Poesie che sanno raccontare

Andrea Bajani, L’amore viene prima, Feltrinelli 2022 (pp. 62, euro 10)

Si ha ancora in mente il bambino del Libro delle case (Feltrinelli 2021, in queste note nella primavera dello scorso anno), che trovava la sua compagna di giochi in una tartaruga, custode longeva della casa, quando Bajani ci fa incontrare un altro bambino, un neonato. Il suo bambino. Già nel romanzo si faceva notare una lingua e un periodare ricchi di suggestioni e sfumature, capaci di dire quello che solitamente, più della prosa, è la poesia a saper dire, ed ecco ora queste poesie che sanno raccontare, come le note di un diario: “l’unica cosa che sono riuscito a fare, in quel lasso di tempo [le settimane successive alla nascita del figlio], è stata aprire un quaderno e appuntare dei versi. Registravo accadimenti minimi (…) I fatti, quello che succedeva, in fondo, era tutto quello che avevo da dire”. Molto e poco al tempo stesso: questi “canti minuti raccontano ciò che non si riesce a spiegare forse perché è troppo complesso e al contempo troppo semplice: un neonato nel suo primo mese di vita”, ed è qui che viene in soccorso la poesia, appunto.

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Nutrirsi di mancanze

Mattia Corrente, La fuga di Anna, Sellerio 2022 (pp. 256, euro 16)

 “Perché ogni cosa di te mi fa dimenticare che non ci sei? Succede per davvero. Io non ci credo che non ci sei. Ma dura il tempo di un battito di ciglia”. L’ottantenne Severino non ce la fa a stare solo nella casa che la moglie Anna ha improvvisamente abbandonato, e allora lascia Stromboli – dove si erano stabiliti “per godersi la vecchiaia”, dopo gli anni in cui lui era stato impiegato postale – e torna a Librizzi, sulla collina del messinese, il paese dove si erano sposati una cinquantina d’anni prima, nel 1964 (e che è anche il paese dell’autore). Il racconto della peregrinazione del vecchio (i paesi, le case che hanno abitato, le persone che conoscevano) e il progressivo emergere della storia, di Anna e sua, marciano di pari passo, mettendo in scena altre figure, dando loro la parola nell’alternanza delle voci narranti e nel seguito discontinuo degli episodi narrati senza riguardo per la cronologia.

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Oggi, domani / Antonio Prete

“La politica delle armi, se osservata a distanza di qualche decennio dagli accadimenti, si è sempre rivelata come il rovescio dell’umano, e del razionale, e del sensibile. Abolizione, o sospensione, di quel sentire che fonda il sé sul riconoscimento dell’altro (…) La capacità distruttiva [delle armi] e la loro alleanza con la morte, con la produzione di morte, non sono neutralizzate dal fatto che chi le adopera, o lo vende, o le dona, lo fa per una causa ritenuta giusta. La loro funzione ultima è quella di uccidere e ferire”.

Che cosa la letteratura può essere, oggi

Caterina Bonvicini, Mediterraneo. A bordo delle navi umanitarie, Einaudi 2022 (pp. 242, euro 16)

“Mi sono resa conto che per raccontare il mediterraneo – immenso, sterminato e vuoto, come ti appare durante una traversata – puoi solo aggrapparti ai dettagli. Una visione del problema dall’alto rende tutti troppo ragionevoli, o troppo irragionevoli. E questo ci fa perdere umanità. I dettagli invece destabilizzano, diventiamo più fragili e quindi più capaci di cogliere la fragilità degli altri. È il dettaglio che agisce davvero su di noi, e ci cambia. (…) La nostra immaginazione è banale perché non conosciamo i dettagli. La nostra immaginazione è pericolosa perché è banale. La nostra immaginazione, banale e pericolosa, è facilmente manipolabile e viene usata contro di noi. E forse i dettagli sono l’unica arma che abbiamo per difenderci. L’unica via per entrare in una tragedia senza accesso e senza testimoni, insondabile”. L’unica via per parlare di donne e uomini ognuno con un nome, una storia, una speranza.

