“(…) pensa che per restare uno scrittore avrebbe dovuto ridiventarlo daccapo (…). È come se non riuscisse a ricordare ciò che…”

“(…) pensa che per restare uno scrittore avrebbe dovuto ridiventarlo daccapo (…). È come se non riuscisse a ricordare ciò che inizialmente, un sacco di anni prima, l’aveva trascinato verso le parole, benché le parole siano ciò con cui tuttora se la vede. Mi sa che è un po’ come il matrimonio, ha detto. Costruisci un intero edificio su un periodo di passione che non si ripeterà. È la base della tua fiducia e qualche volta ne dubiti, ma non ci rinunci perché gran parte della tua vita è fondata su quel terreno”. (Rachel Cusk)

Impedire che il mondo vada in pezzi

Albert Camus, Conferenze e discorsi, Bompiani 2020 (pp. 339, euro 22)

Alcuni libri più di altri possono essere letti in modi diversi. Questo può essere letto per esempio cercando, e trovando, conferma dell’attualità di Camus anche oltre La peste, il romanzo che è sembrato a molti la lettura più pertinente nella fase del (primo) lockdown. Il Camus che leggiamo qui non è il romanziere, infatti, né il saggista, ma il conferenziere, l’intellettuale che si pronuncia sulla condizione dell’uomo a partire dalla situazione seguita alla seconda guerra mondiale, che si interroga sulla crisi della nostra civiltà,senza abbandonare la speranza che l’uomo possa ritrovare “quell’inclinazione verso l’uomo senza la quale il mondo sarà sempre un’immensa solitudine”. Ma anche ponendo obiettivi concreti, come quello di riconoscere una “cultura mediterranea” e renderla operante, o individuando alla radice questioni irrisolte: “L’Europa – leggiamo ad esempio in una conferenza del 1949, pensando alla “fortezza Europa” che non poche decisioni politiche oggi annunciano o di fatto praticano – non guarirà se non rifiuterà di adorare l’evento, il dato di fatto, la ricchezza, la potenza, la storia quale si fa e il mondo così come va, se non accetterà di vedere la condizione umana così com’è”.

Ecco allora un altro modo di leggere queste pagine: verificare nel concreto del discorso che cosa significa(va?) essere un intellettuale. Avendo presente l’opzione che Camus dichiara senza mezzi termini: “Preferisco gli uomini impegnati alle letterature impegnate”. Opzione di cui danno ampia testimonianza gli interventi raccolti in questo libro, puntuali e calzanti rispetto agli eventi di cui lo scrittore è osservatore partecipe. Occorre però non dimenticare – e non possono non venire in mente le polemiche di oggi contro i colti e i competenti così come i vezzi battaglieri di non pochi facitori d’opinione – che “Se alla parola intellettuale si associano spesso tanto disprezzo e tanta riprovazione è perché essa implica l’idea del polemista amante delle astrazioni incapace di guardare alla vita e incline a preferire sempre la propria personalità a tutto il resto del mondo”. Camus è lontanissimo dall’illusione velleitaria di chi pensa che “spetta all’intelligenza di cambiare la storia”, ma è convinto che compito di essa sia “quello di agire sull’uomo, che invece la storia la fa”. E il primo passo è “non permettere mai alla critica di trasformarsi in insulto, ammettere che il nostro avversario possa avere ragione e che in ogni caso le sue ragioni, anche sbagliate, possano essere disinteressate”, senza per altro nulla concedere alle “filosofie dell’istinto”, a quel “romanticismo di bassa lega che preferisce il sentire al comprendere”: la parola populismo non faceva parte del lessico di Camus… Il quale comunque aveva esperienza diretta del fatto che “Colui che prova a comprendere senza preconcetti, colui che parla di obiettività viene subito accusato di sofisticheria e denunciato per le sue pretese” (neanche l’espressione radical chic era ancora entrata nell’uso…).

