Una storia drammatica e sommessa

Mori Ōgai, L’intendente Sanshō, Marietti 1820, 2019 (pp. 91, euro 10)

Quanti fratelli e sorelle popolano le fiabe che conosciamo, in qualche modo simili a Zuschiō e Aniu?  E non mancano certo in questa storia le funzioni che Vladimir Propp enucleava nella sua Morfologia della fiaba, a partire dall’“allontanamento” che innesca il racconto della vicenda.  Non di un racconto fantastico si tratta però in questo caso, ma di una leggenda che un medico militare giapponese vissuto fra Otto e Novecento, cultore della letteratura tedesca, riscrive in un’epoca in cui il suo paese conosceva profondi rivolgimenti politici e culturali, tali da mettere in discussione il passato e la tradizione. Il compito che Mori Ōgai si assegna è allora quello di rivisitare leggende con l’acribia dello storico, non per farne uno studio critico tuttavia, bensì per rendere il suo lavoro “del tutto contemplativo” e ottenere un “effetto di straniamento” – per il quale è stato accostato a Brecht – capace di ridare un senso attuale agli antichi racconti. Lealtà, onesta, sacrificio sono le coordinate di uno stile di vita che l’autore continuava a ritenere in grado di contrastare – come fa notare nella sua introduzione Maria Teresa Orsi – “un’etica sociale troppo rigida e irrispettosa dei diritti individuali”. L’etica con la quale si trovano a doversi misurare i protagonisti,  una giovane madre che, con una figlia di quattordici, un figlio di dodici anni e una fedele servitrice, si mette in viaggio alla ricerca del marito, vittima dell’ingiustizia, ed è animata da uno spirito di fiduciosa ragionevolezza che esce confermato dall’incontro con persone semplici quanto giuste e compassionevoli, ma deve fare i conti con la doppiezza, l’arroganza, la violenza di potenti contro i quali, ad assicurare giustizia alla famiglia, interverrà la protezione di una divinità benevola, Jizō – protettrice sia dei bimbi dalla nascita travagliata o addirittura non realizzatasi e anche dei viaggiatori, ma che la nostra sensibilità potrebbe per certi versi accostare alla figura dell’angelo custode – e, infine, varrà il sacrificio della vita cui la figlia – richiamando un’altra figura, quella di Antigone – si sottopone.

Oggetto di reiterate rivisitazioni, la leggenda, proprio nella versione di Ōgai, caratterizzata dall’intento di ribadire l’irrinunciabilità dei diritti umani essenziali, ha conosciuto negli anni Cinquanta anche una trascrizione cinematografica che ha inaugurato in Italia l’interesse per il cinema giapponese.

Gioie (e ombre) dell’ikigai

Ken Mogi, Il piccolo libro dell’ikigai. La via giapponese alla felicità, Einaudi 2018 (pp. 169, euro 15)

La prima pagina elenca i “cinque pilastri dell’ikigai, la seconda parla di Jirō Ono, “grande maestro” di sushi: uno dei soliti manuali della felicità, sia pure in salsa giapponese, e che per fare esempi di chi è riuscito ad applicarne le regole parte da uno chef. Il libro, appena sfogliato, tornerebbe al suo posto sul bancone della libreria se non venisse alla mente il Sukegawa delle Ricette della signora Tokue (Einaudi 2018) link al  22 aprile 2018 e la sua saggezza lieve, ma perentoria, a suo modo: nella letteratura giapponese contemporanea sono spesso personaggi che svolgono mestieri come quello della cucina a veicolare significati e valori in cui non c’è traccia di banalità né di esotismo. Tornando a scorrere le pagine del “piccolo libro” ci si rende conto che parlando dell’ikigai offre esempi ragionati dello stile di vita giapponese, e allora il richiamo è al Noteboom di Cerchi infiniti. Viaggi in Giappone, Iperborea 2017 link al 2 luglio 2018, un libro che parlando di Giappone parla di noi.

Bene. Ma cos’è questo “ikigai”? Il “pentalogo” che apre il libro si scioglie, pagina dopo pagina, in casi ben raccontati, concreti, capaci di chiarirci che l’ikigai non è altro che la somma dei “piaceri” e dei “contenuti di senso della vita”: due cose diverse, si potrebbe obiettare. Ma proprio qui sta il punto:  se si “comincia in piccolo” (la giornata come un nuovo lavoro o una nuova relazione), se ci si prova a “dimenticarsi di sé” e a vivere in “armonia”, non solo con gli altri, ma anche con piante, animali, cose, in un orizzonte di “sostenibilità”, se si impara così a gustare la “gioia delle piccole cose”  stando “nel qui e ora”, piacere e senso della vita convergono, si lasciano vivere come un’unica esperienza, il cui sottofondo è, nella sostanza, la capacità di “accettare se stessi”. Ne viene non solo una “felicità” della quale ci si può render conto nel momento stesso che la si vive, ma anche una serenità che fa tutt’uno con la capacità di resistere a disgrazie e ingiustizie subite, di vivere bene anche se la propria vita non è quella che si sognava, perché non c’è altra vita che quella che ci si trova a vivere. E allora “prender sul serio i fenomeni transitori” (come la famosa fioritura dei ciliegi) non è l’espediente di chi accontentandosi gode, ma un atteggiamento conseguente e lucido che traduce nella pratica una filosofia.

Condotta individuale e comportamenti collettivi si intrecciano in aspetti molteplici della vita quotidiana in Giappone: la gentilezza di cui parlano i visitatori del paese del Sol levante non è che il portato dell’ikigai.

