Traversie e compromessi nella vicenda di un museo necessario

Ripercorrere le traversie e i compromessi che hanno caratterizzato la vicenda del Musil a Brescia non per tentare di ricostruirne gli aspetti urbanistici, economico-finanziari e politico-amministrativi, ma per seguire innanzitutto l’evoluzione del dibattito sul progetto del Museo, dalla prima formulazione a metà degli anni ’80 ad oggi: questo il tema dell’articolo di Carlo Simoni apparso nel secondo numero di “Studi bresciani”, il semestrale promosso dalla Fondazione Luigi Micheletti, in occasione del quale si svolgerà una giornata di studio, attualmente in fase di organizzazione.

Disseminata negli articoli dei quotidiani locali, la cronaca delle vicende della sede centrale del Museo dell’Industria e del Lavoro non ha finora trovato un’elaborazione che ne faccia un capitolo significativo della storia politico-amministrativa, urbanistica, culturale della città. Tentarne una ricostruzione sulla base degli strumenti adottati dal Comune per far fronte alla trasformazione del tessuto urbano, degli accordi tra i soggetti pubblici e privati coinvolti, delle dichiarazioni e dei proponimenti da questi stessi in diverse occasioni formulati, degli stanziamenti e delle ripartizioni economiche previste per la realizzazione del Museo non elimina – soprattutto per quanto riguarda l’ultimo decennio – la sensazione che aspetti non secondari e passaggi decisivi sfuggano a un’effettiva comprensione, come accade quando la successione dei fatti non riesce a configurarsi che nella forma di una pura sequenza cronologica. Le testimonianze di professionisti, operatori privati, tecnici e amministratori pubblici offrono notizie e propongono punti di vista che, pur costituendo un contributo imprescindibile, più che ricomporsi in un quadro complessivo sembrano frastagliarsi in un gioco di specchi.

Componente essenziale della vicenda di questo Museo – senza che per altro la si possa ritenere una chiave esplicativa unificante né tantomeno le si possa attribuire un ruolo primario e in ultima istanza determinante – è la storia del suo progetto o, meglio, della sua idea, delle motivazioni e delle finalità via via attribuite all’iniziativa entro una dinamica nella quale appaiono spesso coincidenti o comunque difficilmente distinguibili le cause e gli effetti. Sono tuttavia rintracciabili, in questa storia, alcuni snodi essenziali, per individuare i quali occorre risalire alla metà degli anni Ottanta, quando l’idea trovò la sua prima formulazione sintetizzandosi in un nome diverso da quello in seguito affermatosi: era un Museo della cultura urbana e industriale quello che allora ci si augurava potesse nascere e diverse erano la dimensione e la portata della proposta, finalizzata a raccontare anche nei suoi risvolti immateriali la trasformazione della città e del suo territorio a partire dagli ultimi decenni dell’800, e aperta a ibridazioni con linguaggi diversi, come quelli dell’arte contemporanea, spesso non estranei alle suggestioni esercitate dalle dimensioni e dalle forme assunte dai manufatti industriali.

Solo partendo da quegli anni risulta possibile dar conto di successivi, sostanziali ridimensionamenti, di fraintendimenti e ridislocazioni di un’idea nata – a metà anni Ottanta – dal confronto fra la memoria del luogo e la sua storia. Un confronto che poteva contare sulle acquisizioni e la sensibilità culturale nuova apportate dalla ricerca archeologico-industriale, dalla seconda metà degli anni ’70 avviata anche nel Bresciano.

Per chi, come me, ha sempre abitato a poca distanza dalle fabbriche sorte tra via Milano e la ferrovia, il ring e il Vantiniano, quello che si profilava con le dismissioni avvenute o comunque annunciate era un mutamento storico, del volto ma anche dello spazio vissuto del quartiere, quella prima periferia industriale, a ovest del centro storico, il cui futuro poneva quesiti attinenti non solo all’evoluzione urbanistica ma anche alla cultura, ai tratti identitari della Brescia contemporanea. La memoria del luogo doveva però sostanziarsi della sua storia, coniugarsi con le ricerche di chi, come Gianfranco Porta, aveva sondato l’evoluzione della socialità e delle culture del «borgo rosso». Di qui prese le mosse una riflessione che, intervenendo nel dibattito avviatosi, pur fra accelerazioni e latenze, sulla stampa locale, intendeva contrastare la tendenza a parlare di aree ex industriali senza far cenno agli edifici in esse presenti, quasi che il territorio coinvolto dal cambiamento fosse un semplice vuoto urbano, un luogo a tal punto privo di segni da poter essere ridisegnato integralmente. Con il prevedibile risultato, paradossale e straniante, di una mutazione quale Italo Calvino evoca a proposito di una delle sue città invisibili, i cui visitatori sono costretti a rilevare che «le vecchie cartoline non rappresentano Maurilia com’era, ma un’altra città che per caso si chiamava Maurilia».

