“Sono stato tutta la mattina per aggiungere una virgola, e nel pomeriggio la ho tolta.”

(Oscar Wilde)

“I paesaggi credo portino con sé una tensione. Non potrei scrivere se non avessi prima un posto che la narrazione può abitare.”

(Maylis de Kerangal)

raimo immChristian Raimo, Ho 16 anni e sono fascista. Indagine sui ragazzi e l’estrema destra, Piemme 2018 (pp. 112, euro 13) 
Christian Raimo, La parte migliore, Einaudi 2018 (pp. 209, euro 18,50)

“Un gruppo con cui stare insieme, un’identità in cui sia facile riconoscersi”: è questo che cercano i ragazzi  dai 13 ai 20 anni che si trovano in Piazza Cavour, dietro il Palazzaccio, a Roma.

E se gli chiedi non esitano: “Io sono fascista”, “pure io sono fascista”. Lo stesso a Milano, Firenze, Padova, Palermo. “Essere fascisti è di moda”, anche nel senso stretto della parola: quelli di Casa Pound vestono Pivert, che fa promozione nelle loro sedi.
Casa Pound e Forza Nuova, riferimenti essenziali nella nebulosa del neofascismo italiano, presenze ormai consuete sugli organi di informazione (si sdogana o li si costringe al gioco democratico intervistandoli?), agenti di un’“educazione fascistoide di massa, quotidiana, spacciata per racconto del reale”, che di fatto ha fomentato il ritorno del “razzismo di strada” con le sue aggressioni e l’ostilità diffusa nei confronti degli immigrati, ma anche con l’affermazione di liste di destra nelle scuole (non mancano esempi a Brescia).
La diffusione del neofascismo fra i giovani non è fenomeno piovuta dal cielo: l’autore ne ripercorre i passaggi  significativi, ne individua i protagonisti, ma è un fatto che i millennials di destra non è dalla conoscenza del passato recente, e neanche di quello lontano, che traggono le loro motivazioni: “Per noi c’è la fascinazione per un simbolo, la bandiera, che agisce sul piano emozionale.” Qualche lettura; le idee, se mai, vengon dopo, ma a contare soprattutto sono le riunioni, i volantinaggi, le affissioni, i turni – per quelli di Blocco Studentesco – per tener aperte le sedi di casa Pound. E una formazione che ha più i caratteri di un’iniziazione; il cameratismo inteso come legame sacro, e regolato da gerarchia e disciplina militari (il nuovo militante giura su un “decalogo” ripreso da quello della decima Mas): l’apparato organizzativo e lo spirito di gruppo, assimilabile a quello di una setta religiosa, fanno la differenza con generiche forme di aggregazione riconducibili alla galassia populista. Non occorrono riferimenti culturali definiti e che abbiano riscontro nella realtà; bastano “sillogismi” come quello che lega “protezione a sicurezza e quest’ultima a identità” perché, di fatto, l’asse si sposti “dalla cittadinanza sociale a quella etnica” e si avviino così la costruzione di una nuova egemonia, la diffusione di un nuovo senso comune, cementato da un sincretismo culturale di cui antifemminismo e mito complottista della “grande sostituzione” sono elemento centrali  e che nei social “sembra aver trovato il suo habitat naturale”.
Tutto questo, in un tempo nel quale “il fascismo non indigna, il ritorno di violenze squadriste non suscita allarme”, l’antirazzismo si coniuga con il sì ai respingimenti, e una più o meno dichiarata ideologia fascista – notava Marco D’Eramo –  “è rimasta l’unica ideologia anti-sistema disponibile per un adolescente”.

