I torti e le ragioni

Un racconto e i suoi rami: la “Storia di T.” è stato lo spunto per un gioco narrativo cui hanno partecipato alcuni degli amici di secondorizzonte: ognuno di loro si è provato a proseguire e concludere a suo modo il racconto dando vita così a sette nuove storie.

Storia di T.

di Carlo Simoni

Questa è la storia di T., un uomo non più giovane e non ancora vecchio, e dei ventitré anni che visse – ma non sapeva di aver ancora da vivere – dopo aver deciso che doveva fare una cosa ben precisa: chiedere scusa a tutti coloro ai quali riteneva di aver fatto un torto.
Aveva in mente solo un paio di nomi, il giorno in cui gli venne questa idea: S., al quale si era rifiutato – una trentina d’anni prima – di prestare gli appunti del corso universitario che lui aveva seguito diligentemente, al contrario dell’amico che invece a lezione c’era andato secondo l’umore del giorno; D., al quale aveva portato via – non per una volontà precisa, ma era andata così – la donna con la quale stava da parecchi anni, come fossero sposati; F., una collega che a un certo punto, non più d’una decina d’anni prima, aveva sostituito nel ruolo che quella da tempo sperava di assicurarsi: non che le avesse fatto le scarpe, come si dice, ma è un fatto che di quello che lui sapeva i capi stavano decidendo si era ben guardato dal parlarle, e così la sua responsabilità e il suo stipendio erano migliorati. Il suo, non quelli di F.
Torti molto diversi fra loro, com’è evidente, di quelli che possono essere ridimensionati, liquidati addirittura, da un così è la vita. Così è la vita: nei rapporti di amicizia come nelle faccende sentimentali e nei posti di lavoro.
Ma T. aveva deciso che se sentiva una ragione per chiedere scusa non avrebbe dovuto star lì a pesare la gravità delle sue azioni, né a valutare le conseguenze che effettivamente ne erano derivate. Perché era convinto che altrimenti avrebbe potuto tranquillamente concludere di non aver poi fatto succedere il finimondo, di non aver rovinato l’esistenza a nessuno eccetera eccetera, e dunque non c’era motivo di scusarsi. Né del resto le conosceva davvero, quelle conseguenze: S. s’era laureato anche lui, alla fine; D. non si era suicidato perché la sua donna l’aveva lasciato, non era passato un anno che era già con un’altra; F. ci lavorava ancora in quel posto, e la sua carriera l’aveva fatta comunque.
Ma non era questo il problema. La questione riguardava lui. Il suo bisogno di chiedere scusa. Indipendentemente dall’esito che il suo gesto avrebbe avuto, se avvertiva di aver fatto un torto, piccolo o grande che fosse, quale che fosse l’ambito di relazioni nel quale s’era compiuto, lui sentiva di dover tornare dalla vittima, se la vogliamo chiamare così: ricordarle quel periodo, quel fatto, se nel vederlo non le fossero tornati subito alla mente. E chiederle scusa. Non si trattava di ottenerne il perdono, o meglio: se qualcosa del genere fosse accaduto ne sarebbe stato contento, ma nel suo proponimento di riavvicinare la tale o il tal altro non doveva giocare alcuna valutazione preliminare delle probabilità che ciò avvenisse.
La lista si era andata allungando, e per ogni nome T. aveva cominciato a rintracciare recapiti, numeri telefonici, indirizzi e-mail. Anche se escludeva di risolvere la cosa a distanza. Quei dati dovevano servirgli solo per stabilire il primo contatto, buttar lì un pretesto per rivedersi, ipotizzare il giorno e l’ora in cui sarebbe andato. Perché, non ne sapeva esattamente la ragione, ma gli pareva essenziale che fosse lui a recarsi dall’altro, a casa sua, o comunque nel luogo in cui viveva. Alcuni infatti non stavano nella sua città. O non ci avevano mai abitato, o si erano trasferiti.
Era deciso. Avrebbe cominciato con uno a caso, facendo un sorteggio magari, poi via di seguito. Senza tener conto del tempo che era passato dal fatto. E qui un dubbio, o piuttosto un malessere, lo prendeva: aveva già annotato un paio di nomi di persone che avevano continuato a vivere nella sua stessa città, così come ne aveva appuntato almeno uno – ma sapeva che altri se ne sarebbero aggiunti – al quale il torto l’aveva arrecato di recente. Molto di recente. Decise di fare un elenco a parte per questi, così vicini, nello spazio e nel tempo, e di rimandare l’approccio con loro. Non di escluderlo, questo no, avrebbe guastato l’intero suo proposito, ma di non prevederlo nell’immediato.
Era tutto pronto dunque. Appena finita l’estate avrebbe cominciato. Dal primo.
Ancora qualche bagno, un po’ di sole, la festa dell’ospite di fine agosto e poi sarebbero tornati in città, e lui si sarebbe fatto sentire dal primo della lista.
Ed è stato proprio lì, attorno ai fuochi e alle grigliate di pesce sulla spiaggia, fra chitarre e fisarmoniche, che ha incontrato P. Erano sei, forse sette anni che non lo vedeva. Da quando aveva lasciato il lavoro che faceva per passare a quest’altro che pochi giorni dopo lo attendeva.
Erano diventati amici, lui e P., che pure era molto più giovane di lui. Proprio per questo forse: un’amicizia in cui c’era qualcosa del rapporto tra il fratello maggiore e quello più piccolo. Niente di paterno. T. aveva aiutato P., lo stimava, gli piaceva la sua passione per il lavoro ben fatto. Era stato questo ad accomunarli.
Ebbene, non appena i loro rapporti di lavoro erano cessati, P. non s’era più fatto sentire. T. l’aveva cercato, gli aveva proposto cene, occasioni per fare viaggetti, cose da fare insieme come una volta, ma P. niente. Non sono pochi quelli che, come cambi lavoro, tagliano di netto: la loro cordialità non era che interesse, è evidente. Ma da P. non se lo sarebbe proprio aspettato. Ne era rimasto ferito. Confuso prima, e poi ferito, appunto.
Avrebbe potuto fingere di non averlo visto, o limitarsi a un saluto da lontano. Invece gli era andato incontro, senza deciderlo, come fosse la cosa più naturale da fare, l’unica cosa possibile: l’aveva abbracciato, non badando al sorriso imbarazzato di quello, l’aveva fatto sedere al tavolo dove stavano sua moglie, i suoi figli, i suoi amici, aveva offerto a P. e alla ragazza che lo accompagnava grigliata e vino bianco. Il chiasso copriva le voci, non s’era neanche posto il problema di rievocare vecchi tempi, di scambiarsi le domande di prammatica, cosa fai adesso, come ti va eccetera. Solo qualche battuta su quelli che c’erano lì intorno, un commento su come andavano le cose, la politica, il lavoro, cose così.
A fine serata si erano salutati, una stretta di mano, un arrivederci senza alcun cenno al quando.
E qui, per T. era nata l’idea di un’altra lista da scrivere: la lista di quelli dai quali gli sembrava di averlo ricevuto, il torto, di quelli che l’avevano fatto restar male, o l’avevano fatto davvero soffrire.
Andare anche da questi: per sapere – senza la minima recriminazione, senza alcuna pretesa di ottenere spiegazioni e tanto meno scuse – la ragione per cui quella volta avevano detto, avevano fatto… O non avevano detto, non avevano fatto.
Tutto qui. Anche se non sapeva se sarebbe stato sempre bravo come con P. perché certe cose gli bruciavano ancora. Ma comunque voleva provare. Sentiva di non poter mettersi a pensare questo sì e questo no. Se uno di quelli che in qualche modo l’avevano offeso, o addolorato, gli veniva in mente, il suo nome doveva metterlo, in ogni caso.
A fine settembre le due liste erano abbastanza lunghe. La prima, quella dei torti fatti, soprattutto. Anche perché, rileggendola, si era reso conto di avervi incluso anche nomi di persone alle quali non aveva ragione di chiedere scusa, ma che sentiva ugualmente di dover raggiungere per dire un grazie. Non scusa ma grazie. Grazie perché in una particolare situazione gli erano state vicine, magari senza fare o dir nulla di speciale: gli si erano fatte sentir vicine, ecco. Oppure perché, anche senza averne precisa intenzione, gli avevano dato un’indicazione sul come fare una data cosa, o sulla direzione da prendere a un certo punto della sua vita, un incoraggiamento insomma, esplicito e meno che fosse stato. E a queste persone lui non aveva saputo manifestare la sua gratitudine: per sbadataggine, o pudore, o… avarizia. Quell’avarizia del cuore che non si sa o non si vuole riconoscere come tale e dalla quale ci si ritiene comunque esenti, come potesse riguardare sempre e solamente gli altri. Sicché quei grazie, in fondo, erano riparatori. Per questo si era ritrovato a includerne i nomi dei destinatari nella stessa lista delle scuse.

Alla fine, seppure non complete, né l’una né l’altra, si è detto che le due liste andavano chiuse. Il rischio, se no, era di contentarsi di averle scritte e di aggiungervi un nome oggi e uno domani, senza mai mettere in pratica il proponimento da cui erano nate.
E dunque, T., appena tornato in città, cominciò.

