Metamorfosi inattese

Delfina Lusiardi, Metamorfosi inattese, secondorizzonte – Metis 2018

Quelli che seguono sono alcuni dei testi e delle immagini che compaiono nel libro:

Dall’introduzione:

Solo ciò che viene dal profondo mi appassiona

Sento che è giunto il momento di rendere pubblici alcuni materiali nati nella seconda parte della mia vita: tracce di un cammino avvenuto al riparo dall’esposizione, nella solitudine abitata da presenze discrete, necessarie a procedere lungo la via del silenzio interiore. Presenze di maestri e di maestre, di amiche e di amici accomunati dallo stesso spirito di ricerca, di esseri cari che condividono gli spazi della mia vita quotidiana, rispettando i ritmi e il modo di vivere la stessa casa. Penso a loro con gratitudine mentre decido di comporre questo libro fatto di poesie, disegni, inchiostri e acquarelli, e di un testo che descrive in modo essenziale i passaggi vissuti in quel processo di cura dell’esistenza, iniziato con la scoperta di un cancro al seno.

(…) Non sono una pittrice, il gesto della matita che traccia un disegno è rimasto per me un gesto naturale, non molto diverso dal gesto dello scrivere. Né più né meno come quando ero bambina. Infatti agli inizi della vita le creature umane non distinguono il disegnare dallo scrivere, lo scrivere dal disegnare. Ma, prendere in mano un pennello, da adulta, per conservare la visione di un fiore illuminato dal sole o il movimento della nebbia che sale tra le colline dopo la pioggia, comporta un azzardo che mi intimorisce. Richiede una decisione che può bloccarsi e mi può bloccare.
Ho cinquant’anni quando tento il primo acquarello della mia vita: per caso dispongo di un foglio di carta da acquarelli (regalo di un’amica artista), di un pennello morbido a punta e di un tubetto di grigio di Payne, acquistati per trasformare in fiori le macchie di vino sul muro di una casa appena imbiancata.
È settembre e davanti a me c’è del tempo vuoto, ho da poco finito un ciclo di chemioterapia e non tornerò a insegnare con l’inizio delle lezioni. Esco dopo la pioggia, i miei occhi vedono il mondo come non l’avevano visto prima e, tuttavia, quella che appare è un’immagine che mi appartiene da sempre. Non vorrei mai più dimenticare la visione di questa nebbia che sfuma i contorni. Accolgo l’impulso a prendere in mano il pennello, la carta e il grigio di Payne rimasto. L’acquarello che nasce mi aiuta a riconoscere cosa sto cercando.
Rientrata al lavoro, per alcuni anni non riprenderò il pennello, la carta, né mi procurerò altri pigmenti, fino a quando non potrò regalarmi il tempo di imparare come si fa. Come si fa a dipingere senza distruggere il silenzio nel quale il respiro del mondo appare nella fragile consistenza delle sue forme. Libera dal lavoro, cercherò maestri e maestre che mi aiuteranno a percorrere questa strada.


Metamorfosi inattese

Ci sono segni che ho bisogno di portare con me:
le ali dispiegate in volo del gabbiano
l’apparire circospetto del capriolo
la curva dolce dei delfini festanti
il ripiegarsi appena accennato delle betulle
verso terra
l’apertura solenne dei rami del faggio
l’ordinato incolonnarsi dei pioppi
la tensione verso il cielo dei castagni
l’abbondanza lieve degli ulivi
il circolo riposante del gatto dormiente
i profondi occhi imploranti del cane…

28 ottobre 1999


Discesa agli inferi

Ti lasci cadere
nelle viscere dolenti
di una donna
gravida di rabbia

cammini a tentoni con lei
tra parole annodate
avvinghiate come serpi in amore
nella grotta al riparo dal sole

cauta procedi per non calpestarle
attenta
a non liberare i veleni
pronti ad uccidere l’anima

la sua e la tua

ti fai strada in silenzio
fin dove
il piede si libera
del fango che sa di dolore

e scorge lontano un filo di luce
che parla di cielo
di vasto e di amore

3 dicembre 2009


Lavori di fine inverno

Bruciare la sterpaglia
Tagliare il secco
Arare Sarchiare
Aprire la terra…

Snidare lo sporco nascosto
negli angoli della casa

liberare dalla polvere
la trama dei tappeti
i cuscini del divano
le pagine dei libri

Picchiare energicamente

Un gesto dimenticato
soppiantato
dal folletto
dal bidone aspiratutto
dall’aspiratore ciclonico

un altro rumore
penetra fastidioso nel cervello
a ricordare quanta energia ci vuole
per liberare la casa
dallo sporco invisibile.