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Oltre l’inchiesta, il romanzo: è ancora l’adolescenza al centro dell’ultimo romanzo di Raimo, La parte migliore.
Laura ha diciassette anni, è incinta, dopo un rapporto del tutto casuale con un compagno di scuola. Vive con la madre, da tempo separata dal marito. La narrazione procede attraverso il resoconto di quello che le due pensano, si dicono; più spesso non si dicono.
Leda, la madre, è psicologa, assistente domiciliare di malati terminali,  a confronto con un dolore che “non è una lama”, ma piuttosto “agisce come carta vetrata: consuma, livella, polverizza. E devi osservare questo sfregamento ogni giorno per ore e in ogni deformazione”, per poi, la sera, cercare “di fare pace con la giornata”, cercare di “concedersi un momento anche piccolissimo per sé prima di addormentarsi (…) e almeno per cinque minuti tornare umana, impressionabile.”
Laura la sente, di là dal muro che divide le loro camere, bisbigliare: con Adriano, il fratello morto bambino, tragicamente,  banalmente, per quella che genitori si rimprovereranno come una disattenzione imperdonabile, e sarà causa della fine della loro unione. Un passato che non è passato, che continua a vivere in un rapporto madre-figlia in cui la seconda avverte l’amore della prima  come “nascosto in una scatola che è nascosta in una scatola”. Un rapporto che si complica ora con questa gravidanza accidentale, intempestiva, per nulla desiderata, che obbliga la madre a prendere atto, come fosse una scoperta, del cambiamento della figlia: “una bambina con dentro una donna, non una creatura pronta a essere adulta”, “una figlia che si era fatta una scopata da ubriaca con una ragazzino coglione ed era rimasta incinta”, costringendola per l’ennesima volta a “pagare le conseguenze degli altri, e non poter abbandonare la scena nemmeno per un istante”. Ma sono solo pensieri questi, sensazioni che Leda non lascia trasparire, sicché Laura percepisce nella madre un unico “sentimento: la condiscendenza per ogni fottuto accadimento (…). Per quale cazzo di motivo – si chiede – non si era nemmeno incazzata un minuto quando le aveva detto che era incinta?”
Mentre la vicenda si snoda, lungo queste linee parallele, affiora con un risalto sempre più definito la fisionomia dell’adolescente, degli adolescenti, e del loro modo di stare al mondo. Un mondo separato ma nient’affatto capace di realizzare al proprio interno relazioni di  comprensione e solidarietà : non è un caso che Laura desideri ma non sappia risolversi a confessare ai compagni il proprio stato, col rischio di essere considerata “la vittima, coccolata e compianta”.  Perché la sua è una generazione di giovani che viaggiano solo nella rete, dove “metti mi piace perché vuoi appartenere a una parte, scrivi che apprezzi qualcosa perché sei tu a voler essere apprezzato.” Nessuno che sceglie di “allontanarsi con un viaggio in solitaria, andarsene di casa almeno per un anno con la scommessa di cavarsela”, eppure pronti a tranciare “giudizi sul mondo, su come fosse giusto vivere in Paesi lontani ventimila chilometri”. Di fatto, incapaci di mettere in discussione nulla “con la scusa di mettere in discussione tutto.”
Ma Laura una via d’uscita, un’idea di alternativa ce l’ha: la poesia. “L’unica speranza che coltiva, l’unica arma vera che abbiamo a disposizione, pensa Laura senza pensare, è la forma poetica.” Ed è una scoperta solo sua, una convinzione che la distingue, perché “a scuola si insegna a leggere le poesie e impararle a memoria da quando si hanno sei anni, e non si insegna a scriverla, la poesia”, come si pensasse che “a diciassette anni nessuno rifletta sul senso della vita”. Ma non è solo questione di modelli educativi: “la maggior parte delle persone che Laura conosceva, e che doveva frequentare se non voleva sorbirsi le accuse di essere una sociopatica, non era solo paranoicamente attenta al giudizio della gente, ma passava tutto il tempo alle prese con il bisogno di performarla, la propria vita (…) L’incubo di tutti non era il terrorismo o un tumore a diciott’anni, l’angoscia peggiore erano le figure di merda, e ogni giorno cercavano di sfoderare un’immagine di sé che evitasse la peste dell’imbarazzo (…).”
Ed è qui che lo sguardo del romanziere converge con quello dello psicanalista: “L’esposizione alla vergogna sociale”, la paura di non essere all’altezza, sono oggi i tratti caratterizzanti dei giovani – e, sempre più, non solo dei giovani – secondo Pietropolli Charmet (di cui questi Appunti si sono occupati lo scorso 21ottobre).

