Questa breve e variegata raccolta di scritti testimonia di uno sguardo curioso e critico, ironico e partecipe, a volte stralunato. Le diverse sezioni raccolgono testi che hanno lungamente accompagnato l’autore negli anni costruendo  rimandi e assonanze pur nella diversità dei toni, che vanno dal lirico al sarcastico.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal primo dei racconti, La Muraglia

(…)

Da dove viene, il barbaro?
Ha lasciato anch’egli una città circondata da muri e fortificazioni? Quanto lontana, quanto diversa?
E’ reduce dalla distruzione della sua città, è forse esiliato?
No, certamente non è così. Venisse da un’altra città non sarebbe lui, non sarebbe il barbaro.
Avrebbe nome e insegne e vessilli e il suo disegno di guerra sarebbe, per quanto terribile, chiaro ed aperto.
Ma da dove viene, il barbaro?
Viene da polvere e invidia, da povertà, sudore e cieca determinazione alla vita.
Viene dalle zone franche, dalle periferie, dai bordi, dalla cintura…
Da fuori.
Da tutti i fuori.

(…)

La città agita il deserto della notte con bagliore di incendio lontano, pallida lava trattenuta dall’abbraccio della Muraglia. Da tutti falò notturni che la circondano i barbari guardano la città, misurando il loro desiderio e la loro pazienza spietata. I loro sguardi tessono trame, invisibili ragnatele geometriche che solcano il cielo sopra la città. Dentro la Muraglia la volta celeste è suddivisa ordinatamente, censita in ogni parte, classificata dai suoi abitanti nel catasto dei sogni.
Dalle loro solitarie torri, disposte lungo la Muraglia secondo un ritmo che più nessuno riconosce e frequenta, gli astronomi puntano le stelle con i loro caleidoscopi.
Celti e caldei, cinesi e maya, da lungo tempo hanno portato le loro lingue a confondersi dentro la città, oltre la Muraglia.
Il barbaro, fuori, è spinto da stelle furibonde.

(…)

La città cresce sommandosi a se stessa, cresce per sovrapposizione. Anche le parti che vengono sostitute non scompaiono mai veramente, non fosse che per la frettolosa visione quotidiana dei suoi abitanti, per la loro distratta conoscenza e la loro imprecisa memoria.
I vuoti della città non sono mai davvero vuoti, sono ferite, riscritture, palinsesti; i muri nuovi non cancellano le storie scritte dai muri vecchi.
La città cresce anche per gemmazione e per partenogenesi, per meiosi e per mitosi, con ogni mezzo e strategia la città aumenta, si ingrandisce, si complica, si allarga.
La città cresce piega su piega, si ritaglia da se stessa, sembra contraddirsi e si riafferma.
Uno stucco, un ornato barocco, un frattale.
La città cresce sempre, anche di notte, nel silenzio e nella calma apparente degli arnesi e dei rumori, nella pace e nella brezza che asciuga la pelle ai lavoranti.
La città cresce e volge le spalle alla Muraglia, cercando invano di dimenticarla. La città cresce per ignorare il suo limite, per nasconderne l’esistenza, per seppellirne la memoria.
Ma è un tentativo vano.


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 15 dicembre 2016.
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Dal Corriere della Sera del 15 dicembre 2016.
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Il generale

13/12/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Frutteti, vigneti e orti occupano la collina alle porte della città, ma oltre alle case dei contadini compaiono, a metà Ottocento, case di vacanza e qualche villa signorile. È in una di queste che, all’indomani della battaglia di Bezzecca, nell’agosto del 1866, trova ospitalità il generale. Una presenza discreta, attraverso la quale tuttavia la Storia irrompe nella vita delle famiglie del luogo.
In quella di Amadeo, al centro del racconto, l’estate di quell’anno resterà indimenticabile, soprattutto per la moglie Elsa e la figlia Flora, alla soglia, entrambe, di un decisivo passaggio d’età.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

Mi sarebbe grato restare qui.
Lui non alza la testa dalla tazza e continua a cavarne gran cucchiaiate di pane zuppo di caffelatte. Come ogni mattina. I giorni di festa non fanno eccezione.
Si direbbe non abbia udito le parole della moglie.
Fa’ presto tu, dice poi, burbero, a Francesco: il ragazzo s’è perso a giochettare con la mollica. La sua tazza è ancora quasi colma, e non ha neppure toccato l’uovo che lo guarda dal bicchierino di porcellana bianca che gli sta davanti. È questo che più di tutto fa andar sulle furie il padre: che il ragazzo non lo segua in quello che è il suo principio d’igiene basilare: due uova al mattino, prima d’ogni altra cosa. Ma crude! Appena uscite da… Quando l’ira lo prende non si perita di dir da dove, e non è al pollaio che allude, ma alla provenienza di cui qualche sia pur minima traccia quei naturali infallibili corroboranti delle forze del corpo e dell’anima a volte recano ancora quando giungono sulla tavola. Sì, anche dell’anima: questi sono i fatti, perché senza un corpo gagliardo l’anima si perde in pensieri sottili. Inutili. E dunque due uova, lui. Ogni mattina: è un rito cui non rinuncia, quale che sia la stagione. E tutti attendono che l’abbia compiuto: lo guardano, ogni mattina, forare con l’ago che viene puntualmente messo accanto alle posate, di lui e di Francesco. Di Flora, la figlia, no: ci aveva provato, ma la moglie si era messa subito di mezzo, e dunque quella dell’uovo al mattino si era tacitamente convenuto esser cosa da uomini. Eccolo dunque anche questa mattina praticare il piccolo foro: prima sopra, dalla parte dove l’ovale è più stretto, e poi sotto, altrimenti il tuorlo e l’albume non escono. L’aveva spiegato a Francesco, ancora bambino di sei anni, secondo il sicuro giudizio paterno ormai ammissibile al benefico alimento mattutino.
Perché? aveva però chiesto il bambino.
Perché cosa?
Perché non esce quello che c’è dentro se non si buca anche dall’altra parte?
Oh beh, perché… Tu fa come ti dico io! E la questione era stata chiusa per sempre.
Aperti i due pertugi si tratta di picchiettare con il manico del cucchiaino tutt’attorno al foro di sopra, a slargarlo un poco, e con questo si esaurisce la funzione della posata: l’uovo crudo si beve poggiando la bocca al guscio, che diamine! Ed era stato allora che Francesco s’era impuntato, memore di dove arrivava l’uovo: lui le labbra non ce le avrebbe poggiate. Solo alla quarta mattina aveva ceduto al padre che dava in ismanie di fronte alla schifiltosità testarda del figlio, e aveva bevuto, senza aver prima potuto immaginare né la temperatura né la consistenza di quel che gli colava in bocca. Quell’intruglio inaspettatamente tiepido e viscoso non aveva voluto scendergli in gola e s’era subito deposto sulla tovaglia.
Eran passati mesi prima che Francesco imparasse a sopportare la nausea di quel contatto e ad ingoiare superando il ribrezzo. Ma c’erano mattine in cui proprio non gliela faceva, neanche lui sapeva perché.
E questa è appunto una di quelle mattine.

(…)

Non fatemi parlare, non fatemi…
Entra come una furia nel salotto brandendo il giornale. La moglie e la figlia sono lì, ad attendere, chine sui loro ricami, il mezzodì. Francesco, che ha voluto andare alla casa dei cavalli a dare un saluto a Fiocco, entra di lì a poco e siede zitto accanto alla madre, sul divano.
Nessuno interpella Amadeo circa la sua agitazione, e lui, dopo essersi guardato attorno come in attesa che qualcuno lo facesse, si lascia cadere sulla sua poltrona, sudato ed esausto, e riapre il giornale, arrivato come sempre già al mattino presto ma che lui ha appena iniziato a leggere. Torna alla pagina che l’ha tanto innervosito ma si interrompe subito, schiaffeggiando il foglio e di nuovo guardando i familiari, che restano silenziosi e assorti come lui non ci fosse. Anche il ragazzo: gli occhi su un’ape che s’è intrufolata nella stanza e ronza attorno al lampadario.
Enrietta giunge finalmente ad annunciare il pranzo. Ma anche a tavola l’atmosfera resta la stessa. Solo il tintinnio dei cucchiai risuona nella sala, e il risucchio che Elsa non ha mai potuto correggere nel marito quando sorbisce il brodo.
È Flora, inaspettatamente, che fa sentire la sua voce, e di buona volontà informa il padre della novità: sono arrivati soldati a cavallo, dietro a una carrozza e…
Già già, la interrompe lui: cavalli, carrozza, soldati… era il minimo, per un personaggio di questa fatta! Mica può andarsene attorno come tutti gl’altri!
Flora guarda la madre: che intendete dire? chiede quella al marito, con una nota d’ansia nella voce:  che cosa sapete? che accade?
Accade che quel… che il diavolo se lo porti! giovedì passato era là in carrozza a dar ordini, e a riceverne: perché obbedire ha dovuto obbedire, altro che! Questi sono i fatti. Ma adesso è qui: neanche una settimana e ce l’abbiamo tra i piedi! Lui e i suoi ufficiali dei miei…! Qui, capite? Dai signori suoi amici. E i suoi volontari, quegli sbandati, in città! Ma sentitela, la gran notizia! Enrietta, portami il giornale. Sentite: Il generale Garibaldi – generale… – è atteso stamattina, e prenderà alloggio alla villa della contessa Fenaroli fuori di porta Venezia a breve distanza dalla città. Che vi dicevo? È qui! E indica l’ingresso, quasi l’innominato si trovasse lì appena fuori, nel giardino. Il suo quartier generale avrà stanza in Brescia, insieme all’Intendenza generale del corpo. Lo squadrone Guide Volontari arrivava l’altrojeri e rimane pur esso in Brescia. E la città a soqquadro difatti, se ne vedono a frotte, per le strade: è vero, Francesco? li hai visti, no?
Gli occhi del figlio guizzano rivelando un brillio d’entusiasmo, subito prudentemente dissimulato in un assenso docile al padre. Ma quello neanche l’ha degnato d’uno sguardo, e continua: sentite qua, invece: I due battaglioni de’ bersaglieri Volontari prenderanno stanza a Bergamo insieme al Corpo d’Ambulanza.  Capite? Ma non potevano andarsene tutti a Bergamo allora? E se proprio dovevano venire a Brescia non poteva il gran capo starsene anche lui in città coi suoi giannizzeri? No, qui! Ma ce lo siamo dimenticati di quel che è successo quattr’anni fa? quando un branco di scalmanati è andato alla Pretura per far scarcerare quelli che avevan preso a Sarnico, garibaldini, si capisce, e cos’è successo: che la guardia ha dovuto difendersi, colle armi, e ne sono rimasti in terra quattro! Questi sono i fatti. Bella roba davvero! Eh? non se lo ricordano i signori che stan qui vicino? Ma figurarsi se i conti Fenaroli non lo volevano a casa loro, il generale: lo ricordate, quattr’anni fa? Era andato da degl’altri signori, dai Facchi, a Mompiano, ricordate? E la contessa guai! Nel giro di pochi giorni se l’era già portato a quell’altra villa, a Rezzato, come tre anni prima, nel cinquantanove! E invece adesso qui, in questa di villa, a due passi da noi!