Non solo un atteggiamento culturale, tuttavia, si poteva riscontrare in quell’indifferenza: operazioni come quella effettuata dalla società Brescia Uno in una porzione delle aree ex Tempini, o previste dal piano commissionato da privati allo Studio Gregotti in quelle dell’ATB, apparivano solidali nella sostanziale cancellazione dell’esistente.

Non era specularmente opposta a questa impostazione la critica che si avanzava: non era una velleitaria e irrealizzabile volontà di conservazione che si manifestava, ma la richiesta di un governo del cambiamento che fosse documentato e consapevole del valore di ciò che si sarebbe deciso di conservare e destinare a nuovi usi come di ciò che sarebbe risultato sacrificabile. Il discorso confluì nel convegno organizzato alla fine dell’87 dalla Fondazione Micheletti, di cui si era da anni collaboratori, trovando riscontro nella memoria del suo fondatore – originario di Campo Fiera, il complesso di case popolari sorte da inizio ’900 a ridosso delle fabbriche, e animatore di un’associazione del quartiere. La messa a punto della proposta e la sua articolazione seguirono un paio d’anni dopo: nella prima pubblicazione sul musil. Museo dell’Industria e del Lavoro – come da quel momento si chiamò – si sottolineava che proprio in esso il futuro delle aree ex industriali trovava «il suo fulcro», non potendosi infatti concepire il Museo «senza tener conto della realtà circostante», immaginabile come un «parco archeologico» non limitato dai confini della zona di rispetto dell’adiacente Cimitero monumentale, ipotizzata come possibile sede museale. In questo senso s’era infatti espresso il Comune che, mentre valutava la possibilità di formare una società a capitale misto, pubblico e privato, per guidare gli interventi nella zona, si orientava a frenarne una trasformazione radicale quanto strisciante prevedendo la conservazione del reticolo viario e di alcuni degli edifici presenti, almeno di quelli costruiti prima del 1899 ossia – in buona sostanza – dei capannoni ex Tempini a sud del Cimitero, gli esempi più rappresentativi di architettura industriale ancora in buono stato. Una prospettiva, questa, che si discostava con evidenza da quella del parco archeologico auspicato dalla Fondazione Micheletti, ma che non parve suscitare contestazioni: l’assegnazione del complesso lineare di corpi di fabbrica costruiti in momenti diversi del ’900 lungo il lato est del Vantiniano, di fatto segnò, canalizzandolo entro limiti ben precisi, il percorso che il musil avrebbe seguito, concentrando da quel momento la propria attività, da un lato, sulla raccolta presso aziende non solo bresciane di macchine e reperti d’ogni genere – mettendone per altro in conto una successiva selezione –, e dall’altro lato aprendosi a un orizzonte internazionale grazie all’organizzazione, nel ’93, di un convegno dedicato ai musei dell’industria europei, nel corso del quale si precisò esplicitamente che la proposta del musil non coinvolgeva tutto il comparto ex industriale, «ma solo una piccola parte, quella contigua al cimitero monumentale», circostanza ribadita un paio d’anni dopo in un’altra pubblicazione – Macchine per un Museo – in cui si sottolineava che la realizzazione del progetto non avrebbe posto «ipoteche» né avrebbe pregiudicato «in alcun modo le soluzioni urbanistiche complessive per l’area», estendendo questo impegno «alle tipologie architettoniche ovvero agli indirizzi circa la futura fisionomia economico-sociale delle aree ex industriali».

