far parte del nostro dizionario: in effetti, è un termine che aiuta, con l’immediatezza di quelle parole che portano con sé significati logici ma anche evocativi, a visualizzare i termini della questione.
Nell’ambito che qui voglio prendere in considerazione, la questione è che le istituzioni non sono solamente l’apparato normativo e procedurale che esprimono, ma sono una grande operazione culturale per organizzare i significati psichici, anche inconsci, che il loro specifico compito smuove e mette in fibrillazione.
Vi è un grande filone del pensiero filosofico che si occupa d’istituzioni, anzi, possiamo dire che il pensiero occidentale si regge, in buona misura, proprio sulle riflessioni sul significato e senso intrinseco delle istituzioni, da Machiavelli a Keynes, da Platone a Schopenhauer, tanto per citare solo alcuni di coloro che se ne sono occupati. La psicanalisi ha ulteriormente contribuito alla costruzione di un pensiero sulle istituzioni, introducendo concetti e ipotesi che, per l’obiettivo che oggi qui ci proponiamo, ci sono di grande aiuto.
La peculiarità dell’approccio psicoanalitico alle istituzioni è aver individuato il collegamento tra le funzioni dell’Io e le funzioni delle istituzioni.
Secondo quest’approccio le istituzioni non sono solo luoghi di organizzazione del lavoro, ma luoghi di organizzazione dei grandi temi psichici che ciascuno di noi ha incontrato nel suo processo di strutturazione del sé, e che continuiamo a incontrare negli infiniti modi con cui la realtà li fa risuonare e riattualizzare.
Il testo che ha dato avvio a questo filone di ricerca e pensiero è “Il disagio della civiltà” scritto da Freud nel 1929. E’ stato un testo fondamentale che si collega a quel filone di ricerca teorica che, con “Totem e tabù” del 1912-13 e “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” del 1921, ha gettato le basi per le ricerche successive condotte dagli psicoanalisti che più specificamente si sono occupati di istituzioni e che sono, per citare quelli più noti e che maggiormente hanno scritto in proposito, Bion, Blèger, Fornari, Pagliarani, Kaës, Neri, Correale.
Il pensiero psicoanalitico in merito alle istituzioni ha, per così dire, riscritto la loro stessa definizione, mettendo in luce come i gruppi istituiti si comportino come un grande e complesso apparato psichico nel quale possiamo ritrovare linee di sviluppo, intoppi evolutivi, ansie, angosce, fantasie inconsce, né più né meno che nella psiche individuale.

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63.copertine-baldo.polis

Tutto posso perdonarti,
non però il fatto che sei ciò che sei,
anzi che io non sono te.
Cartesio

 

Questo testo è stato scritto all’inizio del 2012, nel momento di passaggio dal ventennio berlusconiano al governo Monti. E’ stato un momento di grande significato politico che ha inaugurato la controversa stagione dei governi tecnici, ed ha segnato, sul piano simbolico, la fine dell’era che potremmo chiamare del “soddisfacimento orale”. Di colpo la politica ha riscoperto il “limite”, il “vincolo”, declinati in modo rigidamente superegoico, in netto contrasto con quanto accaduto negli anni precedenti. Questo scritto – una sorta di diario sentimentale di quei giorni, suggerito dalle emozioni provocate da quell’inusuale passaggio – articola la riflessione su come sia possibile organizzare in termini di cultura e politica il tema della differenza, là dove esso pesca negli aspetti inconsci del mondo pulsionale e attraversa la questione dell’invidia tra i generi. La domanda cui si cerca di dare risposta è come sia simbolizzata la differenza sessuale nello spazio politico attuale, ritenendo che questo tema sia paradigmatico della qualità delle scelte politiche.

 

I – Percezioni dello spazio politico contemporaneo.  