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Raccontare la fine

Irvin D. Yalom, Marilyn Yalom, Una questione di morte e di vita, Neri Pozza 2022 (pp. 208, euro 18)

“Compagni di scrittura” per un’intera vita, “nonostante quattro figli” e i vari incarichi che l’insegnamento e la professione hanno comportato: il libro è scritto a quattro mani, anche se Marilyn non c’è più. Ma prima di morire aveva proposto al marito di scrivere un nuovo libro, “un libro che dovremmo scrivere insieme”. Questo, appunto, che racconta “i giorni e i mesi” della malattia finale, e insieme la vicenda di “una coppia molto fortunata”, unita fin nel percorrere “il sentiero che infine conduce alla morte” – entrambi sono ormai vicini a novant’anni – sulla scorta di un convincimento espresso da Irvin nella sua Psicoterapia esistenziale: che “è più facile affrontare la morte se si hanno pochi rimpianti per la vita che si è vissuta”. Più facile, non risolutivo. La domanda di fondo resta: “Come possiamo vivere dando un senso ai nostri giorni fino alla fine?”

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Le ombre del passato

Paolo Maurensig, Il quartetto Razumovsky, Einaudi 2022 (pp. 148, euro 17,50)

“Non è lontano dalla verità chi oggi afferma scherzando che la Seconda guerra mondiale si sia conclusa con l’invasione tedesca degli Stati Uniti”. Una migrazione avvenuta non prima della guerra – e dunque Thomas Mann, Theodor Adorno, Bertold Brecht e tanti altri intellettuali costretti dal nazismo a lasciare il loro paese non c’entrano –, ma dopo, quando “non solo intere famiglie ma vere e proprie comunità furono trapiantate dalle ceneri di una nazione rasa al suolo a una prospera terra promessa. Alcuni, però, si portarono dietro anche l’ombra del loro passato”, il timore costante di essere riconosciuti per quel che erano stati e per ciò in cui avevano creduto (e credevano ancora, nel caso del protagonista). Tra questi tedeschi espatriati troviamo anche quattro musicisti, un tempo celebri per l’esecuzione del quartetto beethoveniano richiamato nel titolo del romanzo, l’ultimo scritto da Paolo Maurensig, scomparso meno di un anno fa.

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Oggi, domani / Paolo Di Paolo

“Nella storia della distruzione è un particolare tra centinaia di particolari; nell’affresco spaventoso di una guerra è l’angolo in basso della tela. Da lì sbuca un muso di cane, e ci guarda: con quello sgomento muto che a volte c’è solo negli occhi dei cani. Il cane piccolo e atterrito – però vivo – ritrovato in un’auto con i finestrini distrutti. Il grosso cane dal pelo chiaro che accompagna una famiglia in viaggio verso il confine. E quello che sosta per ore in una stazione, confuso alla folla degli umani, accucciati come lui al freddo. Il randagio che percorre le strade di città sventrate, affamato. L’ospite di un canile abbandonato, che guaisce e sussulta per il rumore dei bombardamenti. (…) Il cane rimasto ucciso insieme alla sua famiglia umana – freddata alle spalle mentre era in fuga.

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Una vicenda enigmatica al ritmo della commedia brillante

Alessandro Zaccuri, Poco a me stesso, Marsilio 2022 (pp. 240, euro 16)

Non è la prima volta che la famiglia dell’autore dei Promessi Sposi attira la curiosità di uno scrittore: “un tentativo di ricostruire e ricomporre per disteso la storia della famiglia Manzoni”, “sparpagliata in diversi libri, per lo più introvabili”, l’aveva fatto quarant’anni fa Natalia Ginzburg, che nella nota di prefazione al suo La famiglia Manzoni avvertiva che si tratta di una vicenda “tutta cosparsa di vuoti, di assenze, di zone oscure. Come d’altronde ogni storia famigliare che si cerchi di rimettere insieme. Tali vuoti e assenze sono incolmabili”. Sono proprio le storie lacunose, forse, che si prestano ad essere rivisitate, sull’onda di un’immaginazione capace di colmare quei vuoti. Ciò che a suo modo fa Zaccuri, convinto – come si è letto in una recente recensione del suo libro apparsa sul “Giornale di Brescia” – di come fosse “indispensabile, per raccontare la storia Manzoni o immaginarne una alternativa, narrare la storia di Giulia, figura decisiva nella sua vicenda personale”.

