Storie vere, contro storie false

17/01/2019 | Scritto da Carlo Simoni

Falsi miti. Storie di migranti oltre i luoghi comuni e le fake news, a cura di Paolo Beccegato e Renato Marinaro, EDB 2018 (pp. 149, euro 10)

C’è chi lavora in iniziative di accoglienza, chi insegna italiano a chi non lo parla ma lo deve parlare, chi addirittura si imbarca sulla nave di una ong che insiste a prestare la sua opera nel Mediterraneo, ma accanto al volontariato assunto in prima persona, l’impegno a non ridursi a spettatori degli avvenimenti che ogni giorno i mezzi di informazione registrano, spesso diffondendo – anche  al di là delle intenzioni – un senso di allarme di fronte alle migrazioni, può imboccare due strade, certo non alternative. Da un lato, non perdere occasione per contrastare “i luoghi comuni e le fake news” diffondendo dati realistici e aggiornati. È la via indicata da Stefano Allievi, per esempio, con un libro minuscolo ma denso, e necessario: 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare) (Laterza 2018). Ma si può anche, abbandonando il modo di vedere diffuso – che non sa vedere differenze fra etnie, provenienze, vicende – conoscere quelli, fra i migranti, con i quali possiamo avere una relazione diretta, e così constatare che ognuno di essi è una persona, con una storia, una speranza, un progetto. È la via indicataci da scrittrici come Jenny Erpenbeck (Voci del verbo andare, Sellerio 2016) o Melania Mazzucco (Io sono con te. Storia di Brigitte, Einaudi 2016), e da questo stesso libro, che riporta “storie raccolte e raccontate”, in cui “le trame, i luoghi e i personaggi sono veri, ma sono raccontati attraverso lo stile proprio” di diversi autori”, tutti impegnati “nel variegato mondo dell’immigrazione”. Si tratta di “storie con al centro vicende umane, talvolta straordinarie, altre volte assolutamente ordinarie”: storie, non ragionamenti, non spiegazioni. Storie, nella consapevolezza che – lo diceva Jaspers – “si può spiegare qualcosa senza averlo compreso”, il che può avvenire invece “attraverso il racconto”.   

Si risolvono del resto in “narrazioni” anche i luoghi comuni, le generalizzazioni, gli stereotipi, che crescono sull’insofferenza di dati e notizie precise, di distinguo e ricostruzioni. E allora si tratta, forse, di contrapporre a narrazioni false narrazioni vere, consapevoli che la malafede nasce spesso dalla paura, dall’inquietudine suscitata da fenomeni che travalicano confini e modi di pensare consolidati, ed è alimentata dalla diffusione interessata di fake news da parte degli spregiudicati imprenditori della paura che affollano la scena pubblica.

Storie, dunque, come quelle di Amadou, “italiano nero che parla un dialetto misto tra lombardo e romano”; di Tiziana, infermiera trentenne imbracata sull’Aquarius; di Himane, nata ad Atene, la cui madre Lousa è una profuga siriana bloccata in Grecia dall’accordo fra l’Unione Europea e la Turchia; di Romeo, “uno dei circa ventimila braccianti agricoli stranieri che lavorano in provincia di Ragusa”, e di tanti altri. 

Storie, per non limitarsi ad “affrontare il tema solo in chiave astratta o, ancora peggio, in chiave moralistica”, quando è invece “opportuno – lo sottolinea Oliviero Forti in conclusione – entrare in dialogo con chi non dispone di tutti gli elementi per indagare la complessità del fenomeno. Diversamente si rischia la contrapposizione che, nel peggiore dei casi, diventa contrapposizione ideologica”. 

L’accusa di razzismo trova purtroppo sempre più spesso appigli concreti e ragioni fondate, ma non può essere scambiata per una soluzione: è sempre una sconfitta, per entrambe le parti, la rinuncia al dialogo.

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