Ma tornando al tema cui si accennava, a quella crisi di civiltà che può esser letta come “crisi dell’uomo”, la constatazione della sua esistenza non richiede purtroppo argomentazioni complicate: “c’è una crisi dell’uomo poiché nel nostro mondo la morte o la tortura – metti, la tragedia della traversate mediterranee o quella dei lager libici – può essere guardata con un sentimento di indifferenza o di interesse amichevole, o di curiosità, o di semplice passività (…) senza l’orrore e lo scandalo che dovrebbe suscitare, poiché il dolore umano è accettato”, messo in conto, fatalisticamente o cinicamente (sempre che ci sia davvero una differenza sostanziale fra i due atteggiamenti). Le radici di questa “degenerazione dei valori” stanno comunque a monte, nel fatto che “un uomo o una forza storica non sono (…) più giudicati in funzione della loro dignità, ma in funzione del loro successo”, all’interno di un orizzonte di “incertezza assoluta dell’uomo occidentale rispetto al proprio futuro”: “la semplice parola futuro” è ormai “emblema di ogni sorta di angosce” – e, si badi: Camus non poteva annoverare fra queste quella suscitata dalla crisi ambientale – e non potrebbe sentire diversamente l’uomo “costretto – com’è – a vivere nel presente (lontano dalle verità naturali, dai passatempi tranquilli e dalla semplice felicità”. Costrizione, questa, che tuttavia non impedisce di sentire che “da tempo viviamo un profondo disagio e non siamo più sicuri del nostro futuro e che questa, insomma, non è una condizione normale per presunti uomini civili”.

Non deve scoraggiare il fatto che le occasioni alla base delle diverse conferenze appartengano a tempi e contesti relativamente lontani. In queste pagine, oltre a immagini che resistono al tempo – una per tutte, “I francesi della resistenza che ho conosciuto e che leggevano Montaigne sui treni dove trasportavano i loro volantini” – ricorrono prese di posizione, spesso espresse in forma aforistica, ancora in grado di parlarci. Qualche esempio: “Un uomo non pensa male perché è un assassino. È un assassino perché pensa male. Perciò si può essere un assassino senza apparentemente aver mai ucciso”; occorre “ridimensionare la politica attribuendolo il ruolo secondario che le spetta”: “far funzionare le cose, non risolvere i nostri problemi interiori. Ignoro, per quel che mi riguarda, se esista un assoluto. Ma so che non è di ordine politico” e “non concerne tutti; concerne ognuno di noi singolarmente. E occorre impostare i rapporti – eccolo, il contributo necessario della politica – in modo che ciascuno abbia l’agio interiore di interrogarsi sull’assoluto”. E ancora: “Vogliamo ritrovare la via verso una civiltà in cui l’uomo, senza distogliersi dalla Storia, non le sarà più asservito, in cui il dovere che ogni uomo ha nei confronti degli altri uomini sarà controbilanciato dalla riflessione, dal tempo a propria disposizione e dalla parte di felicità che ciascuno deve a sé stesso”. Fino a giungere al discorso pronunciato nel 1957 a Stoccolma, ricevendo il Nobel per la letteratura, nel quale Camus intende chiarire l’idea della sua arte e del suo ruolo di scrittore: “Non posso vivere, personalmente, senza la mia arte. Ma non ho mai posto questa arte al di sopra di tutto. Se mi è necessaria, invece, è perché non si separa da nessuno e mi permette di vivere, quale sono, alla pari con tutti”. E tuttavia, lo scrittore, “Per definizione non può mettersi, oggi, al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di coloro che la subiscono”. Il che coincide con la consapevolezza che il compito più importante non è credere velleitariamente di poter cambiare il mondo: è un compito “persino più grande” e “Consiste nell’impedire che il mondo vada in pezzi”.

