Nadia Terranova, Addio Fantasmi, Einaudi 2018 (pp. 202, euro 17)

A che punto si è nella vita: forse è questo che dei loro protagonisti vorremmo i romanzi ci dicessero, e il racconto fosse lo spazio necessario per dirci delle ragioni e dei percorsi che li han portati lì. Leggere romanzi è anche questo: confrontarsi con le storie di altri per ricavare spunti utili a far luce sulla propria, a farsi un’idea del punto cui ciascuno di noi è arrivato.

La vita di Ida è di quelle segnate da un prima e un dopo. Lei è nel dopo, ma non sa dimenticare il prima né tanto meno la linea che ha separato le due parti in cui la sua esistenza si è divisa. Ci sarà uno stacco ulteriore, una seconda cesura capace di restituirle una vita sua? Il titolo ce lo fa pensare, l’inizio no: la madre l’ha chiamata a Messina perché ha deciso di sistemare la casa in cui la famiglia abitava, in cui lei ha continuato ad abitare; in cui ha abitato anche il marito, il padre di Ida –fino al giorno in cui, senza preavviso, se n’è andato, è scomparso, annientato dalla depressione – e anche la figlia ha abitato, prima di trasferirsi a Roma, trovare un lavoro (scrive “finte storie vere” per la radio) e sposarsi, con un uomo gentile, con il quale però il desiderio si è esaurito. E il desiderio, quando si è incrinato, non si può “rattoppare”, neanche se si è ancora giovani, poco più che trentenni, e quel che resta sono allora la tenerezza, la comprensione, la solidarietà. Perché i matrimoni, tutti i matrimoni si arenano “imprigionati nella pretesa di avere accanto un’unica persona a cui abbiamo chiesto di farci da amante, compagno, familiare, amico, per poi assistere devastati all’inevitabile franare di una di queste definizioni o di tutte insieme.” Sono parecchie le pagine riservate al tema del rapporto fra uomini e donne, ma non è, questo, l’unico fulcro attorno al quale la narrazione si addensa: la madre ha chiamato la figlia per svuotarla, quella casa, non solo per sistemarla in vista di una possibile vendita. E qui emerge il discorso sugli oggetti, e sul loro essere appigli essenziali, veicoli imprescindibili della memoria: “Non voleva che un giorno potessi rinfacciarle di aver dato via i miei oggetti, bisognava che tornassi per scegliere cosa lasciar andare. Pensai che era facile, perché, a parte una scatola di ferro rosso custodita in fondo a un cassetto, non tenevo a niente.” Una scatola di ferro rosso: “dal momento in cui un oggetto compare in una narrazione, si carica d’una forza speciale”, notava Calvino, ed è questo il caso, come scopriremo nelle ultime pagine. Ma prima di arrivarci occorre attraversarne altre, pervase da un dire teso, accorato, incerto della propria necessità eppure costretto da un bisogno di ricostruire, capire, dissezionare i sentimenti, evocare fino allo stremo quel passato che non sa passare, quel lutto non elaborato dalla madre e tanto meno dalla figlia, e tuttavia  marcando passi avanti, sempre precari  ma capaci di fissarsi in frasi, in immagini che sostanziano la vicenda, la rendono unica, ne mettono in luce aspetti che vanno oltre di essa e ci raggiungono. A partire, appunto, dai passi dedicati alle cose che ci seguono nella vita, che conserviamo e finiscono per assumere la fisionomia di “speranze inutilizzate”. Perché “la vita non si fa con i residui”, e gli oggetti, anche i più cari, i più evocativi, “non sono affidabili”, e “i ricordi non esistono, esistono solo le ossessioni”. E ossessivo è il dolore della perdita del padre: “Hai permesso al tuo dolore di divorarti – dice a Ida l’unica amica rimasta nella città natale – e la tua ferita è diventata più grande di te. Vivi come una schiava, sei la schiava di quello che ti è successo”. E lo ammette la stessa protagonista: “Amiamo le nostre ossessioni, e non si ama ciò che ci rende felici”.

“Una diade ossessiva” è anche quella formata da madre e figlia: “sbranarci era una forma d’intimità”, riconosce Ida, che ha capito “cos’è davvero una madre: qualcosa da cui non esiste riparo. Dicono che una madre dà tutto e non chiede niente; nessuno dice invece che chiede tutto e dà ciò che non chiediamo di avere.”