Si era partiti con uno chef. Si incontrano artigiani, monaci zen, musicisti, e fin qui tutto bene. Leggere delle virtù sapienziali dei lottatori di sumo può lasciar perplessi, ma bisogna ammettere che Mogi ci sa fare, spiega, persuade. Almeno fino a quando arriva a sostenere che l’ikigai annulla la differenza fra perdenti e vincitori, nel senso che anche chi sta sotto se la può passare bene, perché “l’ikigai è pane per gli svantaggiati”, “permea tutti i livelli gerarchici delle strutture competitive e concorrenziali”. Forse le aiuta anche a perpetuarsi… vien da pensare, tanto più quando si legge che “si può declinare l’ikigai in modo personale anche in una nazione dove la libertà è limitata”. Ma non è finita: “ironia della sorte, potremmo trovare il nostro ikigai anche sganciando la bomba atomica che decreterà la fine del mondo” (sic). Detto da un giapponese, tra l’altro…: che distanza resta fra l’ikigai e la pura esecuzione di un ordine da parte del pilota dell’Enola Gay?

Ma qui non possiamo prendercela con Ken Mogi: qui sono le filosofie dell’atarassia, è il pensiero orientale a mostrare – nonostante tutte le suggestioni e gli insegnamenti che ne possiamo derivare – a mostrare il limite drammatico di una ricerca della salvezza che non sa o non vuole fare i conti con le contraddizioni stridenti e insormontabili del mondo contemporaneo. Persino a un conoscitore profondo e partecipe come Francois Jullien è accaduto di doverlo ammettere.

Siamo tutti, in fondo, vittime di noi stessi

Lisa Luzzi, La polvere che danza in un raggio di luce. Una suggestiva interpretazione del De profundis di Oscar Wilde, Armando Editore 2019 (pp. 160, euro 14)

“La profondità dell’esperienza espressa nel De profundis è stata spesso sottovalutata dalla critica”, afferma senza mezzi termini l’autrice, per la quale il ritrovamento di quest’opera, letta al tempo del liceo, ha rappresentato un’“epifania”, una rivelazione non solo umana e letteraria, ma filosofica e religiosa.

Scritta nella forma di una lunga lettera al proprio amante, di fatto un intenso monologo con se stesso, durante l’incarcerazione per omosessualità – un reato, in Gran Bretagna, sino a tempi non lontani: si pensi al destino di Alan Turing –, la testimonianza di Wilde ha un valore che va oltre la sua vicenda, risultando emblematica di un dato comune: “Siamo tutti, in fondo, vittime di noi stessi – ci vien fatto notare –, tanto delle nostre debolezze quanto delle nostre apparenti forze, anche se non ce ne avvediamo”. Occorre avere “il cuore di Cristo e la mente di Shakespeare”, lo stesso Wilde afferma, per giungere a riconoscere – e qui è Ellmann, biografo dello scrittore inglese, a parlare – che “noi siamo naturalmente nemici di noi stessi e andiamo in cerca degli eventi che inconsciamente ci si addicono”. Secondo quella coazione a ripetere, verrebbe ad aggiungere, che la psicoanalisi ha interpretato come espressione della pulsione di morte.

Wilde si vergogna, si pente amaramente di “aver usurpato il proprio genio, e infangato il proprio nome, per aver commesso l’errore di assecondare appetiti superficiali e frivoli” – anche se altrove li fa derivare da un “profondo affetto spirituale” al pari di quello provato dai grandi Michelangelo e Shakespeare. Senonché, più che un cedimento, la vicenda ha fatto “emergere l’ombra che abitava nel suo animo che, se da un lato, amava perdersi nella bellezza dall’altra sentiva anche l’urgenza di un traumatico svelamento della concretezza del reale e della verità della materia”. Una tensione drammaticamente opposta a quella della sublimazione e alla tendenziale identificazione fra estetica ed etica; una spinta a portare al livello dell’atto la convergenza avvertita fra bellezza, amore e morte, tratto comune alla vita e alle opere di Wilde, come l’autrice analizza stabilendo paralleli convincenti – con il Ritratto di Dorian Grey, in particolare: una sorta di anticipazione del destino che attendeva lo scrittore.

Non di meno, la sua decisione è ferma, e la saprà rispettare: “Devo conservare l’Amore nel mio cuore a tutti i costi. Se vado in prigione senza amore che ne sarà della mia Anima?” E dunque, assicura l’interlocutore, “Non scrivo questa lettera per far nascere amarezza nel tuo cuore, ma per eliminarla dal mio”.

“Ho scritto tutto quello che c’era da scrivere. Ho scritto quando non conoscevo la vita, e ora che ne conosco il significato non ho più niente da scrivere”, confessa Oscar Wilde pochi mesi prima della propria morte. Convinto che “lo scopo della vita è lo sviluppo di noi stessi, la perfetta attuazione della nostra natura”, e quindi, anche, il dovere di non vergognarsi neppure degli atti che non si vorrebbe aver commesso.

Non citerà più con leggerezza gli aforismi, sempre sapidi nei loro paradossi quanto calzanti con l’attualità, chi ha letto questo libro e magari, sulla sua scorta, ha sentito il bisogno di conoscere anche il De profundis.

In un piccolo libro, la grandezza di Leonardo

Leonardo, Amore ogni cosa vince. Segreti di vita e bellezza, Interlinea 2019 (pp. 64, euro 10)

Spesso, e con qualche ragione, ci si guarda dagli anniversari e dalle celebrazioni. Conoscendo per esperienza il valore del tutto effimero di gran parte di ciò che in queste occasioni si dice e si pubblica, si preferisce lasciarne decantare quel che non è mera ripetizione, luogo comune, agiografia.

