“Montaigne ci insegna che il solo modo per imporre se stessi al lettore – senza correre il rischio di imbarazzarlo o disgustarlo – è presentarsi in abiti casual, possibilmente sgualciti.”

(Alessandro Piperno)

“La gloria o il merito di certi uomini è scrivere bene; di altri, non scrivere affatto.”

(Jean da le Bruyère)

“Lo scrivere è un ozio affaccendato.”

(Johann Wolfgang Goethe)

“Bisogna prendere speciali precauzioni contro la malattiia dello scrivere, perché è un male pericoloso e contagioso.”

(Abelardo)

“Uno scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine.”

(François Mauriac)

“Ho grande stima e ammirazione per gli artigiani, soprattutto di quelli di un tempo, anzi, dirò di più, mi piacerebbe tanto essere artigiano. (…)
Probabilmente si tratta del tipo più sano di processo creativo, che scorre sempre dentro argini ben precisi senza sofferenza, senza ansie, senza romanticismo, senza lacrime e senza estasi, con una tranquilla sicurezza nella propria mano, che sa già da sé che cosa deve fare. E’ geniale, ma senza la minima trepidazione (…). Questa maestria spensierata è lontanissima dallo spirito del nostro tempo, dove tutto è basato sulla sincerità lancinante e sullo sconcerto, oppure sul desiderio di produrre qualcosa di diverso da ciò che è già stato fatto da altri, di vedere, stupire, colpire, e sul terrore di poter andare a finire casualmente su una strada già percorsa da qualche altro.”

(Pavel Florenskij)

“La letteratura ha questo di bello, che si può stare seduti, con la penna in mano, per giornate intere e non accorgersi del tempo che passa e sentire, nello stesso tempo, qualcosa di simile alla vita”

(A. Čechov)

“La vita cresce dalle parole, la morte dimora nel silenzio. Per questo dobbiamo continuare a scrivere, a raccontare, a mormorare versi di poesie e imprecazioni e così tenere lontana la morte, per un po’.”

(Jón Kalman Stefànsson)

Trascrizione dell’intervento pronunciato nel corso della XVI edizione di Dies fasti, giornate organizzate dagli studenti del Liceo Calini di Brescia il 15 e 16 novembre 2017. Tema prescelto quest’anno, “Il domani”.