Mirmande, marzo 2012


Non scrivo poesie per consolarmi
Non scrivo poesie per distrarmi
Non scrivo poesie per divertirmi

Non scrivo poesie per scrivere poesie

Mi affido al ritmo
delle parole
che arrivano inattese
dal fondo opaco del sentire

dove la voce trema
per ciò che sa e non riesce a dire

Mi affido al ritmo
dei pensieri
che docilmente imparano a danzare
passo dopo passo

uno dopo l’altro
con cadenza regolare

Pensieri traballanti
come bambini che imparano a camminare
attraversano con timore
le regioni segrete del cuore
che sa
cos’è smarrirsi sul fondo

cos’è perdersi nella notte
senza conoscere la Via
che risale
verso la luce del primo mattino.

6-7 luglio 2014


Opaco resta il sole
nel vetro che stai lavando
giorno di nebbia

Mirmande, 1 novembre 2014


Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista.
Oppure può possederci totalmente.
Non importa: alla fine verrà fuori. Il daimon non ci abbandona.

James Hillman

Quando un angelo cade…

Quando un angelo cade
nessuno lo soccorre
quando un angelo cade
nessuno sospetta
la sua disperazione
di angelo
dalle ali spezzate.

Condannato ad essere angelo
si costringe a nascondere
l’antica paura
di alzarsi in volo.

Condannato a portare le ali
si riempie il cuore
di cupa tristezza
mentre rinuncia ad abitare il cielo.

Quando un angelo cade
non sempre si trasforma
nel Lucifero che conosciamo.

Quando un angelo cade
può restare un angelo
dalle ali inutili

povero angelo spaesato
trascinato da ogni richiamo
che lo faccia sentire
comunque ancora
un angelo
al servizio di dio.

18-19 marzo 2018


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Stagioni

Tempo d’Avvento

Ad ogni Natale rivivo la trepidazione di un’attesa. So che si annida nell’infanzia questo sentire.
Sollevo oggi come allora l’angolino di carta di quelle finestrelle del calendario dell’Avvento, raro a trovarsi in quei tempi.
Appaiono così i miei ricordi, piccole scene familiari dei natali della mia infanzia che oggi la memoria ravviva e riscalda.

Tu mi ricordi il tempo del Natale.

Già lo sentivo arrivare

con le nebbie di novembre

quando a San Martino

traslocavamo in una casa nuova.

Ed io entravo in un’altra classe

a scuola cominciata.

Andavo allora a sedermi nel banco vuoto

accanto alla bambina delle giostre

che odorava di fumo di legna.

Tu mi ricordi il tempo del Natale

che si annunciava nelle lunghe notti

ovattate di nebbia.

Si sentiva solo il campanellino di Santa Lucia

in quella notte.

Allora con mio padre mettevo fuori dall’uscio

la scodella di farina gialla e un po’ di fieno

per il suo asinello.

E l’indomani avrei trovato

ai piedi del mio letto

la biciclettina e il pallottoliere

e gli occhi ridenti di mio padre bambino.

Tu mi ricordi il tempo del Natale

quando il gelo ricamava i vetri della cucina

e mia madre toglieva le mele campanine dal forno.

Allora io ci mettevo i miei piedini infreddoliti

e intanto con lei ripassavo le tabelline.

Ero felice della nostra intimità

intrisa di odori e di vapori.

 

Tu mi ricordi la vigilia di Natale

quando mia madre mi lavava nel mastello di zinco

e mi avvolgeva nel panno caldo e nel borotalco.

 

Sempre mi ricordi la notte di Natale

quando per mano a mio padre e a mia madre

nella nebbia dell’argine

intravedevo il lume della casa materna

a guidare i nostri passi

come cometa sul presepe.

Era quello il mio presepe

la nostra famiglia viandante

che tornava a casa nella notte di Natale.

Dicembre 2016

 

***

 

TRANSITI

Tornata a casa

su un piccolo vascello

aprirò la finestra

e la stanza saprà di geranio.