Il cinquecentenario della morte di Leonardo non fa eccezione, ma è tuttavia possibile distinguere, nel mare di saggi e di romanzi usciti in questi ultimi mesi, alcune pubblicazioni che si sbaglierebbe a trascurare per le loro dimensioni contenute. Di queste, la raccolta di pensieri curata da Gino Ruozzi, massimo studioso italiano della letteratura aforistica, “una letteratura marginale perché poco attraente e ammiccante”, ha avuto occasione di scrivere lo stesso Ruozzi, ma che in realtà “ci invita non al sogno, ma al confronto con noi stessi e la società in cui viviamo”. E a questo confronto, appunto, le pagine di Amore ogni cosa vince invitano chi, come noi, è chiamato a misurarsi con la vecchiaia secondo prospettive diverse dal passato, imposte dall’invecchiamento della popolazione e dalla tendenziale rimozione non solo della fine ma ormai anche dell’inevitabile declino della vita nella sua ultima stagione. Senonché, leggiamo in uno dei primi pensieri che il libro riporta, “A torto si lamentan li omini della fuga del tempo, incolpando quello di troppa velocità, non s’accorgendo quello esser di bastevole transito”. A torto perché, a ben vedere, “molte cose passate di molti anni parranno propinque e vicine al presente”, e quel che conta è allora la qualità di quelle cose, una qualità “che ristori il danno della tua vecchiezza, overo che trastulli la tua vecchiezza”. È insomma il genere di vita che si è fatto a stabilire quello della propria morte: “Siccome una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire” e, in conclusione, “La vita bene spesa lunga è”.

Ma anche altri di questi pensieri rimandano all’oggi: il primato della “sperienzia” contro la semplice citazione, la superiorità degli “inventori” rispetto ai “recitatori” possono richiamare la sudditanza e la credulità oggi dilaganti di fronte all’invasività delle informazioni indiscriminate se non false di cui, grazie alla rete ma non solo, siamo vittima (ogni epoca ha quel che si merita: le autorità del passato, un tempo; i makers il più delle volte irrintracciabili di news e fake news, oggi). Così come all’attuale discredito da cui sono investite le competenze e alla disinvolta condotta di non pochi reggitori della cosa pubblica fan pensare le parole che Leonardo dedicava a “quelli che usano la pratica senza scienzia”, “come ’l nocchieri ch’entra in navilio senza timone o bussola”. Pensieri stimolanti, insomma, che aprono – sia pure sul filo della libera associazione –  percorsi diversi ma tutti convergenti nel mettere in luce la modernità del pensatore: dalla differenza di grado, più che da una radicale discontinuità e tantomeno da una conclamata superiorità, che intercorre fra uomini e animali (“L’uomo ha grande discorso, del quale la più parte è vano e falso. Li animali l’hanno piccolo, ma è utile e vero”) al riconoscimento, tutt’altro che scontato quando Leonardo scriveva, che “El sole non si move”. Verità scientifiche intuite con certezza, capacità anticipatrice di un pensiero che se da un lato esprime la convinzione che “Nessuna certezza delle scienzie è dove non si po’ applicare una delle scienzie matematiche”, dall’altro sostiene che “Ogni nostra cognizione principia da’ sentimenti”. Per cui lo sguardo indagatore che si rivolge al sole può tingersi di accenti ben diversi non appena si posa sulla luna: “La luna, densa e grave, densa e grave, come sta, la luna?”.

Un libro piccolo da leggere e rileggere, dunque, per avvicinarsi davvero, al di fuori di ogni logica monumentalizzante, a quest’uomo che, pienamente immerso nei suoi tempi di guerre e congiure – anche l’Ultima cena di Santa Maria della Grazie, nota il curatore, mette in scena una congiura, la congiura per eccellenza della cultura occidentale – si pone “all’inizio della modernità”, maestro di una pittura sempre innervata dalla conoscenza naturale e dalla riflessione  filosofica (il pensiero corre all’animale che compare in copertina, nella celebre Dama con l’ermellino, quando si legge che “Moderanza raffrena tutti i vizi: l’ermellino prima vol morire che ’mbrattarsi”).

Avvicinarsi all’uomo, in conclusione, senza per questo disconoscerne la grandezza, e insieme il suo essere “vario e instabile”, come gli rimproverava Vasari. “Una sostanziale incapacità caratteriale a concludere le cose – ammette Ruozzi –, distratto o attratto da troppi interessi contemporaneamente” ha senz’altro connotato Leonardo. Produttore di un’opera ricca di “lacune e frammenti” – quali sono questi stessi pensieri – interpretabili però “come mimetici dell’imperfezione e della fragilità intrinseca della nostra esistenza.”

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Scrivere per non fuggire dal presente

Francesco Pecoraro, Lo stradone, Ponte alle Grazie 2019 (pp. 446, euro 18)

Finito di leggere il libro, il presentimento che il tentativo di tradurne in parole l’impressione ricevutane mi sarebbe sfuggito di mano mi ha indotto a fare uno schema dei suoi contenuti.
In principio è Lo Stradone, con il suo contesto, poi i tre filoni della critica urbanistica e architettonica, della ricostruzione storica, dell’osservazione sociale e antropologica, e da lì le diramazioni: il narratore e la sua vita in primo luogo; gli altri; la Sinistra, l’Italia, l’Occidente e il resto del mondo.
Ma poi, quando mi sono messo a scrivere, pur tenendo conto di questo schema non ho saputo attenermici, e mi è risultata evidente l’impossibilità di ricondurvi la storia che Pecoraro racconta. Perché? Per molte ragioni, solo alcune delle quali mi sono chiare: perché la sua scrittura è sostanza della sua narrazione come della sua argomentazione, inscindibili in questo romanzo-saggio, e dunque non sai rinunciare a citarne continuamente stralci; ma anche perché il fluire del suo discorso non si lascia costringere in una mappa tematica. Questa sorta di enciclopedia delle mentalità diffuse ai nostri tempi, nella quale ci sentiamo – volenti o nolenti, e sia pure in diversa misura – coinvolti, non tollera di essere riordinata: non parte da un primo volume e quelli successivi non seguono una progressione definita e certa, ma tornano a riaprirsi, a volte alle stesse pagine.
E allora, bando alla sintesi… Attraversiamo il mare di queste quattrocentocinquantapagine seguendo le rotte che comunque ci sembra di poter individuare.