Prima, la mamma di Aurora Sorsoli

Una nuova mano di carte di Giovanni Locatelli

L’ultimo dei giusti di Andrea Spadini

Un’anima fragile di Mariagrazia Fontana

Il faggio di Delfina Lusiardi

Il folle piano di T. di Marco Palamenghi

Vizi capitali di Rossella Ghizzani


Prima, la mamma

di Aurora Sorsoli

E dunque T. appena tornato in città cominciò, ma, si sa, è più facile l’intenzione dell’azione.
Per giorni l’indice della mano destra percorse l’elenco dall’alto verso il basso e viceversa: da chi cominciare? Forse era più sano, e da usare come allenamento, iniziare con i peccati meno gravi, come da piccolo in confessione, così avrebbe capito che parole usare, come introdurre il discorso, dove ambientare la conversazione. Avrebbe imparato a cogliere le espressioni, gli sguardi per poter dosare le parole e ammorbidire le eventuali reazioni negative. Sì, questo era già un passaggio.
Stilò un elenco in ordine di gravità e passò così un’altra settimana.
Era pronto, l’indice. Restò senza lavoro. Se quello era il criterio bisognava partire dal primo in lista, tale Ernesto, compagno di banco in seconda media sospeso per un giorno e malmenato dal padre che, si sapeva, era uomo violento, perché accusato, al posto suo, di aver manomesso in malo modo il registro.
Però … mah… chissà come reagisce…
Il fatto era che Ernesto, un tipo grande e grosso, che ancora abitava nel suo vecchio quartiere, nelle case popolari, nell’ultimo palazzo, il primo costruito negli anni ’60 per gli immigrati meridionali che venivano a lavorare nelle fabbriche del nord (il quartiere era appena dopo il parco del residence di lusso dove ora T. viveva)… Insomma, lui era grande, grosso e un tipo rognoso con precedenti per violenza e qualche anno di carcere e T., in verità, lo aveva incrociato qualche volta ma sempre aveva finto di non riconoscerlo: andare a suonargli il campanello per raccontargli questa vecchia storia… mah… chissà… boh… Era perplesso.
Forse anche questo elenco, di piccoli peccati, andava messo in ordine non solo di gravità ma anche tenendo conto delle personalità, dei caratteri e della storia di ciascuno.
L’indice iniziò nuovamente a scorrere l’elenco. T. vide i nomi, le facce, ma alcuni avevano ancora un viso giovane dopo venti, trenta, quarant’anni dal fatto? Non era possibile.
Così passò un’altra settimana. Provò sui social e alcuni furono così ritrovati e visualizzati. Alcuni riconoscibili, altri no, non era nemmeno certo che fossero loro, così diversi.
Roberta, per esempio, la bruttina, grassoccia e impacciata collega di tanti anni prima, era diventata una snella e affascinante cinquantenne, mentre lui era ormai pelato e grassoccio, impresentabile. Pensare che al tempo l’aveva snobbata: lui, quarantenne elegante e in carriera, di donne belle ne aveva quante voleva. Chissà… forse l’avrebbe trattato da vecchietto rincoglionito se lui si fosse presentato per scusarsi di come l’aveva trattata allora…
No no non voleva umiliarsi così.
L’indice riprese a ripercorrere l’elenco: che strano, si era fermato a Mamma. Beh… mah… Sì, tutto sommato gli sembrò un buon inizio: le ho fatto torti – pensò –, me ne ha fatti, ma devo dirle anche grazie…
Così, prese il suo primo appuntamento…


Una nuova mano di carte

di Giovanni Locatelli

T. non ricordava quando aveva inserito sé stesso nella lista degli amici da ringraziare. Non si era mai considerato un self-made man, uno che si è fatto con le proprie mani al punto da darsi una pacca sulle spalle da solo, eppure nell’estrazione per decidere da dove partire, proprio il suo nome era uscito per primo. Viste le due cose in croce che era riuscito a combinare nella vita, poteva sbrigarsela in pochi minuti: birra, balcone, sigaretta, calda sera di fine estate – ecco celebrati i suoi successi.
Successi… quali successi? Credeva davvero di aver messo a frutto i talenti che il Signore gli aveva affidato? Non li aveva piuttosto seppelliti sotto ore di inutile ufficio, fra colleghi che pensavano solo a mangiare o a essere mangiati – tipo F. – o sprecati gozzovigliando nei bar in città, con amici che poi si erano rivelati meri conoscenti, svaniti alla prima occasione – gente come P. insomma. Ma non era P., o F., che doveva biasimare: le critiche spettavano a lui soltanto, per non aver cercato, provato, insistito fino alla morte.
Altro che grazie! Asino, doveva darsi dell’asino per quella volta con J., si ritrovò a pensare. Aveva sedici anni, suonava la chitarra niente male, sapeva stare sul palco ancheggiando e dimenandosi come la moda rock and roll cominciava a prescrivere anche nel Bel Paese, con grandi mani che occupavano la scena, e aveva avuto la fortuna sfacciata di farsi sentire da J., sì, proprio quel J., di passaggio durante l’unica tournée italiana nella sua breve, fulminante, sfolgorante carriera.
«Stai facendo bene, amico», aveva detto J. con un italiano bislacco, imparato lì per lì.
«Grazie», aveva risposto T. arrossendo.
«Wanna join us?» aveva continuato, sfruttando la traduzione simultanea del suo agente per proporre a T. di unirsi alla carovana in qualità di roadie, il ragazzo che accorda le chitarre e prepara la strumentazione in genere.
T. non aveva saputo rispondere. Mollare tutto e partire così. C’era sua madre… c’era una ragazzina che cominciava a guardarlo, a tenerlo per mano… c’erano gli amici…
J. inconsciamente sapeva di avere i giorni contati e che un incidente o un’overdose un infarto un sospetto suicidio l’avrebbe stroncato entro pochi anni: non aspettava mai, agiva e basta. Non aspettò neppure T., si allontanò salutando con la mano, improvvisando con le lunghe dita affusolate una scala in mi bemolle maggiore.
T. rimase incastrato in quell’istante: non ho sfondato perché sono un codardo, non ho sfondato perché sono un idiota, non ho sfondato perché ho passato la mano, si ripeteva, sognando ogni notte quelle dita che, passando da una nota all’altra, scivolavano lontano da lui e dalla sua unica occasione di emergere dall’anonimato. Quelle mani lo ossessionavano, l’anonimato lo inghiottì.
Si fece adulto sovrappeso, impiegato stressato, marito fedele, padre apprensivo. Non prese mai più in mano una chitarra, ma di tanto in tanto, la sera, se la stanchezza lo costringeva ad abbassare la guardia, si sorprendeva a ripetere la scala di mi bemolle maggiore con rapide dita.
Non era tipo da restare con le mani in mano: cercò un nuovo hobby, scelse il poker. Nel frattempo J. era morto. T. non ci pensò più. Era passato un secolo in un secondo, da allora.
T. finì la birra in un sorso, spense la sigaretta sulla ringhiera di ferro del balcone, scagliò il mozzicone facendo scattare l’indice, fino a un secondo prima trattenuto dal pollice nella posizione di OK, depennò con un colpo di mano il suo nome dalle tre liste, quella dei “grazie”, quella degli “scusa”, quella dei “senti un po’ tu, stronzo, ricordi quella volta che” – era finito in ciascuna, a quanto pareva – e procedette a una nuova estrazione, una nuova mano di carte, in un certo senso, convinto della bontà del suo proposito, nonostante quella falsa partenza.


L’ultimo dei giusti

di Andrea Spadini

Erano già passati due anni ma ricordava molto bene la vicenda che aveva gettato il seme da cui era germogliata quest’idea dello scusarsi. Non che allora ci avesse pensato, no, ma ora questa cosa gli era perfettamente chiara. Sì, era nato tutto da lì…
“Ciao T., Sono G. Ti disturbo?”
“No, figurati. Sono felice di sentirti.” gli aveva risposto, mentre cercava di controllare la solita ondata di senso di colpa che lo investiva ad ogni telefonata dell’amico.
“Volevo solo farti gli auguri di Natale. Come stai? E M., tutto bene?”
“Si, si, tutto bene. Stiamo preparando il pranzo. Quest’anno abbiamo qui nostra figlia con il suo compagno e ho il sospetto che M. abbia un po’ esagerato con le portate. Vorrà dire che mangeremo gli avanzi per l’intera settimana.”
“Come ti capisco. Anche noi festeggeremo con i miei figli e le loro mogli. D. è barricata in cucina da tre giorni. Mi ha vietato di entrare perché dice che ai fornelli faccio solo disastri. Non ha tutti i torti, come ben sai… Ora ti lascio ai tuoi impegni. Salutami tanto M.”
“Grazie G. Tanti auguri anche a voi. Ci sentiamo presto.”
Quando stava per riattaccare, aveva sentito l’amico aggiungere, con tono fattosi serio: “Sì, però mi telefoni tu. Io non lo farò più. Il mio numero ce l’hai. Ciao T.” e, con un sussurro, aveva aggiunto: “Ti voglio bene.”
Aveva raggiunto sua moglie in cucina. Era china sul tavolo infarinato, ingombro di ravioli.
“Dai T., dammi una mano con questa striscia di pasta. Hai visto come faccio, no? Metti il ripieno e poi… Ma che cos’hai? C’è qualcosa che non va?” gli aveva detto dopo avergli rivolto uno sguardo, “Sei pallido. Chi era al telefono?”
“Era G. Voleva farci gli auguri.”
“Che carino… Come stanno lui e D.?” e, senza attendere la risposta, aveva proseguito: “Prima o poi dovrai deciderti a sciogliere questo nodo che ti avvelena l’anima. Lui ti vuole molto bene, questo lo sai. Beh, ora dammi una mano con questi ravioli, altrimenti oggi chissà a che ora pranziamo…”.
Si conoscevano fin dall’infanzia, lui e G. Allora abitavano nello stesso quartiere della periferia milanese, in due condomini popolari poco distanti. Per anni erano stati inseparabili, prima nei giochi di strada e nel campetto dell’oratorio, poi nella passione politica e nella militanza, entrambi con la certezza di poter sempre contare l’uno sull’altro.
Quando, anni dopo, G. si era dovuto trasferire in un’altra città per lavoro, i loro incontri si erano fatti più saltuari, ma quando si ritrovavano era sempre come se si fossero lasciati solo la sera prima. Una speciale alchimia faceva sì che i fili del loro rapporto si riannodassero sempre all’istante, senza nessuno sforzo.
Si erano rivisti al funerale della madre di T.
G. ci era andato solo, senza la moglie. Allo sguardo interrogativo dell’amico aveva risposto confidandogli la crisi del loro matrimonio. Dopo mesi di litigi aveva preso la decisione di andarsene da casa, almeno per un po’. Anche D. era stata d’accordo. Sì, aveva una relazione. In un altro momento gli avrebbe spiegato meglio.
Dopo una quindicina di giorni G. lo aveva chiamato. Avrebbe voluto andare a trovarlo quel fine settimana. T., felice della proposta inattesa, aveva acconsentito subito. Non stava attraversando un periodo facile: la recente morte della madre, la grave depressione del padre che ne era seguita e che non sapeva bene come gestire… Gli avrebbe fatto sicuramente bene la compagnia dell’amico. Già si immaginava la nottata che avrebbero trascorso a parlare davanti a un paio di bottiglie di vino. Quando G. gli aveva chiesto il permesso di portare con sé un’altra persona lo aveva colto un po’ alla sprovvista ma, a quel punto…
Era arrivato il venerdì sera accompagnato dalla sua nuova compagna, amante o chissà che.
T. e la moglie li attendevano con la tavola imbandita. Per l’occasione avevano anche spedito la figlia a dormire dagli zii per liberare la stanza da offrire ai due ospiti. Nonostante il loro impegno, la serata era stata, a dir poco, difficile. La conversazione che avevano cercato di animare era stata un supplizio, piena di argomenti da evitare, di incognite impreviste e di gaffe in perenne agguato. G. non li aveva certo aiutati, sempre torvo e silenzioso, con lo sguardo smarrito in chissà quali pensieri. I due giorni seguenti, se possibile, erano stati addirittura peggio. Nei rari momenti in cui T. e l’amico erano riusciti a rimanere soli, G. lo aveva sommerso di parole con cui gli descriveva l’amore che provava per quella donna e il futuro che immaginava di costruire con lei. T. aveva provato ad interrompere quel flusso incontenibile, almeno per potergli esprimere alcune delle sue numerose perplessità. Presto si era reso conto dell’inutilità dei propri sforzi, perciò si era silenziosamente arreso e lo aveva lasciato proseguire, senza prestargli più molta attenzione. Gli era sembrato completamente fuori di sé. G. era talmente assorbito da questa vicenda che non aveva sprecato nemmeno una parola per chiedergli come stava. Nemmeno una parola in un intero fine settimana.
Erano trascorsi quasi dieci anni da quei giorni e ancora non era riuscito a perdonarlo. Forse, se allora avesse avuto la forza di affrontare con lui la questione, le cose si sarebbero sistemate. Ma T. in quel periodo si sentiva come uno straccio logoro, sempre sul punto di strapparsi. Non ne era stato capace. E poi non sono discussioni che si possono fare per telefono. Certo, avrebbe potuto affrontarlo di persona e magari farci una bella litigata. Ma non lo aveva fatto. Così il tempo era trascorso e il suo rancore si era indurito, incistandosi in un grumo sempre più difficile da scalfire. Nemmeno l’affetto che pure sentiva di provare ancora per l’amico sembrava in grado di contrastare quella sensazione di amarezza e risentimento. Ma allora perché tutte le volte che G. gli telefonava stava male?
Durante quelle vacanze natalizie, chissà come, si era trovato a discuterne con la figlia.
Dopo averlo ascoltato con attenzione, lei gli aveva detto: “Papà, scusa se te lo dico senza tanti giri di parole, ma chi ti credi di essere? Mister perfezione? Ricordati che anche le persone migliori possono sbagliare. A proposito di migliori, ma tu sei proprio sicuro di esserti comportato bene con G. in quell’occasione?”
“Che domanda… Ho accolto e ospitato lui e la sua amica, l’ho ascoltato vaneggiare per un intero fine settimana, che altro avrei dovuto fare?”
“Forse renderti conto che stava male quanto te, magari di più. Forse accorgerti che ti aveva cercato perché non sapeva più a che santo votarsi, e magari sperava che il suo migliore amico potesse aiutarlo a ritrovare il filo smarrito della propria vita… Ma invece no, tu eri troppo concentrato sul tuo ombelico per accorgertene, vero? Papà, tu non sei stato capace di guardare il suo dolore esattamente come lui non è riuscito a vedere il tuo. Diciamo che siete pari. Tu, con la tua aria da ultimo dei giusti, non sei stato migliore di lui, lo vuoi capire una buona volta? G. almeno ha continuato a chiamarti per tutti questi anni, tu cosa hai fatto?”
Lo aveva lasciato senza fiato. Nei giorni seguenti aveva ruminato a lungo le parole di sua figlia: poi, il giorno dell’Epifania, si era finalmente deciso.
“Ciao G. Sono T.”
“T., che bella sorpresa…”
“È tutto merito della Befana.”
“La Befana? Ma T…”
“Una Befana giovane e con le lentiggini, però sì, era proprio lei. Pensa che, invece di presentarsi con il solito sacco di carbone, se lo è venuto a prendere: e si è portata via quello di quest’anno e pure quelli degli anni passati. Sapessi come mi sento le spalle leggere… Non puoi immaginare che gran regalo sia stato…”
“Scusa T., ma non ho capito… Va tutto bene?” “Si, si, G., va tutto alla grandissima… Ascolta, mercoledì della prossima settimana sarò nella tua città per lavoro. Vorresti pranzare con me? Ho così tante cose da raccontarti… Prima però ti dovrò parlare di una cosa importante, una cosa che avrei dovuto dirti, anzi chiederti, già tanto tempo fa…”.