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Oggi, domani / Antonio Prete

“La prossimità, l’aiuto, il soccorso rivolti alla popolazione ucraina, l’accoglienza messa in campo per i profughi, tanto più possono attingere a una compassione per dir così pura, e profonda, quanto più includono nell’orizzonte dello sguardo e della cura, e nelle ragioni dell’indignazione, altri feriti, o sottoposti a violenze, sotto altre latitudini, sotto altre condizioni. Si tratta insomma di non respingere tra gli invisibili i campi profughi libanesi, le metodiche occupazioni e aggressioni nella striscia di Gaza, i campi-lager libici, e così via”.

Una vita piena di vite degli altri

Daria Bignardi, Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici, Einaudi 2022 (pp. 168, euro 16,50)

“Temevo di ‘fare la figura di quella che pubblica perché va in tv’”: il timore dell’autrice e conduttrice televisiva, ammettiamolo, non era campato per aria. La riluttanza a leggere i romanzi da chi è segnato dalla “lettera scarlatta della tv”, secondo le parole della stessa Bignardi, ha le sue ragioni. Ma dimentichiamo o mettiamo fra parentesi, l’amabile, e non banale, interlocutrice di attori e cantanti, scrittori e politici: questo romanzo ci propone – facendo seguito agli altri libri pubblicati negli ultimi anni, uno per tutti: Storia della mia ansia (Mondadori 2018) –, un’autobiografia fatta di note che si richiamano fra loro, di semplici appunti, si direbbe a volte, che lasciano però emergere con chiarezza alcuni fili conduttori. Primo fra tutti la passione compulsiva per la lettura che restituisce una trama ininterrotta di autori e titoli. Come è logico avvenga, quando l’autore è anche un lettore di questo genere, il racconto della sua vita si intreccia con quello dei romanzi che ha letto, con il modo in cui hanno segnato i suoi giorni, con il posto che hanno via via preso nella sua storia. Innanzitutto quelli amati nonostante, anzi: proprio perché hanno avuto l’effetto richiamato nel titolo ma hanno saputo dare alla lettrice l’impressione di parlare proprio a lei.

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L’abisso interno

Henning Mankell, Nel cuore profondo, Marsilio 2021 (pp. 472, euro 18)

Atmosfere cupe, fra tempeste e banchise ghiacciate del Baltico; una natura che non consoce altra legge che quella del più forte, tanto più in un’epoca nella quale il mare è percorso dalle corazzate tedesche e russe che si affrontano nella più distruttiva delle guerre fino allora combattute, la prima guerra mondiale: il senso di una catastrofe incombente percorre questo romanzo fin dalle prime pagine – occupate da un’anticipazione angosciosa, il tentativo di fuga di una pazza dal manicomio in cui era rinchiusa da ventitré anni – e accompagna la narrazione che ci riporta alle missioni del capitano esperto in misurazioni batimetriche, capace di rilevare inesattezze nelle carte nautiche ma in realtà sempre “alla ricerca di qualcos’altro: un punto in cui il batimetro non sarebbe mai riuscito a raggiungere il fondo. Un punto in cui il batimetro cessava di essere uno strumento tecnico per trasformarsi in un mezzo poetico”. Non è tuttavia nell’idillio che la sua storia sfocerà, ma nella tragedia, perché la profondità del suo cuore è irraggiungibile, sulla sua vita gravano ombre di cui ignora la natura e lo portano ad azioni che, a posteriori, gli sembrano compiute da un altro. E che Mankell racconta guardandosi dall’attingere all’onniscienza del narratore, preferendo il ruolo di testimone, apparentemente distaccato, delle menzogne nelle quali il protagonista si imprigiona: “volevo riflettere sul perché al mondo ci siano troppi uomini che mentono quando si tratta di sentimenti”, ha raccontato lo scrittore nel 2014, dieci anni dopo l’uscita del libro: “uomini che agiscono senza controllo dei sentimenti nei riguardi delle donne, e se un uomo perde il controllo, può sprofondare nell’abisso interno e può accadere di tutto”.