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 15 dicembre 2016.
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Dal Corriere della Sera del 15 dicembre 2016.
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Da AB 128 – Autunno 2016.
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Antefatto.
Della  notte prima della partenza, ricordo un sogno.
Mi trovo in un luogo pieno di luce, dove non si può discernere la separazione fra dentro e fuori. Con me ci sono altre donne, sono serena in mezzo a loro.
Sono lì per scrivere, sto bene, posso dedicarmi alla scrittura per tutto il tempo che mi è necessario, senza altri impegni, senza fretta, senza obblighi.
Indosso una sottoveste di raso, chiara, di un colore avorio. 
Mi sento pacificata e molto, molto bella; sono parte della luce.
Del risveglio, ricordo la piacevole sensazione di alterità.
Adesso so che nei giorni in cui ho soggiornato a Napoli la percezione di me stessa è stata definita da quella mancanza di separazione di cui il sogno segnava una traccia.
Deve essere stato questo a rendere possibile che la città mi abbia attraversato.
Senza che ne fossi cosciente, e senza sceglierlo, le ho accordato il consenso di manifestarsi.
D’improvviso  piazze, vicoli, strade, persone, volti, scorci mi richiamavano alla mente brani di romanzi e di testi teatrali di autori napoletani che non sapevo più di rammentare e che si sommavano a ciò che gli occhi osservavano. Ho potuto così vedere anche ciò che non era palese, costruendo dentro di me una rete di conoscenza, una mappa che, senza delineare confini, mi ha mostrato percorsi possibili, fuori e dentro di me.
Avrei dovuto dedicare tempo e attenzione ai pezzetti di carta di recupero che via via riempivo di frasi minuscole, appunti, stralci di immagini che parevano volteggiarmi intorno con la casualità distratta di ritagli di giornale sollevati dal vento e sparpagliati davanti ai miei occhi. Volteggi repentini che lo sguardo afferra e pone a dimora, per scriverne più tardi.
Avrei dovuto farlo subito, mentre ero ancora lì, mentre mi assordava il frastuono del traffico in continuo movimento, frastagliato dai richiami sonori dei clacson e delle voci, un sottofondo mai muto che sembra provenire dalla facciata delle case, dal manto stradale, dall’aria stessa che si respira in città.
Avrei dovuto svuotarmi le tasche e ripagare la generosità con cui questa città si è lasciata scoprire, compiacente e un po’ sfacciata, impudica, capace di mostrare insieme la sua bellezza e l’anima nera che la attraversa.
Mi è sembrato che non avesse occhi che per me, che abbia cercato il mio sguardo sfoggiando i suoi tesori – ma questo lo sanno fare tutti – e mostrandomi le sue debolezze.
Napoli mi ha concesso l’intimità degli incontri speciali, raccontandomi in confidenza qualcosa di me.

UOMINI E CANI
Era chiaro. Il ragazzo accasciato sul marciapiede non possedeva niente.
Indossava abiti riportati dalla furia di vite trascorse ai margini, passati di corpo in corpo, sudari raccattati a casaccio dalle bocche spalancate dei cassonetti per l’immondizia, assai numerosi in città.
Sembrava prestato anche il cartone troppo corto su cui si appoggiava, né sdraiato né seduto, il dorso un po’ sollevato, sostenuto da un gradino; la spalla sinistra abbassata a facilitare l’abbraccio in cui avvolgeva il sonno del suo cane.
Suo, come suo avrebbe potuto essere un figlio.
Del resto l’animale gli si affidava, senza riserve. Gli si consegnava, ogni muscolo rilassato, senza difese e senza dubbi, sicuro di lasciargli, per il tempo breve del suo riposo, l’incombenza di vigilare su entrambi.
Quell’attestazione di fiducia pareva inchiodare il ragazzo alla propria responsabilità.
Lo stanava, arpionato alla fiocina acuminata di un sentimento d’amore che non sospettava di poter onorare, e di quello si nutriva, proteggendo se stesso e il suo cane.
A  destra, la mano e il braccio inscenavano sovente la mossa della questua, ma non sempre, non con costanza ed attenzione; così come il volto, solo di tanto in tanto rivolto  dolente ai passanti.
Con quell’animale addormentato racchiuso nel suo abbraccio, il ragazzo sembrava acquisire il potere di esercitare la sua libera volontà. Da quella posizione livellata al suolo rivendicava la sua porzione di vita, di spazio occupabile, di luce e di relazione persino. C’era, si mostrava e si  lasciava guardare, uno fra altri, e niente nel suo atteggiamento proponeva vergogna, chiusura, riluttante presenza. Aveva da fare, doveva vigilare il riposo del suo cane, e la bestia compiacente gli si donava, perché del suo sonno il ragazzo potesse fare esperienza, scoprendosi atto alla cura, al rispetto, all’affetto.
Deve essere stato questo a restituirgli dignità. Non possedeva niente il ragazzo, neanche la misura del suo valore, forse giocato d’azzardo e perduto, e niente sapeva dell’amore che covava nel cuore, pure germogliato e lasciato annerire di freddo e di sete per non vederlo umiliare.  Nemmeno il cane di questo sapeva, e neppure gli importava. Era semplice La grammatica delle sue relazioni, articolata in regole chiare leggibili tutte nello sguardo che strusciava in faccia al suo padrone. E lui, il giovane mendicante, teneva con sé il cane e di giorno in giorno saziava la sete di quel germoglio gelato. Imparava i gesti di molte premure che apertamente venivano nominate e liberamente scambiate, perché fra loro, paritariamente e con lealtà, si era pattuito il reciproco assistersi,  sostenersi, tutelarsi.
Vicino al suo cane, il ragazzo stava, come chiunque altro in quel momento su quell’angolo di via, davanti alle vetrine dei negozi, alle facciate scrostate delle case, più esposto degli altri alla fanghiglia residua formatasi dalla pioggia dei giorni precedenti e incastonata a bella vista fra i ciottoli del selciato.
Esisteva, incontestabile presenza mescolata ad arte con i passi della gente, lo stridio incauto delle ruote, il transitare distratto di altre vite, altre storie, altri pensieri.
Nessuno avrebbe di certo potuto escluderlo dall’immagine riprodotta di quell’angolo.
Il ragazzo e il suo cane ne facevano parte, ne rivelavano un dettaglio prezioso, costituivano una parte essenziale della scena.
Spesso il suo sguardo, ora amorevole, si rivolgeva all’animale addormentato e la mano sembrava richiamata da una necessità impellente verso quel corpo riverso fra le sue braccia.
Bisognava controllare che dormisse tranquillo il cane, e carezzarlo, il palmo della mano avanti e indietro sul costato, le dita aperte a scorrere nel folto del pelo, per accompagnargli i sogni e nutrirsi del suo tepore.
Era chiaro, non possedeva niente il ragazzo, a parte il sorriso che gli sfuggiva dal viso quando guardava il muso assopito del suo cane.