“L’osservazione ostinata e diretta mi dice ciò che accade vicino a me, mi narra ogni giorno la micro-storia dello Stradone”: è questo il metodo per farsi “un’idea complessiva delle caratteristiche del tempo presente”, andando oltre l’”informazione sempre più ristretta triste rapida indifferente indifferenziata disseccata” della televisione e dei giornali.

Lo Stradone, via di maggiore percorrenza del “Quadrante”, uno dei quartieri “emarginati, non compatti e mal pianificati, o forse mai pianificati”, occupati dalla “frantumaglia edilizia” che connota le “prime fasce esterne al nucleo storico ridotto quasi per intero a parco a tema per turisti”. I turisti che percorrono la “Città di Dio”, com’è denominata Roma in questo come nel romanzo precedente, e come lo era già da Pasolini, intenzionato, pare, a scrivere un romanzo intitolato appunto La città di Dio.

La capitale dunque è lo sfondo della narrazione, una città che ben si presta a suggerire – evocando, si direbbe, le Città invisibili di Calvino – che “la città, qualsiasi città, è ciò che resta di un sogno perduto, il sedimento solido di ciò che nel corso del tempo poteva essere e non è stata, l’Io nevrotico e depresso di un Super-Io urbano che non ha incontrato le condizioni per compiersi o non ha avuto la forza di realizzarsi”.

Se questo è il luogo, del personaggio che narra veniamo innanzitutto informati che, “cresciuto nei puliti e geometrici quartieri nord” della città, abita da vent’anni in una delle molte “palazze” sorte lungo lo Stradone, lo stesso che “fino a pochi anni fa restava uno stradello e oggi è, in tutta la sua imbecillità, lo Stradone”, elemento portante di questi luoghi definiti, nella loro disarticolazione, “dall’incontro-scontro tra speculazione urbana e produzione edilizia”. Luoghi – nella realtà sono quelli della Valle Aurelia, o “Valle dell’Inferno”, come c’è ancora chi la chiama a Roma – segnati dall’insediamento delle fornaci da laterizi che, passate a metodi produttivi industriali nel secondo Ottocento, fornirono i mattoni necessari all’espansione post-unitaria dell’Urbe, oggi “città ambigua antica indifferente” – e molto altro: quasi dieci pagine sono dedicate a elencarne i caratteri –, ma già allora “paradiso del costruttore” e quindi dell’“attività umana legale – l’edilizia – più prossima all’illegalità, più tentata dalla scorciatoia para-criminale, più coinvolta in corruzione e imbroglio”. Luoghi che, passati attraverso la grande trasformazione – ossia della “demolizione fisica e sociale” che ha sostituito il quartiere proletario dei fornaciai della Sacca con le torri di quattordici piani dello IACP – offrono alla fine degli anni Settanta un ideale terreno di ricerca a etnografi e sociologi studiosi di comunità ormai disgregate, mentre oggi costituiscono un campione rappresentativo delle “non-scelte dell’amministrazione”, della “stupidità dei tecnici, degli urbanisti e infine degli architetti” che hanno costruito questa “non-città, che è pur sempre la nostra”, ma soprattutto è “l’hardware che stiamo lasciando ai nostri figli, che hanno un loro diverso e per certi versi non-comprensibile software mentale. Penseranno diversamente ma vivranno nelle nostre medesime stanze”:

È questo l’osservatorio. È qui, sul “marciapiede davanti casa, al Bar Porcacci e quel poco che c’è da qui alla svolta per andare al garage” che il protagonista conta “di poter vedere le cose della politica e dell’economia” e non si stanca perciò di guardare  il suo “tassello di territorio segnato dalla piccola e media Storia” insieme dedicandosi “allo studio dei testi direttamente riguardanti questi luoghi”: se la gran parte degli interessi che aveva nutrito si sono dissolti, la curiosità per i luoghi in cui passa la sua vita resta viva, e lo induce a “passare e ripassare osservare sedere nei bar, comprare nei negozi. E infine andare in biblioteca a leggere la storia della Città di Dio, rintracciare l’atto di nascita urbanistica dello Stradone, per capire ciò che non si può capire senza averlo vissuto di persona. E così scovare l’eco lontana del Quadrante, il borghetto della Sacca, della visita in quei luogi di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin”. Che non importa sia davvero passato di lì, nel viaggio che l’aveva portato a far visita a Gorkij nel 1908 a Capri. Quel che conta è che ne sia rimasta memoria, per quanto leggendaria, e dunque non solo in biblioteca ma anche nelle testimonianze degli abitanti più vecchi si tratta di rintracciare i tratti di un’identità perduta.

È così che l’espressione della “sofferenza percettiva” suscitata dal volto urbano, dalla “fine della cultura del decoro” che non si può non leggervi, si intreccia con l’indagine dei processi che quel volto hanno prodotto. E l’osservatore si fa narratore visionario del passaggio del grande Lenin fra i fornaciai della Sacca, perché quell’episodio sa dire di un tempo nel quale c’era ancora il futuro e “le categorie del filosofico e del politico (coincidevano)”, anche se la vita operaia era fatta di fatiche disumane e la fornace era un “tritacarne”. Sono loro, i “roboti” sopravvissuti, a raccontare come ci si lavorava, e come si abitava nel “borgo auto-costruito nei pressi della fornace” stessa, “come si vivesse per la fornace, a causa e in virtù della fornace, odiando/amando la fornace”. Ma è, quello, un tempo dimenticato dai figli che sono andati a vivere altrove e di cui i figli dei figli non sanno più nulla: “nel momento in cui la pentola della Storia smette di bollire si mette in moto l’accademia e comincia a raccogliere i cocci sparsi”, e l’archeologia industriale, che vuol tutelare i resti di fabbriche come quelli di cui, nel Quadrante, si farà un centro culturale, appare, nella sua velleità di evocare un passato precocemente ma irrevocabilmente remoto, “la più stupida delle branche della conservazione”. Remoto non solo perché è cambiato tutto, intorno, ma anche perché è estinta la specie di cui faceva parte il fornaciaio  che “comprendeva perfettamente la morsa in cui si era dibattuta tutta la sua esistenza”, che era consapevole della “propria segregazione sociale” ma anche del fatto che “il lavoro politico per l’affermazione di un cambiamento collettivo” era per lui “l’unica prospettiva di togliersi dal collo il tallone del padrone e della fornace”, per quanto quel cambiamento lo percepisse “lontano, irrealizzabile” e votato, come difatti è avvenuto, alla sconfitta. È sul filo di testimonianze simili che si attraversa la storia di questa parte della città prima e durante il fascismo, e poi nel secondo dopoguerra, quando “il processo di assimilazione alla città dell’enclave rossa continua” fino a farsi trasformazione irreversibile: “Casa-spazio urbano-lavoro, avevano determinato il formarsi di un’appartenenza. Sarà la modificazione di questi tre elementi esistenziali a smontarla”.