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Intuire la singolarità dell’esistenza

John Gardner, Il mestiere dello scrittore, Marietti 1820, 2021

“Leggere libri e riviste, prestando attenzione alla lingua”, ma al tempo stesso non leggere “alla maniera dello specialista della lingua, ma alla maniera di un romanziere”, che si chiede “che cosa avrebbe fatto lui nella stessa situazione e se il suo metodo sarebbe migliore o peggiore”, e dunque leggere “sia con dedizione, sperando di imparare da un maestro, che in modo critico, attento a ogni possibile errore”. Sottinteso appena accennato: scegliere che cosa leggere, evitando il peggio, ossia “la narrativa ‘di buon livello’ scadente”. Il libro “scritto bene” ma superfluo, quantomeno. Leggere sì, e molto, dunque, ma selezionando le proprie letture: il consiglio dovrebbe estendersi ai libri che parlano di scrittura, tanto numerosi ormai da occupare nelle librerie lo spazio un tempo riservato ai testi di critica letteraria – ha osservato Vanni Santoni in una recensione recente di questo libro. Ma come orientarsi? Anche in questo campo troviamo infatti proposte discutibili: perorazioni ed elogi dello scrivere come viene viene poi si vedrà; testimonianze entusiaste del valore terapeutico o liberatorio della scrittura, una risorsa che era già lì, da sempre a portata di mano; manuali fai da te che sommano consigli, prescrizioni, avvertenze senza curarsi della loro astrattezza o addirittura della loro contraddittorietà; saggi di spessore ma talmente legati alla cultura letteraria in cui sono nati da non parlare al di fuori di quella.

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Oggi, domani / Cesare Brandi (1968)

“La nostra civiltà che si razionalizza, in apparenza, sempre di più, si meccanizza quindi sempre di più, è tutta un enorme neoplasma, come un neoplasma al cervello che prima di distruggere completamente i centri, li comprime, li deforma, li annulla. Così il massimo della razionalizzazione coincide con l’atrofia di quello che fa uomo l’uomo, in primo luogo la contemplazione, l’ozio nel senso antico e non dispregiativo: vedere e mirare. Vedere e recuperare, mirando, il tempo remoto e quello nuovo, ricomporre il proprio essere avulso e sminuzzato dalle ore quotidiane, dal fracasso tecnologico. Né vale solo la campagna o la montagna o il mare per questo. La città, che è l’espressione stessa dell’uomo in quanto vive con l’uomo e fa civiltà e crea cultura, la città deve anche poter sospendere l’uomo dal suo flusso ininterrotto di affanni e di lavori forzati”.

Contro il totalitarismo economico

Serge Latouche, Breve storia della decrescita. Origine, obiettivi, malintesi e futuro, Bollati Boringhieri 2021 (pp. 144, euro 16)

Fa bene Serge Latouche a tornare periodicamente a spiegare la sua idea, a illustrarne presupposti e conseguenze, perché su di essa non è calato il silenzio, come su altre espressioni del pensiero critico, ma si è riversata una violenta reazione che l’ha caricaturizzata, in chiave regressiva o pauperista: dovremmo forse tornare alla candela? e che cosa ci sarebbe di felice nella rinuncia a molte delle cose che il progresso ci ha donato? Non è forse il sogno di chi queste cose le possiede, questa proposta di abbandonare la crescita come parametro attorno a cui tutto non può che ruotare (misure di contrasto alla pandemia comprese, verrebbe da aggiungere)? Una reazione non casuale, tanto più beffardamente ostile quanto più la proposta ha saputo giungere al cuore del sistema che governa la nostra società, le nostre vite.

Ecco allora una nuova lezione su quel che si deve intendere per decrescita, questa volta più di altre consapevole – si direbbe – dei fraintendimenti ormai sedimentati e disinvoltamente perpetuati da giornalisti e politici privi di remore nell’interpretare il progetto riduttivamente, come un programma immediatamente operativo: non senza qualche responsabilità del suo ideatore, c’è forse da dire – si notava sommessamente commentando un altro libro di Latouche (Come reincantare il mondo. La decrescita e il sacro, uscito l’anno scorso e in queste note alla fine dell’agosto 2020).

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