 

Sono tornata e ora

ho radice nella dimora.

 

Un’altra donna è uscita

resterà ad abitare

in un luogo affollato

di giovani voci.

 

Talvolta io e lei ci parliamo.

Una è nomade, l’altra stanziale.

 

Giovane donna, hai sempre abitato

in stanze affollate.

Ora mi è compagno il silenzio

e la forte sonorità della vita.

 

Oggi andare e tornare

è solo il ritmo naturale del giorno.

 

Continua la lettura nel pdf:

Farfalle

Farfalle in acqua
nuotatrici
giù proprio sotto
gli scogli dirupati
e non c’è cammino
che raggiunga quei seni
puri, protetti
dall’approdo di navi.
Nel vento giunge
a volte il vociare
chiamarsi e ridere
e ridere di niente
di giochi e d’invenzioni.

E poi
le vedi
dallo scoglio qua in alto
le gambe sfalciare
come ventagli le ali
nella bracciata
e poi ecco
le vedi lanciarsi
nel vuoto più fondo
come frecce nel verde
e nel blu
e perdersi poi
nel cupo cielo
marino.

Ed io sospeso
al gioco iridato
dei fili di luce
tra gli occhi socchiusi
anch’io volteggio
nel mio riposo
con ali carnose
piccole palpebre.

Su sentieri aperti
da vortici e presto
richiusi da densa
atmosfera d’acqua
giocano a seguirsi
e l’acqua raccoglie
come culla o abbraccio
tra le
marine
montagne.

Tra le
marine
montagne
dicono la loro
città sia eretta
mobile
tra flutti
alghe e coralli.
Nel bluverde un poco
il mio sguardo le segue
nuotatrici
desiderando nei giochi
conoscere quei viali
nella calda corrente.

Ed ecco
allora
per questo contorno
gli scogli
aggrappandomi
allungando i miei passi
masso su masso
e poi nell’acqua
calato a mia volta
che i viali mi portino
più vicino al vigore
delle giovani gambe
alle spinte sinuose
ai liquidi soffi.

Ma pian piano scendendo
vedo aggiungersi
veli a veli
e mi trovo scortato
soltanto
dalla mia solitudine.

Sotto il melo invernale

*
si fa più rado
il cielo un momento
l’albero scuote
un ramo dorato

*
guardassi all’orto
ultima mela più alta
mi troveresti
a rimirarti

*
si versano rovi
dall’orto incolto
sfondata la rete
e caduto il muro
nel campo accanto
fugge il melo
una luce di ferro

*
scalfito nell’aria
dura dell’orto
il sommesso spettro
gravato di neve
all’albero scendono
gradini senza segni

*
minute tracce
di spigolature
tra la neve cercando
resti di mele non colte
neri uccelli

*
non divora il melo
il fuoco
tra notte e giorno
in poltrona guardo
sovrapposto riflesso

*
tessono
argenti ed ori
la fermentazione
io vedo silenzi
bruni e assenze

*
molti sguardi
di bambini…
in un sol pezzo
ne caverà quel mare
la polena per la prua

*
il cielo si libera
dalla bassa placenta
di nubi correnti
e sottovoce le cose
lucono di propri
intimi bagliori
silenti cani
incantati lontano
incatenati al chiaro
mattino e ride
sotto il melo invernale
il gatto degl’intrighi

(1990)

Atleta

*
appena appena
sole che sorge
i lombi caldi
dell’atleta
tepidiscon l’erba

*
becchetta il merlo
i primi frutti
appena pronti
indugia nell’ultimo
sonno l’atleta
ma poi raggiunto
dal sole tra i rami
stende magnifico
lo sguardo attorno

*
tra le cosce fa il nido
una dura vertigine
più acuta si fa
a sentirla con mano
bagnata nell’erba

*
il basso
basso suono
della linfa nel tronco
un suono che pensa
minuziosamente a sé stesso
fino all’oblio
fin lì giunge
dell’atleta lo spasmo
trepidante il contatto
con l’erba e la terra

*
esser là
all’apertura del lago
foglia madreperla
inoltrarsi
come albero in cielo
non uomo
esser pesce o piroga
in quella pupilla

*
lanciata per caso
la prima pietra
poi per sapere
fin dove fin dove
poteva lanciare