GIAN BURRASCA
A precederli era stato il chiasso del loro vociare.
Non correvano, neanche giocavano. Facevano scorribande, rumorosi e prepotenti, nella piazza antistante al sagrato della chiesa, una delle più importanti della città.
Sembrava che fossero ruzzolati fuori dai vicoli circostanti, un po’ per volta, incerti e guardinghi, e che si fossero ritrovati lì.
Da soli avevano attraversato la strada insicuri come uccellini sgusciati fuori dal nido, insieme assumevano la forma di uno stormo organizzato e agguerrito, pronto alla caccia.
A contarli saranno stati una decina, tutti maschi, e sembrava che nemmeno uno tacesse.
Portate dal vento, le loro voci si chiamavano, si rincorrevano, contornavano la scena di una sonorità sguaiata che faceva eco ai loro gesti e riempiva la piazza.
Avevano una bicicletta e un pallone, cui tiravano calci con convinzione esasperata. Imitavano le espressioni e le movenze dei calciatori famosi che di sicuro guardavano alla televisione. Si sfilavano le magliette, incuranti del vento e del cielo buio, gonfio e teso come un ventre, pregno di gusci di temporale, e correvano in tondo, ciascuno proteso a soverchiare l’altro, una questione d’onore che avrebbe confermato il potere del più forte.
Di tirar calci alla palla si erano stufati presto. Avevano bisogno di una sfida più definita, che consentisse risultati precisi e mettesse in gioco il coraggio e la forza di ognuno.
Allora c’era da saltare al volo sulla bicicletta in corsa, prendere velocità e lanciarsi a tutta forza contro la scalinata che conduce alla chiesa e al portico che la circonda.
Via via che uno si sfilava dal gruppo, gli altri restavano compatti, incitandolo o deridendolo con grida sempre più alte, eccitate dall’euforia del rodeo e un poco intimidite dall’ apprensione per l’esito incerto della prova, che avrebbe stabilito la sorte dell’amico e quella di quel pomeriggio domenicale.
Un attimo prima dell’impatto ogni sfidante serrava le mascelle e le leve dei freni, governando con le gambe e le braccia lo sbandamento delle ruote. Contraeva i muscoli, per evitare l’urto ed effettuare una virata stridente che arrestava la corsa e lo depositava sull’asfalto, il volto rosso e sudato, disarcionato dalla bicicletta che da sola urtava sferragliando contro i gradini.
Facevano tutto rapidamente, con avidità, dovevano liberare quell’energia arrabbiata, trattenuta a stento nelle magliette troppo strette e nei calzoni, continuamente tirati verso l’alto, le mani alla cintola, con un gesto impreciso che rivelava l’inesperienza della loro minima età.
Disseminati nella piazza, si erano improvvisamente ricomposti in gruppo quando, all’unisono, uno aveva scovato lo scheletro malandato di un ombrello – raggiera di spade acuminate atta a ferire – e gli altri avvistato un barbone addormentato.
L’uomo, avvolto in un trapuntino lurido che gli lasciava scoperto solo il viso,  dormiva – abbattuto al suolo dalla stanchezza, dalla fame o dall’alcol – seminascosto tra due colonne del portico.
Non avevano avuto bisogno di parlarsi, era chiaro, quello che c’era da fare ora era accumulare punti al tiro a segno.
Si lancia l’ombrello, vince chi fa centro.
Sul portone della chiesa il mendico accovacciato, affetto da sindrome di down, doveva aver captato l’eccitazione che i bambini spargevano sul sagrato, seminata con gesti ampi delle braccia che mentre gettano il seme a terra auspicano un buon raccolto.
Si era sollevato dalla posizione con cui implorante tendeva la mano e ora saltava sul posto, a gambe unite, di continuo, la faccia spalancata in un riso sfasciato che urlava lo sgomento e l’incitazione.
I bambini anche gridavano, si auguravano l’un l’altro vittoria.
Paura ed umiliazione per quel fagotto accasciato che stentavano a nominare uomo.
Non avrei davvero saputo come farlo, ma le gambe mi conducevano verso quella nidiata minacciosa. Adesso bisognava interrompere quella scena in crescendo, palesarsi a sorpresa sul palcoscenico e introdurre un elemento di novità, un impedimento che smascherasse quella ghigna da fiere e riportasse alla luce i loro visi bambini.
Prima che li raggiungessi, li incrociò il passo claudicante di una donna. Li richiamava, con  parole in lingua. Doveva conoscerli uno ad uno, alzava benevolmente il suo bastone per attirarli a sé, li convinceva.
La riconobbero, gettarono l’ombrello spezzato, formarono di ancora uno stuolo per starle intorno e scortarla fin dentro la chiesa, dove rimasero con lei.
Contemporaneamente una ragazza, scesa velocemente da una macchina fermata in corsa sulla piazza, saliva rapida i gradini e lesta prendeva per mano il mendico, che ancora vociante si  lasciava condurre via.
Come a rispettare un ritmo che non avevo compreso, come se davvero avessi assistito al cadenzato svolgersi di una scena teatrale.
Sul sagrato della chiesa era rimasto il sottofondo rumoroso del traffico, fra le colonne del portico il corpo dell’uomo ancora immobile e lo scheletro sbrindellato dell’ombrello.
Nella piazza, le prime gocce di pioggia benedicevano le spoglie dimenticate di quell’infanzia malmenata, e il vento le ruzzolava per aria per poi seminarle ancora, farle diventare più forti e vederle fiorire.

ANCORA BAMBINI
C’è il sole oggi! Il cielo è azzurro, le nuvole sventolano, bianche come il bucato appeso ai fili tesi fra i vicoli.
La giornata ideale per visitare il Monastero di Santa Chiara e il suo portico maiolicato.
Venite, per i bambini dell’ospedale Cardarelli, signora, lo volete donare il sangue?
Cortese, la voce si introduce fra i miei passi. A parlare è stata una giovane donna, bella, il volto sorridente. Un foulard colorato le avvolge le spalle e smarrisce l’uniformità nera del suo abbigliamento.
Impossibile non fermarle gli occhi in faccia.
Signora, la volete fare una donazione per i bambini del Cardarelli?
Quella seconda persona plurale rivolta al mio aspetto e alla mia età marca il rispetto della distanza e pure stabilisce una familiarità, una vicinanza, la ricerca di un pertugio che possa farla germogliare.
Non la si può in alcun modo liquidare con il rifiuto garbato riservato ai seccatori in genere. La ragazza non intende vendere niente, non mi imbroglia.
Sorridendo chiede in pegno un po’ del mio sangue, come se glielo dovessi, per quell’accento accomodante e marcato che ritma la prosodia del suo domandare, per le strade della sua città, per le piazze, per i volti che mi sono venuti incontro, per la bellezza di cui mi hanno nutrito e per le immagini di cui mi sono riempita gli occhi.
Ma può bastare? Perché proprio in questo momento mi sembra che quella richiesta – un po’ del mio sangue – si faccia spazio dentro di me e vada ad aderire perfettamente con la matrice profonda di un desiderio? A cosa risponde quella domanda, da dove proviene la disponibilità imprevista a mettere in gioco il mio corpo?
Una freccia di Cupido scoccata all’improvviso all’inizio di un giorno qualsiasi, che di speciale vanta la qualità di vacanza e la bellezza del luogo in cui mi trovo.
Cosa rende possibile qui un atto che tante volte ho immaginato di compiere senza mai lasciarne seguire un esito concreto?
Qui l’esposizione cui sottopone la città mi appare evidente, il concetto generico di bisogno si trasforma, rendendo visibile la trama del tessuto e insieme il suo rovescio.
Mi sembra che la commistione, la miscela di bellezza e bruttura, forza e debolezza, speranza e rassegnazione, pervada gli incontri, i giochi dei bambini, ogni scorcio, allungando i suoi tentacoli verso la diffusa, vociata quotidianità che tracima dai vicoli, si riversa nelle strade eleganti e le confonde.
Confusamente penso che quel dono possa compromettermi, erodere la separazione fra me e la città, rendermi parte di essa.
Qui avverto come concreta la possibilità fisica, tangibile di dare vita. Non di generare, no. Piuttosto di salvare, richiamare dalla morte, infondere forza vitale.
Un alito sparuto che pure possa riaccendere la scintilla del respiro. Una carezza capace di sollecitare la contrazione sincrona degli atri e dei ventricoli, resuscitando lo scalpiccio delle pulsazioni.
Il corpo si nutre di questa eventualità, acquista potenza, mi soverchia e infrange lo schermo vetrato del mondo di parole che mi avvolge.
Non ho il tempo di investigare a fondo la mia volontà. Sto già salendo i gradini che conducono al camper dell’Avis parcheggiato poco distante e ora porgo il dito da pungere per la prima verifica della mia idoneità.
Dentro di me si conferma il desiderio profondo di accondiscendere alla richiesta che mi è stata rivolta.
Sì, glielo devo un po’ del mio sangue a questa città.
Il volto dell’uomo corpulento che con gesto preciso mi infila l’ago nella vena sembra velato dal manto di un sorriso.
Mi guarda, mentre il sangue colora di rosso la cannula infilzata nella sacca di raccolta.
E così signora, vi volete imparentare con i napoletani?
Non mi pare un’affermazione qualunque. Al contrario, quelle parole sembrano colmare e dare sostanza a quel mio sentire sospeso.
Metto in serbo l’emozione di quel pensiero, mentre si avvia uno scambio qualsiasi di battute sulla sua professione, che interdetto si arresta quando lui mi guarda ancora.
Questo è il lavoro. Poi facciamo altro. Prima persona plurale, noi.
Pure mi sembra certo che si parlasse solo di lui, ma quel noi lo sdoppia, come se la sua individualità potesse duplicarsi e scomporsi permettendogli azioni diverse che lo rendono superiore all’unità.
Non ci vuole niente per sentirgli dire scrivo, e ancor meno per chiedergli vorace cosa.
Mentre il sangue defluisce lentamente, si appoggia al lettino su cui sono distesa e parla.
Storie, sono quelle la sua passione. Adesso ne sta scrivendo una nuova.
E’ difficile, dice, e racconta.
 