Era ormai imboccata la strada destinata a ridefinire il musil, da «fulcro» di un parco archeologico-industriale, capace di orientare la trasformazione e definirne gli esiti, a elemento incentivante di una riqualificazione essenzialmente identificabile con «l’insediamento di residenze di pregio e attività economiche di richiamo»: «Non si tratta di un museo-presidio di derelict land – avrebbe alcuni anni dopo ribadito il testo predisposto per l’Accordo di Programma del 2005 –, ma di un museo-catalizzatore essenziale per marcare la qualità dell’area e attrarre funzioni di eccellenza».

Non rinunciare all’opera di sensibilizzazione nei confronti della città, dei suoi amministratori e degli operatori immobiliari, e alla continuazione della battaglia culturale, e civile, per il riconoscimento del valore storico della prima periferia industriale non avrebbe probabilmente scongiurato la minaccia del suo stravolgimento ma, anche richiamandosi a esperienze di salvaguardia e riuso realizzate in realtà vicine, come nel complesso Ansaldo a Milano, avrebbe impedito che un intervento demolitorio paragonabile a quello compiuto a danno degli spalti della città a inizio secolo e poi con gli sventramenti del centro per l’apertura di Piazza della Vittoria avvenisse, proprio come in quei casi che pure si erano collocati in contesti politici e sociali del tutto diversi, senza che la città fosse messa in grado e adeguatamente sollecitata a rendersi conto della portata di soluzioni radicali e irreversibili.

Dalla fine degli anni ’90, corpi di fabbrica e interi complessi come quello dell’ATB – nonostante Bernardo Secchi, consulente urbanistico del Comune, ne avesse prefigurato la funzione come luogo di scambio e di loisir –, infrastrutture come i serbatoi pensili, i binari dei treni a servizio delle industrie, ampi brani dei muri di cinta degli stabilimenti sono scomparsi; gli stessi reperti rimasti nell’ex Bisider a documentare procedimenti e quotidianità del lavoro non si sono conservati.

Conseguenze facilmente prevedibili di questa cancellazione non furono solo la perdita di consistenza della proposta del musil, che aveva trovato un punto di forza proprio nella sua contestualizzazione entro un paesaggio ancora capace di comunicare il proprio passato produttivo, ma anche l’immaginabile quanto inevitabile spaesamento della futura sede museale.

Ripercussioni del genere non furono certo ignorate da chi si era fatto promotore del musil, ma dovettero apparire attenuate dal Piano Particolareggiato approvato dal Comune nel 2001 e dalla convenzione stipulata due anni dopo – in un’ottica di urbanistica non «contrattata», ma «condivisa», si tenne a sottolineare – tra l’ente pubblico e la società Basileus, proprietaria del comparto: non solo gli edifici dell’ex Bisider, destinati al Museo – per la cui edificazione la società garantiva le risorse, a scomputo degli oneri di urbanizzazione –, ma anche il laminatoio prospiciente e i capannoni storici dell’ex Tempini attigui all’ingresso nello spazio museale sarebbero stati oggetto di forme di riuso attente alla loro forma e ai loro caratteri, in sintonia con il vincolo conservativo previsto dal Comune.

Altre circostanze si proponevano poi quali compensazioni sostanziali: da un lato, l’ubicazione del Museo in edifici che avrebbero comunque mantenuto la loro fisionomia originaria, dall’altro l’intenzione di mantener fermo, nel progetto del Museo, l’impegno a riservare un posto centrale alla modernizzazione della città, all’industrializzazione di Brescia e del Bresciano.

Il primo aspetto si poté ritenere assicurato dall’esito del concorso internazionale svoltosi tra il 2003 e il 2004, vinto dal progetto che più di tutti si dimostrava intenzionato ad adeguare la struttura alle nuove funzioni rispettandone i caratteri costruttivi, la distribuzione degli spazi, la fisionomia degli ambienti.

Quanto alla dimensione e all’ubicazione dello spazio dedicato a Brescia: un territorio dell’industria – questo il titolo attribuito alla sezione – si è invece dovuta registrare una progressiva erosione: collocata in apertura del percorso di visita, come ancora si può constatare nel Piano di fattibilità del 2000, in una posizione che le assegnava dunque il compito di inquadrare preliminarmente il significato, non esclusivo ma primario, del Museo e la vicenda che ne stava alla base, la sezione apparirà in seguito collocata in coda alle altre sale. Ma di più: della sua presenza in quanto sezione distinta e identificabile – assicurata ancora in una presentazione del musil del 2006 quale risposta all’esigenza di «evitare di offrire un’immagine astratta e omologata dell’industrializzazione e della modernizzazione» – non si trova traccia nel Progetto museografico di tre anni seguente che, nella sostanza, ispirerà le successive revisioni progettuali.