*
a precipizio
e poi risalire
arrampicare
il cervo seguendo
nello slancio imitarlo
il suo desiderio

*
conservare dell’uomo
il piacere al computo
dei gangli che forzano
assumer da donna
il gusto dinnanzi
alla forza indomata

*
incandescente dilaga
respiro del sole
d’azzurre montagne
fulgida
punta nascente
ricorda l’atleta
le frecce in antiche
figure
e lo scudo solare
pavesato il giorno
per la prova
il torneo

*
segue il sole
l’erba nuova
finchè segna
l’ora e la prova
e dunque
già asta e prioettile
già pesce e cervo
femmina e maschio
l’atleta ritrova
in ispecchio
d’acqua il volto
che tutto racchiude

*
traccia il perimetro l’atleta
dell’appartata radura
muta concentrica erba
dispone l’arco l’atleta
e recisa la radice alla pietra
solleva la meteora e la scaglia
ultimo atto si lancia l’atleta
nel vuoto di lame
dell’abbagliante dirupo

Elleboro

giro un poco per casa
l’albero della notte è in fiore
tra salite di calce
piazze di silenzio le stanze

e vado a letto
senza svestirmi

sa il cervo che nessuno
uscirà nella notte
di noi che da poco
abbiamo finito la cena

nella notte libero
il cervo fuori casa

*

tre lune
ben tre lune
con sonagli e corde
di foglie e brezza
piccolissime luci nel bosco
lente radici
minuti movimenti
occhi come punte d’ago

frulli nervosi
d’ali insospettite
e poi l’unghia del cervo
odora al silenzio
del muschio il cammino

i cuori sui rami
e lente radici

*

lentamente si mosse
rupe tra le foglie
al bianco dei fari
gettati un istante
dalla curva nel folto
non lo riconoscesti
a prima vista il cervo
in cima alla salita
per quelle poche case
ma solo dal balzo
dal frastuono delle corna
tra i rami gemmati

*

mia la lepre
che le strade traversa la notte
tuo il cervo
alla radura frusciante
sento maturare alla gola
il sangue che pulsa

mio il teso
volo d’uccello
tuo il cervo
dal fiato lucente
sento maturare nel ventre
la linfa del ramo

*

lentamente si mosse
schiva rupe
solidi fianchi
sciogliendo i glutei
oleosi
non lo riconoscesti
a prima vista il cervo
in fiamme e vento
il proprio cuore appiccando
all’intero bosco

*

gocciola nel secchio
che qualcuno ha lasciato in cortile
la vena d’acqua dal ramo fiorito
se tu guardi, ecco
la trasperenza di magica sfera
in attesa di porgere
le proprie visioni

e così se ti sporgi
pure vedrai
guardarti
da quell’oblò un te stesso
a tratti frantumato
dall’urto dell’acqua

(rimescolano le mani le carte
e poi rapide al solitario
rifanno il disegno)

nell’ultimo passaggio
del cervo nell’alba
si fermò non visto
a guardar nella pozza
e non si riconobbe
nello scherzo di rami
e di corna

poi riprese
la trama di pioggia

*

inaspettatamente cadde
dal ramo quel piccolo cuore di rupe
cervo
con le belle corna nella terra

*

con latrati l’aurora diffonde
un fuori che svapora
cupo ancora l’albero
della notte ha radici più fonde
nell’alveare di vie

non ovunque attacca l’alba
il lattice vischioso

*

guardo l’albero nel sole
luce ed ombra sono spuma
onda, un vago bene
filtra un respiro tra i rami
corna dagli ampi palchi

cervo, tale fu
la mia passione al tuo racconto
d’intravista presenza

e ci disse l’amica correte
verso il sole altre mani
vi spuntan dalle dita

6 aprile 2009 L’Aquila

93.copertine-sorsoli.aquila

Continua a fare il suo lavoro
lo specchio al terzo piano,
di fronte a lui  l’armadio
che ha perso l’anta
si specchia a bocca aperta,
dentro non è rimasto nulla.
Esposti al cielo, muti e sporchi
si guardano,
restano in attesa che Lei torni.
Quel giorno era al suo
primo appuntamento ,
non trovava nulla di bello da mettersi,
si vedeva cosi brutta!
Loro non riuscirono proprio
a convincerla
di quanto fosse bella.