“Come posso raccontare quegli anni – si chiede il narratore – facendo a meno di un’adesione, postuma ma totale, a quelle battaglie? Come posso mantenere uno sguardo freddo sulle cose i fatti le persone coinvolte nel destino della Sacca?”

Dopo il luogo e la storia della sua gente, è allora la biografia dell’osservatore-storico che possiamo distinguere in questo racconto in cui tutto rimanda a tutto. Il personaggio ha molto in comune con l’Ivo Brandani della Vita in tempo di pace, il romanzo precedente di Pecoraro, ma qui resta anonimo; aveva 69 anni quello e ne ha quasi 70 il narratore dello Stradone, senonché qualcosa è cambiato, quasi che i sei anni passati tra un libro e l’altro, che hanno fatto del sessantottenne Pecoraro di allora il settantaquattrenne di oggi, si facessero valere: se Ivo Brandani era un uomo che da “anni non dice più quello che pensa, a nessuno” e, “perseguitato dal senso della catastrofe”,  si è ridotto a vivere in uno stato di “disperazione segreta e compressa”, l’uomo dello Stradone, pur approdato a una analoga condizione di “disperazione a bassa intensità”, si direbbe abbia guadagnato uno sguardo più disincantato, non meno sofferto ma in grado di guardare dall’alto una catastrofe ormai inequivocabilmente consumata. E dunque parla: da “vecchio maschio silente”, quale si definiva allora, sente di doversi dedicare ora a “un (suo) progetto di ricostruzione/restituzione, storica e non”. Perché “(ho) tempo libero” – come tiene a giustificare autoironicamente la sua impresa –, ma al fondo perché, lo deve ammettere, “non mi abituo” alla “nostra solita vita annidata in Occidente”, nonostante l’assistenza sanitaria, il supermercato e la palestra pervasa dalla noia, da un “inganno di cui tutti sanno”, ma “che viene benevolmente tollerato, anzi accettato a praticato”. Ma lui no, in lui non si è esaurito uno “stato interiore di costante dissenso col presente”. Non sa rassegnarsi alla “risacca della storia” nella quale viviamo, e quel modello di società e di vita che si contrapponeva nel Novecento a quello capitalista, anche se “schiacciato e deriso” e apparentemente cancellato dalla Storia”, “più svanisce e più lo ama”, e infatti “(condivide) molto” del modo di pensare dell’amico che è rimasto comunista, “senza compagni, senza Partito, senza Stato Guida, senza prospettive”, ma comunista.  “Comunista silente”.

È a questa posizione che si sente vicino, nonostante il percorso che l’ha portato, dopo aver fallito nella carriera accademica, ad abbandonare il Partito, ad aderire negli anni Ottanta a quello di Craxi e a lasciarsi corrompere – da architetto funzionario ministeriale qual era – pagando il suo errore con un mese di galera cui è seguita una reintegrazione risoltasi sostanzialmente in un’emarginazione ben retribuita (in quel “Ventennio della Cancellazione che fu quando sulla cultura peninsulare novecentesca fu stesa più di una mano di merda, a obliterare ogni antecedente politico ogni visione ogni cultura ogni verità ogni menzogna”). Per poi ritrovarsi, pensionato, solo – una moglie, poi un’altra donna, e adesso nessuno, con lui – nel suo appartamento al settimo piano della “palazza” sullo Stradone. A guardare. Anche se stesso. Il proprio essere vecchio. Non “anziano, non più giovane. In età non più verde, agé, avanti con gli anni”: vecchio. In grado perciò di tracciare una fenomenologia della vecchiaia che sembra non tralasciare nulla in un elenco impietoso di “sei anziano quando…”. Quando cambia il rapporto con il tempo in primo luogo e “il passato è una scia a sfumare in lontananza, il presente è come dietro un vetro e il futuro non c’è più”. Quando “tutto quello che prima ti piaceva ti interessava ti eccitava (…) non dico sparisce, ma è come se decadesse, si depotenziasse, attenuandosi, lasciandoti in uno stato di semi-indifferenza costante, definitiva” e l’energia residua è assorbita dal “bisogno quotidiano di massicce dosi di fiction, seriale e non” e dalla “ipercomunicazione webbica”, o si diluisce nei “social e adiacenze, nelle lunghe escursioni in youtube, negli sterminati enigmi pornografici che si trovano in rete”. Già, perché “nessuna donna ti guarda più. Se non le anziane come te, che tu invece non guardi”, mentre alle ragazze “basta percepire inconsciamente le radiazioni della vecchiaia che stai emettendo, per precipitarti nella massa dei non-visti, dei non-considerati, dei non-valutati: sei fuori e lo sei per sempre”. Eppure, il desiderio continua a farsi sentire, anche se non è, spesso, “un vero risveglio, ma il sommovimento di un dormiente”, tranne quando a urgere è invece “la disperazione del desiderio che non può soddisfarsi nei modi in cui vorrebbe”, “la nostalgia degli anni in cui si era dentro la giostra sessuale della giovinezza. In cui gli sguardi delle ragazze ti colpivano in continuazione”. Sentimenti che convivono, drammaticamente, con una “sarabanda di pensieri di malattia e morte”, con i presagi della Malattia, con le avvisaglie del momento in cui curarsi sarà detto Battaglia, “secondo la cancro-retorica”. Intanto, “il come stai, un tempo convenzionale, con l’avanzare dell’età sta diventando una domanda vera, cui qualcuno risponde seriamente, vale a dire raccontando davvero come sta”.
Ad aggravare poi il senso di solitudine che inevitabilmente accompagna la vecchiaia, una distanza fra generazioni che è aumentata come mai era avvenuto prima, e si traduce, per il narratore, in “odio”: per le “loro menti disattrezzate, dove tutto galleggia senza peso” e “si è formata l’idea di merito”, di “società meritocratica”, nel frattempo identificata con una “piatta iperqualificazione, che oggi non si nega a nessuno abbia i soldi per conseguirla” e produce schiere di “cretini” annidati “soprattutto tra i qualificati e i meritevoli”, “imbecilli affamati di successo”, “eserciti di consenzienti anglofoni muniti di curriculum”. Giovani che non vogliono più saperne di quei “caca-cazzi” che “a partire dal Sessantotto e per tutti gli anni a seguire, ci hanno portato alla rovina”. Ma attenzione: i vecchi, per parte loro, non si possono dire vittime ingiustamente disprezzate. In loro – non escluso chi formula questi giudizi – non mancano “sentimenti schifosi”: “quando constato l’altrui star male, i danni della vecchiaia, o vengo a sapere della morte di qualcuno, non so perché, mi vergogno a dirlo, provo un piacere segreto, profondo e non confessabile”. Si tratta di “una sottile lurida doppiezza che definirei SPAD, Soddisfatta Pietà per Altrui Disgrazia”.