Mi trovo a parlare di domani a chi ha cinquant’anni meno di me, e immagino che cinquant’anni vi sembrino un periodo lunghissimo: un’epoca storica più che un arco di vita. Si tratta in effetti di un intervallo di tempo in cui sono successe molte cose, il mondo è cambiato, e sta cambiando (in modo ancor più radicale, probabilmente, di come è avvenuto nella prima e nella seconda rivoluzione industriale).
Non è facile pensare che cinquant’anni siano un’entità temporale che possa riguardare se stessi, se si ha meno di vent’anni. Eppure, posso dire che non è molto diverso neanche per me che ne ho quasi settanta: anche a me pare irreale che sia passato mezzo secolo da quando avevo la vostra età (e anche da quando, di poco superati i vent’anni, da precario, per un paio d’anni ho insegnato in questa scuola storia e filosofia.
Quindi, sentiamo nello stesso modo il tempo trascorso? Sì, se parliamo del senso del Tempo, del Tempo che è passato e continua a passare, del mistero che il Tempo continua a rappresentare (mentre i fisici dicono che il tempo non esiste, i neurobiologi che invece è una realtà, e alcuni filosofi sostengono che il divenire è un’illusione, perniciosa oltre tutto, anche se ). Ma non dobbiamo ignorare il fatto che il tempo non è lo stesso per chi vive stagioni diverse della vita: per la giovinezza col tempo si deve fare i conti solo in certe occasioni (un lutto, o il rimpianto di un amore finito), ma poi lo si di dimentica: perché la giovinezza appare una condizione naturale, non ha bisogno di spiegazioni, di essere compresa. La vecchiaia invece è innaturale, e risulta incomprensibile: la propria, non quella degli altri, non la vecchiaia in generale: è alla propria che si fa fatica a credere, così come appare incomprensibile la velocità crescente con cui il tempo passa e le stesse cose, gli stessi gesti, le stesse parole si ripresentano.
Ancor più diverso è il modo in cui sentiamo il futuro, il domani.
Ma allora che cosa mi autorizza a parlare di domani a dei giovani? La letteratura, credo di poter rispondere. O meglio: il racconto, l’arte di raccontare, che permette di vivere esperienze che non sono nostre come se lo fossero, di trasmettere esperienze fra persone appartenenti a culture diverse, ad epoche diverse, e, appunto, a età della vita diverse.
E con questo arrivo a parlare di un racconto in particolare, di un romanzo che credo tutti voi abbiate letto: il Barone Rampante, di Italo Calvino (pubblicato sessant’anni fa, ma sono duecentocinquanta- come me fanno notare in questi giorni diverse iniziative in alcune università italiane – quelli che ci separano dal momento in cui la storia prende avvio). Di quello ci occuperemo, e di un altro racconto che ne è un possibile seguito: perché l’ho scritto? Perché amo Calvino, e lo amo perché non è solo un bravo scrittore ma uno scrittore che offre qualcosa di utile per la vita e non smette di offrirlo. Lui diceva che gli autori che funzionano così sono i classici: credo parlasse, senza averne l’intenzione, anche di se stesso, di quello che sarebbe diventato.
Il barone rampante (come altre cose di Calvino) non si leggono una volta sola: se non lo si è detestato in quanto lettura obbligatoria a scuola (può capitare), si torna a leggerlo in diversi momenti della vita, e ci si trova qualcosa di nuovo, non tanto perché non lo si era capito alle letture precedenti ma perché nel frattempo siamo cambiati noi che lo leggiamo.
Amare un scrittore significa innanzitutto rileggerlo, e poi leggere quello che di lui hanno detto altri, ma anche scriverne: può succedere, senza bisogno di essere scrittori di professione. Si possono scrivere le ragioni per cui lo si ama, oppure immaginare di proseguire un suo racconto.
Torniamo all’inizio del romanzo di Calvino.

Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno (…) Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse: – Ho detto che non voglio e non voglio! – e respinse il piatto di lumache. Mai s’era vista disubbidienza più grave.
(…) Cosimo non volle toccare neanche un guscio. – Mangiate o subito vi rinchiudiamo nello stanzino! – Io cedetti, e cominciai a trangugiare quei molluschi. (Fu un po’ una viltà, da parte mia – dice Biagio, il fratello minore, il narratore –  e fece sì che mio fratello si sentisse più solo, cosicché nel suo lasciarci c’era anche una protesta contro di me, che l’avevo deluso; ma avevo solo otto anni, e poi a che vale paragonare la mia forza di volontà, anzi, quella che potevo avere da bambino, con l’ostinazione sovrumana che contrassegnò la vita di mio fratello?)
– E allora? – disse nostro padre a Cosimo.
No, e poi no! – fece Cosimo, e respinse il piatto.
– Via da questa tavola!
Ma già Cosimo aveva voltato le spalle a tutti noi e stava uscendo dalla sala.
– Dove vai?
Lo vedevamo dalla porta a vetri mentre nel vestibolo prendeva il suo tricorno e il suo spadino.
– Lo so io! – Corse in giardino.
Di lì a poco, dalle finestre, lo vedemmo che s’arrampicava su per l’elce.  (…) saliva per il nodoso albero, muovendo braccia e gambe per i rami con la sicurezza e la rapidità che gli venivano dalla lunga pratica (…).
Cosimo salì fino alla forcella d’un grosso ramo dove poteva stare comodo, e si sedette lì, a gambe penzoloni, a braccia incrociate con le mani sotto le ascelle, la testa insaccata nelle spalle, il tricorno calcato sulla fronte. Nostro padre si sporse dal davanzale. – Quando sarai stanco di star lì cambierai idea! – gli gridò.
– Non cambierò mai idea, – fece mio fratello, dal ramo.
– Ti farò vedere io, appena scendi!
– E io non scenderò più! – E mantenne la parola.