Scrivere allora. Quelle storie per la radio: “io riuscivo a tollerare il dolore solo scrivendone, e trasformandolo in invenzione potevo trovare quella pace che nella quotidianità mi mancava”; “i fatti scorrono accanto a noi mentre ci illudiamo, un giorno, di dominarli. Ecco perché mi rifugiavo nelle mie finte storie vere: su di loro io esercitavo una signoria assoluta. Di quello che scrivevo ero sovrana. (…) Scrivendo, mi illudevo di essere autarchica.”

Non dalla scrittura però ma da un oggetto, anzi dai due oggetti riposti ventitre anni prima in quella scatola rossa, verrà la liberazione: dalla pipa appartenuta al padre e dalla sua voce, registrata in un’audiocassetta. Perché sono l’odore e la voce, “le due tracce più volatili”, a riportarci la vicinanza di chi è assente. Una vicinanza che può tuttavia risolversi nella distanza necessaria per vivere, finalmente.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

“La solitudine è una condizione indispensabile per colui che scrive. La solitudine può non essere un ritiro sulla montagna o nel deserto, la si può vivere anche in mezzo agli altri. Ma l’atto dello scrivere è, sì, un atto assolutamente solitario.”

(Mario Luzi)

Giuseppe Pontiggia, Le parole necessarie. Tecniche di scrittura e utopia della lettura, Marietti 1820, 2018 (pp. 107, euro 9,50)

“Contribuire alla formazione di una coscienza del linguaggio che sia insieme etica e retorico-espressiva”: i corsi di Pontiggia – di cui il libro offre brevi significativi saggi – avevano di mira “l’acquisizione di un linguaggio responsabile”, non per questo disposto a rinunciare a convincere (“vincere con l’accordo dell’altro”) grazie “alla persuasione in una duplice valenza: psicologica ed estetica”. Che è come dire: si tratta di scegliere con accuratezza le parole e usarle a proposito, con rispetto, in primo luogo, e poi combinarle senza disdegnare il ricorso all’arte della retorica, un’arte ingiustamente assimilata all’ipocrisia o all’inutile sfoggio: di fatto, non più riconosciuta nelle sue valenze positive e dunque dimenticata dalla scuola (un po’ come la paziente pratica della scrittura manuale). E, prima di esser dimenticata, osteggiata dalla cultura idealistica che assimilava la retorica ad una tecnica, ossia ad un sapere minore e puramente strumentale.

Discorsi, quelli di Pontiggia, che suonano tanto attuali da apparire stridenti di fronte alle semplificazioni linguistica e alla povertà argomentativa dell’odierno linguaggio pubblico (solo pubblico? Come parlano fra loro i giovani, soprattutto sui social?). L’autore stesso, del resto, era consapevole del “deterioramento del linguaggio”, di cui “l’invadenza dei gerghi”, dei linguaggi specialistici è un fattore decisivo: linguaggi che rappresentano “una scorciatoia pericolosa”, che contraddice la capacità del linguaggio di “esplorare esperienze nuove e diverse”, sottintendendo un “accordo preliminare” quanto molto spesso inesistente tra chi parla e chi ascolta.

D’altra parte non si può insegnare a scrivere, non c’è scuola di “scrittura creativa” che possa far diventare scrittore chi non possiede quella vocazione alla scrittura che è tanto indefinibile quanto indispensabile. Non si nasce scrittori, ma lo si diventa per vie che l’insegnamento non può artificialmente riprodurre. È meglio allora concentrarsi sul possibile, sul “migliorare la qualità espressiva” ad esempio, anzitutto studiando modelli di scrittura efficace, individuando i meccanismi ad essi sottesi, e poi passando in rassegna gli errori più comuni, e non rifuggendo da una critica reciproca dei testi che sappia indicare senza infingimenti e genericità che cosa va bene e che cosa non va. 

Scrivere, ma anche parlare: non sappiamo far bene né l’una né l’altra cosa, e non conviene prendere esempio da molti intellettuali che parlano “come libri stampati” e “dunque non parlano. Non si servono della parola con energia e convinzione.”  Quanto ai “nostri politici”, osserva Pontiggia, “molte volte non sono all’altezza” della “forte educazione retorica” che posseggono (e qui – solo qui, ma occorre riconoscerlo – il discorso appare decisamente datato…).