Il che non impedisce il sopravvivere di una pietas per il barbone che non vuole aiuto, per il giovane scivolato in una condizione di indigenza assoluta, per i baraccati che stanno al di là dello Stradone, ma anche per gli animali condotti al macello, per le vecchie cose usate per anni da qualcuno che non c’è più e finite nei mercatini, e per i libri soprattutto: persino quelli che si leggevano negli anni Settanta oggi giacciono invenduti sulle bancarelle dell’usato.  

Storia di sé, degli effetti che l’età induce, ma mai storia individuale quella che troviamo in queste pagine, indissociabile da quella collettiva di un “ceto medio terminale”, di “un Grande Ripieno, in cui tutti si mescolano con tutti. Non è il reddito ad aggregarli, ma una comunanza culturale (…) tutti insieme anestetizzati da una comune aspirazione alla sicurezza economica e fisica (…) da una verniciatura di pensiero civile, apparentemente corretto e televisivo, che nasconde la solita inestirpabile natura brutale e ferina che potentemente emerge sempre più spesso e sfacciatamente in circostanze in cui questa medietà sociale universale si sente minacciata nelle due principali sicurezze di cui sopra”.

Una “rozza immagine”, di mano dell’autore stesso, rappresenta “un panino a tre strati”: fra quello sottile che sta sopra, lo strato dei “ricchi e potenti” e l’altro, di maggior spessore, che si trova sotto, quello dei “poveri e emarginati”, sta lo strato più alto, quello del Ripieno sociale, che nutre lo strato di sopra e lascia percolare verso il basso “una piccola porzione di ricchezza”. A succhiare risorse ovunque è però una “rete criminale estesa ramificata” al punto di attraversare ogni strato del panino. È questa la struttura che caratterizza il “corpo sociale” nell’epoca della “post-politica”, nell’Era della democrazia fredda”, in cui “destra e sinistra sono diventate quasi uguali, come negli USA”.

Qual è il tipo umano, quali i modi di pensare, i comportamenti che corrispondono a questa situazione?

foto di Francesco Pecoraro

Torniamo al punto di partenza, all’osservatorio dello Stradone: quelle che vi si muovono sono “presenze umane diacroniche, solo apparentemente viventi nel medesimo intervallo spazio-temporale”, come le galassie individuate dal telescopio spaziale Hubble, che vediamo anche se nel frattempo morte o profondamente trasformate o disperse. Presenze umane, dunque, che sono “in realtà lontanissime tra loro come mentalità percezione e visione del reale contemporaneo”. Uniche occasioni di comunicazione, le chiacchiere al bar Porcacci, il bar del quartiere, e la Squadra, “ultimo ente simbolico che ci dà il senso di appartenere a qualcosa”, essendo il tifo “restato da solo a compensare la dis-appartenenza politica, la deideologizzazione generale”. Ma, occorre notare, il loro tende a confondersi con il noi. Sono, gli altri, gente da cui non ci si può aspettare più nulla e che pure vale la pena di osservare, ascoltare soprattutto, perché se ne è parte, perché un’irrinunciabile onestà verso se stessi costringe all’immedesimazione. Non necessariamente all’empatia però, che finirebbe per scivolare nell’autoassoluzione. Meglio limitarsi ad ascoltare perciò, riportando mezze frasi e sprazzi di dialogo come infratesti che ora completano con una qualche pertinenza il discorso ora lo spezzano come intrusi, ma sempre rendono – non di rado con effetti umoristici irresistibili – il tenore delle relazioni e degli scambi che intercorrono fra i “cetomediocri” (“C’ho invortini de verza./Te sembro tipo da invortini de verza?”, “So’sòrdi nostri”, “Saa so’cercata”, “Bello ’sto marzupio”…). Sono i pensionati che si lasciano “dragare” i soldi che ricevono dallo Stato da slot e bingo e Gratta & Vinci, “umiliati da un presente misterioso, incomprensibile, contro il quale talvolta, soprattutto se in branco, ringhiamo confusamente”. Un presente in cui tutti e tutto appaiono falsi, anche “i convincimenti, imbottiti di falsa buona coscienza”, ma “l’autenticità non è necessaria per la gente dello Stradone” alla quale interessa solo “restare vivi. Conseguire un vivere senz’altro scopo che restare vivi, per sedere al Porcacci il più a lungo possibile” e “rimettere in circolo, attraverso il consumo, il denaro pubblico affidatoci con la pensione”. Egoismo sociale e indifferenza a tutto: vada come vada il mondo, “a noi bastano altri dieci, massimo quindi anni di calma, anche relativa, e di pace anche falsa e parziale” perché, anche se l’abbiamo pensato, “il mondo non era migliorabile per via politica, l’abbiamo capito tardi, ma l’abbiamo capito. Intanto dateci la pensione.” “Razzisti involontari” con i “bangla” – dal canto loro, “chiusi nella loro capsula culturale” e nel loro desiderio di “roba e benessere occidentali” – che ti fanno benzina o ti servono nei loro negozietti aperti sempre.  Clienti assidui e razzisti di fatto, questi pensionati, membri di quella “nuova classe sociale dei Persi nel Tempo”, degli “Abbandonati per Istrada in un punto del tardo Novecento”, “Al di fuori della fiction assuefatti a qualsiasi cosa: incidenti, attentati, immondizia…”. Suscettibili se mai, in parecchi, ai miti e alle pratiche della “de-anzianizzazione”: e allora ecco l’abbigliamento giovanilizzante, ma soprattutto – secondo la norma imperante delle tre effe enunciata da Tommaso Labranca, autore di riferimento di Pecoraro: fitness, fashion, fiction – la palestra, “moschea laica” di “cazzoni novecenteschi” cedevoli alla dilagante cultura del corpo per la quale “farsi gli addominali, porca madosca, è il primo imperativo categorico subito dopo il restare vivi”.