Un’anima fragile

di Mariagrazia Fontana

Ciao sono Tom, posso salire?
Tom chi?
Quel Tom, Tommaso Corradi, ricordi?
Tommaso Corradi – ripete lei a bassa voce ed è come se una bomba le esplodesse dentro. Dio mio, e proprio lui. E ora?
Poi la sua voce d’impulso, risponde d’un fiato al citofono: ok, terzo piano.
Con il cuore in affanno, intanto Tommaso sale sull’ascensore di quel palazzo signorile in Corso Sempione a Milano. Basco calato in testa, giubbotto un po’ sdrucito, non proprio lindo, capelli ora brizzolati ad accarezzargli il collo, il volto avviluppato da una fitta trama di rughe minuscole convergenti verso la bocca.
Da lì aveva deciso di iniziare l’impresa di chiedere scusa. Non era stato necessario soppesare i grammi di torto distribuiti negli anni, il nome di Giulia si era imposto come primo nella lista, poi come secondo, poi come terzo. Aveva riempito la pagina con il nome di lei, e scrivendo si era consentito, dopo decenni, di risvegliarla dentro di sé. Non l’aveva dimenticata, ma aveva dovuto addormentare quei giorni, rinunciare a spingere il cuore nei luoghi, ora aspri e disabitati, della loro vita insieme.
Era a Giulia che aveva fatto la peggior carognata. Da lei avrebbe cominciato. Superata quella stazione, il resto della via crucis sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Perdona se non mi sono annunciato con una telefonata, temevo che ti saresti rifiutata di incontrarmi, così ho pensato di presentarmi di botto, come un ricordo che viene su dalla nebbia. Volevo scusarmi. No scusarsi non è il verbo esatto. Per ciò che ho fatto ci si deve genuflettere, chinare il capo come davanti a Dio, se mai esistesse, e battersi il petto. Ma non pretendo perdono, è solo che volevo rivederti dopo più di quarant’anni e dirti che mi dispiace di aver buttato via tutto.
Parlava a precipizio, come in carenza di fiato o di coraggio, come per superare un ostacolo, prodursi in un passo definitivo senza ritorno. E intanto la guardava: gli occhi sempre grandi come il mare che sapevano sparpagliargli i pensieri, la pelle ancora fresca, come se il tempo l’avesse dimenticata e da Corso Sempione non fosse transitato. Forse era lo sguardo del ricordo che la ringiovaniva, che la faceva ragazza. Tom arrivò a pensare che restare giovane fosse per lei una forma di resistenza, la più radicale di tutte: ubriacare il tempo e sottrargli forza.
Un leggero rossore sulle guance tradiva lo stupore di lei e sembrava affiorarle negli occhi. Era bella come allora. Il viso non perfetto, il naso un poco pronunciato non riusciva ad alterarne l’armonia, la quiete che sapeva irradiare quando percorrevano stretti stretti le strade di Milano, quando discutevano fumando, quando credevano di poter rivoltare il mondo come un calzino, da quelle due stanze al quarto piano senza ascensore in cui vivevano con poco. Felici come non sarebbero stati mai più nella vita, almeno lui.
Distolse lo sguardo da quel volto che lo precipitava indietro negli anni, gli faceva risentire l’odore della vita, lo risucchiava negli abbracci, nelle assemblee, nelle speranze incrostate di certezze, in quel futuro passato come un lampo. Il tempo è una bestia senza pietà, una strada senza meta, un progetto senza costrutto.
Mi sono giocato ciò che avevo di più caro come un idiota. Tu sai quanto ti amavo – le disse con gli occhi bassi, torturando con entrambe le mani il basco che s’era levato per darsi un contegno, per non starsene lì in piedi come un allocco, con le braccia a penzoloni. Certe cose sono difficili da dire, ma a un certo punto dell’esistenza chiedono di essere buttate fuori, modellate in parole che sappiano descrivere errori, rigidità, imperativi morali. Era per quelli che aveva gettato tutto alle ortiche, per l’urgenza della rivoluzione che bussava alle porte, per quel mondo che sembrava rovesciarsi da un momento all’altro.
Le parole che gli uscivano dalla bocca parevano, a lui per primo, insufficienti, porose, incapaci di dipingere l’accozzaglia di passioni che allora gli era infuriata dentro. Doveva estrarle una per una da tutte quelle disponibili per esprimere ciò che sembrava impenetrabile.
Si fermò d’improvviso, come in preda ad un’assenza, come intento a scavare nel suo vocabolario alla ricerca di un aggettivo, un avverbio, un verbo che potesse misurare il prezzo della sua fuga, come se dalle parole dipendesse la salvezza della sua anima.
Un uomo non anziano, ma sicuramente avanti negli anni, un poco ingobbito, il capo chino in un silenzio inclemente, come perso in una piega degli anni, che lucidava ricordi, tentava di narrare l’indicibile con sguardo febbrile.
Non che Tom non avesse amato più dopo di allora, ma amori meno travolgenti, meno sanguigni, più pallidi. S’era trasferito in Francia, come molti di loro, per sfuggire alla galera e lì s’era ricostruito un’esistenza. Ma Giulia non l’aveva lasciata mai, gli scorreva nel sangue. Non pensava a lei consapevolmente, ne percepiva la presenza come un brusio lontano, ma ineludibile.
Ho avuto paura che le responsabilità mi imprigionassero, che facessero di me un omuncolo, uno di quelli che si adeguano, che stanno al mondo per tirare la carretta e rinunciano ai sogni. E i sogni per noi erano tutto, per quelli ti ho sacrificata, ci ho sacrificati. Ma il mondo non ha spazio per i sogni. Poi le cose hanno preso una piega storta, ma io ce l’ho messa tutta, non mi sono mai tirato indietro, ho fatto ciò che andava fatto, errori compresi. Anzi, soprattutto errori. Lo sai come eravamo fatti, rigidi, bacchettoni, così pieni di convinzioni da non vedere che la realtà aveva ben altra tinta. Ci credevamo entrambi, poi tu hai fatto la tua scelta, hai deciso che non te la sentivi di rinunciare al bambino, che un figlio era una cosa troppo importante.
Invece per me allora un figlio era un ingombro, una distrazione da ciò che contava, una segregazione. Per quello sono sgusciato fuori casa quella mattina. Sapevo che tu non avresti implorato, che avresti capito, ma guardarti mi avrebbe indebolito, avrebbe ridotto le mie convinzioni in pappa.
Questo volevo che tu sapessi, che non è stata la carenza d’amore ad allontanarmi, ma ciò che allora credevo essere un amore più grande, un dovere morale, una chiamata alle armi cui non era dignitoso sottrarsi. Però mi sei mancata sempre, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. E se potessi ricominciare tutto da capo con la testa di oggi, quell’errore non lo rifarei, perché l’ho sempre sentito quel costante disagio, quel qualcosa di me che non coincideva con l’io che credevo di essere, quell’io che era rimasto con te. Forse non ero tagliato per la felicità.
La sua bocca emise le ultime parole come un sussurro, le palpebre serrate, come tormentate da pensieri cupi, le mani strette a pugno, un lieve tremore nelle gambe. Un’inquietudine nuova, lentamente, dentro di lui mutava di forma, fino a definirsi in un’insospettata malinconia. C’era molta parte della verità che non riusciva a filtrare nelle parole, un passato che non si lasciava mettere in scena, che si celava nel silenzio. E il dire restava nelle intenzioni.
E nostro figlio, anzi tuo figlio? ora il bambino sarà un uomo fatto, magari anche padre – buttò fuori in un soffio come una stilettata, lo sguardo ansioso rivolto alla finestra. Dimmi solo se mi odia. Anzi no, non dirmi nulla, non potrei sopportarlo. Certo che mi odia, come non odiare un padre che ti abbandona a una vita priva di muri che ti proteggano, senza trave portante. Ma oggi no, non facciamone parola.
Poi, senza aspettare risposta, la sua faccia si indurì, si alzò come se la sedia scottasse, come se il dolore fosse entrato a vele spiegate nella stanza lasciandolo stordito. Non aveva neppure sfiorato il caffè che lei gli aveva messo davanti. A passo lento si incamminò verso la porta, esitante nel suo smarrimento, affaticato come camminasse contro vento. Si calò il basco in testa, calzato storto alla Che Guevara, accennò un mezzo sorriso e si avviò verso le scale.
Marina lo osservò in silenzio, mentre la sera consumava il pomeriggio. Non era riuscita ad aprire bocca, eppure sentiva che dentro quella fortezza massiccia si dibatteva un’anima fragile. Una moltitudine di emozioni le scrosciava addosso come pioggia, senza che un sentire pulito si definisse. Restò come ammaliata dalla sagoma di quell’uomo, il corpo allungato e scabro, il volto come sazio della vita, che si allontanava nelle tinte fosche della sera, curvo eppure non privo di una certa baldanza, preda dei rimpianti, del tempo che non dà tregua ad anima viva.
Non se l’era immaginato così suo padre, con quella tristezza dolce a solcargli le guance, con quell’incertezza nel passo. Lui, un ragazzo gonfio di principi.