Non è più tornata.

aprile 2011

3 poesie

92.copertine-sorsoli.3poesie

Io sono sterile
in saggezza,
più mi si  confà
il lampo di cuore
che l’intuito geniale,
la parola saggia,
se qualche volta arriva,
o è in ritardo o in anticipo
sul momento utile
così  resto io, spesso,
con una saggezza inutile.

1 novembre 2015

È cieco lo sguardo
di chi guarda
volendo vedere
Il reale risponde
a ciò che si vuole trovare.

Liberare da volontà lo sguardo
è rara sapienza
penetra il veduto e
ne illumina
“l’oscura  sostanza”.*

 9 aprile 2015
*La citazione finale è tratta da Il mare non bagna Napoli, di Anna Maria Ortese

Dentro lenzuola di seta
fredde d’amore
indurite da umori stantii
stanno distanti i corpi
un tempo amanti.

17 giugno 2015

Cantando l’infanzia

70.copertine-laboratorio.infanzia

Tu mi ricordi l’infanzia,
quando l’aurora, compagna di giochi,
irrompeva sulla sponda del letto
sorprendendomi…

quando la fede nel meraviglioso
mi rifioriva sempre nel cuore
com
e una fresca corolla…
quando insetti, uccelli e fiere,
nuvole, erbe e cespugli esercitavano

tutto il loro fascino …

quando a notte lo scroscio della pioggia

recava sogni della terra incantata

e nella sera la voce di mia madre

dava senso alle stelle…

Rabindranath Tagore

cantandoinfanzia_01

Tu mi ricordi l’infanzia,

quando interamente mi pervadevano i suoni,
campane e rondini…

quando forme visi e colori erano fusi
nella pienezza viva
dei pomeriggi ronzanti e immobili
delle pozzanghere sulla strada battuta
dei nascondigli ingenuamente segreti …

quando la mano serena che traeva disegni dalla lana
mi testimoniava e rassicurava
della fraterna anima del mondo …

Tu mi ricordi l’infanzia,
quando l’aurora, compagna di giochi,
irrompeva sulla sponda del letto
sorprendendomi

quando la testiera del letto
con i suoi intarsi madreperlati dai mille colori
mi affascinava e mi trasportava in un mondo incantato
sorprendendomi

quando a sera il buio arrivava,
accompagnato dai suoi fantasmi e dalle sue paure,
e mi scaraventava nell’angoscia
sorprendendomi

cantandoinfanzia_02

quando le coperte, tirate su, su oltre la testa,
facevano barriera al mondo proteggendomi
da ciò che non volevo sentire

quando una nebbia lattiginosa mi avvolgeva
e mi immergeva nell’oblio

quando il rumore scoppiettante del moschito
annunciava l’arrivo di un giovane uomo

quando l’assenza e il desiderio di lei bruciavano l’anima

quando il miracolo dell’amore si rinnovava
tra le braccia della nonna, sempre pronta
ad accogliere la piccola bambina.

Tu mi ricordi l’infanzia,

quando nei giorni d’inverno, malata
a lungo, curiosa aspettavo
le allettanti promesse di chi mi curava

quando la soglia, il pollaio, il porcile,
il recinto dell’orto, il pozzo,
la stalla,
segnavano il limite dell’aia assolata

quando in assenza dei Grandi,
la gabbia dei conigli vuota,
a terra,
diventava il mio nascondiglio

cantandoinfanzia_03

quando i ciliegi, le zinnie, le rose a mazzetti,
le palle di neve,
le speronelle turchine
coloravano i confini dell’universo

quando le altissime oche, vestite di candida piuma,
il collo proteso in avanti, l’occhio nemico,
il becco aperto
soffiando, mi rincorrevano

quando gli zingari, in sosta all’incrocio,
con carovane cavalli bambini
e donne
dalle lunghe sottane e la pelle scura, mi impaurivano

quando la gatta bianca correva veloce
sul ponte,
incontro al pescivendolo
che fischiettava lontano

quando dalla strada ghiaiata, improvviso,
irrompeva nell’aria
l’urlo del fruttivendolo che domandava:
«vàghia?!»¹

quando una sera in cucina, la polenta sul fuoco,
mia madre diceva aver visto, dai vetri,
passare nel cielo
Santa Lucia

¹«vado?!»

 

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