Un camorrista, un delinquente feroce che nella vita non aveva avuto riguardo per niente e per nessuno, uno che aveva commesso crimini tanto efferati quanto pregni di malvagia volontà.
Impunito, aveva lasciato la sua città e da anni viveva in America.
Incastrato per reati fiscali e processato, si fa difendere dal miglior avvocato della città, scoprendo in seguito che questi è figlio suo, un figlio che non aveva mai saputo di avere.
Quando la giuria emetterà il suo verdetto, gli sarà inflitta la peggiore delle pene.

Mentre mi libera dall’ago svela il sorriso e mi domanda qual è, secondo me, il castigo peggiore che possa toccare. Non rispondo.
 
Quell’uomo sarà condannato per sempre all’amore.

Non trovo parole da dirgli. Trattengo le sue, che lui ha liberato soave, sicuro, intonandole con quel suo accento melodioso. Le accantono nello spazio compreso fra diaframma e cuore, le lascio attecchire.
Dopo, quando riconquisto le strade della città, è una festa.
Mi sento la pelle cosparsa di un brulichio diffuso, anche il corpo fa festa, deborda dalle paratie ossute del mio costato, si espande, spalanca il passo vincolato dalle redini attaccate alle anche e lascia sbocciare lo stomaco, che si dilata e reclama cibo, lo pretende, lo chiama, lo implora.
Mi sono fatta spora, nettare, polline. Sperimento l’incastro perfetto.
Come in sogno, non c’è confine che mi distingua, anch’io mi sdoppio e mi moltiplico, mi riproduco infinite volte fino ad occupare lo spazio che mi contiene, ne divento parte, come fossimo un tutt’uno.
Sulle maioliche delle colonne del portico di Santa Chiara si rincorrono le luci e le ombre di questa giornata assolata.
Mentre le guardo i miei pensieri si specchiano nei volti dei bambini in guerra sul sagrato della chiesa e ne fanno tutt’uno con quelli, mai visti, ricoverati all’Ospedale Cardarelli.
Per tutto il giorno, per me la città si fa cornucopia e mi dispensa i suoi beni, in segno di prosperità.
Per tutto il giorno i miei passi rimangono sospesi a mezz’aria, e stento a sopportare il peso della condanna che mi grava sul cuore, obbligandomi per sempre all’amore.

SALONE DI BELLEZZA.
Ora che ho preso un po’ di confidenza con la città, posso permettermi di entrare nei Quartieri Spagnoli. Lo faccio con garbo, chiedendo permesso, non voglio intralciare la vita sporta direttamente sul vicolo, esternata nella strada, affacciata senza riserbo dalle porte a vetri delle casse basse, esposte sul marciapiede.
Sono aperte le case. Ne tracimano gli odori del pranzo, il sonno inquieto dei lattanti, l’amore delle giovani coppie, il lamento intermittente dei malati, i passi strascicati degli anziani. E’ tutto lì, senza che niente disegni confini, senza separazioni, a vista.
Mi imbarazza guardare dentro, eppure senza volere lo sguardo inevitabilmente coglie lo scorrere dell’intimità riposta in quelle stanze il cui soffitto mi sembra così vicino al suolo.
Mentre cammino, il fuori e il dentro si confondono, la distanza annullata dall’andirivieni dei bambini, dalle voci che si spingono all’esterno, dai dialoghi frammentati rimbalzati dalle soglie alla sosta rumorosa di motocicli il cui soffermarsi è come una visita, un passaggio breve, uno scambio di battute rapido su qualcosa che avviene e che necessita accordi, domande, impegni.
Mi paiono palloni, le parole lanciate dalla casa e rinviate dalla strada. Accolte e rimandate dal selciato al pavimento, una schiacciata, un calcio, un lancio preciso delle mani.
Assisto allo svolgersi di relazioni di confidenza come avvenissero al riparo dalle indiscrezioni degli estranei.
Mi incuriosisce la bottega di una giovane donna che racconta storie non scritte né narrate, solo ricamate sulla copertura di stoffa degli ombrelli. Su ciascuno dei triangoli uniti a formare la calotta sferica che ripara dalla pioggia, applicazioni e cuciti a segnare la traccia inconfondibile di un paesaggio, della biografia di attori e cantanti famosi, di fiabe conosciute in tutto il mondo.
Mentre mi racconta, questa volta a parole, la storia dell’arte familiare che le è stata tramandata e che porta avanti con passione, mi guardo riflessa in uno degli specchi appesi alle pareti del suo negozio. Non mi piacciono i miei capelli, appesantiti dalla pioggia e come spessiti dal tempo trascorso fuori, nelle strade e nelle piazze continuamente esposte agli sfiati dei tubi di scappamento.
Desidero lavarmeli. E se andassi da un parrucchiere?
Non se ne parla. Qualcuno che non conosco, figuriamoci. Non mi faccio toccare la testa da uno sconosciuto. E l’igiene? La prevenzione di malattie contagiose?
No, non se ne parla.
Ma non c’è verso. Questa città si insinua dentro di me, mi accoglie e mi scioglie, dilegua le reticenze della mia volontà e mi prende. Acconsente ai miei desideri, li prevede e li esaudisce come se mi intuisse, se sapesse qualcosa di me che desidera farmi imparare. Liberato dalle briglie della fermezza e della determinazione, il corpo galoppa, va in avanscoperta, annusa, assaggia e già scorge, sull’altro lato del vicolo, un basso adibito a salone di bellezza.
Vi si accede da una porta a vetri dalla cui soglia digradano tre scalini. Si entra scendendo in un locale unico, decisamente ridotto nelle dimensioni, con i soffitti a volta, organizzato in quattro zone: il banco dell’accoglienza che ha anche funzioni di cassa, i divanetti per l’attesa, i lavabi e la consolle con grandi specchi per l’asciugatura e la messa in piega.
Non c’è nessuno, sono l’unica cliente. L’uomo seduto dietro il banco, informato sulle mie necessità, dà indicazioni alla parrucchiera. E’ piccola di statura, in carne. E’ lei che, senza proferire una parola, mi fa sedere al lavabo e con gentilezza mi lava i capelli. Spalanca le dita delle mani e le infila nel groviglio che le porto, avanti e indietro, a destra e a sinistra, sopra e sotto, non trascura niente, paziente e accurata, decisa a riportare ordine in quel guazzabuglio. Mentre ricevo le sue cure, percepisco il piacere di quella pulizia meticolosa, non temo nulla, mi distendo, la lascio fare, sapiente e morbida com’è.
Accennando semplici gesti, ora mi fa accomodare all’asciugatura. Sollecita da dietro il busto per farmi piegare in avanti, ancora usa le mani per restituire una forma alla mia chioma incapricciata. Si aiuta con creme, balsami, unguenti che massaggiano la cute e lucidano i capelli. Da quella posizione non posso vedere altro che i miei piedi. La sagoma della parrucchiera si smarrisce, rimaniamo d’intesa legate attraverso i miei crini e i suoi polpastrelli. E’ come se le avessi consegnato una parte di me, con quella fiducia un po’ sfrangiata con cui a volte si affidano intime confidenze a sconosciuti di passaggio.
A ciocca a ciocca li convince, li sollecita, chiede loro volume, luminosità, leggerezza.
Me ne fa dono, forse intuendo il legame sotteso fra l’intrigo di quei filamenti ingrigiti e la massa dei miei pensieri.
Sospinta da una sua lieve pressione sull’omero, lascia che risollevi il busto e che i nostri sguardi si incontrino nello specchio.
Lei mi incrocia con un’occhiata in tralice, benevola, sapiente, che mi richiama alla mente la complicità di incontri sbandati eppure generosi, scambi d’occasione che pure germogliano negli occhi l’affetto di chi si è dato senza riserve, sia pure senza conoscersi o parlarsi.
Il mio, grato, le sorride, perché fra me e lei si frappone una capigliatura che mi è ignota e che pure mi somiglia, pare dare sostanza a quel mio sentire svagato.
Sembra che poggi appena sul cranio, libera, semovente, vaporosa.
Anche lei piega la bocca al sorriso e un cenno del capo risponde al grazie che le lascio, come se le risultassi straniera. Le pare forse inefficace, del tutto inutile cercare parole.
Quando risalgo alla luce ombrosa del vicolo mi ritrovo nei piedi passi aerei.
Il peso ora lieve dei capelli, imprime un ritmo incorporeo al mio cammino e lascia svaporare i pensieri, che si dileguano. Nemmeno io, adesso, necessito di parole.
Mi accontento dei profumi, dei rumori, delle strade e della gente.
Cammino, appesa ai fili grigi sospesi sulla testa, burattino sorridente in volo sulla città.