Il faggio

di Delfina Lusiardi

Un ottobre così triste non si era visto, a memoria d’uomo, come si dice.
Ogni giorno si annunciava con un cielo melmoso. Il sole, chi se lo ricordava soffriva di nostalgia e di inquieta infelicità. Chi non lo ricordava stava quasi meglio. Non bene, ma meglio di chi non aveva smarrito l’immagine del sole e, con l’immagine, il desiderio di uscire di casa e andare nei boschi che circondano la città. Lì l’autunno era una festa di colori. Ogni anno si poteva fare il pieno di rossi, gialli, terra di Siena bruciata, di arancioni e viola… I tramonti autunnali erano una riserva irrinunciabile per riuscire ad entrare nell’inverno con un cuore pacificato. Per accettare di chiudersi in casa, di rallentare i ritmi, di sospendere gli incontri. E nutrirsi di libri ammonticchiati sul ripiano della libreria in attesa di essere letti con la dovuta attenzione.
Il programma di T. era rimasto bloccato dalla tristezza che lo aveva invaso appena rientrato in città. Sospeso, rinviato. T. era cocciuto e si sa che non avrebbe rinunciato ai suoi propositi elencati con metodo e puntiglio. Puntiglioso era. Usava la sua intelligenza come un cacciavite che doveva svitare tutto ciò che gli sembrava arrugginito, nel suo modo di vivere. E nel modo di fare, suo e degli altri.
Ma le piogge incessanti lo avevano indotto a mettere da parte il suo programma, in attesa di qualche spiraglio di sole che lo chiamasse in strada e gli desse lo slancio necessario per andare alla ricerca delle persone che doveva incontrare: quelle a cui lui aveva fatto torti, quelle che gli avevano fatto torto, quelle infine da ringraziare per il po’ di bene ricevuto.
I primi giorni di chiusura forzata li aveva usati per sistemare i suoi libri, per procedere nel suo programma di svuotamento dei ripiani della libreria. Un programma rimasto a metà, come quasi tutti i suoi programmi di pulizia da tutto ciò che sentiva inutile. E così, se la pioggia lo costringeva a stare dentro, il dentro si era un po’ dilatato. Arrivava alla sera stanco ma felice, come si dice di quelli che fanno una bella camminata di lena e arrivano a casa con un bell’appetito. Stanchi ma contenti… E il cibo non ha il sapore della compensazione, della fuga dalla noia, ma il sapore del giusto appagamento per aver fatto il proprio dovere. Per aver soddisfatto il corpo e lo spirito. Uno spirito che si accontenta di una bella camminata, anche quello di T. apparteneva a questo mondo spirituale degli umani che al cielo si rivolgono con la preghiera che faccia quello che va bene per loro.
Ma il cielo non fa i conti con i desideri umani, con le nostre limitate capacità di sopportazione degli imprevisti. Il cielo fa quello che non può fare a meno di fare… lo sanno tutti gli esseri che vivono esposti alle intemperie: gli alberi, i fiori, perfino l’erba dei prati che sembra non soffrire di niente. L’erba che sa riprendersi dalla siccità con una pioggerella o crescere a dismisura, potremmo dire, sotto piogge torrenziali.
Un filo d’erba, possiamo imparare da un filo d’erba, scrive Van Gogh. Imparare a disegnare prendendo come modello un filo d’erba. Ma da un filo d’erba possiamo imparare anche molto altro. Così radicato e vicino alla terra, così esile e forte da non temere i temporali e i venti. Anche i più violenti non possono sradicarlo, un filo d’erba ci insegna a vivere.
Ma T. non avrebbe mai preso lezione da un filo d’erba. Troppo uguale agli altri fili d’erba dello stesso prato. Un prato sì, gli piaceva, e gli piaceva anche che fosse composto da fili d’erba tutti uguali, così da formare un bel tappeto erboso, avrebbe detto il giardiniere. Una volta aveva chiesto consiglio al giardiniere per creare un bel tappeto erboso nella casa di campagna, senza tuttavia riuscirci, perché avrebbe dovuto rinunciare alla sua amata betulla. Al massimo lì sotto sarebbe cresciuto un po’ di muschio, misto a qualche filo d’erba, a qualche dente di leone, a qualche filo di pervinca che, all’ombra, al massimo si allunga e getta le sue perfette foglioline ovali senza poter offrire i suoi fiori blu… In abbondanza nel muschio crescevano germogli di vite canadese e di ligustro nati da semi portati dal vento e altre erbette di difficile identificazione… e foglie che promettevano fiori, primule e violette che non andavano tagliate con il tosaerba. Istruito dalla moglie campagnola, T. aveva imparato a rispettarle.
Il cielo restava inclemente e dopo alcuni giorni di bonifica, come lui chiamava questi lavori di sgombero, l’opera di T. si era fermata ai ripiani della libreria e alla riorganizzazione della biblioteca nella grande stanza comune. In casa ci sarebbero stati molti altri angoli da bonificare: sgabuzzini e armadi ingombri di abiti che nessuno più avrebbe indossato. Ma T. ormai aveva esaurito il suo slancio e quelle liste di gesti da compiere, atti di riparazione, tentativi di chiarificazione, azioni che dovevano liberarlo dalla colpa, pesavano come una spada di Damocle sul suo tempo. Sentiva che se non fosse riuscito a realizzare quel programma, il tempo si sarebbe fermato proprio nel punto in cui la spada sta sospesa e basta un niente per farla cadere sul suo capo.
Le piogge continuavano incessanti. T. si sentiva paralizzato, incapace di spostarsi, di fare un passo oltre il punto su cui pendeva quella spada. La teneva d’occhio, certo. Era la sola cosa che riusciva a fare. Per tenerla d’occhio trascurava tutto, libri da leggere, musiche, film da vedere, perfino le cose che gli avrebbero dato un po’ di consolazione non lo attiravano più. Da tempo aveva smesso di preparare qualcosa per la cena, compito che si era preso volentieri. La moglie era preoccupata e continuava a sperare che il cielo guardasse giù e mandasse almeno per un giorno quel po’ di sole che avrebbe chiamato T. di nuovo in strada. Fino a quando avrebbe retto la sua pazienza nemmeno lei poteva saperlo, la pazienza va e viene. È eroica la pazienza e, quando si mette di mezzo la paura che il tormento duri all’infinito, sfodera armi che non sappiamo maneggiare bene. Pericolose, colpiscono a destra e a manca.
E venne il giorno in cui il cielo guardò giù e mandò un vento così violento che tutte le nuvole di colpo se ne andarono ad ammassarsi verso nord lasciando che il sole brillasse dalla mattina al tramonto.
Fu in quel giorno che tutte le persone si rimisero in strada e si salutavano come uscite fuori da una malattia che le aveva tenute prigioniere. Anche T. uscì e prese la strada verso nord dove il cielo era rimasto di un grigio plumbeo. Era sicuro che là avrebbe trovato tutta la forza per riprendere il suo programma perché con un sole così splendente non avrebbe potuto andare alla ricerca di coloro che gli avevano fatto torto, di coloro ai quali aveva fatto torto lui, di coloro con i quali sentiva un debito di gratitudine. Con un sole così e le anime libere dal peso che le aveva imprigionate per giorni e giorni, il suo proposito sembrava ridicolo, quanto meno fuori luogo. Ma cosa vuole T., avrebbero detto i suoi interlocutori. Il passato è passato e adesso goditi il cielo che c’è.
Ecco perché T. doveva andare verso nord, là dove le nuvole si erano ammassate e avrebbero ancora potuto riprendersi tutto lo spazio del cielo.
Verso mezzogiorno anche la moglie di T. decise di uscire. Sola. Attratta dal grigio plumbeo del cielo non illuminato dal sole, si diresse anche lei verso il colore che amava, non il grigio melmoso delle giornate di pioggia, ma il grigio blu, il blu profondo che precede un temporale, o che resta ancora per un po’ a temporale finito, solcato dall’arcobaleno. In quel grigio plumbeo non c’era traccia di arcobaleno, ma il suo sguardo venne catturato dal faggio che in quell’aiuola di città aveva cominciato a rosseggiare. Bene, si disse, quando la pazienza comincerà a venir meno, ci sarà sempre un albero da contemplare e, perché no, da disegnare.


Il folle piano di T.

di Marco Palamenghi

Alla fine ho deciso. Inizierò da quelli che abitano più lontano, in altre città, per avvicinarmi pian piano a casa.
Lo farò senza fretta, con calma, valutando di volta in volta l’approccio giusto. Non tutte le persone sono uguali, e i torti fatti e subiti sono differenti tra loro.
Non posso svilirli trattandoli tutti allo stesso modo. Voglio agire con dignità.
Il caso ha fatto si che le due liste siano composte esattamente da 23 nomi ciascuna.
Il primo di ogni lista abita a M., dove ho frequentato l’università e vissuto per qualche tempo.
L’ultimo di ciascuna lista è qui, in casa mia: sono mia moglie e mio figlio, e sono presenti in entrambe le liste, appaiati, come una persona sola. Ad entrambi devo chiedere scusa, perché non sempre sono stato un marito e un padre all’altezza, ma allo stesso tempo entrambi mi devono chiedere scusa, per non aver sempre apprezzato quanto ho fatto per loro e per non essere stati una moglie e un figlio adeguati.