Diverse possono essere le valutazioni delle ragioni e delle conseguenze di questa progressiva diluizione del tema locale nelle altre sezioni. Certo è che non si tratta solo di una scelta attinente alla gerarchia delle rilevanze secondo la quale organizzare i contenuti del Museo, bensì di un diverso modo di intenderne l’impostazione, come del resto sembra confermato dalla ridefinizione del progetto che si formulerà nel 2017 e dall’elaborazione successiva: è la dimensione locale del cambiamento che, anziché proporsi nella sua originalità, in un rapporto dialettico con quella generale, rischia di fatto di ridursi a una serie di richiami esemplificativi, inevitabilmente destinati a risultare concettualmente subordinati, se non narrativamente digressivi.

Il modello di riferimento, al di là delle intenzioni, si direbbe quello di una storia a ricalco nella quale a prevalere sono generalizzazioni a posteriori, che si sottraggono alla necessità di render conto del germinare di processi non certo tra loro irrelati ma neanche leggibili soltanto come ricadute locali – casi particolari, per quanto esemplari – di una dinamica che si dà per scontato li trascenda.

In gioco non sono, in questa sottolineatura della necessità di riconoscere un ruolo di primo piano alla dimensione locale, vecchi o più recenti atteggiamenti provincialistici inclini ad assegnarle un primato né lo sono richiami ideologici a quel luogo della modernità e delle sue culture che la grande fabbrica ha comunque rappresentato. Ad essere richiamata è piuttosto la convinzione che musei che si propongono un’impostazione narrativa e non meramente collezionistica – soprattutto se si tratta di musei del lavoro, della storia della cultura materiale e della sua contemporanea traduzione sul piano della tecnica –, non possono tralasciare il racconto della loro origine locale e delle vicende specifiche di cui sono espressione. Pena un’omologazione, non a caso tipicamente riscontrabile in diversi musei della scienza e della tecnica, solo illusoriamente compensata dall’aggiornamento dei metodi e degli espedienti espositivi, per altro destinati a risultare sempre in ritardo rispetto alla velocità dell’innovazione in campo comunicativo che incessantemente si verifica al di fuori del museo. Omologazione delle proposte e rapida obsolescenza dei mezzi impiegati per trasmetterle vanno quindi tenute in conto, anche quando la loro adozione è stata dettata dalla preoccupazione che un carattere marcatamente localistico del museo possa conferirgli una scarsa capacità attrattiva. Preoccupazione fondata, questa, ma che non può oscurare il ruolo di autoriconoscimento attribuibile al museo stesso in rapporto alla comunità locale, tanto più in un’epoca segnata dalla perdita dei luoghi e da un’amnesia collettiva che incrina la trasmissione culturale da una generazione all’altra.

Una necessità specifica si segnala infine nel caso di Brescia, dove si è assistito alla riduzione della primitiva ispirazione del Museo della città. Originariamente concepito come luogo non solo di conservazione ed esposizione di reperti materiali di carattere archeologico e artistico ma anche di una continuativa analisi dello spazio urbano e di verifica critica della storia della città, il percorso museale oggi ospitato nel Museo di Santa Giulia risulta invece limitato sia temporalmente che spazialmente. Né la città otto-novecentesca né la città oltre la linea segnata ieri dalle mura, oggi dal ring, vi trovano spazio. In questo senso, il musil, non può esimersi dal proporsi quale Museo della città contemporanea, rapportandosi quale polo complementare al Museo di Santa Giulia.

È un progetto museale già profondamente ridimensionato, dunque, quello che nel decennio scorso si trova a dover affrontare difficoltà che, di fatto, han finito per mettere in discussione non solo la fattibilità ma la ragione stessa di un Museo dell’industria e del Lavoro.