Sappiamo cosa verrà dopo: una vita inimitabile, piena di interessi, avventure, partecipazione a fatti storici, innamoramenti e amori
Quello che dobbiamo chiederci è: lo sapeva, Cosimo, che la sua scelta, improvvisa, non premeditata, gli avrebbe regalato una vita del genere? Io credo di no: non è stato quello che voleva a portarlo alla sua scelta ribelle, ma quello che non voleva. Ma attenzione: il rifiuto delle lumache è in realtà il rifiuto di obbedire a un ordine che gli appare ingiustificato e che capisce neanche il padre saprebbe giustificare: è il rifiuto di un’autorità non autorevole. “Avevo otto anni – dice Biagio – tutto mi pareva un gioco, la guerra di noi ragazzi contro i grandi era la solita di tutti i ragazzi, non capivo che l’ostinazione che ci metteva mio fratello celava qualcosa di più fondo.”
Può dunque capitare che solo avendo il coraggio di dire no a ciò che non si vuole si metta a fuoco poco a poco quel che si vuole: Cosimo rifiuterà tutte le autorità non autorevoli, rifiuterà e lotterà contro la società autoritaria del suo tempo.
Rifiutando un oggi che ci sembra sbagliato, ingiusto, inaccettabile, si può intravedere – anche se all’inizio indistintamente – un domani; sottraendosi all’obbligo che ci viene imposto dall’esterno o che noi stessi, per conformismo, ci imponiamo, possiamo tracciare le coordinate di una vita diversa, della vita che vogliamo. Si tratta di fare un salto. Metaforico, o reale come quello di Cosimo: un salto, una rottura che è in primo luogo una rottura con se stessi, un fare i conti con la paura di perdere la tranquillità, l’amore degli altri che ci stanno vicino magari: occorre rinunciare a qualcosa, a qualcuno. Non solo: occorre rinunciare anche a una parte di sé: occorre, se vogliamo estremizzare, morire a se stessi per rinascere. Ma facciamo attenzione: morire e rinascere sono metafore. Il Cosimo che vivrà l’intera vita sugli alberi è pur sempre il Cosimo che ci era salito quel giorno: è da quell’oggi che è nato il suo domani.
Dunque: il domandi stava nell’oggi, era a portata di mano ma avrebbe potuto anche essere per sempre ignorato.
Possiamo allora trarre una prima conclusione: il domani sta nell’oggi: ogni scelta, ogni progetto, ogni sogno non viene dopo, non viene da fuori: è adesso, ed è dentro di noi.
Dunque è l’attimo fuggente che occorre saper cogliere? O addirittura: dobbiamo affidarci ai desideri del momento: fare scelte di quelle che chiamiamo “colpi di testa” (o “passaggi all’atto” come dicono gli psicologi)?
No: ogni scelta di rottura, se davvero è di rottura, se dopo di essa le cose non sono destinate a tornare come prima, è resa possibile quando e solo se è matura: un frutto si stacca dal ramo all’improvviso, è vero, ma solo dopo che il sole l’ha lentamente portato a maturazione. Cosimo fa quel gesto inaspettato – inaspettato per lui stesso – perché da tempo ha maturato una posizione critica nei confronti dell’ipocrisia e del potere dispotico degli adulti.
Il domani sta nell’oggi, dunque, se l’oggi si inscrive in una vita davvero vissuta, com’è quella di chi vive con attenzione, serietà, passione quello che la vita gli offre e ne sa ricavare esperienza: occorre una base solida su cui poggiare i piedi se vuoi spiccare un balzo.
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In questi mesi qualcosa o qualcuno si è messo di traverso fra me e la scrittura. E in sé non sarebbe un problema vitale, nel senso che il cuore continua a pompare sangue e i polmoni inspirano ed espirano, sia che scriva, sia che non riesca a scrivere. Il problema è l’inquietudine di fondo, una sorta di tremore, di prurito della mano destra che vorrebbe impugnare una penna mentre la sinistra tiene fisso il foglio.

Si può vivere senza scrittura, almeno per un po’. E’ che lo stesso ostacolo che si frappone fra me e la scrittura si mette di mezzo per ogni altra attività creativa che resta preclusa. Bisognerebbe avere pazienza con se stessi perché, come dicono a Napoli, “ha da passà ’a nuttata”, ma negli anni la pazienza viene meno.

Ho cercato chiarezza nelle pagine di Maria Zambrano che, come sempre, riesce a trovare le parole che a me mancano. O che a volte, come in questo caso, proprio la sua lettura mi porta a scrivere.