Non solo un invito alla lucidità esprime questo libro: sono anche coraggio – e speranza, nonostante tutto – che la lettura trasmette.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

“Se vi sedete al tornio della scrittura, e cominciate a dar forma a un racconto…”

“Se vi sedete al tornio della scrittura, e cominciate a dar forma a un racconto, vi accorgerete che di quanto tempo ci voglia. Un movimento dopo l’altro, con fatica, lentamente, la ruota delle parole scava dei suoni, nell’animo, negli eventi. Un personaggio nasce frase dopo frase, un rammarico dopo l’altro, una sconfitta segue la successiva. Il martello del subito non è tra gli strumenti di un grande scrittore”. (Giulio Busi)

Ricordi e finzione

Jón Kalman Stefànsson, Crepitio di stelle, Iperborea 2020 (pp. 235, euro 17)

Per molti, ogni romanzo di Stefànsson è un ritorno atteso. Pochi scrittori come lui sanno, pur parlando di un ambiente lontano dal nostro, farci sentire che siamo tutti nella stessa barca, perché “le cose della vita, quelle che davvero contano, non sono poi molte e soprattutto non cambiano. Non che la storia non conti, ma alla fin fine le questioni sono quelle: la vita e la morte, così vicine fra loro; la domanda insopprimibile di un senso dell’esistenza, che il pantano della quotidianità offusca ma non può cancellare; la solitudine, il silenzio che erige muri fra padre e figlio, fra marito e moglie. E una Natura — non solo l’ambiente, ma anche il corpo, che di colpo invecchia — estranea e impassibile, spesso ostile”. Erano, queste, osservazioni (in queste note, il 18 febbraio 2018) suscitate dalla lettura dei suoi romanzi (Luce d’estate ed è subito notteParadiso e infernoLa tristezza degli angeliIl cuore dell’uomoI pesci non hanno gambeGrande come l’universo, tutti editi da Iperborea fra il 2011 e il 2016) nell’imminenza dell’incontro con lo scrittore alla nuova libreria Rinascita.

Le ragioni dell’interesse, dell’affezione anzi, che proviamo per Stefànsson escono riconfermate dalla lettura di questo romanzo. Anche qui amore e disamore, abbracci e separazioni sostanziano la narrazione, così come ritroviamo alcuni dei tratti tipici dello scrittore: il tono di racconto orale della sua scrittura, le aperture ora poetiche ora aforistiche che la percorrono. Ma non sono segni di continuità, bensì di prefigurazione di uno stile, di una linea narrativa: Crepitio di stelle è infatti il primo romanzo pubblicato dal – fino allora – poeta Jon Kalman Stefànsson, ed è un romanzo in gran parte autobiografico. Anche se nelle sue storie – come precisa nell’intervista recentemente segnalata dalla news letter della nuova libreria Rinascita e riascoltabile sul sito dell’editore (https://iperborea.com/news/734/) – riesce difficile, persino a lui, distinguere fra ricordi e invenzione: “è il bello della nostra memoria, e anche del narrare. Si parte da ricordi della vita reale e poi la fantasia ha il sopravvento”. Ne nasce una “sinfonia” in cui tutto si compone: “l’importante è che funzioni e vada a toccare il lettore”. Il bisnonno per esempio, personaggio che nell’andirivieni fra passato e presente del racconto svolge una parte di primo piano, lui non l’ha mai conosciuto. Ne ha sentito parlare in casa, questo sì, e non sarebbe potuto essere diversamente trattandosi di una figura che ricorda, nella sua generosità, nei suoi sogni e nelle sue intemperanze, certi personaggi di Harabal, dimostrazione di quanto invecchiare non significhi diventar saggi.