   Raimo ritrattoRaimo Ho 16 anniraimo parte migliore

Brescia, 11 novembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

“L’autore non deve affatto il suo nome al prefisso ‘auto-‘, che allude al sé, come potrebbe lasciar credere il narcisimo della scrittura. ‘Autore’ viende da augere, che significa ‘far crescere’ (…)”

(Jonathan Franzen)

benjamin immWalter Benjamin, Esperienza e povertà, a cura di Massimo Palma, Castelvecchi 2018 (pp. 93, euro 12,50)

Più citato che letto: lo si può dire di molti autori, ma certamente l’osservazione si attaglia in modo particolare a pensatori come Walter Benjamin, la cui opera, oltretutto, è spesso ridotta a un titolo, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, così come la sua fisionomia appare fissata nei ritratti fotografici di Gisèle Freund, nei quali il suo volto si fa icona del filosofo contemporaneo, tormentosamente concentrato, un po’ com’è avvenuto ad Einstein, nell’immagine che ne ritrae l’espressione bonaria e i capelli ribelli.

Un analogo processo di riduzione sembra del resto aver pesato in molte delle biografie di Benjamin, nelle quali la sua vita sembra fatalmente precipitare, e riassumersi, nella fine tragica incontrata nel 1940 a Port Bou, il paese ai piedi dei Pirenei dal quale Benjamin contava di passare in Spagna e raggiungere il porto dal quale imbarcarsi per gli Stati Uniti.

Ebreo per stirpe, comunista a suo modo, intellettuale emarginato – dall’accademia nella quale aveva cercato invano di accreditarsi, dai giornali con i quali non disdegnava di collaborare –, esule per necessità e quindi  “migrante economico” (secondo la calzante definizione di Massimo Palma, il curatore di questo libro): nel personaggio si sommano le condizioni ideali per la sua “santificazione”, la santificazione del genio incompreso prima e della vittima poi.

Libri come questo servono, riproponendo scritti poco frequentati o che meritano comunque di essere riletti, a mettere in guardia contro quella che – al di là delle intenzioni – per il tramite di una facile e tutto sommato comprensibile empatia si rivela per una neutralizzazione, di fatto, della carica critica e per alcuni aspetti provocatoria del pensiero di Benjamin.

La selezione che ci viene proposta assume, alla lettura, il significato di una sequenza ragionata, dalla scopo ben preciso: Il carattere distruttivo e Scavare e ricordare, rispettivamente risalenti al 1931  e all’anno successivo, risultano premessa necessaria a Esperienza e povertà, del 1933, che a sua volta suona come una sintetica prova di quello che si può considerare un classico, un’opera che torna a distanza di tempo, ad ogni rilettura, a dire cose sorprendentemente attuali: è inevitabile pensare alla proliferazione di messaggi determinata dal web e alle sue conseguenze leggendo Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, scritto tre anni dopo.

La perentorietà, il tono che potrebbe suonare vagamente superomistico del primo scritto, così come l’icasticità e la concisione del secondo, si sciolgono in una prosa colloquiale in Esperienza e povertà, non a caso assunto come titolo dell’intera raccolta: la riflessione sul destino dell’esperienza, della possibilità di farne anche nel mondo attuale, trova alimento nel confronto con la povertà, un confronto obbligato per l’autore nella seconda estate passata a Ibiza, dove appunto il saggio venne composto (circostanza, questa, sulla quale si sofferma anche Il miserabile, romanzo pubblicato dallo stesso editore in questi giorni, sul quale questa nota non si sofferma non volendo correre il rischio dell’autorecensione). Ma la povertà di cui Benjamin parla non è tanto quella materiale,q uanto piuttosto la povertà di esperienza. E’ l’esperienza stessa, infatti, ad essere oggi “in ribasso”, e questa svalutazione che è insieme perdita di una risorsa essenziale per la vita, ha preso le mosse dalla Grande Guerra, dai cui campi di battaglia “la gente (tornava) ammutolita”, “non più ricca, più povera di esperienza comunicabile”. L’“impetuoso dispiegamento della tecnica” nel corso dei combattimenti aveva avviato un processo irreversibile: “un’indigenza di nuova specie”, da quei giorni, “si  è abbattuta sugli uomini”, perché la povertà di esperienza è solo un aspetto di una più sostanziale e pervasiva povertà, “non solo di esperienze private, ma di esperienze umane in genere.” Non ne mancano i sintomi rivelatori: il tramonto dell’arte di narrare, in primo luogo. E’ questo il nesso fra questo saggio e l’altro che segue, Il narratore, ma prima di passare a quello occorre considerare lo sviluppo che questa constatazione trova in Esperienza e povertà: la perdita della capacità di far davvero esperienza si rivela “una nuova forma di barbarie”. Sennonché – ecco il Benjamin che non si lascia costringere entro le formule della deprecazione dei tempi – è possibile “introdurre un nuovo, positivo concetto di barbarie” se si sa interpretare quella stessa perdita come opportunità di “cominciare daccapo”, di “cominciare dal nuovo”, come hanno fatto del resto i grandi creatori, animati da una carattere distruttivo senza il quale non avrebbero potuto divenire “costruttori”. Così Descartes, Klee. O Brecht e Loos, il cui “segno distintivo è la totale mancanza di illusioni sull’epoca e tuttavia una professione di fede priva di scrupoli a suo favore”.