Mi affaccio a questi primi giorni del 2012 con una sensazione di stordimento, come se io fossi – fossimo tutti – reduci da una grande sbornia che ora si fa sentire come cerchio alla testa, intorpidimento della mente, colpa.
Anche sollievo, per essersi salvati in extremis (ma sarà proprio così?) da una definitiva catastrofe del pensiero.
Il chiasso degli ultimi mesi lascia ora il posto a un ristoratore silenzio che starà a noi riempire con nuove parole e nuovi patti.
Ma, parole per dire cosa? Patti attorno a cosa? Siamo sicuri di sapere di cosa vogliamo e possiamo parlare?
Quale mondo futuro riusciamo a contenere nel nostro spazio mentale, per potergli, innanzi tutto, dare nome, e accompagnarlo verso la sua nascita, là dove l’epifania diventa possibilità di nuove relazioni, nuove intese, nuove edizioni dell’incontro?
La fatica che abbiamo sostenuto, per non soccombere agli ultimi anni della nostra storia nazionale, ora si fa sentire nella forma dell’insidioso dubbio di aver perso per strada il corretto collegamento tra parola e significato.
Non è forse stato lo stravolgimento del senso che ha caratterizzato quest’ultimo periodo? Parole lanciate come bombe e poi rimaneggiate come se fossero scherzi di carnevale. Parole svuotate della loro pregnanza storica, svuotate della loro provenienza, annullate nella loro possibilità di raccontare un divenire. Parole ridotte alla stregua di nomi commerciali di prodotti sulla cui probabile falsificazione non è dato indagare.
Credo che, se dovessimo dare un nome agli ultimi anni della nostra storia, lo potremmo chiamare “il tempo della falsificazione”. Menzogna sarebbe già troppo nobilitante, poiché attiene alla dimensione, comunque alta, della scelta.
Falsificare è, invece, un gioco scioccherello; è scrollarsi di dosso ogni possibile inciampo nel valore etico della responsabilità; è costruire una falsa verità alla quale si finisce per credere. E ci si crede sinceramente, attraverso quei meccanismi di scissione e negazione che la nostra mente, individuale e collettiva, mette in atto per eludere la realtà e proclamare il principio del piacere come unico codice di lettura.
Se consideriamo quanto accaduto dal punto di vista psichico, è stata una regressione collettiva verso il territorio dell’ambiguità, là dove si perdono le differenze e tutto si mescola in un indifferenziato mondo percettivo pre-verbale, ma ha anche indicato quali potrebbero essere i contorni della futura frontiera post-moderna. E’ stata una collettiva regressione intrapsichica e, al tempo stesso, un lungimirante ologramma di ciò che potrebbe essere il nostro mondo a venire se non riprendiamo con forza la capacità di dare nome alle cose e costruire identità, individuali e collettive, a partire da una ritrovata nominazione di quanto accade nell’incontro tra mondo pulsionale e realtà.
Nel dire “realtà” specificherei “realtà storica”, poiché quello che è accaduto ha mostrato quanto la fatica del pensiero occidentale – che fin qui ci ha accompagnato conferendoci identità collettiva – possa essere facilmente dissipata se non si presidia con la dovuta energia questa eredità che può, forse, non piacere del tutto, ma rappresenta la nostra appartenenza e il nostro legame con ciò da cui proveniamo.
Come tutte le eredità, ci obbliga a pensare al nostro essere figli, alla nostra condizione di generati e a come ci collochiamo nello spazio temporale che attraversa le generazioni legandole tra loro. Spazio dove la coscienza del tempo storico che trascorre diventa incontro con le fantasie sulla sessualità: come potremmo esistere se all’origine non ci fosse l’incontro tra maschio e femmina, tra padre e madre? Come potremmo dare senso al susseguirsi degli eventi se non ci fossimo, prima, incontrati col tempo della coppia, della relazione, il tempo necessario a fare accadere le cose?
Non è un caso se la deriva collettiva degli ultimi anni è stata caratterizzata da una parte dal misconoscimento dei processi storici – che legano tra loro i fatti all’interno di un imprescindibile racconto dove esiste un prima e un dopo, una causa ed un effetto – dall’altra dall’uso disinvolto di un modello sessuale del potere che ha recuperato i simboli e il linguaggio di una cultura fallocentrica che qualcuno si era illuso appartenesse ormai al passato.
Certo, si può dire che l’accoppiata di sesso e potere è spesso comparsa nel corso della storia, a connotare i momenti in cui si voleva con forza porre l’accento sulla dimensione fallica del potere politico. Come pure si può dire – ed è stato detto, quasi a giustificazione di quel che accadeva – che da sempre le belle donne si accompagnano agli uomini di potere, nella reciproca ricerca di conferma del proprio valore sociale.
Quel che è accaduto è, però, profondamente diverso ed ha segnato una vera rivoluzione dell’immaginario collettivo, ponendo altresì la domanda: è stato l’establishment politico a orientare il sentire collettivo o, viceversa, si è limitato ad intercettare un bisogno che circolava?
Come psicoterapeuta che, quotidianamente, incontra gli aspetti meno organizzati della psiche, credo che la questione abbia grande rilevanza, poiché quello che è accaduto ha messo in luce le angosce, individuali e collettive, riguardo ai temi sessuali, mostrando una volta di più che la politica non è solo l’organizzazione nella spartizione delle risorse produttive, ma è la forma con la quale i fantasmi attorno a maschile e femminile s’impongono al gruppo umano.
Sono fantasmi che attengono al riconoscimento e all’attraversamento della differenza sessuale, con tutto ciò che ne deriva: fantasie di mancanza, di castrazione, di invidia, che esprimono la fatica a superare l’onnipotenza originaria per entrare in una dimensione relazionale che riconosca innanzi tutto la differenza tra generazioni.