Si può anche non andarci in palestra, ma facciamo lo stesso parte degli uomini e delle donne cui “sembrava di non essere negoziabili e invece siamo stati negoziati, in un dissenso di superficie, ma con un sostanziale consenso a un agio relativo”, a un consumo che si fa metro e sostanza dell’esistenza e si rappresenta nel “supermercato sempre aperto illuminato riscaldato e costantemente rifornito ci ciò che sono convinto che mi serva, di cui sono stato addestrato ad aver bisogno”. E del resto, perché impuntarsi a vedere nel centro commerciale un non luogo anziché l’unica agorà rimasta, in un tempo in cui il discorso pubblico si è fatto “non-discorso”, “sempre lasciato aperto come un rubinetto spanato”, e più ci si guarda intorno e più si vedono solo “segni di desertificazione politica”?  

Desertificazione cui non è estraneo e dalla quale non è certo stato risparmiato il Partito, entrato già nel Novecento in “una fase di trasformazione auto-annullante che ancora dura”, “un Partito che ormai appartiene a estranei”, anche se non è a una simile involuzione che si può attribuire ogni responsabilità: a ben vedere, si deve risalire agli anni Settanta, quando “ci immaginavamo dall’altra parte, come fossimo davvero antagonisti e non invece parte di un sistema che ci prevedeva nei suoi meccanismi di ri-equilibrio, (…) di modernizzazione laicizzante di un catto-paese arcaico che andava condotto per mano verso il consenso secolare”. Ma si può andare ancora più in là, e riconoscere che addirittura la “promessa” rivoluzionaria del comunismo era “falsa”, “era falsa già nel ’17 del Novecento, non-ostante la bellezza assoluta della Rivoluzione e dei suoi intenti, non-ostante la lucidità di Lenin. Era falsa perché non aboliva il lavoro né la dominanza né l’obbligo del consenso né in definitiva la condizione operaia”, senza dimenticare gli anni che seguirono, gli anni dello stalinismo, “esecrabili si dichiarò ufficialmente negli [anni] Ottanta, quando tutto era ormai finito. Però lì, nell’Impero d’oriente, in forme diverse ma non tanto, tutto dura, lo sappiamo.” Come sappiamo bene che quella in cui viviamo è “L’Era delle Stragi”, anche se “restiamo ormai abbastanza freddi rispetto al quotidiano flusso informativo sul rito di sangue”, limitandoci a dire, come si sente dalle parti dello Stradone, che “So’ barbari. Genti che (questo lo penso io) vivono in uno stadio di civiltà che precede di mille anni quella occidentale, che hanno una visione normativa e fatale e divinata della vita e dell’ultra-vita”. Il fatto è che – nonostante il presente ci sembri “l’avvisaglia di qualcosa di più grosso, di terribile e sanguinoso, qualcosa che accadrà e sarà contro di noi” – siamo “nutriti di istantanee drammatiche da un lato, e di servizi giornalistici carenti dall’altro” e quindi “anche volendo (lo vogliamo?), non riusciamo a farci un’opinione su quanto accade”. E non solo sul “conflitto tra noi e i popoli delle Sabbie”: vivere nel “post-tutto” significa non capire, prendere atto che la realtà, vicina e lontana, in cui siamo calati è “sostanzialmente un mistero che resterà tale ancora per un bel po’, forse per sempre, nel senso che sarà compreso solo dalle macchine superpotenti che prima o poi costruiremo, o che più probabilmente si auto-costruiranno.” Questa la constatazione cui approda la sensazione, disseminata nel testo sin dalle prime pagine, di “non aver capito niente”, “niente dei motivi per cui gli altri esistono e agiscono”; di non sapere perché convenga avere “cognizione di ciò che in ogni caso non possiamo capire”, dal momento che “un quadro esatto di ciò che sta accadendo non ce l’ha nessuno” e noi – noi bianchi anziani quantomeno – siamo ciò che è stato” e “ciò che è non lo possiamo capire”.