C’è qualcosa di più, in affermazioni del genere, di quanto espresso nel pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà che Gramsci poco più di un decennio prima riprendeva da Romain Rolland. Quello che entra in gioco è  il significato stesso della cultura, la sua funzione: gli uomini, poveri di esperienza come ormai sono,  si sono stancati della “cultura”; “l’umanità si prepara a sopravvivere alla cultura, se così deve essere.” E non si tratta di una prospettiva apocalittica, perché “quel che è importante  è che lo fa ridendo”.

E’ questo che stava avvenendo negli anni Trenta? E sta avvenendo ancora oggi, o è già avvenuto? Le parole che concludono il saggio suscitano domande di questo genere, inquietanti, e non facilmente eludibili. Si possono ravvedere corrispondenze in esperienze come quelle del Sessantotto, che innegabilmente è stato animato, anche, dalla pulsione a “far piazza pulita” – per usare ancora un’espressione di Benjamin – di una cultura oppressiva e obsoleta? Ha senso cercarne nel “nichilismo attivo” che secondo Umberto Galimberti serpeggia fra i giovani di oggi? o fra alcuni di loro almeno, quelli che cercano di trasformare la crisi del mondo vitale, nel quale siamo tutti immersi, in una nuova opportunità di ridisegnare i rapporti umani, rimettendo in discussione le mappe – fisiche, mentali e sociali – trasmesse dalle precedenti generazioni”? (La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo, Feltrinelli 2018)

E’ solo dopo aver attraversato queste riflessioni che leggiamo l’ultimo saggio, il più denso e insieme il più accessibile nella sua scrittura piana ed evocativa di sensazioni che ci appartengono: chi non ha sperimentato il fatto che “Diventa sempre più raro incontrare persone che possano raccontare davvero qualcosa”? Non chiacchierare, non intrattenere, non riempire ad ogni costo un silenzio altrimenti imbarazzante o avvertito addirittura come minaccioso, ma raccontare.

Non si tratta di una superficiale evoluzione dei costumi, è ben di più: “E’ come se una facoltà che ci sembrava inalienabile, la più sicura tra le cose sicure, ci venisse sottratta. La facoltà di scambiarsi esperienze”, venuta meno per una ragione sostanziale: “l’esperienza è deprezzata.” E sappiamo a partire da quale catastrofico evento. Fin qui, Il narratore riprende il saggio che abbiamo letto prima, ma per andare oltre: chi  sapeva narrare – contadino, marinaio o artigiano che fosse – era “un uomo che dispensa(va) consigli all’ascoltatore”, e a suo modo diffondeva “saggezza”. Ora, “l’arte della narrazione tende al termine perché l’epica della verità, la saggezza, sta morendo”, e – si badi – “nulla sarebbe più fatuo di voler ravvisare [in questo processo] unicamente un ‘fenomeno di decadenza’”. Si tratta piuttosto di rintracciarne le cause: l’“emergere del romanzo all’inizio della modernità”, in primo luogo (Don Chisciotte è la personificazione del fatto che la saggezza ha disertato la grandezza d’animo); in secondo, il dominio dell’informazione, “inconciliabile con lo spirito della narrazione”: “Ogni mattina [l’apparto dell’informazione] ci aggiorna sulle novità del globo terrestre. Eppure siamo poveri di storie degne di nota.” Il che significa: poveri di narrazioni che, a differenza delle “notizie”, durino nel tempo, mantengano la loro efficacia senza consumarsi subito. Come accade ai comunicati dei giornali e dei mass media, appunto, che – volendo parafrasare un passaggio di Scavare e ricordare – ci trasmettano soprattutto o solamente “fatti”, incapaci di  restituirci il senso della nostra volontà di sapere, inevitabilmente conculcata  dall’ossessione di essere informati.