Il carattere autobiografico si evidenzia tuttavia soprattutto nella vicenda del protagonista, bambino di sette anni che perde la madre e deve fare i conti con una “matrigna” per nulla empatica (“in questo romanzo ho affrontato per la prima volta un grande trauma del mio passato”, spiega lo scrittore). Tutto è raccontato dal punto di vista del bambino: dall’apprendimento, per imitazione, di regole forse utili alla vita (“Mi viene da pensare che tacere sia una buona idea, mi viene da pensare che il silenzio – come quello che regna in casa – renda potenti”) alle fantasticheria che l’assistere alla sepoltura della madre suscita in lui: “Il prete dà l’ordine di calare la bara di mia madre nella terra. La cassa scende molto lentamente, ma lei dovrebbe sbrigarsi a gridare perché tra poco sarà troppo tardi”. L’impensabilità della morte resterà nella mente del bambino, che in proposito può confidarsi con gli unici amici che ha: “Spero che non faccia troppo freddo sottoterra, dico ai soldatini, la mamma non ha preso il giaccone, è ancora appeso nell’armadio”. I soldatini, compagni della sua solitudine: “A certo soldatini interessano le stelle. (…) A volte mi siedo lì con loro a guardare fuori. C’è un gran buio in mezzo alle stelle. Non si sa che cosa ci sia in quel buio, forse fantasmi, faccio io, e allora loro mi chiedono di tirare le tende”. Di “realismo magico” parla Vanni Santoni dialogando con Stefànsson, e in effetti possono tornare alla mente certi passaggi del bergmaniano Fanny e Alexander, ma si tratta solo di uno dei filoni del romanzo. Uno spazio altrettanto significativo prendono le considerazioni di carattere esistenziale: “(…) tutto finisce nel silenzio, sparisce per sempre tra l’erba alta dell’oblio. È tipico di noi uomini dar troppo valore alla nostra esistenza, ci comportiamo come se fossimo importanti e dimentichiamo la prospettiva più ampia: la storia del genere umano, l’universo”. Oppure: “L’esistenza di ciascun individuo sembra talmente dominata dal caso che un solo movimento della mano può stravolgere tutto. Ma una cosa è averne il sospetto, un’altra è trascinarlo alla superficie delle parole, perché allora è come se il terreno cedesse e si aprisse un crepaccio sotto i piedi”. Un’inclinazione filosofica, quella dello scrittore islandese, che si traduce tuttavia sempre in immagini, in situazioni, secondo la vena poetica che innerva la sua narrativa e lui stesso non sa disgiungere dal suo lavoro attuale di romanziere: “non capisco le differenze fra poesia e prosa mentre scrivo”, ammette. “Io ricordo le cose come fossero poesia ma quando scrivo mi vengono in prosa”. Ecco allora aprirsi scorci come questo: “Le stelle brillano, i cani abbaiano, io racconto questa storia; non c’è nessuna differenza. Cerchi il principio e intanto racconti una storia, forse per non pensare che non esiste nessun cielo. Nessun inizio, nessuna fine, solo un moto incessante, una distanza infinita e nient’altro”.

Del resto – come recita il sottotitolo di un altro romanzo di Stefánsson, Storia di Ásta, in queste note il 2 dicembre 2018 – Dove fuggire, se non c’è modo di uscire dal mondo?

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Essere fedeli ai propri personaggi

Donatella Di Pietrantonio, Borgo Sud, Einaudi 2020 (pp. 168, euro 18)

“È solo una battuta giornalistica o c’è del vero nel proposito che le è stato attribuito di scrivere un seguito dell’Arminuta?” chiedevo a Donatella Di Pietrantonio concludendo l’incontro a Brescia, alla nuova libreria Rinascita, nel novembre di tre anni fa. La risposta era stata evasiva: “non è escluso, chissà…”.

In realtà, quello di seguire le due sorelle protagoniste della storia fino alla loro mezza età era il proposito iniziale, ha rivelato in un’intervista recente la scrittrice*: “Solo che il loro incontro dopo due infanzie separate e i primi due anni di vita insieme erano stati così intensi che il ciclo narrativo mi si è come chiuso fra le mani. Ma queste sorelle non mi lasciavano in pace, soprattutto Adriana (…). Ho dovuto mantenere una promessa di fedeltà ai personaggi”. Ed ecco allora il seguito dell’Arminuta: Borgo Sud, nel quale sono evidenti gli elementi di continuità, a partire dalla scrittura asciutta, “che impone l’essenzialità del parlato – si diceva a proposito del primo romanzo, in queste note il 14 maggio 2017) – e sa accoglierne le icastiche espressioni dialettali, frutto di un’arcaicità che non ha abbandonato il costume e la mentalità, di un’esperienza della vita fatta di sopportazione, del sapere maturato in esistenze dominate dalla miseria”. Una scrittura che, secondo l’autrice, è “il modo più efficace per trasmettere emozioni”, perché questo è lo scopo: la trama è stringente, ma quella che si vuole restituire, anche in questo secondo romanzo, è “una storia di sentimenti, dei sentimenti fondamentali che abitano la vita, ogni vita, e non svaniscono, a lettura finita”. Sentimenti e valori, snodi decisivi della vita e laceranti confronti interiori. Lo rilevava con efficacia, dal suo punto di osservazione, Massimo Recalcati**, sottolineando “il carattere limpidamente tragico della scrittura e della struttura narrativa di Donatella Di Pietrantonio” e individuando il nucleo profondo del suo narrare nel fatto che “sapere che la vita porta con sé una atrocità irredimibile non significa cedere a questa atrocità”.