Se la crisi apertasi nel 2008 deprime il mercato immobiliare e di conseguenza anche i progetti attinenti alle edificazioni ad uso residenziale e terziario nel comparto, bisognoso oltretutto di bonifiche che si riveleranno onerose, la nuova amministrazione insediatasi in Loggia nello stesso anno manifesta una presa di distanza dal progetto del Museo che si appunta sui costi della sua realizzazione ma soprattutto della sua gestione futura. Questo ed altri fattori porteranno le Fondazioni, Micheletti e musil, promotrici del Museo, a rendersi disponibili alla riduzione di oltre la metà gli spazi del Museo, a partire da quelli dedicati a servizi, come la biblioteca moderna, indirizzati non solo ai visitatori ma alla città nel suo complesso, e a rivedere quindi il piano economico di gestione. Un nuovo progetto viene perciò predisposto, distribuendo in due lotti la realizzazione del Museo, mentre Basileus prevede di realizzare «case-bottega», un mix residenziale-terziario, nell’ex laminatoio mantenendone la fisionomia industriale.

Quanto allo stato di degrado che mette in forse la sopravvivenza dei capannoni a sud del cimitero, la proprietà provvederà – qualche anno più tardi, su sollecitazione del Comune – a opere di sostegno in vista della loro mai smentita destinazione a spazi produttivi di tipo artigianale o di attività ascrivibili al «terziario avanzato per la produzione», si diceva già negli anni ’80 precorrendo per molti aspetti le definizioni che si sarebbero succedute, da quella di Parco tecnologico alla più recente di Cittadella dell’innovazione.

Quella che segue, e nella quale ancora ci si trova, è una fase dominata dalla crisi immobiliare e finanziaria della società proprietaria in seguito alla quale i lavori per la costruzione della sede museale, avviati nel 2019, si sono interrotti meno di due anni dopo (così come verrà lasciato cadere il progetto di case-bottega nell’ex laminatoio). Nel frattempo tuttavia una scelta decisiva è intervenuta: a causa dei crolli verificatisi in alcune parti degli edifici destinati al Museo, e del precario stato di conservazione cui altre erano giunte, oltre che delle prescrizioni dettate dalla normativa antisismica e delle notorie problematiche attinenti al restauro di strutture in cemento armato, i corpi di fabbrica interessati dalla realizzazione del primo lotto del Museo sono stati abbattuti e se ne è intrapresa la ricostruzione secondo criteri filologici attenti non solo alle forme ma anche alla natura dei materiali: una logica ricostruttiva del dov’era e com’era che, indipendentemente da ogni considerazione possibile, non pare esser stata oggetto di alcuna attenzione, in quanto inevitabile soluzione di necessità.

L’aspra critica che l’Assessore regionale alla Cultura ha rivolto al progetto del musil nell’estate del 2020, non solo in ragione della sua sostenibilità finanziaria ma anche della genericità della sua concezione e dei suoi contenuti, ha portato a una parziale revisione degli stessi – ad opera di un gruppo di lavoro a questo fine costituito – che rappresenta, al momento, una proposta in attesa dello sblocco del cantiere dove per altro gli stessi lavori intrapresi, a distanza di oltre due anni dalla loro interruzione, mostrano segni irreparabili di usura.

Ostacoli e traversie tuttora non superate, ridefinizioni dell’identità e degli scopi del Museo che ne hanno impoverito e per certi versi compromesso la proposta, non sono tuttavia tali da smentire la perdurante necessità di un Museo dell’industria e del lavoro a Brescia e da rendere dunque impraticabile una sua riproposizione che sappia metterne in luce i compiti e le potenzialità.

Il ritorno – nella recente revisione – alla proposta di uno spazio esplicitamente dedicato, all’inizio del percorso di visita alle esposizioni permanenti, alla modernizzazione e all’industrializzazione della città e del suo territorio dalla metà dell’800 ad oggi, non può ignorare la necessità di raccontare il passato dell’edificio stesso in cui ci si troverà, comprendendovi la ricostruzione effettuata. Una scelta che sarebbe superficiale e fuorviante paragonare a quella che, dopo l’abbattimento degli edifici dell’ATB, portò quindici anni fa alla realizzazione del centro commerciale, oggi in abbandono, che ne riproduceva i volumi e ne mimava le forme esteriori: diverso è senz’altro lo spessore culturale che ha indotto alla scelta messa in atto, che una scelta rimane comunque e come tale chiede di esser motivata e descritta ai visitatori del Museo, tanto più essendone autore l’architetto che aveva siglato un progetto conservativo qual era quello scelto in sede concorsuale.