Non si scrive e non si parla soltanto, comunque: si legge, o converrebbe farlo: “Pontiggia – osserva Daniela Marcheschi nella sua introduzione – insegna a leggere e nello stesso tempo offre indicazioni per scrivere” e, offrendo indicazioni per scrivere, contemporaneamente insegna a leggere”. Ma ha ugualmente presente la dose di velleitarismo che inevitabilmente si annida nelle campagne di promozione della lettura: “perché il libro non è, come la carne, una tentazione universale. È una vocazione individuale”, ed è altamente “improbabile che il libro possa diventare di moda”. Piuttosto, “se c’è una moda che il libro può perseguire è di essere orgogliosamente fuori moda.”

La scrittura e la vita

10/02/2019 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Annie Ernaux, La vergogna, L’orma 2018 (pp. 125, euro 15)

“Ho riportato alla luce i codici e le regole degli ambienti in cui ero rinchiusa. Ho inventariato i linguaggi dei quali ero impregnata e che plasmavano la mia percezione di me stessa e del mondo.” La drogheria dei genitori; la loro subalternità psicologica e culturale, “prova dell’esistenza di due mondi e della nostra inconfutabile appartenenza a quello di sotto”; la chiusura del paese, un mondo altro rispetto alla città solo fantasticata; il complesso di usi, norme, abitudini che scandiscono il tempo della giornata, dell’anno, della vita; l’orizzonte ristretto e gravato di precetti, detti e non detti, dell’istituto religioso che lei frequenta: il mondo della giovanissima Ernaux ci era noto dai libri che L’orma ha ripubblicato negli ultimi anni. In questo – già uscito da Rizzoli nel 1997 – un elemento nuovo si aggiunge senza potersi amalgamare al contesto. Né nel proprio mondo interiore né in quello che la circonda, la dodicenne sa infatti inscrivere la “scena di quella domenica di giugno”: “Mio padre ha voluto uccidere mia madre”, è la frase con cui inizia il romanzo. Non l’ha fatto, e tutto è continuato come prima. Tutto tranne un sentimento nuovo che costituisce l’unico, il più profondo fra la donna adulta, che ne scrive, e la ragazzina di allora: la vergogna. La vergogna che si è come rappresa in quella scena: se un fatto del genere è accaduto nella mia casa, “non sono più degna della scuola privata, della sua eccellenza e della sua perfezione.” Quello che è avvenuto, anche se non ha avuto conseguenze ulteriori, riduce all’isolamento chi ne è stato testimone: “L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla”, e in essa “c’è questo: la sensazione che possa accaderci qualsiasi cosa, che non ci sia scampo, che alla vergogna possa seguire soltanto una vergogna ancora maggiore.”

Ma al di là dei fatti, del loro vissuto, dell’ambiente – e dell’epoca, perché anche in questo romanzo Ernaux sa dilatare la memoria individuale in quella collettiva – in cui si verificano, un altro itinerario di riflessione percorre come sempre le pagine di Ernaux: “non posso cominciare a scrivere davvero senza fare luce sulle premesse della mia scrittura”. Né è possibile adagiarsi nella suggestione del narrare. “Già solo dire quell’estate, o l’estate dei miei dodici anni, rende romanzesco ciò che all’epoca non lo era, non più di quanto lo sia per me, oggi, nel 1995, questa estate in cui sto scrivendo”. Scrivere non garantisce, di per sé, il guadagno di una visione in grado di gettare nuova luce sul passato: “sto iniziando un nuovo libro, mi sono assunta il rischio di aver rivelato tutto fin da principio. Ma in realtà non ho svelato nulla, se non i nudi fatti.” Perché, nonostante lo scopo dello scrivere questo romanzo sia quello di “ritrovare le parole attraverso le quali pensavo me stessa e il mondo circostante”, “la donna che sono nel ’95 è incapace di ricollocarsi nella ragazzina del ’52”. Occorre riconoscerlo: “non esiste un’autentica memoria di sé”. E cercare di contrastare questo dato, evocando il se stesso di un tempo, può avere un risultato paradossale: “Mi fa sentire e mi conferma la mia frammentazione e la mia storicità”.

Neanche quando si è coerenti, coraggiosi, essenziali come Annie Ernaux; neanche quando si dispone di una capacità di narrare e di narrarsi come la sua, neanche allora la vita accetta di risolversi nella scrittura, neanche allora la scrittura sa riscattare davvero la vita.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

“Chi sa scrivere a mano sarà sempre in vantaggio su chi sa premere dei tasti, sia sul piano della memoria che su quello dell’organizzazione del testo. Lo dicono anche le neuroscienze. (…) Chi scrive a mano tende a trattenere di più le informazioni.”