È questa in sostanza l’esperienza che vive l’Arminuta: con questo appellativo non possiamo che continuare a riferirci anche in Borgo Sud alla sorella che ha studiato ed è diventata insegnante di italiano all’università di Grenoble, richiamata improvvisamente a Pescara dall’annuncio che la sorella Adriana sta morendo dopo essere precipitata dalla terrazza su cui stendeva i panni. Incontriamo, nelle prime pagine, la protagonista in viaggio e la ritroviamo al capezzale della sorella nelle ultime: la storia sta nel mezzo, e si riconnette alla precedente dando conto della vita delle due donne attraverso una sequenza di flash back e di riprese che, senza offuscare la limpidezza della trama, si accavallano seguendo i percorsi della memoria, che “sceglie le sue carte dal mazzo, le scambia, a volte bara”.

“Da ragazzine eravamo inseparabili, poi avevamo imparato a perderci. Lei era capace di lasciarmi senza notizie di sé per mesi (…). Sembrava ubbidire a un istinto nomade”, “sempre così viva e pericolosa. Provavi forte il disagio di essere sua sorella”: pochi tratti bastano a farci riconoscere le due sorelle, ed è impossibile non cogliere le assonanze (persino sotto il profilo biografico) con la Lenù e la Lila della Ferrante, una delle scrittrici che del resto, oltre alla Morante, Di Pietrantonio riconosce di apprezzare. È Adriana soprattutto a ricordare l’indipendenza aggressiva di Lila, il suo aspettarsi aiuto come fosse sempre dovuto e il saper conservare, nonostante tutto, una propria verità, una sorta di integrità che resiste a incoerenze, meschinità, eccessi: “Adriana è così, s’immerge nella melma e ne esce candida”, “è un’opportunista istintiva, non per calcolo. Si serve di chi può esserle utile conservando una specie di innocenza, un candore da bambina. Sottintende che puoi disporre di lei allo stesso modo”. Suscita un fascino che non ci si sa spiegare questo personaggio, il fascino che ispirano le persone che sembrano vivere la vita senza mediazioni e ripensamenti a chi la vive invece attraverso il filtro della cultura e dell’introspezione, ed è colto da una sorta di ammirazione per chi vive senza guardarsi vivere, o così sembra. Ed è tanto più misteriosa questa differenza di modi di stare al mondo quando connota i figli di una stessa famiglia. Diversi eppure accomunati da una medesima esperienza di orfanità determinata dal carattere chiuso e ruvido dei genitori e dalle vicende vissute nella prima infanzia. È in forza di questa comunanza nella differenza che la sorellanza fa valere le sue ragioni e appare inscalfibile: “Con Adriana (…) eravamo pari, abbandonate a noi stesse, sole nel mondo, sorelle. (…) Per ognuna di noi restava la certezza dell’altra al fondo del dolore che non ci siamo mai confessate”. Una vicinanza solidale che emergerà soprattutto quando giungeranno al loro esito infausto le relazioni che le due hanno stabilito e hanno tenuto in vita, incapaci di smettere di amare chi si è iniziato ad amare. Come accade all’Arminuta quando il marito Piero la lascia, in pagine che fanno tornare alla mente la De Beauvoir di Una donna spezzata.