Quel che sappiamo è tuttalpiù che il Ristagno in cui viviamo non è destinato, come potrebbe sembrare, a durare per sempre, perché “alla fine, una volta morti, la materia di cui siamo fatti può tornare nel grande calderone universale (…) gli atomi di carbonio del pensionato si mescoleranno a quelli dei capezzoli della barista (…) della sedia del dehors del Porcacci, della ristampa in inglese dei Quaderni del carcere. Il Ristagno è comunque provvisorio. Ci aspettano grandi cose”.

Lo stradone – ha osservato Guido Mazzoni – non parla di Roma: parla di ciò che Roma, oggi, permette di capire”, ma per farlo lo scrittore è partito dalla microstoria e dall’osservazione minuta della realtà sociale che lo attornia, raccogliendo testimonianze documentandosi – si veda la nota bibliografica finale – come faceva Zola.

Uno scrittore, Pecoraro, che per restituire il frutto del suo lavoro usa una lingua ibrida, infarcita dei modi del parlato e continuamente oscillante fra registri diversi, evocando inevitabilmente il gusto di Gadda, il Gadda del Pasticciaccio soprattutto; uno scrittore che nutre il proprio discorso della distanza che sente separarlo da chi gli sta attorno, richiamando, nella rabbia amara che a tratti lo prende Bernhard, se Bernhard si fosse sentito salisburghese quanto i salisburghesi che detestava.

Un romanzo che non si conclude, che si interrompe piuttosto, o meglio: che l’autore “(chiude) per sfinimento” ma che avrebbe potuto continuare, che continuerà forse, riprendendo i temi e le idee che ci ha proposto e che a loro volta avevamo intravisto già nel precedente La vita in tempo di pace.

Una scrittura, in conclusione, che ha lo scopo opposto a quello che la letteratura molto spesso (sempre più?) si propone: una scrittura che non ha per fine né aiuta a metter fra parentesi il presente, o a fuggirne; che non cerca di metter ordine nel disordine del mondo né di guadagnare, e indurre nel lettore, l’illusione di un superiore distacco critico dalla realtà, ma che, al contrario, si pone come mezzo di un’adesione priva di infingimenti e avara di distinguo al tempo in cui viviamo, di un riconoscimento lucido ma non ripiegato su se stesso della catastrofe che per essersi consumata non cessa di manifestarsi, ad ogni livello, senza risparmiare nessun luogo, nessun ambito di vita. Nessuno, dovunque e comunque viva.

Passioni spente, biografie a pezzi

Tommy Wieringa, Una moglie giovane e bella, Iperborea 2019 (pp. 117, euro 14)

“Collezionista di prime volte” nella sua vita sentimentale, il virologo Edward, finché non incontra Ruth, di parecchi anni più giovane di lui. Al solo vederla prova “una nuova sensazione: la bruciante nostalgia di qualcuno che ancora non conosceva”. La sposa, la tradisce con una collega, hanno un bambino, che non smette di piangere, neanche la notte, e cui la moglie si dedica in modo esclusivo attribuendo al marito un’indefinita responsabilità: il piccolo, sostiene, percepisce che lui non lo desiderava. È meglio che non abiti con loro, dunque, e al virologo non resta che accamparsi, all’insaputa dei colleghi, nel suo laboratorio, fra le cavie. Senonché, la sensibilità animalista della moglie l’ha contagiato: “A volte guardava gli animali nelle loro gabbie con gi occhi di Ruth e vedeva che la prima forma di sofferenza a cui venivano sottoposti era la noia. Smettevano di prendersi cura di sé (…). Più spesso e a lungo li guardava, più si affievoliva dentro di lui la negazione della loro sofferenza”, sulla scorta delle idee non solo della moglie ma anche di Jeremy Bentham, secondo il quale la domanda da porsi se si vuole tracciare un confine tra uomini e animali «non è: “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, ma “Possono soffrire?”».

La riflessione sul dolore animale si intreccia sempre più strettamente con quella su di sé: la gallina bianca che trent’anni prima, ancora ragazzino, aveva salvato dall’allevamento intensivo è forse l’unico essere che ha davvero amato, o per il quale aveva provato “una sorta di compassione”, mentre col passare degli anni quella sensibilità è scomparsa e riesce difficile  ricordare “com’era… avere un cuore, un cuore che ti mette in condizione di lasciarti trasportare e sentirti parte della vita sulla terra…”. Ma il tempo è passato, e ormai “le singole parti della sua biografia non volevano saperne di amalgamarsi in un insieme, in un’unica vita che mostrasse significato e coerenza.”

Ecco il punto: Edward è uno di quegli uomini che, superati i quaranta, si rende conto di aver continuato “a salire e scendere la scala della (loro) vita” e faticano a cogliervi qualcosa che possa riconoscere come una biografia: come i depressi (si pensi all’io narrante di Emanuele Trevi, in questi Appunti lo scorso 26 maggio), così anche questi personaggi sembrano aggirarsi con assiduità nei romanzi che l’editoria oggi ci propone. Ne fa parte, per fare un esempio, anche lo psichiatra Kadoke di Terapie alternative per famiglie disperate di Arnon Grunberg (Bompiani 2019), afflitto da una pervasiva “stanchezza di vivere” che “bisogna scavalcare come si scavalcano le pozzanghere”, assorbito da un rapporto con la figura materna dai tratti patologici, eppure privo di passioni al punto che “talvolta va all’opera per vedere e ascoltare emozioni che non gli sono del tutto estranee, ma che non vive più in forma diretta.” Chi sono questi uomini? Hanno forse alle spalle l’esperienza dei giovani di cui spesso si parla: espropriati di futuro, più o meno apparentemente anaffettivi, incapaci di un progetto biografico?

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Il tempo della limonaia (audio)

L’attrice Francesca Garioni legge Il tempo della limonaia, di Carlo Simoni, in occasione della manifestazione “Giardini d’agrumi” (chiostro della Chiesa di S. Francesco a Gargnano, 27 aprile 2019):

Carlo Simoni: Il tempo della limonaia

Per leggere il racconto di Carlo Simoni clicca qui.



Francesca Garioni
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