Avevo pensato di contattare via via le persone per email, posta o telefono. Oppure su facebook, come spesso succede di questi tempi. E poi, organizzare con ciascuno l’occasione di incontro.
Ma invece, credo che userò l’effetto sorpresa, per studiare le loro reazioni, capire cosa pensano veramente, senza che l’ipocrisia dell’incontro annunciato crei una barriera alla loro benevolenza o al loro pentimento.
Solo così saprò se hanno compreso questo mio bisogno di fare i conti con il mio passato, con la mia vita, nel bene ricevuto e nel male fatto. Solo così anche loro potranno raggiungere la consapevolezza per avviare un analogo percorso.

Inizio quindi con la lista dei torti fatti, mi sembra giusto partire dalla mia richiesta di perdono, troverei arrogante partire subito con una richiesta di scuse.
Mi iscrivo a tutti i social media che conosco e, con un po’ di pratica, imparo a scandagliare il web in cerca di informazioni, immagini, indirizzi di S., la prima persona con cui voglio parlare.
Non prestargli gli appunti del corso di E. era stata una vera carognata. Chissà cosa penserà ora di me, chissà come reagirà nel vedermi, soprattutto quando saprà perché l’ho cercato.
Dal suo profilo facebook ho ottenuto informazioni su dove vive, i locali che frequenta, cosa pensa politicamente, che tipo di persona è diventata, o perlomeno, fa credere di essere.
Gli piacciono i film di Massimo Boldi e le canzoni dei Pooh. Insomma… un po’ una delusione… magari è in parte anche questo colpa mia….

Usando un po’ di ferie e inventando scuse a casa vado a M. un paio di volte.
Lo intercetto, lo seguo, lo spio.
E poi, prendo il coraggio a quattro mani e mi siedo al tavolino dove sta prendendo un Negroni da solo, mentre aspetta qualcuno che non sono certo io.

“Ciao S.! Ti ricordi di me?”
“Mmmmh… ma certo, sei T., facevamo ingegneria assieme! Che sorpresa, cosa ci fai a M.”
“Sai com’è. Gli anni passano e avevo voglia di tornare dove ho trascorso un bel periodo della mia vita…
“E in una città così grande, guarda che caso, mi incroci.”
“Beh, non è proprio per caso, ti stavo cercando”
“Ah. E perché?”
“Volevo chiederti scusa”
“E di che cosa?”
“Per quella volta che non ti ho passato gli appunti per l’esame di A.”
Leggo nei suoi occhi stupore, confusione e poi, dal profondo gli sgorga una inarrestabile, sonora, risata. Ha le lacrime agli occhi dal ridere, non riesce a smettere e nemmeno a parlare.
Mi sento profondamente offeso. Sono li, che mi umilio, chiedo scusa e lui ride, manco fossi una macchietta di “Natale a Miami”.
Mi alzo, giro sui tacchi e me ne vado senza salutare.
Che delusione, sento una rabbia irrazionale crescere dentro di me. Il torto fatto è cancellato, resta solo il rancore per una persona che ha dimostrato la sensibilità di un cammello.
A quel punto, visto che chi ha subito un torto mi irride, meglio provare con la lista dei torti subiti. Quella almeno mi da il diritto di chiedere che si scusino.

Ho individuato C., abita anche lei a M… Anche con lei frequentavo ingegneria. Non eravamo amici, ma solo conoscenti, con qualche corso frequentato assieme.
Ad un appello di esame le avevo chiesto di cedermi il suo posto nella lista, per essere sicuro di non perdere il treno per tornare a casa. Non aveva voluto, e così avevo dovuto rimandare di un giorno il rientro a casa e dalla mia ragazza.

La intercetto, la seguo, la spio.
Decido per l’approccio diretto sul posto di lavoro. Fa la sportellista in banca. Mi metto in coda, aspetto il mio turno.
“Ciao C.! Ti ricordi di me?”
“No. Chi è lei?”
“Sono T., facevamo ingegneria assieme!”
“Oh! un sacco di anni fa! Non l’ho nemmeno finita… era una tale palla…. Che operazione deve fare? Prelievo o versamento?”
“Veramente non devo fare nessuna operazione. Volevo solo che tu ti scusassi con me per quella volta che all’appello di esame ti avevo chiesto di cedermi il tuo posto nella lista, per essere sicuro di non perdere il treno per tornare a casa. Non avevi voluto, e così ho dovuto rimandare di un giorno il rientro a casa e dalla mia ragazza”
“Ma sei scemo! (è passata dal lei al tu, forse è un passo avanti) Vieni qui a rompermi i coglioni (no, non è un passo avanti) mentre lavoro, per una cazzata simile! Ma fatti ricoverare! Fatti vedere da uno bravo, ma bravo davvero!”
“Ma come! Invece di chiedermi scusa mi offendi, mi dai del pazzo!”
“Dimmi che operazione vuoi fare, altrimenti chiamo la sicurezza e ti faccio buttare fuori!!!”

Me ne vado furibondo! Armato di buone intenzioni mi sono messo in questa nobile impresa, come un paladino di re Artù alla ricerca del Graal, e ottengo solo derisione e insulti. Ma chi si credono di essere? Possibile che non sappiano riconoscere la nobiltà delle mie intenzioni!

Sono passati 23 anni, ne ho contattati 2 all’anno, era necessario fare le cose con calma.
Ho impiegato così tanto tempo perché è stato più complicato di quanto avessi preventivato e trovare la soluzione giusta ogni volta è stato difficile. Ad ognuno ho voluto dare una chance, ma nessuno l’ha colta.
E oggi sono alla fine della lista. Tocca a mia moglie e a mio figlio.
No, non parlerò con loro, perché loro una chance l’hanno avuta tutti i giorni da sempre. E non l’hanno mai colta. Come tutti gli altri si metterebbero a ridere, dandomi del pazzo o dello scemo. Cosa che, d’altra parte, non perdono occasione per farmelo capire.
Negherebbero l’importanza dei torti fatti e, a differenza degli altri, sopravvaluterebbero i torti subiti, ritenendo insufficienti le mie scuse. Mi umilierebbero e offenderebbero come e più degli altri.

Farò con loro come ho fatto, in questi lunghi 23 anni, con tutti gli altri.

Alcune gocce di veleno nel minestrone e anche loro smetteranno di ridere di me, dei miei buoni propositi, della mia voglia di fare i conti con il passato, del desiderio di capire e di essere capito.
Gli altri 44 li hanno preceduti. Hanno avuto una chance, ma non l’hanno colta.
C’è chi è morto in un incidente stradale, chi per una rapina finita male, chi cadendo dalle scale, chi andando a caccia, chi di una malattia fulminante….

Quella minestra la mangerò anche io. Ho compiuto la mia missione.
E, in fin dei conti, ho capito che mi sbagliavo.
Sono proprio io l’ultimo della lista, e anche il primo, e il secondo e….
Sono io che ho fatto i più grandi torti a me stesso, io che non mi sono mai perdonato per le occasioni sprecate.
Ora pace è fatta.
Ho veramente fatto i conti con me stesso e con il mio passato.