Storie di disamori e di abbandoni dunque sono quelle che intessono anche la trama di questo romanzo, capace di aprirsi a momenti che non si saprebbe definire se non come solenni, e intervengono soprattutto quando è la madre ad entrare in scena. Così il distacco fra lei e la figlia minore: “Era l’ultima volta che Adriana la vedeva. Il suo intuito prodigioso non l’ha aiutata, non ha saputo riconoscere nessun segno premonitore nella figura curva che si incamminava (…). Così non hanno messo da parte l’astio e non si sono salutate, non si sono strette in un abbraccio di pace. Adriana era troppo distante dalla morte per presagirla e, come tutti i giovani, confidava nell’eternità dei genitori”.

*“Donna moderna”, 13 novembre 2020
** “La Repubblica”, 4 novembre 2020

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

“Ogni giorno mi siedo alla scrivania e mi dico che sono proprio fortunato…”

“Ogni giorno mi siedo alla scrivania e mi dico che sono proprio fortunato a fare questo lavoro. Un po’ alla volta, sono migliorato in quello che faccio. In un certo senso ogni libro è stato migliore del precedente. O piuttosto ho continuato a cercare di comprendere meglio quello che faccio o che cerco di dire. Di sbagliare meglio, diciamo”. (Paul Auster)

“(…) chi scrive preferisce in genere essere solo…”

“(…) chi scrive preferisce in genere essere solo. Naturalmente, ci spiegherà che lo fa proprio perché ama il prossimo: si isola solo per concentrarsi meglio e raggiungerlo più compiutamente con le sue frasi. Eppure, anche se lo scritto si rivolge a un tu, leggendo si sente spesso il sapore della solitudine”. (Luigi Zoja)

La tragica bellezza di ciò che è passato in noi e vicino a noi

Ilaria Rossetti, Le cose da salvare, Guanda 2020 (pp. 201, euro 17)

Due storie: quella di un ex professore di scuola media, da anni solo, abitante di un condominio risparmiato per un soffio dal crollo del ponte di Genova, e quella di un altro pensionato, non toccato direttamente dalla tragedia del ponte ma da un’altra, privata: la morte della moglie. A tenerle insieme una trentenne, da poco assunta da un giornale locale. Primo incarico: intervistare il professore che ostinatamente ha rifiutato di lasciare il suo appartamento. Perché? Vengono alla mente quel vecchio che non voleva lasciare la sua casa a Curon, alla vigilia della costruzione del bacino idroelettrico (quello del campanile che spunta dall’acqua: ce ne ha raccontato Marco Balzano un paio d’anni fa (Resto qui, Einaudi 2018, in queste note il 15 aprile 2018), ma qualcosa di molto simile pare sia avvenuto anche dalle nostre parti, quando venne realizzato l’invaso della Valvestino all’inizio degli anni Sessanta. Delle ragioni di Gabriele Maestrale però sappiamo di più, grazie a Petra, la giornalista, che poco a poco ne ottiene la fiducia e comincia a prender nota di ciò che l’uomo ha vissuto, sin dal momento del crollo del ponte, perché è allora che ha deciso, quando ha sentito il suo appartamento “scricchiolare” fra i “blocchi di cemento armato precipitati tutt’intorno”: “Gabriele capisce che forse crollerà” anche la sua casa, che “se ne deve andare il prima possibile”. “Ma – ecco il punto – quali sono le cose da salvare?”, da portarsi via nella fuga? Ebbene, lui “Non riesce a decidere quali sono le cose da salvare”, e dunque resta, bloccato dalla constatazione di “quanta vita c’è nelle nostre stanze”. Ossia del fatto che le cose non sono solo cose: le abbiamo incorporate nella nostra vita senza accorgerci, se non alla fine, o in casi estremi come questo, che loro hanno incorporato noi e chi ci stava vicino (è lo stesso tema che abbiamo incontrato nel libro di Massimo Mantellini recentemente letto (Dieci splendidi oggetti morti, Einaudi 2020, in queste note lo scorso 18 ottobre). 