(Ewan Clayton)

“Ogni autore ha un insieme limitato di temi archetipici, a volte uno soltanto. Più che sceglierli, li ereditiamo dalla configurazione della nostra vita. Anche se cerchiamo di espellerli dal libro a cui stiamo lavorando, spesso riescono a trovare il modo per intrufolarsi di nuovo.”

(David Mitchell)

Ludovica Danieli, Donatella Messina, A scuola di autobiografia. Gràphein, Mimesis 2018 (pp. 140, euro 12)

Il sottotitolo rimanda alla pratica alla quale la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari da vent’anni avvicina coloro che, secondo percorsi e gradi di approssimazione diversi, hanno individuato nella scrittura una risorsa per la vita e nello scrivere di sé la via per accedervi (“Il progetto di scrivere la mia storia ha preso forma quasi contemporaneamente al progetto di scrivere”, diceva Georges Perec). Una Scuola di scrittura autobiografica, quindi, che tuttavia non si può confondere con le numerose scuole di scrittura che al di là delle intenzioni, finiscono nella maggior parte dei casi per limitarsi a trasmettere regole e tecniche, più o meno efficaci.

I presupposti della Lua e le sue finalità traggono spunto dal pensiero di Duccio Demetrio e dalla sua concezione dell’autobiografia come cura di sé (come recitava il titolo del libro pubblicato alla vigilia dell’avvio dell’esperienza di Anghiari: Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Cortina 1996). “Un luogo accogliente, tranquillo, silenzioso” e la possibilità di godere di un “tempo per sé” sono dunque ciò che in primo luogo si offre: silenzio e solitudine, condizioni ma anche sostanza dello scrivere, insieme tuttavia allo scambio, a un confronto con gli altri improntato alla “cura”, intesa come forma della relazione, e alla sospensione del giudizio sulla propria e l’altrui scrittura. È lo “stare individualmente insieme” di cui parlava Bauman, la condizione di fondo che si persegue, il quadro entro il quale lo scrivere di sé può evitare il rischio del ripiegamento narcisistico e l’illusione dell’autosufficienza per consentire invece un avvicinamento al “nucleo centrale” che costituisce ognuno di noi, che ci fa simili e allo stesso tempo unici. Avvicinamento, mai compiuto disvelamento, perché la scrittura non ci restituisce una verità, oggettiva e inconfutabile, su noi stessi e la nostra vita, ma permette di individuare i nodi della nostra esistenza riattivando la memoria, rivisitando i ricordi, recuperando la dimensione collettiva entro la quale si sono formati.

Non è un’operazione semplice, attuabile a partire semplicemente dal desiderio di scrivere di sé: incertezze e resistenze vi si oppongono. Occorre interrompere la “voce interna che sembra colonizzare il pensiero”, sono necessari il coraggio di esporsi e insieme l’umiltà di riconoscere il proprio limite per accettare e dar corso all’umana aspirazione a lasciare una traccia della propria storia.

È per questo infatti che si scrive, secondo molti che della scrittura hanno fatto il loro lavoro: si scrive perché si ha paura della morte, ma anche perché si ha paura della vita; si scrive per dare sbocco alla nostalgia dell’infanzia, ma anche per attenuare il rimpianto, o il rimorso, per le scelte non fatte, che hanno determinato la nostra vicenda quanto quelle fatte, e dunque per “avvolgere il dolore in una rete di parole”, per riuscire a sentirlo come parte ineliminabile e costitutiva di sé; si scrive dunque per trovare un senso della nostra esistenza. Ma anche per giocare: per giocare con la serietà di cui sono capaci i bambini.

Non solo il coraggio di osare e l’umiltà di farlo con senso della misura, occorrono per scrivere, ma anche introspezione e insieme presa di distanza da se stessi, quella sorta di “bilocazione cognitiva” che si rivela come un guadagno sul piano della conoscenza di sé, ma anche su quello più propriamente esistenziale, incoraggiando la rinuncia a collocarsi sempre “nel fare, nell’agire, nell’accelerare”, quando invece si tratta, scrivendo, di “rallentare, fino a fermarsi, rispettare le indecisioni, le interruzioni, le soste e gli intermezzi”. Una sospensione della logica dell’efficienza è necessaria, un sottrarsi al dominio della ragione strumentale che governa i nostri giorni.