Vizi capitali

di Rossella Ghizzani

Questa è la storia di T., un uomo non più giovane e non ancora vecchio, e dei ventitré anni che visse – ma non sapeva di aver ancora da vivere – dopo aver deciso che doveva fare una cosa ben precisa: chiedere scusa a tutti coloro ai quali riteneva di aver fatto un torto.
Aveva in mente solo un paio di nomi, il giorno in cui gli venne questa idea: S., al quale si era rifiutato – una trentina d’anni prima – di prestare gli appunti del corso universitario che lui aveva seguito diligentemente, al contrario dell’amico che invece a lezione c’era andato secondo l’umore del giorno; D., al quale aveva portato via – non per una volontà precisa, ma era andata così – la donna con la quale stava da parecchi anni, come fossero sposati; F., una collega che a un certo punto, non più d’una decina d’anni prima, aveva sostituito nel ruolo che quella da tempo sperava di assicurarsi: non che le avesse fatto le scarpe, come si dice, ma è un fatto che di quello che lui sapeva i capi stavano decidendo si era ben guardato dal parlarle, e così la sua responsabilità e il suo stipendio erano migliorati. Il suo, non quelli di F.
Torti molto diversi fra loro, com’è evidente, di quelli che possono essere ridimensionati, liquidati addirittura, da un così è la vita. Così è la vita: nei rapporti di amicizia come nelle faccende sentimentali e nei posti di lavoro.
Ma T. aveva deciso che se sentiva una ragione per chiedere scusa non avrebbe dovuto star lì a pesare la gravità delle sue azioni, né a valutare le conseguenze che effettivamente ne erano derivate. Perché era convinto che altrimenti avrebbe potuto tranquillamente concludere di non aver poi fatto succedere il finimondo, di non aver rovinato l’esistenza a nessuno eccetera eccetera, e dunque non c’era motivo di scusarsi. Né del resto le conosceva davvero, quelle conseguenze:
S. s’era laureato anche lui, alla fine; D. non si era suicidato perché la sua donna l’aveva lasciato, non era passato un anno che era già con un’altra; F. ci lavorava ancora in quel posto, e la sua carriera l’aveva fatta comunque.
Ma non era questo il problema. La questione riguardava lui. Il suo bisogno di chiedere scusa. Indipendentemente dall’esito che il suo gesto avrebbe avuto, se avvertiva di aver fatto un torto, piccolo o grande che fosse, quale che fosse l’ambito di relazioni nel quale s’era compiuto, lui sentiva di dover tornare dalla vittima, se la vogliamo chiamare così: ricordarle quel periodo, quel fatto, se nel vederlo non le fossero tornati subito alla mente. E chiederle scusa. Non si trattava di ottenerne il perdono, o meglio: se qualcosa del genere fosse accaduto ne sarebbe stato contento, ma nel suo proponimento di riavvicinare la tale o il tal altro non doveva giocare alcuna valutazione preliminare delle probabilità che ciò avvenisse.
La lista si era andata allungando, e per ogni nome T. aveva cominciato a rintracciare recapiti, numeri telefonici, indirizzi e-mail. Anche se escludeva di risolvere la cosa a distanza. Quei dati dovevano servirgli solo per stabilire il primo contatto, buttar lì un pretesto per rivedersi, ipotizzare il giorno e l’ora in cui sarebbe andato. Perché, non ne sapeva esattamente la ragione, ma gli pareva essenziale che fosse lui a recarsi dall’altro, a casa sua, o comunque nel luogo in cui viveva. Alcuni infatti non stavano nella sua città. O non ci avevano mai abitato, o si erano trasferiti.
Era deciso. Avrebbe cominciato con uno a caso, facendo un sorteggio magari, poi via di seguito. Senza tener conto del tempo che era passato dal fatto. E qui un dubbio, o piuttosto un malessere, lo prendeva: aveva già annotato un paio di nomi di persone che avevano continuato a vivere nella sua stessa città, così come ne aveva appuntato almeno uno – ma sapeva che altri se ne sarebbero aggiunti – al quale il torto l’aveva arrecato di recente. Molto di recente. Decise di fare un elenco a parte per questi, così vicini, nello spazio e nel tempo, e di rimandare l’approccio con loro. Non di escluderlo, questo no, avrebbe guastato l’intero suo proposito, ma di non prevederlo nell’immediato.
Era tutto pronto dunque. Appena finita l’estate avrebbe cominciato. Dal primo.
Ancora qualche bagno, un po’ di sole, la festa dell’ospite di fine agosto e poi sarebbero tornati in città, e lui si sarebbe fatto sentire dal primo della lista.
Ed è stato proprio lì, attorno ai fuochi e alle grigliate di pesce sulla spiaggia, fra chitarre e fisarmoniche, che ha incontrato P. Erano sei, forse sette anni che non lo vedeva. Da quando aveva lasciato il lavoro che faceva per passare a quest’altro che pochi giorni dopo lo attendeva.
Erano diventati amici, lui e P., che pure era molto più giovane di lui. Proprio per questo forse: un’amicizia in cui c’era qualcosa del rapporto tra il fratello maggiore e quello più piccolo. Niente di paterno. T. aveva aiutato P., lo stimava, gli piaceva la sua passione per il lavoro ben fatto. Era stato questo ad accomunarli.
Ebbene, non appena i loro rapporti di lavoro erano cessati, P. non s’era più fatto sentire. T. l’aveva cercato, gli aveva proposto cene, occasioni per fare viaggetti, cose da fare insieme come una volta, ma P. niente. Non sono pochi quelli che, come cambi lavoro, tagliano di netto: la loro cordialità non era che interesse, è evidente. Ma da P. non se lo sarebbe proprio aspettato. Ne era rimasto ferito. Confuso prima, e poi ferito, appunto.
Avrebbe potuto fingere di non averlo visto, o limitarsi a un saluto da lontano. Invece gli era andato incontro, senza deciderlo, come fosse la cosa più naturale da fare, l’unica cosa possibile: l’aveva abbracciato, non badando al sorriso imbarazzato di quello, l’aveva fatto sedere al tavolo dove stavano sua moglie, i suoi figli, i suoi amici, aveva offerto a P. e alla ragazza che lo accompagnava grigliata e vino bianco. Il chiasso copriva le voci, non s’era neanche posto il problema di rievocare vecchi tempi, di scambiarsi le domande di prammatica, cosa fai adesso, come ti va eccetera. Solo qualche battuta su quelli che c’erano lì intorno, un commento su come andavano le cose, la politica, il lavoro, cose così.
A fine serata si erano salutati, una stretta di mano, un arrivederci senza alcun cenno al quando.
E qui, per T. era nata l’idea di un’altra lista da scrivere: la lista di quelli dai quali gli sembrava di averlo ricevuto, il torto, di quelli che l’avevano fatto restar male, o l’avevano fatto davvero soffrire.
Andare anche da questi: per sapere – senza la minima recriminazione, senza alcuna pretesa di ottenere spiegazioni e tanto meno scuse – la ragione per cui quella volta avevano detto, avevano fatto… O non avevano detto, non avevano fatto.
Tutto qui. Anche se non sapeva se sarebbe stato sempre bravo come con P. perché certe cose gli bruciavano ancora. Ma comunque voleva provare. Sentiva di non poter mettersi a pensare questo sì e questo no. Se uno di quelli che in qualche modo l’avevano offeso, o addolorato, gli veniva in mente, il suo nome doveva metterlo, in ogni caso.
A fine settembre le due liste erano abbastanza lunghe. La prima, quella dei torti fatti, soprattutto. Anche perché, rileggendola, si era reso conto di avervi incluso anche nomi di persone alle quali non aveva ragione di chiedere scusa, ma che sentiva ugualmente di dover raggiungere per dire un grazie. Non scusa ma grazie. Grazie perché in una particolare situazione gli erano state vicine, magari senza fare o dir nulla di speciale: gli si erano fatte sentir vicine, ecco. Oppure perché, anche senza averne precisa intenzione, gli avevano dato un’indicazione sul come fare una data cosa, o sulla direzione da prendere a un certo punto della sua vita, un incoraggiamento insomma, esplicito o meno che fosse stato. E a queste persone lui non aveva saputo manifestare la sua gratitudine: per sbadataggine, o pudore, o… avarizia. Quell’avarizia del cuore che non si sa o non si vuole riconoscere come tale e dalla quale ci si ritiene comunque esenti, come potesse riguardare sempre e solamente gli altri. Sicché quei grazie, in fondo, erano riparatori. Per questo si era ritrovato a includere i nomi dei destinatari nella stessa lista delle scuse.
Alla fine, seppure non complete, né l’una né l’altra, si è detto che le due liste andavano chiuse. Il rischio, se no, era di contentarsi di averle scritte e di aggiungervi un nome oggi e uno domani, senza mai mettere in pratica il proponimento da cui erano nate.
E dunque, T., appena tornato in città, cominciò.
Dopo quasi vent’anni, per un motivo o per l’altro, T. non aveva fatto molti passi avanti.
Alle scuse aveva rinunciato presto. Un numero non trascurabile di persone contattate si erano del tutto dimenticate di lui. Di lui, come se non l’avessero mai conosciuto. Questo implicava che T. dovesse inerpicarsi in verbose spiegazioni volte a ricostruire date, luoghi, fatti alla fine delle quali lui stesso smarriva il senso e l’interesse per ciò che si era proposto di fare. Non erano stati pochi i generici e cortesi – ma non si preoccupi, è passato tanto tempo, mi dispiace ma proprio non mi ricordo – dai quali aveva preso le distanze, bisogna ammetterlo, con un malcelato senso di frustrazione che finiva per irritarlo. Che faccio ora, borbottava fra sé e sé, questi qui li passo sulla lista di quelli che il torto me l’hanno fatto? Tutto ciò aveva avuto un forte impatto negativo sulla sua volontà e sulla fermezza della decisione presa. Qualche tentativo aveva continuato comunque a farlo, a volte anche senza rispettare la suddivisione delle liste: capitava infatti che il suo proposito di chiedere scusa si trasformasse in un grazie, perché la persona contattata, pur non riconoscendolo e quindi del tutto dimentica di qualsiasi relazione con T., lo accoglieva con benevolenza, qualche volta addirittura con calore. Senonchè qualche grazie, accolto magari con sufficienza, gli provocava spiacevoli reazioni per cui, alla fine, era costretto a chiedere scusa. In coscienza, né T. né altri avrebbero potuto affermare che non ci avesse provato. Era inevitabile però, T. lo sapeva, che – messo in pratica – il suo desiderio di chiedere scusa o di dire grazie si sbriciolasse in un gesto asettico. Non sono capace di empatia, c’è poco da fare, si diceva rammaricato: alla fine mi sono creato un’esigenza nata da un costrutto cerebrale del tutto privo di una vera partecipazione emotiva.
Aveva immaginato forse che quegli esperimenti di riparazione lo assolvessero e gli rendessero giustizia, ma non era andata così. Non si sentiva appagato, e dopo tanti anni continuava a cercare il bandolo di quello stentato esperimento.
C’è poco da fare, pensava, non è andata come avevo desiderato, e ormai, potrei sbagliarmi, ma credo di essere arrivato alla fine. Bisogna che lo trovi, il modo per far tornare i conti, prima che sia troppo tardi.
Qualche giorno fa ho ascoltato per radio un prete, uno di quelli impegnati in trincea, affermare che la vita deve essere sperperata.
Non va tenuta per sé, diceva quell’uomo di fede, va donata, sperimentata, azzardata.
Mi sono rimaste in testa quelle parole, e sovente si mischiano al monologo interiore che incessante, contenuto solo dai limiti imposti dalle mie necessità, mi accompagna e ricama il mio pensiero di punti nuovi. Se non lo faccio adesso, non avrò un’altra occasione. Sento un bisogno spudorato di dilapidare quel che resta di me, per libera scelta e senza tirare in ballo altri. Non è stata una buona idea provare a rappacificarmi con me stesso facendo le somme come se la vita fosse un pallottoliere. Totale dei grazie da proferire, somma parziale delle scuse da porgere… Non funziona così, penso ora. E come mai ho tenuto una contabilità così esatta soltanto dei momenti in cui, nell’incontro con gli altri, si è generata una frizione, uno strappo, o comunque qualcosa è andato storto?
La verità è che da tutta la vita porto nel cuore una forma d’avarizia che sempre mi ha nuociuto.
Penso questo ora. Sono solo, un po’ per scelta e un po’ per caso, e me la cavo, certo. Riesco a procurarmi tutto quello che mi serve, perfino un po’ di compagnia, se proprio ne ho voglia.
E ho il tempo. Per scavare, per tentare di capire, per reinterpretare; tutto il tempo di cui ho patito il desiderio durante gli anni lunghi del lavoro, delle distrazioni, del bisogno di riposo, delle curiosità, degli eccessi, dei torti subiti e di quelli inflitti. Gli anni in cui si attendono le cose che devono ancora accadere, in cui si lotta, nello strenuo tentativo di piegare il corso degli eventi alle proprie aspettative.
Si stringono i denti e si alza la voce, con un gran dispendio di energie. Dalla mia prospettiva, quella in cui i giochi sono davvero fatti – nessuna boccia sul panno verde del tavolo – tutto è diverso, e ogni giorno rinnovo l’incessante lavorio della mente nello sforzo di comprendere se fosse reale quello che è accaduto prima, o se vero sia quello che penso adesso. Quest’abbondanza di tempo, poi, a ben vedere è un falso: ho intere giornate per me, ma non credo di avere un futuro. Quello che davvero ho è la libertà. Al punto della vita in cui mi trovo posso dichiararmi senza preclusioni, ecco il motivo per cui ho cominciato a scrivere questo piccolo memoriale: desidero vuotare il sacco. Chiunque potrà leggerlo, chi mi ricorda e chi no, non ha importanza.
Importante è non dover sparire senza capire: mi piace immaginarmi mentre spendo l’ultimo dei respiri a mia disposizione, appagato dalla sicurezza di aver conciliato il prima e il dopo, avendo conquistato la sintesi ultima, valida solo per me e per questo assoluta, fra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, se solo non fossi stato così parco di me.
Ogni tanto mi fermo davanti allo specchio. Riconosco lo sguardo e la ruga in mezzo alla fronte.
Mi fa compagnia da quando avevo poco meno di quarant’anni.
Adesso la mia ruga preferita è nascosta in mezzo a quelle che il tempo le ha ricamato intorno, formando una mappa sottile che disegna il contorno degli occhi, rivela le guance scavate e incornicia la bocca, più piccola che prima e un po’ sopraffatta dal mento, da qualche anno più appuntito e prominente.
L’ho sempre fatto, mi sono sempre scrutato davanti allo specchio, cercando me, non la mia immagine riflessa.
Lo facevo fin da piccolo, fissandomi gli occhi nella testiera nera e lucida del letto dei miei genitori. Mi mettevo a pancia in giù, le braccia conserte sotto la faccia e mi fissavo, finché quegli occhi scuri che mi guardavano non cominciavano a farmi paura.
È sempre stato così, sono sempre partito da me, mi sono usato per conoscere gli altri e la realtà che mi circonda. Come tutti, è l’ovvia obiezione. Ma per quanto mi riguarda, l’affermazione va presa alla lettera. La condanna della mia esistenza, quella che adesso mi fa trascorrere lunghe ore a riflettere, è non aver mai saputo davvero quanto sentimento contenessi, quanto ne avessi a disposizione o ne potessi spendere, a chi donarlo, come. Ogni volta è stato il rigore della logica a farmi scegliere. Con il termine sentimento, forse improprio, intendo quella componente delle relazioni fra persone, che pur non giustificandosi con una motivazione razionale – il lavoro, lo sport, un interesse comune, il sesso – rappresenta, nel bene e nel male, lo stimolo a cercarsi, l’emozione nel vedersi o, più semplicemente, rallegra rapporti di per sé strutturati per ragioni pratiche o infuoca casuali scambi d’occasione.
Simpatia, antipatia, empatia, ira, nostalgia e perché no, il tiepido, pannoso amor materno. È questo che sempre mi ha fatto difetto: sapere dove fossero dentro di me queste parole, riuscire a riconoscerle e sentirle, come guizzi dentro il petto. Mai ho saputo quante ne avessi e come dosarle.