E intanto, Petra si divide fra la storia dell’“Eremita del ponte” – come il giornale, con la solita stereotipata ricerca di sensazionalismo, lo definirà – e quella intima, lontana dalla cronaca, di suo padre, raggiunto dalla donna che era stata il suo primo amore a una settimana soltanto dalla morte della moglie. Le due storie crescono, si arricchiscono di significati che via via superano le circostanze in cui sono nate, e si complicano: nel palazzo pericolante non vive solo il professore, ma anche due clandestine eritree, madre e figlia, e l’arrivo di Vanda, l’antica fiamma del vedovo, non è stato dettato solo dal rimpianto, ma da una precisa volontà… Una trama avvincente, dunque, percorsa da quell’intercalare – le cose da salvare – che conosce sempre nuove modulazioni, fino a farsi metafora della scelta inevitabile che la finitudine della vita impone. Sono il passare del tempo e il riconoscimento, struggente e insieme sereno, a suo modo, della limitatezza dell’esistenza, a rappresentare il fulcro della narrazione. Lo avevamo potuto presentire, del resto, fin dagli esergo posti in apertura, dal primo soprattutto, di Cristina Campo: “Ho tante cose da dire! Quasi direi da salvare: tutta la tragica bellezza di ciò che è passato in noi e vicino a noi – cose che io sola sento di aver visto e sentito fino alla sofferenza e che assolutamente non devono morire”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

La pazienza, virtù non eroica

Su “Doppiozero”, rivista on line, del 14 dicembre si può leggere una considerazione di Antonio Prete – autore di studi tra i quali secondorizzonte ha segnalato il 19 maggio 2019 Nostalgia. Storia di un sentimento, Cortina 2018 e il 10 novembre dello stesso anno La poesia del vivente. Leopardi con noi, Bollati Boringhieri 2019. 

Bastano poche, brevi citazioni per dare l’idea dell’originalità e della tempestività di questo scritto, leggibile nella sua interezza qui.

«Un sentimento che la condizione tragica della pandemia evoca, e incessantemente invoca, è certamente la compassione, cioè la prossimità al dolore dell’altro, il dialogo assiduo con quel dolore. Un altro sentimento su cui il tempo della pandemia invita a riflettere è la pazienza, sentimento-virtù che nell’etimo, e per un lungo tratto della sua storia, ha a che fare anch’esso con il patire, con il prendere su di sé le forme del patire. 

(…)

Con il diffondersi planetario del virus, e con il modificarsi dei modi di vita, di incontro, di relazione, un nuovo tempo si è dischiuso (…). Prendere su di sé questo tempo della sospensione, con il patimento che è implicito, è compito del sentimento, o virtù, che chiamiamo appunto pazienza. Solo in questa accezione, la pazienza può mostrarsi alleata di un’altra grande virtù, la speranza, un vento che può ravvivare l’aria ferma di questo tempo sospeso. 

Pazienza è virtù del sì. Accettazione. Un’accettazione che ha come presupposto il riconoscimento di un accadere che è al di là delle nostre singole scelte, della nostra volontà, o del nostro potere di immediata modificazione dell’esistente. Un’accettazione che non è passività, rinuncia alla critica, abbandono al flusso degli eventi, e tanto meno consenso a forme di potere che creano diseguaglianze o non agiscono per cambiare in meglio le condizioni di vita degli individui, sotto tutti i cieli.

(…)

[Nello Zibaldone,  Leopardi] scrive: “la pazienza è la più eroica delle virtù giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico”. 

L’esercizio di questo eroismo nascosto, dimesso, privo d’orgoglio e di esibizione è certamente difficile, ma appartiene al dialogo con il dolore che il vivente può intrattenere. In questo senso la pazienza ritrova la sua radice, e si avvicina alla compassione. 

Oggi essa si propone a noi sia come relazione con un tempo che è tempo del paziente, del patire, sia come esercizio di un’attesa, che è attesa di un tempo altro: attesa liberata dalla spina dell’ansietà e desiderosa di scorgere il principio di una svolta».