***

Il risveglio della parola.

Indecisa, appena articolata, si sveglia la parola. Non sembra che riesca a orientarsi mai nello spazio umano, che va prendendo possesso dell’essere che si sveglia lentamente o istantaneamente. Poiché se il risveglio si compie in un istante lo spazio lo assale come se lo avesse aspettato lì per definirlo, per fargli sapere che è un essere umano e basta. Mentre il fluire temporale, in ritardo sempre, rimane aderente all’essere che si desta avvolto nel suo tempo, in un tempo suo che custodisce ancora senza cederlo, il tempo nel quale è stato deposto fiduciosamente. E la parola si desta a sua volta dentro questa fiducia radicale, che si annida nel cuore dell’uomo e senza la quale egli non parlerebbe mai. E si direbbe persino che la fiducia radicale e la radice della parola si confondano tra loro o si diano in un’unione che permette alla condizione umana di emergere.
E’ di indole docile la parola, lo mostra nel suo destarsi quando comincia a sgorgare indecisa come un sussurro in parole slegate, in balbettii, appena udibili, come un uccello ignaro che non sa dove andare ma si dispone ad alzare il suo debole volo.
Viene ad essere sostituita, questa parola nascente, indecisa, dalla parola che l’intelligenza già sveglia proferisce come un ordine, come se statuisse anch’essa una presa di possesso dinanzi allo spazio che implacabilmente di presenta e davanti al giorno che suggerisce un’azione immediata da compiere, che tutte le comprende. Parole cariche di intenzione. E la parola originaria, ritiratasi in sé, torna al suo silenzioso e nascente vagare, lasciando l’impronta impercettibile della sua diafanità. Non si perde però. Come un balbettio, come un sussurro della fiducia inestinguibile, attraverserà la serie delle parole dettate dall’intenzione, liberandole per qualche attimo dalle loro catene. E in questa breve aurora si avverte il germinare lento della parola nel silenzio. Nel debole bagliore della resurrezione la parola finalmente si stacca lasciando intatto il suo germe, annunciato dal pallido albeggiare della libertà un attimo prima che la realtà irrompesse. E così la realtà rimane sorretta dalla libertà e con la parola avviata a dirsi, a prendere corpo. La parola e la libertà precedono la realtà estranea, che irrompe dinanzi all’essere non ancora compiutamente destatosi nell’umano.

Maria Zambrano, Chiari del bosco

***

Sussurro sottile, sottile, quasi trasparente, limpido come cristallo, soffio di sogno notturno di incerta materia, sospetto. A palpebre serrate pareva luminoso, del colore dell’aurora, splendente. Al sollevarsi delle ciglia si fa indecifrabile, quasi ombra, apparenza, indefinita esistenza.

Si cerca di acchiapparlo, legarselo al polso della memoria, circostanziarlo. Ma proprio l’intenzione di trattenere lo dissolve, come acqua che non può farsi fiume.

Quel balbettio luminoso è perso, ha voltato le spalle deciso. E ci si perde a chiedersi che cosa lo abbia così urtato, addirittura offeso, quale sia la nostra responsabilità in quell’assenza. Perché dentro si sa che di responsabilità si tratta. Non dico di colpa, ma responsabilità.

Disporre l’animo a destra invece che a manca fa una bella differenza, così come lasciare correre imperterrite ombre nei giorni, ostinarsi ad ignorare impronte, segnali sospetti .

Non è di indole docile la parola, ha enormi pretese la parola nascente, sa essere permalosa oltremodo e sdegnosamente abbandona il campo e si ritira in sé, quando l’animo non è sgombro.

Che poi non si perda è tutto da dimostrare. Cacciata a calci una volta, poi due, poi cento, ha tutto il diritto di estinguere la sua innata fiducia nel mondo in un’udibile pernacchia, di alzarsi in volo senza voltarsi indietro.

Resta il fare, fitto susseguirsi di gesti che riempiono spazio e tempo, instupidiscono coscienze, sotterrano fiducia, declamano necessità inderogabili, con parole stantie anche se ben definite ed avverse al silenzio.

Ma è di quel silenzio che non si riesce a non avere nostalgia.