Scrivere, come risulta evidente, è sempre riflettere sullo scrivere, ad Anghiari. È recuperare la fiducia, il rispetto delle parole in tempi nei quali sono spesso piegate ad assumere significati diversi o addirittura opposti al loro. È riconoscere la propria identità in tempi nei quali essa sembra dipendere da imprecisati quanto aggressivi distinguo fra noi e loro. Nella consapevolezza, sempre, che “la scrittura non salva ma ripara”, e “rivitalizza l’invito ad esserci, perché “la penna diventa l’oggetto simbolico attraverso i quale ci si riconnette al sentimento più vasto dell’arrendersi alla vita”.

L’unico modo per viverla davvero, forse.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

L’avventura di due sposi

27/01/2019 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Maurizio Maggiani, L’amore, Feltrinelli 2018 (pp. 200, euro 16)

Sì, il titolo mantiene quel che promette: disseminato in queste si può rintracciare un trattato De l’amour, l’amore per la “sposa” – una moglie c’è, una sposa la si sceglie ogni giorno. Un amore che si intreccia a far tutt’uno con l’amore per la vita, un amore per nulla astratto, fatto invece di quello che la giornata porta, del saper godere di quello che si ha, del sentirsi parte dell’insieme più vasto delle piante, degli animali. Senza dimenticare la fragilità di tutto questo, ma senza lasciarsi avvelenare i giorni dal senso della caducità, perché il “mancare” – di qualcuno che si amava, di cui si era amici – “è un fatto, una verità” e “mancare è una buona parola, è l’unico buon modo per spiegare che c’è la morte”. Del resto, “cosa ne sappiamo noi della morte, niente di niente…”. E allora di vivere, si tratta, all’insegna di un ottimismo pacato, estraneo ai toni di quello obbligatorio della pubblicità e dei consumi, fondato invece sulla certezza che “c’è sempre un buon modo di fare”, che “si può imparare un buon modo per fare ogni cosa”, e le cose possono sempre “prendere una piega inaspettata e promettente”.

La scrittura divagante di Maggiani, digressiva nei contenuti e a tratti apparentemente stralunata, è percorsa da un’ironia serena fatta non per prender le distanze ma, al contrario, per esercitare uno sguardo pregiudizialmente empatico nei confronti degli altri, ripercorrere momenti della propria vita, ricordare incontri, amicizie, amori: il tutto nell’arco di una giornata, di una comune giornata, illuminata dalla superiore intelligenza della gentilezza, della bonomia, della pietas, fin che viene sera e si cucina per lei, in ciò celebrando il “sacro” che ancora resta nel nostro mondo.

Brescia, 27 gennaio 2019
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

“Magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…”

(Italo Calvino)

Francesco Erbani, Non è triste Venezia. Pietre, acque, persone. Reportage narrativo da una città che deve ricominciare, Manni 2018 (pp. 232, euro 15)

Vero: non è triste. È disperata. E noi con lei.

Questo viene da pensare leggendo il “reportage narrativo” del giornalista di “Repubblica”. Che a Venezia esistano – come si illustra nel primo capitolo – “le condizioni per prefigurare un organismo urbano del futuro” e che siano presenti nella città occasioni e soggetti che esprimono una “resistenza” – vedi l’ultimo – non basta a bilanciare la rabbia e la desolazione che gli altri cinque capitoli suscitano: la Laguna è “maltrattata”, dopo secoli di sapiente convivenza con i veneziani ridotta a semplice contorno  della città; la quale a sua volta si è spopolata – innanzitutto per la differenza fra nati e morti – e, coi suoi poco più di cinquantamila abitanti viene simbolicamente oltre che economicamente e fisicamente “mangiata dal turismo”. “Una città di crociera” dalla quale non si sa bene come e quando verranno espulse le grandi navi e è destinata per anni ancora ad assistere alla tragicommedia del Mose, “scandalo infinito” che ha attraversato stagioni politiche fra loro diverse.

Dati aggiornati e incontri con intelligenze critiche vive nella città – a partire da quella di Edoardo Salzano – sono l’opportunità indubbia che il libro offre. Ma perché dargli quel titolo? Non si può scrivere se non ci si legittima nell’universo dell’ottimismo obbligatorio?

A quanto pare sì: Se Venezia muore, si intitolava il libro che Salvatore Settis ha dedicato alla città (Einaudi 2014).

* Arnaldo Fusinato, L’ultima ora di Venezia (19 agosto 1849)