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62.copertine-baldo.invidia

Abstract: Sempre più spesso nelle sedute di psicoterapia viene portata, soprattutto dai giovani, la difficoltà a trovare una personale identità di genere che rappresenti con forza e stabilità il personale progetto e la personale fecondità psichica. Sarebbe un errore considerare questo come espressione di un disagio individuale: è piuttosto espressione di una incapacità collettiva a trovare un nuovo lessico e una nuova semantica per dare nome agli assetti libidici, declinati nella liquidità della società attuale. Il perturbante tema della differenza, fondamento della costruzione dell’identità del soggetto, richiede di superare le modalità orali di relazione, oscillanti tra avidità e invidia, che si agitano non solo sulla scena della psiche individuale, ma su quella culturale e politica.

In questo nostro tempo, dove la liquidità dei nuovi assetti economici diventa fondamento di una nuova complessità sociale, mi chiedo se alcuni temi, sempre più spesso portati nelle psicoterapie, possano essere stimolo per una rilettura di alcuni passaggi della teoria psicoanalitica. Mi riferisco in particolare al tema dell’invidia di genere le cui vicissitudini, sia sul piano teorico sia su quello clinico, sembrano esprimere con efficacia la storia della difficile relazione tra i sessi.
Se consideriamo l’invidia del pene come unica via d’accesso all’identità femminile, attraverso l’accettazione della castrazione, potremmo essere d’accordo con chi ha letto tale teoria come espressione della cultura androcentrica dell’epoca. Se, però, consideriamo i contributi successivi dati dalle psicoanaliste che hanno proseguito questo filone di ricerca, possiamo dire che l’invidia del pene è solo l’espressione, sul versante femminile, di un’invidia più generale per il sesso dell’altro, il cui corrispettivo maschile è l’invidia per il genitale femminile.
Potremmo considerare l’invidia di genere come passaggio obbligato verso l’organizzazione dello sgomento di fronte all’alterità, tappa per la costruzione della propria identità sessuale, ma non solo. La differenza di genere, paradigma di tutte le differenze, angoscia poiché obbliga a riconoscere lo “straniero” e a riformulare la propria mitologia interpretativa della realtà interna ed esterna, individuale e storica.
Credo che solo partendo da questa ipotesi si possa comprendere il disorientamento di tanti pazienti di fronte ad una identità sessuale che faticano ad organizzare in una relazione progettuale e feconda. Sembra che il passaggio alla genitalità sia ostacolato dal sempre più difficile riconoscimento che l’incontro è possibile solo dopo aver rinunciato all’illusione onnipotente di poter avere ed essere tutto, come una cultura bulimica e confusiva suggerisce attraverso modelli culturali che anche la politica ha fatto propri.
Per entrare nello specifico dell’argomento vorrei portare un caso clinico. Si tratta di un maschio trentenne che si era rivolto a me per il ripetersi di attacchi di panico: da anni compromettevano la sua vita sociale e lavorativa e le precedenti terapie, anche farmacologiche, non avevano sortito alcun risultato. Quando la terapia con me era già avviata, il giovane aveva iniziato una relazione d’amore con una coetanea. Relazione molto complicata, che veniva frequentemente portata in seduta per i suoi complessi contenuti. Sembrava che la coppia avesse messo come posta in gioco non la ricerca del reciproco piacere e di un progetto condiviso, ma quella di capire come funzionasse la spartizione del potere. Non era certo una coppia tradizionalista e, anche dal punto di vista sessuale, non erano per nulla legati a stereotipi sociali. Avevano una buona consapevolezza che la parità nella coppia era un valore, come spesso accade alle coppie giovani e di buona cultura, tuttavia, nonostante questi presupposti più che apprezzabili, entravano in continuo conflitto su temi che riguardavano il reciproco riconoscimento sia come persone separate, sia come persone ciascuna portatrice di un genere sessuale, come se il superamento culturale delle tematiche relative ai ruoli tradizionali femminili e maschili avesse portato alla luce una originaria difficoltà a districarsi nelle differenze. Lei proveniva da precedenti relazioni esclusivamente omosessuali ed era la prima volta che aveva una relazione eterosessuale. Lui aveva avuto altre donne, ma con questa aveva provato per la prima volta una grande attrazione anche sul piano intellettuale. Si erano incontrati “alla pari”, ma proprio questo apriva a più profonde domande su cosa significhi essere femmina ed essere maschio e, ancor più, cosa significhi incontrarsi.
Sembrava che i ruoli, stereotipicamente distribuiti in attivi e passivi, maschili e femminili, si mescolassero in modo confusivo, creando frequenti occasioni d’attrito, poiché nessuno dei due si sentiva pienamente riconosciuto dall’altro nella propria parte desiderante, espressa da un’appartenenza di genere cui faticavano a dare forma. Questo ricadeva spesso nello spazio dell’intimità sessuale, dove compariva un disorientamento riguardo all’immagine di sé che, nella coppia, spesso riverberava in forme incomplete, deformate, spezzettate.

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59.copertine-pini.romania

58.copertine-pini.vittoria

57.copertine-pini.monum