Ma c’è di più, molto di più in queste pagine. Conviene limitarsi, qui, a segnalare un passaggio nodale: la morte, il morire, un tempo evento che faceva parte della vita comune – non si spiegherebbero altrimenti le scritte che si leggono sotto le meridiane, come quell’“Ultima multis” visto a Ibiza – “nel corso della modernità (è stato) espulso dall’ambiente percettivo dei viventi”. Il fatto è che proprio nelle espressioni e negli sguardi del morente, rivelatori di una “vita vissuta”, il narratore traeva la propria autorità, condividendola con quella che anche “il più povero dei diavoli” possiede nel morire; perpetuandola poi nei suoi racconti e così coltivando un’“arte” utile alla vita (come le tante ciance sullo storytelling a loro modo, un modo distorto e ambiguo, spesso maldestro, nonostante tutto testimoniano).

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Brescia, 4 novembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Prima sfortuna.

E’ più facile descrivere il mondo che parlare di se stessi.

Seconda sfortuna.

Scrivere troppo di se stessi, e non abbastanza del mondo.”

(Jón Kalman Stefánsson)

Un doppio puzzle

28/10/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

indridason immArnaldur Indriđason, La ragazza delle nave, Guanda 2018, (pp. 331, euro 18,60)

Non siamo nei paesaggi cupi e coinvolgenti dell’Islanda del commissario Erlendur Sveinsson; non ci troviamo davanti a un romanzo del livello dei capolavori di Indriđason (da La signora in verde a La voce).

Qui è il commissario Flovent a condurre le indagini, ma la storia riesce avvincente in forza della sua struttura: di polizieschi costruiti come un puzzle ne conosciamo, ma La ragazza delle nave non è esattamente questo. I personaggi e i fatti sono immersi in una trama dislocata su due piani temporali diversi, ma non solo: sembrano disposti secondo una logica che li ha scomposti in vicende distinte che sta al lettore ricomporre, scoprendo un intreccio che, alla fine, gli pare fosse tutto già lì. Ma smontato nelle sue parti, appunto.

Un gioco affascinante, che vale la pena di accettare. Con un’avvertenza: non si legga, prima di cominciare, la quarta di copertina. Sarebbe un po’ come partire dalla battuta finale di una barzelletta.

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Brescia, 28 ottobre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

“Continuate a suonare anche se nessuno vi ascolta. Disegnate quando nessuno vi guarda. Continuate a scrivere un racconto che nessuno leggerà. Le gioie e le soddisfazioni interiori saranno più che sufficienti a mandarvi avanti. Se riuscirete in questa impresa, sarete diventati maestri nell’arte di stare qui e ora.”

(Ken Mogi)

La paura di essere nessuno

21/10/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

pietropolli immGustavo Pietropolli Charmet, L’insostenibile bisogno di ammirazione, Laterza 2018 (pp. 157, euro 16)

Non il desiderio di fama, se non di gloria addirittura: cose d’altri tempi.

Il bisogno di ammirazione è altro, diverso anche da quello di ottenere riconoscimento e considerazione in forza di quel che si fa. Il bisogno  sul quale qui ci si interroga è quello che spinge a “Cercare con ogni mezzo di essere ammirati, cioè di  divenire socialmente visibili, suscitare grande stima – questo sì, ma – circonfusa da meraviglia e stupore.” Insostenibile, tanto è coattivo, condizionante, perché “Non è solo ambizione, suscettibilità, orgoglio, sentimento del proprio valore; è una vera e propria questione di sopravvivenza identitaria, simbolica, di ruolo sociale”. E’ la risposta alla paura più grande: quella di esser nessuno (o di sentirsi tale, perlomeno).