FACCIA GIALLA
Sì, deve essere così, questa città mischia.
In lingua, viene usata l’espressione me lo ha mischiato, mi mischia, per affermare di essere stati contagiati.
Questo modo di dire mi richiama alla mente l’intimità ancestrale di corpi che si uniscono, si incrociano, si accavallano, tanto profonda da farmi pensare al legame di carne e di sangue, aprioristico e inviolabile, che lega il feto al suo utero materno.
Napoli mescola così, senza riguardo per gli anticorpi e le difese immunitarie, annulla le distanze, le separazioni, confonde il piano reale con quello fantastico, il sacro con il profano, l’arte e il sudiciume, il mondo dei vivi e quello dei morti.
Eppure non manca di rispetto, no. La morte è onorata, considerata e tenuta alla giusta distanza, in una relazione paritaria nella quale ciascuno ha il suo peso e il suo ruolo.
La devozione per i defunti – forse un poco intrisa di superstizione –  si fonde con la vita di tutti i giorni,  riferita sulla facciata delle case dai tabernacoli, ove dimorano foto di cari estinti amalgamate ai panni stesi, ai motocicli in sosta, ai sacchetti della spesa o dell’immondizia. Anche la venerazione per i santi, disseminata sotto forma di statue e immagini allocate nelle numerose nicchie sparpagliate sugli angoli dei muri della città e abbellite dai più stravaganti ornamenti, mi sembra intrisa di familiarità, la stessa che ritrovo nel modo affettuoso con cui i napoletani si rivolgono a San Gennaro, appellandolo faccia gialla, per il colore del volto della statua che lo rappresenta.
Nel Quartiere Sanità lo raccontano i teschi del Cimitero delle Fontanelle, e l’antico culto delle anime pezzentelle. Allineati in bell’ordine, puliti, qualcuno lucido, altri poggiati su morbidi cuscini, contornati di lumini e fiori o riposti in teche di legno o di vetro, nelle quali dimorano soavi in compagnia di piccoli pupazzi, animali di peluche, monete, centinaia di teschi rammentano di essere stati a suo tempo adottati da fedeli che pregavano per le loro anime poverelle, in cambio di una grazia. Si trovavano in sogno, unico mezzo di comunicazione fra vivi e morti, la povera anima che chiedeva suffragi per alleviare le pene del suo purgatorio e il povero devoto che a lei si affidava per ottenere una benedizione o i numeri da giocare al lotto. Se l’anima prescelta non esaudiva le richieste, veniva abbandonata al suo destino. Così il miracolo, fatto di per sé straordinario e superiore alle possibilità comuni, spogliato dal suo significato diventa cosa quasi terrena, che si contratta, si baratta, si fa oggetto di patto e di scambio e pone sullo stesso piano la dimensione sovrannaturale e quella umana.
Entrare nella profondità di quella vecchia cava di tufo mi provoca la sorpresa dirompente di trovarmi in un ossario dove ciò che altrove rimane celato per decenza, pudore, ritegno, perché non si guarda l’effetto prolungato dell’azione della morte, qui viene esposto senza riserve.
E’ proprio questa esibizione a purificare quelle ossa da qualsiasi accezione macabra; l’ordine che gli è stato attribuito, quelle file composte di tibie e di crani sovrapposti sembrano il risultato di un compito eseguito con scrupolosa perizia. Le mani che vi hanno provveduto devono averlo portato a compimento con delicatezza, facendo attenzione che nemmeno uno dei teschi ruzzolasse a terra. Per ciascun avranno cercato il punto esatto di equilibrio, facendo combaciare ossa frontali e temporali e completando poi con quelle lunghe.
A ciascuno il suo posto, un lavoro ben fatto che infonde pace e serenità.
Cosa, penso, riesce a tessere questa tela che intuisco e che, mi sembra, unisce gli opposti e li mette in relazione?
Mi ritornano in mente le persone che ho incontrato per caso, camminando, e con cui ho scambiato quattro chiacchiere. Così come, immediatamente, le loro voci hanno intonato la premura dell’accoglienza, indagando un mio possibile  bisogno, senza riserbo alcuno hanno anche nominato le meraviglie della loro città insieme alle ferite, ai rischi, alla presenza di attività ai margini della legalità, quando non decisamente pericolose ed illegali.
Come a dire questo è, questo siamo, se vuoi questo possiamo donarti.
Così penso, forse è la capacità di comunicare che mischia, sono le parole il veicolo della trasmissione per contagio che la città opera fra i suoi opposti.
Qui la parola stabilisce una relazione che rende concreto il sostantivo comunanza e  ammette a partecipare.
E’ innegabile. Come nessun’altra città che conosca, qui l’ombra determina e contiene lo svelarsi della luce, che mi regala immagini allestite ad arte per scavare nella profondità del mio animo.
Quando riparto, porto sulle spalle compassione e in mano la misura della vita.

novembre 2016

Notturno. Risalita.

15/11/2016 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

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Stanotte che abbiamo raggiunto il pascolo tardi, una e piena la Luna, nel suo assoluto, nel suo silenzio e nella pace, è paradigma di ciò ch’è compiuto.
Approdo ideale in quel cielo, dà misura e mistero alla nostra distanza. Perfetta voragine, da lì si riversa la luce d’un sole notturno, oltre nascosto.
Cespi qua e là, gli ultimi prima del pascolo aperto, s’allungano e stortano calando il pendio. Lo zaino pesa oramai.
L’aria olivastra, l’aria fresca, l’aria odorosa. La sagoma del monte. Nelle foglie chissà quali maree muove la Luna, nelle fonti, nelle pozze alle malghe, negli abbeveratoi.
Passo passo si sale di quota e lenta diventa la notte, perde gravità e dondolante s’appoggia nelle impronte che lascio per terra, dove si rompono un momento la luce e l’affanno.
L’affanno… E superato un nuovo salto del monte la piana fa giungere il suono d’uno scorrere d’acqua. Il passo è più dondolante e sul bordo d’antica torbiera si para d’innanzi, gettata in controluce, la nera architettura del portico per gli animali.
Lunghe e dense le ombre, come in un quadro di De Chirico dalle sghembe prospettive; tempio profano il colonnato e nel tutto è cangiante la luce se nel riquadro del portico vedo lontana e azzurra la Terra.
Si percepisce ormai chiara la diversa gravità e i gesti sono larghi sebbene non si proceda proprio a balzi. Tutto è nuovo, nell’essere il primo uomo deposto in questo paesaggio, ma ciò che colpisce è l’assenza di brezza, l’immobilità delle poche cose, l’orizzonte di cui non si sa dire la distanza, la secchezza, la solitudine di un luogo dal quale nessuno, ancora, è mai partito, che stranamente non ha conosciuto transumanze.
Gli avvallamenti qui non sono dovuti all’erosione, ma solo a muti urti di meteore ora in frantumi, massi divenuti monte dove mai ciondoleranno armenti. E senza erosione non c’è tempo, è chiaro, non c’è confronto né memoria. Perfino la fonte che vedo ma non sento, goffo ribollire d’acqua nell’acqua sembra ora polvere ora fango senza un divenire, ma solo nell’essere semplicemente stato diverso.
Da una cavità escono bolle che sorprende trovare così nel profondo e dato che nella stanchezza oramai, bastano poche scomposte bracciate per non aver cognizione dell’alto e del basso, e ciò che prima era suolo ora è soffitto d’una grotta, quelle vacue tracce, vuote di materia, è opportuno seguire per la risalita.
Filtra la luce in fasci e più non si sa se il giorno o la notte avvolga il pianeta, se ancora sia l’alba dei primi animali in uscita dall’amnio, o se già la guerra sia la più precisa invenzione.
Trovato dove risalire lasciamo la fossa più fonda e troviamo la cima, il pelo dell’acqua a portata di mano, gli ultimi passi. Volgendomi ammiro, in basso, nostro sogno usuale, la valle quieta nel sonno.

(2016)

Lividino

15/11/2016 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

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I Corni rossi stanno sullo sfondo del paese. Ci sali per una fila di posti di caccia sopra S. Bartolomeo: radure dove ho fatto l’amore, una volta, con Marisa, nascosti dai cespugli. Un cane in cerca, ce n’eravamo andati da poco, muti lo guardammo impazzire ai nostri odori, dove ci eravamo abbracciati nell’erba.
Sopra i Corni rossi c’è la conca di Lividino con la malga. Sotto, le rocce a strapiombo dei Corni e, sopra, quel pascolo verde celato alla valle. A Lividino ci sali da Caregno per una strada ghiaiosa e ripida che quasi metti le ginocchia in bocca. La dolomia si sfalda in pietre bianche e asciutte, perfino polverose, e in settembre ci brillano le bacche del sorbo e l’argento di foglie accartocciate. Il sorbo di monte qui prende un portamento da principe, con piume di sangue e metallo.
Salendo non fai che guardare il sentiero a una spanna dal naso, però quando al passo si arriva si apre, di là ci sorprende il più lieve declivio, e senti quasi il desiderio di qualche bracciata, come in un lago di aria distesa. Allora, ti dico, guarda a sud il crinale nel sole e dimmi se non pare un’immobile onda sospesa quella cresta oltre la quale percepisci il dirupo. Puoi sentire la forza che spinse in alto quel lungo spruzzo di pietra?
Se vuoi salire in vetta al Guglielmo da qui vedi bene il percorso che resta, ma non sai dire se sia vicina, la meta, o lontana.
Da questo cielo di Lividino scendevano in picchiata gli aerei durante l’ultima guerra, per bombardare il paese. Le prime volte risalivano la valle da sud, ma la vicina parete dei Corni rossi li costringeva a mantenersi in quota. Quella volta che non volli andare a scuola e salii di nascosto a S. Bartolomeo, invece, mentre guardavo sul fondovalle il paese me li trovai alle spalle che scendevano bassi sopra di me. Dal Lividino scendevano rasenti i Corni rossi, passavano sopra S. Bartolomeo e si calavano diretti sulle fabbriche d’armi, col loro sibilo pauroso.
E io allora giù a correre perché nelle fabbriche ci lavoravano le mie sorelle e il papà e mia mamma era a casa; e io, bambino, a correre giù per la scarpata con quegli aquiloni bestiali sopra di me.
Dal passo del Lividino si può scendere alla malga per i morbidi dossi ammirando, mi raccomando, l’antico circolo di pietre del bàrec, evocazione di ancestrali raduni di vacche per la mungitura, coll’accompagnamento di suoni e richiami: Sà, sà! Uéssa, uéssa!
Un fremito, però, lo si prova oltre il limite della conca, sopra il dirupo e a picco sulla massa compatta di edifici e traffico che in basso fanno ormai città la nostra valle. Un incerto sentiero ci porta a traboccare tra le rocce scoscese superando un arco di pietra fino ad un giardino incastonato nella rupe, un anfratto colmo di muschio perenne, titillato da perle trasudate dalla volta. Sempre, in estate e in inverno, nell’arido e nella neve, quel guscio di dolomia, quella grotterella discreta offre tepida umidità al minuscolo giardino, un metro quadro, allo smeralo vulvare, conservato all’insaputa dei più, nel corpo della montagna.