Non ho saputo distinguere neanche il nero della voragine del dolore, salvo poi ammettere a distanza, da solo, la sua vera entità, senza spartire con nessuno alcuna emozione.
Provengo da una famiglia in cui mai sono stati nominati i sentimenti o detti gli stati d’animo, e da quando ho cominciato a gestire da solo le mie relazioni, ho sempre pensato che le parole proferite non potessero riuscire a descrivere una condizione interiore, bella o brutta che fosse, senza svilirla, senza restituire agli altri niente più di un superficiale compendio che avrebbe reso un’immagine distorta di me e violato con volgarità la profondità del mio sentire. O non sentire. Questo ha ristretto la cerchia dei miei interlocutori al numero minimo di uno, anche se, negli anni della maturità, ho ammesso intorno a me legami che comunque non ho avvertito mai come tali. Ho sempre dovuto compiere grossi sforzi di adattamento, adeguare il mio stile di comunicazione e la qualità stessa delle parole scelte, a un modo distante dal mio per nulla sintonico con il tentativo di essere me. Credo che per questo sia finito il mio secondo matrimonio, per l’incapacità di nominare il sentimento che ci univa. Potevo riconoscerlo dentro di me, ma mai ne ho fatto parola con la mia compagna.
Lei, del resto, deve essere stata a lungo impegnata a cercare di sanare le ferite che negli anni le avevo inferto, e a un certo punto deve aver perso interesse per me.
Sì, da un certo punto in poi deve avermi visto nella mia estraneità di uomo: un signore di mezz’età, piacente, giovanile, simpatico… un Tal dei Tali indisponente e sbruffone che aveva disatteso ogni accordo e tradito la complice alleanza che per anni ci aveva resi forti, imbattibili, a tratti immortali. Ma questo posso dirlo solo ora. Ogni giorno rinnovo i miei riti con scrupolosa attenzione. Mi alzo sempre alla stessa ora, né troppo presto né troppo tardi, indosso una vecchia giacca da camera color beige profilata di marrone che qualcuno deve avermi regalato molto tempo fa, e lentamente scendo in soggiorno. Apro le imposte, accendo la radio, preparo il caffè, faccio mangiare Seba, il mio cane, e fumo la prima sigaretta della giornata guardando fuori. Poi piano piano risalgo, lentamente mi lavo, mi vesto e poi riordino. Ho bisogno che tutto sia al suo posto, prima di potermi dedicare alle altre mie attività. Questa mattina, mentre rassettavo la camera, mi ha colpito al cuore il ricordo del gesto che faceva Clara, la mia seconda moglie, quando sistemava i cuscini sul letto rifatto. Non è stato un pensiero, ma una crepa. L’ho sentita aprirsi dentro di me; mi ha inondato una tenerezza infinita per quello scampolo di quotidiano e per un periodo della vita in cui, ma lo so solo adesso, ero un tutt’uno con me stesso. Li metteva vicini Clara, i cuscini. Attaccati, come se ogni mattina volesse ribadire la promessa di una notte da trascorrere insieme e il piacere di un’intimità familiare che avrebbe protetto il nostro sonno, il calore dei corpi, la soddisfazione del riposo.
Da qualche anno, lo ammetto, mi sono rimasti solo i gesti. Non nutro più alcun interesse per gli oggetti della casa. Ho bisogno che siano in ordine, ma non mi avvolgono più, non rappresentano più la fortezza in cui potermi rifugiare e trovare riposo. È tanto tempo che non godo più delle cose.
Adesso mi viene in mente quando Clara metteva sul letto le lenzuola pulite.
La sera mi distendevo nudo, fresco di doccia, sulla stoffa profumata, morbida e liscia. Mi voltavo sul fianco sinistro e la cercavo, per abbracciarla, per condividere quel momento di puro godimento domestico.
Eppure adesso so che a causa dei miei timori, delle reticenze, della poca abitudine a compromettermi davvero in una relazione amorosa, tutti i nostri anni insieme, fino alla fine, sono stati segnati da solchi sempre più profondi di non detto che sono diventati grumi, poi macigni, alla fine pietre sepolcrali.
Dopo aver riordinato, decido il da farsi. Se il tempo è bello, se non c’è vento, non fa troppo freddo, non minaccia pioggia, esco. Nonostante sia vecchio da un po’ e abbia ormai una certa dimestichezza con questa stagione della vita, ancor oggi mi fa penare rendermi conto di come le distanze, per me, siano dilatate e sempre più difficili da colmare.
Ho studiato con precisione i percorsi che mi sono accessibili, e fatto in modo di poter contare sulla possibilità di fare tappa. Ho censito panchine, muretti, recinzioni, che possano sorreggermi quando i dolori alle ginocchia si fanno insopportabili.
Non sto mai fuori a lungo, al massimo un’ora. Pane, giornale, sigarette. Tutto il resto mi si recapita a domicilio e per fortuna posso procurarmi senza difficoltà libri o giornali di mio interesse.
La cattiva notizia è che ogni giorno è più faticoso convincermi a uscire e solo raramente riesco a ritrovare il piacere di stare all’aperto: a volte sembra che l’aria voglia sopraffarmi con i suoi refoli leggeri, interferendo con il ritmo affannoso dei respiri. Spesso rimango a casa. Se c’è il sole, trascorro più tempo vicino alle finestre oppure, se il cielo azzurro, bugiardo, mi tenta con promesse di tepore primaverile, azzardo qualche passo sui ciottoli sconnessi del giardino di casa mia, il posto di cui si accontenta Seba quando non ce la faccio ad andar fuori e nessuno ci viene a trovare per fare due passi.
Quando c’era Clara, lo tenevamo in ordine il giardino. Lei ci teneva, e durante l’estate insisteva perché mangiassimo all’esterno. Così si sta un po’ insieme come quando ceniamo al ristorante, diceva. Mangiare in giardino ci permetteva di indugiare più a lungo a tavola, parlando, scambiandoci verità, bugie, propositi mai attuati, desideri … Era brava Clara, riusciva a creare un’aura speciale che era diventata il tratto peculiare del nostro stare insieme.
La aiutava il cibo, sapeva cucinare molto bene, e quella sua ostinata volontà di tessere la trama dei giorni, facendo in modo di ritrovare sempre qualcosa, un particolare anche minimo, un commento, un complimento, un gesto che, anche solo per un attimo, facesse scoccare una scintilla nei nostri occhi. Ogni volta che ci riusciva, traghettava entrambi fuori dallo stagno in cui eravamo caduti negli ultimi anni, e dava a tutti e due un buon motivo per continuare. Una cosa che non le ho mai chiesto, me ne accorgo solo ora, è quanto sforzo le costasse quell’operazione di traino.
Ci sono altre domande che non le ho mai rivolto, perché se lo avessi fatto, mi sarei costretto ad affrontare l’asprezza delle rocce delle sue richieste e la scivolosità dei ghiacciai del mio silenzio. Non le ho mai domandato, per esempio, se avesse mai perdonato il mio rifiuto. Non le ho concesso di donare la vita, e neanche di poter essere madre di un bambino non nostro. In realtà non ho mai proferito queste parole, non in questi termini almeno. Se devo essere sincero, è più facile che abbia affermato il contrario, manifestando il desiderio di essere padre. I no, i divieti e i rifiuti, io li agivo, innalzandole di fronte le barriere invalicabili e acuminate della mia incapacità.
Non mi sembra che siano peccati da poter perdonare.
Eppure lei ha sempre scelto me, fino a quando deve avermi visto come un cuore in inverno un po’ patetico, arroccato su se stesso e inabile alla profondità di un vincolo d’affetto.
Credo che sia successo quando scoprì che la tradivo. All’inizio negai, poi dovetti sottomettermi all’inconfutabile verità. Incerto sulla decisione da prendere, mi piegai alla sua forza, e per non spezzarmi dovetti trovare parole e gettarle, a casaccio, contro il suo incalzare senza tregua. Pretendeva chiarezza, accordi cristallini, scelte dichiarate e indiscutibili. Non la abbracciai mai, né le spiegai qualcosa o le rivelai il mio sentire. Come sempre, la costrinsi al compendio dei fatti. Rimasi, e questo fu quanto. Non che non mi pesasse la scelta. Ma rimasi, in onore alla vita che fin lì ci aveva attraversato insieme.
Deve averne sofferto, poi essersene fatta una ragione, e alla fine aver deciso di cercare la sua strada, ammettendo che potesse portarla lontano da me.
Da parte mia ho coltivato una ricca vita interiore, articolata, sonora, a tratti roboante, che sempre più, negli anni, mi ha impedito un sereno confronto con il mondo circostante e mi ha reso sterile.
Questi ultimi anni di assoluta solitudine, a ben guardare, ricalcano il mio stile.
Tutto avviene nella mia testa. Lo sforzo di capire, la soddisfazione, la frustrazione, il dolore, la gioia del ricordo. Se mi guardo indietro, quello che trovo è la somma delle mie assenze. Una presenza sempre esercitata per difetto. Sono sempre arrivato in ritardo, e sempre per conto mio, all’essenza delle cose, come una pellicola su cui i fotogrammi appaiono asincroni rispetto al sonoro. Ho sempre compreso dopo, e ogni volta attraverso la sofferenza, senza inibizioni o riservatezze, distillando gocce cristalline di autentico dolore.
Ho avuto un fratello, nipoti, amici due, autentici. Un padre scomparso prematuramente, una madre devota, tenace e combattiva. Una prima moglie acerba, amata come una sorella, che mi offrì un amore privo di giudizio come mai più avrei ricevuto. Insegnanti, colleghi, superiori, vicini di casa. Conoscenze. Una seconda moglie. Amanti. Un corollario di parenti. Persone di cui adesso ho bisogno, per la mia salute, per la spesa, per il futuro che non ho.
E con ognuno, nessuno escluso, ho commesso l’errore fatale dell’esercizio della distanza.
Mi sono sempre favorito, ho sempre sostenuto l’esigenza della soddisfazione delle mie necessità, in nome di una tutela ego centrata funzionale a rendermi autosufficiente, capace di assolvere ogni tipo di mandato, risolvere qualunque problema, sostenere ogni ordine di spesa, arrogante e a tratti impaurito, convinto di non poter contare su altri che me stesso. E poi la ricerca, l’abitudine a scavare, un minatore armato di piccone e lanterna che per sempre agognerà la totale comprensione, miraggio dorato e ingannevole, lussuoso pretesto per ritiri solitari, spesso consumati a discapito di malcapitati congiunti.
Da qui, dallo spiraglio di luce che mi rimane prima che le imposte siano definitivamente chiuse, vedo tutto quello che lascio dietro di me.
Immagini, proiezione privata ed esclusiva d’istanti di una vita trattenuta.
Sono state molte le occasioni in cui di me si diceva che non c’ero. Feste familiari, ma anche lutti, e pranzi quotidiani, calde sere d’inverno o domeniche estive. A volte di me si diceva che non c’ero anche quando ero presente. Poco importa se la mente mi riporta l’ipotesi della colpa condivisa, pensiero insinuante, fastidioso, pretestuosa chiave di lettura di anni e momenti remoti.
Voglio essere solo al giudizio. È adesso che guardo, e quello che vedo è un giovane uomo accartocciato su se stesso, impegnato a fondo in una ricerca astratta: il sé, unico, la cui affermazione pareva impraticabile.
Dal punto di osservazione in cui mi trovo adesso, uno dei peggiori stati d’animo è il rimpianto. Di questo si tratta. Faccio i conti con domande alle quali non so dare risposta. Perché non sono stato in grado di contenere le mie contraddizioni, perché non mi sono mai fidato, perché non ho mai spartito davvero la mia vita?
Unica soluzione, sempre, la fuga.
Eppure in cuor mio, di tanto in tanto, avverto un’ondata fremente d’amore.
L’ho detto. Mi colpisce a tradimento quando mi vengono in mente ricordi di Clara, ed è vera tenerezza quella che provo per i volti dei miei nipoti, le rare volte in cui li incontro, per quei corpi di giovani uomini forti eppure così evidentemente all’incognita della fragilità.
Dal mio punto di osservazione sono in grado di vedere tutta la strada che hanno davanti, la vedo tutta, ora che la loro vita s’incammina e la mia volge al termine.
In segreto, coltivo affetto per le persone che hanno percorso con me un tratto di strada. Ne sono geloso, non lo disperdo, ma quella fonte di ricchezza s’inaridisce. Non si coltiva da soli l’amore per gli altri.
Del resto, lo ammetto, la distanza era la mia corazza contro la possibilità di sbagliare. Se le avvicini, le persone imparano ad attendersi qualcosa da te, ti aspettano, diventano fedeli, e più aumenta la somma di questi atteggiamenti, più il margine possibile di errore s’innalza.
Ho sempre sbagliato, e ogni volta che accadeva, la massa di dolore si faceva sempre più spazio dentro di me.
Con Clara era diverso. Lei sembrava comprendere anche quando il mio comportamento era onestamente indifendibile.
Clara. Ha saputo danzare al ritmo dei miei passi, fino a quando, ballando, le ho pestato i piedi. Quando ho smesso di fare anche quello, quando non l’ho neanche ferita più, l’ho perduta.
Sono stato avaro, pur consapevole che il bene prezioso gelosamente custodito era destinato a scomparire.
Come in una fiaba, la condizione affinché tutti potessero vivere felici e contenti era che dilapidassi i miei gioielli, proprio come diceva la voce del prete che ho ascoltato alla radio. Altrimenti era inevitabile che fossi condannato al gelo della solitudine, e che per sempre si agitassero dentro di me i nomi e i volti di tutte le persone che, come senza volerlo, ho amato.
Sì, senza volerlo, come se questo non facesse la differenza.
Senza impegnarmi, compromettermi, sporcarmi, senza farlo sapere.
Come se l’amore fosse un tutt’uno con la distanza e il rifiuto, come se il mio posto fosse sempre un po’ all’esterno. Un po’ discosto dalla tavola imbandita, un po’ laterale nelle fotografie di gruppo, un po’ troppo avanti, da solo, nelle camminate in montagna. Gli altri, all’opposto, vedevano un egocentrico pieno di sé, convinto di avere sempre ragione e di essere sempre al centro dell’attenzione.
Mentre scrivo, deciso a lasciare almeno questa traccia di me, Seba, il mio cane, mi è seduto vicino.
Ogni tanto lascio andare una carezza sul pelo folto che gli ricopre il dorso, e ogni volta lui alza lo sguardo verso i miei occhi e mi ricambia. Struscia il muso sulla mia gamba, muove piano la coda in segno di riconoscenza.  È un bravo cane, il mio Seba. Ha adeguato il suo passo al mio, e sacrifica la potenza delle sue zampe al mio incedere stentato, senza allontanarsi mai.
Ci unisce una reciproca dipendenza priva di perché. Seba non si aspetta nulla da me, è felice se anch’io lo sono, e nei giorni di tormenta aspetta che mi passi, attende con pazienza il gesto che gli indichi il segnale di tregua. Da parte mia, la sua presenza mi sollecita un sentimento genuino.
Non mi giudica mai, il mio cane, non vorrebbe che fossi diverso, gli è sufficiente che io ci sia. Il mio amore silente forza le catene e si manifesta, riscaldandomi il cuore e le ossa e muovendo le dita, che di tanto in tanto arruffano il pelo del suo dorso.
La mia ultima possibilità, un regalo della vita affinché potessi finalmente viverlo, l’amore che sento e che sempre ho tenuto imprigionato fra le sbarre delle mie paure, nascosto nella cella del timore di non essere all’altezza, sepolto fra i rovi del calcolo distaccato.
Può essere lui, il mio Seba, a indicarmi la via che mi aiuti a ricomporre i miei pezzi sparpagliati?
Più di ogni altra cosa mi addolora pensare che me ne andrò lasciando dietro di me una scia di delusione. Quanti, che profondamente ho amato, quando sapranno della mia scomparsa riconosceranno la perdita di qualcuno che li ha amati?
Il dolore di questo pensiero non si può lenire con generiche scuse, o distribuendo tardivi ringraziamenti.
Di più ancora mi fa male sapere che la mia vita è servita solo a me.
Per questo intendo adesso lasciare queste poche righe, perché gli altri sappiano tutto ciò che in una vita non ho detto, e per mostrare ai pochi che leggeranno l’errore che ho commesso, perché non diventi anche il loro, perché ne facciano tesoro e lascino correre la voce: va sperperata la vita, non tenuta per sé.