La figura dell’autore – psichiatra e psicoterapeuta che ha dedicato vari libri alla fragilità e alla spavalderia degli adolescenti di oggi (per richiamare il titolo di uno dei suoi studi) –, ma anche i frequenti riferimenti, sin dalle prime pagine, ai ragazzi, ai giovani, lasciano pensare che a quelli si riferisca essenzialmente il discorso. Sennonché, pagina dopo pagina, cominciano a balenare nella mente del lettore figure di adolescenti che non hanno smesso di esserlo una volta divenuti adulti – persone che si conoscono magari, ma ancor più che si incontrano nei telegiornali della sera e nelle cronache politiche dei giornali. Procedendo nella lettura, tuttavia, in certe descrizioni di atteggiamenti riscontrabili entro la cerchia familiare e in certi comportamenti in pubblico, il lettore è a volte indotto a dubitare che anche di lui si parli. E non si sbaglia, perché nella nostra società – la società del narcisismo (e della competizione, continua e pervasiva) – il bisogno di ammirazione risponde a “una grave carenza di autostima” che non riguarda solo i giovani ma “con il passare degli anni anche un buon numero di adulti.” Che è come dire: non si è vaccinati, neanche da adulti, dall’ansia di esserci e dalla coazione a darne prove continue. Perché “L’esposizione alla vergogna sociale”, la vergogna di non essere all’altezza – fisicamente, caratterialmente, economicamente – è ormai tanto diffusa  da “aver contribuito a rendere permalosa una moltitudine di persone giovani e adulte a fronte di eventi relazionali (…) vissuti come gravi attacchi al proprio sentimento di valore.”

E allora, lo dobbiamo riconoscere: i giovani non sono che i segnalatori – più esposti, più sensibili – a un fenomeno che investe la nostra cultura e il nostro vivere collettivo sull’onda di cambiamenti profondi e poco percepiti. La paura dei castighi e il sentimento di colpa, attorno ai quali fino a pochi decenni fa si organizzava l’esperienza infantile e si forgiava il carattere dell’adulto, sono stati sostituiti – per il tramite di un drastico cambiamento del modello educativo – dalla paura della vergogna e da un bisogno di riconoscimento che si differenzia da quello di una volta per “la quantità e la qualità” che lo connotano, ma “soprattutto (per) i mezzi con i quali si cerca di conquistarl(o) e l’esclusiva devozione a questo obiettivo.”

Al fondo di tutto, ecco la conclusione, una mutazione antropologica avvenuta silenziosamente, come tutte le grandi trasformazioni: “il Sé individuale ha preso ampiamente il sopravvento sulle esigenze e i valori della comunità sociale”. “Un cambiamento non da poco, destinato a ricadere in varie forme sull’organizzazione sociale dei prossimi anni, ma del quale “nessuno si scandalizza”. E’ questo a “fa(r) sì che la crisi etica generalizzata passi sotto silenzio e si ritenga che la crisi economica  sia di gran lunga più importante e concreta mentre è molto verosimile che la crisi economica sia parente stretta della crisi etica”.

La pagine finali aprono qualche speranza, indicando strategie e comportamenti in grado di confrontarsi con la “catastrofe” avvenuta e di contrastare la “crisi radicale” che viviamo. Ma sono anche altre le pagine che fanno di questo un libro utile e tempestivo, pagine capaci di restituire con esattezza la fenomenologia di certe situazioni, come quella delle infinite discussioni in cui spesso le coppie si impantanano, o di certi profili, come quello dei “permalosi e offesi”.

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Brescia, 21 ottobre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

“Quando si finisce un libro è un sollievo. Il lavoro è terminato. Se poi l’opera trova successo presso il pubblico, ecco alimentato e tenuto in vita più a lungo quel piacere di solito effimero. Ma dopo qualche tempo anche l’orgoglio e la soddisfazione e la vanità perdono consistenza. L’anima gonfia di sé ritorna alle sue estensioni naturali; brevemente incandescente di presunzione, si raffredda altrettanto presto che la brace che si spegne.”

(Luca Romano)