(2016)

Una vacanza al lago

15/11/2016 | Scritto da Rinaldo Capra | (0 Commenti)

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Mi piace guardare i libri, averli vicino. Lo sguardo scorre sugli scaffali come su un paesaggio lontano, l’occhio si rilassa, si cheta. Li sento dentro i libri, e ho l’impressione che la loro semplice presenza mi arricchisca comunque, come per osmosi, compresi quelli che non ho mai letto, ma che sono lì e mi guardano, mi aspettano e un giorno leggerò spero.  Alcuni sono veramente vecchi, al punto che le copertine delle edizioni lussuose hanno ormai perso l’odore di pelle e l’oro dei caratteri è diventato color rame. Quando li prendo in mano cavandoli dallo scaffale osservo lo stato di consunzione delle confezioni, i piccoli segni di biro, le macchie di chissà che cosa, le piccole notazioni a matita. Le pagine non sono tutte intonse, c’è qualche piccola orecchia o piegatura accidentale, ma in sostanza tutto denuncia una cura attenta dei volumi, anche se non maniacale. L’Ulisse, pressato dagli altri volumi della mia libreria, che ho letto alla carlona, spesso senza finirli, denuncia un’usura particolare, che evoca ricordi, che racconta quanto è stato stretto dalle mie mani e quanto ha viaggiato nella mia borsa. Lo prendo e ora che ce l’ho in mano, vedo  che ha gli angoli della copertina di pelle scoloriti e piegati verso l’interno del volume, come le valve di un’ostrica che non vuole aprirsi. E invece è stato aperto moltissimo, e letto e riletto. Da quell’estate del ’71 me lo porto dappertutto; è un rituale, apro il libro, dove capita e leggo, rileggo, penso, guardo il soffitto e torno a leggere l’Ulisse. E’ domenica pomeriggio, nella vivida luce del sole d’inverno che entra dalla finestra, apro il libro a caso, a pagina 35 e leggo:
non pianger più, dolente pastore,non pianger più
Ché Lycidas, tuo duolo, non è morto,
Benchè sia sprofondato sotto l
’equoreo piano….
Mi accorgo che ci sono dei piccoli rigonfiamenti su tutta la pagina. Non delle pieghe, ma dei rigonfiamenti grinzosi, circolari, di vari diametri. Ne scorro con le dita la superficie e sento distintamente queste vascolarizzazioni anomale della carta, che osservate in controluce, descrivono una serie di bugne come dune, con piccole grinze a raggiera e sotto i polpastrelli diventano un Braille che racconta solo per me. Solo delle gocce d’acqua abbattutesi sulla pagina, possono produrre questo effetto. E’ indiscutibile: la pagina si è bagnata. Guardo anche le pagine successive e ci sono sempre gli stessi segni, via via meno evidenti che scompaiono del tutto a pagina trentanove, dove la carta ha di nuovo la sua perfetta planarietà e leggo:
Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Col suo sangue debole e il suo latte sieroso l’aveva nutrito e aveva nascosto agli  altri le sue facce. –
L’acqua è penetrata per alcune pagine, ma non ha rovinato il testo e pur rimanendo compresse tra gli altri libri, esse non sono tornate perfettamente lisce, ma conservano queste cicatrici. La pagina trentacinque parla di un annegato e la trentanove di latte, sangue e inquietante amore materno, e queste pagine, proprio queste, si sono bagnate.

Ora ricordo.
Era il settembre ’71, eravamo in vacanza a Idro, un piccolo lago alpino, freddo e tetro, meta di villeggiatura di olandesi e tedeschi, per loro quello era già un paesaggio mediterraneo. Mio padre si era invaghito di una signora olandese che qui gestiva una locanda e così aveva temerariamente portato tutta la famiglia, moglie compresa, in vacanza su questo lago. Lui scompariva continuamente, – Va dalla vacca olandese – diceva mia madre schiumando rabbia. Aspettavamo tutti in questo piccolo paesino, senza auto, né telefono, né una bicicletta, il ritorno di mio padre dalle sue escursioni erotiche. Gironzolando per i vicoli e prendendo il sole sull’unico pontile del paese, conobbi dei ragazzi, un olandese, due tedesche, un’italiana figlia del barista e una ragazza inglese lentigginosa e in sovrappeso. Facevamo il bagno e poi sul pontile stesi sugli asciugamani a fantasticare e tentare i primi approcci amorosi. L’inglese era la più disinvolta, ma non mi piaceva, troppo in carne, mentre la figlia della barista, era carina e minuta, era italiana e amava la poesia. Le ragazze tedesche, spilungone e bionde, avevano occhi solo per l’olandese, anche lui sedicenne, ma molto più alto di me e con quell’aria vissuta di chi ha già provato gli eccessi della beat-generation, il che mi annichiliva. Unica consolazione: io mi tuffavo e nuotavo meglio di lui.
Quasi tutti i giorni, istigato da mia madre, passavo davanti alla locanda della signora olandese per sbirciare dentro il suo ufficio e vedere se ci fosse mio padre, ma non lo beccai mai da quella “puttana“, e poi giù al pontile con gli altri. Lui, l’olandese, ostentava il vinile di “In a gadda da vida degli Iron Butterfly “, riviste beat olandesi, illeggibili per me, e misteriosi rotolini di stagnola che promettevano viaggi allucinogeni, scatenando i lascivi gridolini delle ragazze. Volevo che mi notassero e tentai l’ostensione del quotidiano “Lotta continua” e dell’Ulisse di Joyce, che suscitarono la morbosa e pressante curiosità solo della grassottella inglese e la completa indifferenza delle ragazze, ma anche uno sguardo di riprovazione della figlia del barista: da quelle parti i comunisti non sono mai stati popolari. L’olandese stava sdraiato sulla schiena, gli occhi piantati sulle tette della tedesca inginocchiata al suo fianco che si spazzolava i capelli, l’inglese mi sorrideva ammiccante, mentre l’unica che volevo mi guardasse se ne stava lontano a leggere “Ciao 2001”. Dovevo fare qualcosa per attirare la sua attenzione, quindi saltai in piedi e con un balzo, arrivai al bordo del pontile esibendomi nel tuffo più plastico di cui ero capace. L’entrata in acqua perfetta; mentre riemergevo, mi aspettavo di vedere tutte le ragazze sporgersi dal pontile per sorridere al miglior tuffatore del paese, ne ero certo, invece solo l’olandese si sporse per lamentarsi che gli schizzi d’acqua l’avevano molestato mentre rollava la sua canna. Risalito, grondante e deluso, sul pontile mi gettai sul mio asciugamano, sul quale era appoggiato l’Ulisse aperto a pagina 35. Ero talmente avvilito che non mi curai delle gocce che colavano dai miei capelli sulla pagina. Pagina 34 si salvò perché protetta da un volantino di Lotta continua piegato in due che usavo come qualificante segnalibro. Subito asciugai l’acqua tra mille imprecazioni e l’indifferenza di tutti, tranne che dell’inglese che mi offrì un “ kleenex” come disse lei. L’acqua però aveva già fatto il suo percorso ed era penetrata fino a pagina trentanove.

Il giorno dopo l’olandese, che parlava un italiano discreto, veniva a Idro fin da bambino, mi disse: – Che ne dici se dopo la nuotata andiamo a casa mia, ti voglio far vedere i miei dischi, così ci togliamo dalle palle ‘ste befane. – M’invitava a sentire i suoi dischi, il tuffo aveva avuto un esito, anche se non quello sperato.