La riproposizione dell’evoluzione della realtà locale costituisce comunque la condizione indispensabile del possibile produttivo confronto con il Museo di Santa Giulia ma, è il caso ormai di dire, anche con gli altri poli museali urbani, da quello dedicato al Risorgimento, in cui la storia sociale ed economica della città ottocentesca non trova che qualche cenno sporadico, al Museo di Scienze Naturali, sulla cui ricostruzione o, secondo altre ipotesi, nuova ubicazione il discorso è aperto e non può escludere, non certo una commistione con il musil, concettualmente e museograficamente ingiustificata e irrealizzabile, ma una convergenza significativa, per quanto realizzata naturalmente secondo ottiche specifiche e differenziate, sulle tematiche afferenti alla questione ambientale – questione non a caso richiamata a coronamento del nuovo percorso progettato per il musil.

Più che da un Museo dell’Industria e del Lavoro sostanzialmente avulso dal contesto urbano è da un museo della città articolato in diversi poli e arricchito da testimonianze della modernizzazione distribuite sul suo territorio che ci si può aspettare una capacità attrattiva in grado di esercitarsi nel tempo. E dunque, riprendendo il richiamo al destino dell’ex laminatoio, appunto un suo riuso conservativo – o almeno il mantenimento del suo volume e dell’edificio di testa cui si affianca l’ultimo tronco di ciminiera rimasto nel comparto – così come dei capannoni a sud del Cimitero continua ad apparire condizione imprescindibile della residua capacità del Museo di dar corpo alla propria identità rimandando al suo intorno storico innanzitutto, ma anche a testimonianze significative che restano nella città, dalle vicine casére, i magazzini che facevano parte dei Mercati generali edificati contemporaneamente alla realizzazione di Piazza della Vittoria, al mulino ad esse vicino – la cui ruota è l’ultima esistente di quelle un tempo mosse dal Fiume Grande, animatore delle macchine della Tempini ottocentesca – sino a giungere ad altri monumenti, primo fra tutti il gasometro, emblema di un metodo di produzione energetica che appartiene al passato ma richiama quesiti attuali che la vicinanza della nuova sede dell’A2A, prevista a poche centinaia di metri, potrebbe concorrere a tener vivi. E come ai monumenti industriali della città, così a quelli ormai in parecchi casi musealizzati della provincia il musil dovrà rimandare – in armonia con il suo rappresentare il perno della rete che comprende i poli del Museo del ferro alle porte della città, del Museo dell’energia idroelettrica di Cedegolo e della Città delle macchine, il magazzino visitabile di Rodengo –, estendendo così il suo possibile ruolo di centro funzionale e culturale a un sistema a scala provinciale dei musei della cultura materiale, da quelli contadini a quelli artigianali e industriali che dalla pianura alle valli documentano l’esemplare varietà delle testimonianze del passato produttivo del Bresciano.

La volontà del Comune di intraprendere l’operazione che dovrebbe permettergli di recuperare le risorse necessarie alla realizzazione del musil e, d’altro lato, il passaggio di proprietà del comparto ex industriale, recentemente rilevata da una nuova società finanziaria, potrebbe riaprire la possibilità di una ripresa dei lavori nel cantiere del Museo e più in generale dei progetti di recupero degli stabili ad esso contigui. Tenuto conto del fatto che la nuova società pare propensa a procedere alla vendita delle aree per lotti distinti, non sono tuttavia definite l’identità e le intenzioni degli interlocutori con cui il progetto si dovrà misurare. Certa è invece la necessità della ripresa di un discorso pubblico attorno al Museo, che sappia articolarsi in forme e sedi diverse per contrastare, da un lato, a livello locale, la radicata mentalità propensa a perimetrare la storia della città al suo centro antico e al Castello e, dall’altro, un più generale fenomeno di rimozione: quella della realtà del lavoro – nelle diverse forme in cui oggi si organizza e nelle inedite declinazioni della fatica che comporta – e dell’insuperabile materialità di processi di produzione che restano indispensabili, l’una e l’altra oscurate dalla pratica e dall’immaginario di un consumo pervasivo quanto dimentico dei presupposti che lo rendono possibile e di una virtualità nella quale si vorrebbe inscritta la possibilità di esistenze parallele sganciate dal mondo reale e dai suoi limiti.

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