Con Joyce avvolto nell’asciugamano, lo seguii fino a casa sua: era la locanda della signora olandese. Entrai con meraviglia e un fondo di vergogna e il senso di colpa per tutte le volte che avevo sbirciato dentro. La signora olandese mi venne incontro sorridente, radiosa, il mio nuovo amico era suo figlio e mi vergognai ancora di più. Era molto gentile e feci la fantasia che lo fosse perché sapeva che ero il figlio del suo amante. Mi guardava con dolcezza, mi mise la sua lunga e morbida mano sulla guancia per una carezza leggera, sorrise con i suoi grandi occhi azzurri e m’indicò la scala per salire di sopra, nel loro appartamento, dove il mio amico teneva lo stereo e i dischi. Frastornato, mi guardavo attorno, ero imbarazzato e spaventato, temevo che mio padre potesse sbucare da qualche angolo riempiendomi di ceffoni per essermi intrufolato lì. Certamente avrebbe pensato che mi fossi messo a disposizione di mia madre per pedinarlo e che avessi fatto amicizia col figlio della sua amante solo per stanarlo. Ero terrorizzato. Entrai in camera, avevo di fronte un poster del Festival dell’Isola di Wight e sulla parete di lato un altro, con una ragazza a gambe incrociate che si accendeva una canna. I dischi sparsi sul letto e impilati sulla scrivania, e uno stereo bellissimo mi fecero morire d’invidia. Chiuse la porta, si rollò una sigaretta e senza guardarmi chiese:
-Tu conosci I Doors?- e senza aspettare risposta, era scontata, e sempre senza guardarmi – Ho il disco, me l’ha portato mio padre da Amsterdam. E tre mesi fa ho visto il loro concerto, una bomba.- E mise il disco a volume folle, si lasciò cadere in estasi sul tappeto fumando a occhi chiusi.
– Ma tua madre ti lascia fumare e tenere la musica a questo volume senza incazzarsi? non ci posso credere. –
– Mia madre si fa le sue cose, io non le rompo le palle e lei non le rompe a me, in Olanda è così. Tieni, vuoi un tiro? –
Mi porse la sigaretta, era umida della sua saliva ed io avevo un po‘ schifo, inoltre non fumavo ma, quel giorno, cominciai. Ero felice, musica da sballo, il brivido della prima sigaretta e stare lì, con l’amico così sicuro di sé e disinvolto come avrei voluto essere io, ma allo stesso tempo non vedevo l’ora di andarmene.

Tornato a casa ripensai a mio padre, alla signora olandese e a mia madre che bruciava di gelosia. Erano due donne così diverse, da tutti i punti di vista, che mi piacevano e inquietavano, e per un attimo l’immagine di quei due universi femminili si sovrappose nella mia mente in un’unica immagine confusa e nebulosa. Ero disorientato, mamma era così poco attraente, mentre la signora olandese lo era, mi piaceva molto, anche fisicamente. Pensai come sarebbe stato averla come madre e senza accorgermene giustificai papà. Subito mi vergognai molto di quella fantasia.
Le mie sorelle giocavano sul balcone di casa, i pochi pescatori attraccavano le barche al pontile e mio padre uscì dal bar del paese barcollando, vistosamente ubriaco, tirando voluttuose boccate di fumo che poi faceva uscire dalle narici, con gli occhi arrossati e umidi, sembrava un drago. Lo vedevo venire verso casa, era stato al bar a giocarsi lo stipendio a carte e si era ubriacato: allora non era dall’olandese. Del resto, pensai, la signora olandese era troppo alta, lo sovrastava e lui, orgoglioso attaccabrighe proletario, non ci sarebbe mai stato con una così alta. Sorrisi e pensai che mamma forse sbagliava e con sollievo mi sentii esonerato dal compito di pedinatore, di delatore, di spia.
La mia famiglia aveva rotto tutte le relazioni con gli amici in modo turbolento per le scenate di gelosia di mia madre, o per quelle di qualche marito che accusava la propria moglie di farsela con mio padre.
Come mio papà mise piede in casa e si scatenò l’inferno. Mia madre l’aggredì e tentò di colpirlo con la paletta di ferro del camino, lui nonostante la sbronza schivò il colpo, aveva ancora tutti gli automatismi attivi, ma indietreggiando inciampò in uno sgabello e cadde a terra bestemmiando come solo lui sapeva. Mia madre imprecava pur senza bestemmiare, ma cominciava a comparire quel rantolo che sapevo, l’avrebbe portata a uno dei suoi svenimenti. Al culmine della rabbia impallidiva e uno spettrale suono gutturale le usciva dalle labbra e dalle narici, e poi grondando sudore gelido, stramazzava a terra, immobile, occhi chiusi, improvvisamente silente. Credevo sempre che fosse morta e mi disperavo. Poi, di solito dopo qualche minuto e con mio padre che le teneva la testa, intonava una nenia sommessa e malinconica, incomprensibile, così penosa che mi angosciava ancor più della paura che potesse essere morta. Non volevo godermi di nuovo quello spettacolo. Mi caricai in spalla la sorella piccola, presi per mano la grande e li lasciai ai loro rituali perversi, seguito dalle urla etiliche di mio padre e dai tetri rantoli di mia madre.
Girai un po’ per i vicoli, lungo la spiaggia e senza accorgermene mi trovai, con le mie sorelle, davanti alla locanda della signora olandese. Ci vide, si affacciò alla porta e c’invitò a entrare, diede delle bibite alle bambine e una sigaretta a me.
– Non fumo signora- ma lei, spingendo ancora di più il pacchetto aperto verso di me, insistette:- Ma va là, se sei amico di mio figlio fumi e non solo sigarette. Comunque qui puoi e rimarrà un segreto tra noi.-
Accendendo la sigaretta, guardai i suoi tratti signorili e gentili: provai un affetto intenso e languido, quasi filiale. Per un attimo dimenticai i due disperati che avevo lasciato a casa. Le mie sorelle giocavano con la signora olandese come fossero sempre state lì, sembrava tutto così normale. Tornai a casa e mia madre distrutta, piena di lacrime, mi disse: – Ti sembra questa l’ora di tornare? Cretino! Le tue sorelle non hanno ancora mangiato. –
Mio padre si era chiuso in bagno. Apparecchiai un tavolo striminzito, mia madre riempì tre piatti di minestra per noi e se ne andò sul balcone a piangere silenziosa. La guardai e non capii. Sapevo solo che non volevo essere lì, con quei due che avevo amato alla follia: lui con le sue auto sportive, gli amici piloti e play-boy, e lei con le sue storie di partigiani, di sindacalisti e di lotta contro la “razza padrona”. Volevo solo essere da un’altra parte, qualsiasi altra parte, purché non ci fossero loro.
Misi a letto le mie sorelle, tentai di leggere ma non ce la feci. Ero esausto, chiusi gli occhi e fantasticai di baciare la figlia del barista, era un desiderio dolcissimo e mi addormentai.
Nel cuore della notte, saranno state le tre del mattino, mia madre mi svegliò scrollandomi una spalla:
– Alzati e vieni in cucina, tuo padre deve parlarti. –
– Cazzo – pensai – neanche di notte questi due la piantano. Fanculo. – e mi alzai. In cucina sotto la fredda luce del neon, mio padre era seduto sulla sedia, vestito come se stesse per uscire, e fissava le due valigie posate davanti ai suoi piedi. Il viso contratto in uno spasmo di rabbia, non era più ubriaco ma rabbioso e affranto, impotente e sconsolato, incazzato e pieno di rancore, come fosse vittima di un grande torto. Mia madre aveva riacquistato energia e colore, gli occhi determinati e l’espressione altera di chi pensa di aver fatto suo il punto partita. Fu lei che parlò, non lui:
– Tuo padre voleva dirti che se ne va, perché non sa rinunciare alle sue puttane. Del resto se sta qui, rischia che una di queste notti io gli pianti un coltello in gola, per cui è meglio così.- Poi gli si avvicinò, guardandolo dall’alto in basso e spingendo col piede una valigia verso la scala continuò: – Le tue sorelle sono piccole, ma tu devi vedere e sapere perché io non lo voglio più. Deve andarsene! è un puttaniere drogato, non gliene frega niente della famiglia e preferisce scoparsi le altre donne, che comunque sono tutte puttane!- un’ultima spinta col piede e la valigia precipitò giù dalle scale, poi raccolse l’altra e la lanciò direttamente in strada. Mio padre si alzò, mi guardò con un’espressione mista di rabbia e di ricerca di compassione e sospirò: – Di a tua madre che da qui non me ne vado! Voi siete la mia famiglia e senza di voi muoio, mi ammazzo!-
Cristo, che pensare? Che fare? Cazzo stavolta facevano sul serio, lui se ne andava ed io che potevo fare? Mi sentii schiacciato, la gola secca e non riuscii a dire nemmeno una parola ma mia madre m’incalzò: – Diglielo che anche tu non lo vuoi più in casa un padre come lui, un traditore, un giocatore che si è fatto persino la moglie di suo fratello. Un pervertito, sporcaccione. Nemmeno i fratelli rispetta. Diglielo di andarsene. – Non sapevo più che fare, a sedici anni che cavolo c’entravo io: volevo solo essere un artista e un intellettuale, leggere Joyce e ascoltare i Doors. Dentro di me si affacciavano tutti i sentimenti, dalla codardia all’opportunismo, dalla rabbia al dolore, dalla paura alla disperazione e alla fine cedetti. Guardai mio padre che ormai piangeva a dirotto e lo implorai: – Per favore vattene papà, la mamma ha ragione. – Mi guardò stupito, pianse e sconsolato mi disse con enfasi: – Tu hai il coraggio di dire questo a tuo padre? Sei uno stronzo che non capisce niente. – Si alzò, gli occhi rossi e gonfi, varcò la porta e scomparve.
Mia madre si affacciò alla scala per essere sicura che se ne fosse andato, si girò verso di me e scoppiò in un pianto nervoso irrefrenabile, che aveva poco di liberatorio.
– Che fai ancora qui? Vai a letto.-
Mi sentii un vigliacco e pensai:-… forse sarà un bene tutto questo, avrò forse anche dei vantaggi materiali, magari un giorno potrò confessare che in quello schifoso giorno avevo cominciato a fumare e mia madre forse sarà comprensiva e, come la signora olandese, mi offrirà delle sigarette.-
Di mattino fui svegliato dai rumori della colazione in cucina e vidi mia madre radiosa che serviva il caffè a mio padre, suo marito. Le sorelle giocavano sul balcone ed io capii che la mia giornata sarebbe stata complicata, dolorosa e che mi avrebbe procurato comunque guai e sensi di colpa. Entrai in cucina, mi fissarono tutti e due e mia madre sorridendo disse:- Papà ha deciso di restare, non può rimanere senza di me e i suoi figli, ha capito quello che è giusto. Vieni che facciamo colazione.- Mi sedetti, lui sorrise nervoso senza guardarmi negli occhi, e lei, mia madre, si girò di scatto verso di me e mi fulminò: – E tu… che volevi cacciare tuo padre per fare i tuoi porci comodi signorino, ma stavolta ti è andata male e farai bene a rigare dritto, perché ormai ti ho sgamato.- Presi il caffè a testa bassa, più in fretta possibile e scappai al pontile, ma a quell’ora c’è solo qualche pescatore: ero solo.
Dopo alcuni giorni arrivò il fratello di mio padre, il professore, confabularono sul balcone, lo zio gli diede un plico, salutò frettolosamente noi figli, salutò freddamente, molto freddamente mia madre e con aria di sconsolato rimprovero suo fratello, mio padre.

Gli incontri per sentire i Doors e i Led Zeppelin a casa dell’olandese erano diventati un’abitudine quotidiana, ma quel pomeriggio non ci andai, dovetti stare con mio padre, era molto agitato, il plico conteneva una convocazione in Questura per il giorno dopo e lui era spaventato. Mia madre pretese che stessi con lui e che il giorno dopo lo accompagnassi perché non facesse il viaggio da solo in quelle condizioni di nervosismo. Tutto sommato mi faceva comodo, mentre lui era in Questura potevo andare in libreria e all’edicola a comprare Lotta Continua che a Idro non arrivava. Il viaggio fu silenzioso. Mio padre guidava con lo sguardo fisso e perso davanti a sé, senza guardarmi in silenzio, quando si accorse che lo stavo osservando si infilò gli occhiali da sole e accelerò. Arrivati in Questura mi chiese di rimanere in macchina e di non andare nemmeno in edicola. Attesi più di un’ora e quando uscì ripartimmo a tutta velocità per Idro. Era allucinato, livido, non parlava, gli chiesi di fermarci a prendere il giornale, ma non rispose e si continuò a guidare come un pazzo. Prima di Idro c’è una località con un nome che mi ha sempre colpito: Ponte Re. Ecco proprio al cartello Ponte Re la strada fa una curva secca, a novanta gradi, s’infila nel ponte che attraversa il Chiese. Ebbene, mentre ci avvicinavamo ad alta velocità alla curva, osservavo mio padre e capii che non stava guardando la strada, era totalmente assente e non avrebbe frenato, non avrebbe fatto la curva e ci saremmo schiantati contro le rocce del greto del fiume. Lo guardavo e nulla faceva trasparire un briciolo di consapevolezza. Cosa aveva in mente? La curva era ormai vicina, puntai i piedi, mi aggrappai alla maniglia della portiera e urlai: – Papà la curva!- si scosse dal suo torpore, per fortuna guidava da dio, frenò, scalò le marce, il motore s’imballò, lo stridere delle gomme bloccate divenne assordante, ma la curva era ormai troppo vicina, impossibile percorrerla. Con sangue freddo e mia meraviglia, non fece la curva, ma riuscì ad imboccare il viottolo di campagna davanti a noi, ad evitare le rocce del greto e in una nuvola di polvere e un gran fragore la macchina si fermò. Eravamo in un prato, sul limitare del fiume, il cielo terso e le nuvole bianche e due mucche pascolavano davanti a noi, mentre un contadino ci guardava toccandosi ripetutamente la tempia con l’indice a significare:- Siete matti!- Mio padre impassibile si girò verso di me come non fosse successo nulla:
Grazie, non avevo visto la curva. Ti sei spaventato?- Feci di no col capo e tornammo a casa, era ormai la fine di Settembre. Mia madre, alcuni mesi dopo, mi confidò che era stato convocato in Questura perché un suo caro amico aveva fatto un esposto contro di lui, per avergli molestato la figlia diciottenne. Ma allora la maggiore età era ad anni ventuno.

Il primo di Ottobre, eravamo da poco tornati in città, il padre di mio padre, mio nonno, era venuto a trovarci. Stavamo pranzando ed ecco che scoppia una nuova violentissima lite che durò tutto il pomeriggio e alla fine, ormai a sera, papà uscì da casa sbattendo ancora una volta la porta, per andare a schiantarsi a tutta velocità contro il pilone di sostegno di un sottopassaggio ferroviario e morendo sul colpo.
La salma fu composta all’obitorio dell’ospedale, in un piccolo locale con una finestra che dava nel giardino interno al pianterreno. Parenti e amici, silenti e con aria di circostanza, stavano ammassati alle pareti dell’obitorio. Faceva caldo, aprii un po’ la finestra della camera ardente.  Alcuni andavano fuori a fumare ed io li seguivo per chiedere una sigaretta. Mia madre piangeva disperata tenendosi alla bara. Ogni tanto alzava il capo e guardava fuori dalla finestra verso il giardino. Vidi un’ombra passare ripetutamente davanti alla finestra, esitante. Poi, come sorpresa del suo coraggio inaspettato, si affacciò per guardare dentro. Era una donna giovane, molto giovane, con gli occhi gonfi di pianto, le labbra tremanti. Appoggiò la mano allo stipite della finestra e si sporse verso la bara, sgranando gli occhi e singhiozzando pianissimo. Mia madre non se n’era neppure accorta, era a capo chino su mio padre, dai suoi occhi cadevano lacrime sul raso del sudario, mentre lo scrutava senza sosta. Le vedevo tutte e due, mentre piangevano, vedove dello stesso uomo, ma con un dolore così diverso, per quanto profondo e sconfinato, ed ero incantato da quella diversità così forte e così complementare, ma riconoscevo uguali diritti a tutti e due quei dolori disperati. Le guardavo in silenzio, stregato da quello strazio così intenso, come se tutto tutti fossero svaniti e dal fumoso nulla emergessero solo loro: mia madre, la ragazza, la bara con dentro mio padre. Amore, dolore, rabbia, rancore, impotenza, si mescolavano nei pianti di quelle due donne in un unica vasta lacrima. Guardai ancora una volta il volto di mio padre, mi sembrava sereno, imperturbabile, persino bello, e il pianto disperato di quelle due donne era per lui, solo per lui. Rimasi zitto, quasi senza respirare per continuare a guardarle senza che nessuno se ne accorgesse, ma tra i parenti si levò un lieve brusio e via via si fece più intenso:- Chi è quella lì? Sarà una di quelle che si faceva, una puttana. Come osa venire qui è roba da matti.-
Un cugino della mia stessa età, con una smorfia maligna e voce stridula urlò:- Zia zia, c’è quella di Fornaci alla finestra!-
Mia madre sollevò il capo dalla bara e urlò:- Nooo! anche qui mi tormenti, puttana rovinafamiglie, sei contenta adesso che è morto?-
Si scagliò verso la finestra, la ragazza terrorizzata scappò inforcando la sua bicicletta. Tutti inveendo si precipitarono fuori per vedere chi fosse quella donna e la insultarono e mio cugino la rincorse, raccolse un sasso e glielo tirò, colpendo però solo il parafango della bicicletta, urlando:- Troia! Puttana! Vacca!-
La ragazza accelerò la pedalata e si girò indietro per guardarci solo quando fu lontana, ma senza rallentare.
Le donne si strinsero attorno a mia madre, la fecero sedere, la consolarono. Mi sentii estraneo all’agitazione generale, al clamore di quell’episodio per tutti scandaloso, ma rimasi in disparte a cercare di misurare l’amarezza e la desolazione che mi assaliva, e mentre tutti rientravano nella camera ardente scuotendo la testa sconcertati, vedevo la ragazza in bicicletta sempre più lontana. Avrei voluto conoscere quella ragazza, capire cosa l’aveva affascinata di mio padre. Mi fece tenerezza.
Comunque di una cosa ero certo: mio cugino era proprio uno stronzo ed ero sicuro che non sarebbe mai migliorato.
Degli amici di quella vacanza non seppi più nulla, ma la figlia del barista mi scrisse una lettera molto commovente per la morte di papà. Le risposi, convinto che mi avrebbe dato il suo amore, ma lei si sottrasse, non rispose più e tornò nel nulla. Dopo qualche giorno mi ritirai da scuola e mi presentai in fonderia a fare l’operaio per mantenere la famiglia di cui ero diventato, mio malgrado, il capo.
E ho continuato a fumare.

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