T, stremato, posa la penna, scosta il corpo dal tavolo e si abbandona sulla spalliera della sedia. Un gesto da niente, che pure Seba registra muovendo appena la punta della coda. Prima di cedere al sonno, T. gli rivolge uno sguardo pieno d’amore.

Per un’ecologia filosoficamente intesa

Natan Feltrin-Federica Lovato, Umani, prede e predatori, Graphe.it edizioni 2018

Daniele Palmieri-Nicola Zengiato, Il mondo dell’animalità: dalla biologia alla metafisica, Graphe.it edizioni 2018

Ci sono ambiti di discorso che chiedono un pensiero radicale, che esigono di essere prodotti e animati da un pensiero critico alieno da prudenze e distinguo. Quello attinente al rapporto che intercorre tra noi e gli animali, e più in generale all’ecologia e alla crisi dell’ambiente, è uno di questi. E quello quelloquellquellad un’”ecologia filosoficamente intesa” – di cui i primi due volumi della collana “Semi per il futuro” offrono prove illuminanti – appare allora un passaggio obbligato. Non si tratta tanto di ripercorre la storia del pensiero filosofico per rintracciarvi assonanze significative e ascendenti autorevoli – un approccio per altro ineludibile, lo dimostrano studi come Filosofia della crisi ecologica, di Vittorio Hösle (Einaudi 1992) –, quanto di confrontarsi  con espressioni disinvoltamente adottate dal linguaggio giornalistico e con concezioni che, come quella antropocentrica, nonostante siano state da tempo sottoposte a critiche circostanziate, risultano nei fatti largamente egemoni.

“Antropocene” è una di quelle espressioni, e non a caso Natan Feltrin si concentra su di essa, depurandola, in primo luogo, di ogni possibile ambiguità: se alla collisone della Terra con un asteroide è generalmente fatta risalire l’estinzione di più del settanta per cento delle specie, sessantacinque milioni di anni fa, oggi, “i Sapiens, e in particolar modo i più ricchi e oltracotanti tra essi, incarnano il micidiale asteroide”, e occorre dunque mettere a fuoco il senso profondo del termine, e correggerlo: l’era “in cui il pianeta esisterà quasi esclusivamente grazie  noi e per noi” merita piuttosto di essere definita “Eremocene, l’Era della Solitudine”. Della solitudine di uomini che avranno totalmente sottomesso il wilderness.

Ne deriva la necessità di andare “oltre gli ideali di preservazione e conservazione” imboccando una strada inedita: quella del rewilding, “un processo antropologico in cui Homo sapiens riscopre il suo essere Animale co-partecipe e co-responsabile del proprio ambiente. Un percorso, dunque, di liberazione. Liberazione dell’animale uomo dalle catene che si è autoimposto nel momento in cui domesticando il mondo domesticava, in prima istanza, se stesso”. Vittima del proprio “orgoglio di specie”; in realtà, mai davvero emancipato dalla paura atavica della natura, dell’alterità animale, una paura, e un odio vendicativo, maturati  quando gli uomini, lungi dall’essere “predatori alfa” erano al tempo stesso prede e predatori. Uscire finalmente da questo non detto, sotterraneo e pure potente nel forgiare i comportamenti – quello alimentare innanzitutto – è condizione imprescindibile per non “sprofondare nel nichilismo di cui la civiltà globale non è che la maschera”, per segnare una discontinuità netta nel “processo d’estraneazione del genere umano dalla natura”, come sottolinea Federica Lovato a conclusione del suo breve densissimo saggio sulla storia della caccia “Dalla predazione dell’animale alla distruzione dell’ecosistema”: un processo sfociato in “un vero e proprio antagonismo”, dal momento che “l’uomo, oggi, sembra aver assunto che lo sviluppo sociale possa avvenire solo a spese dello sviluppo naturale”.

Mettere in luce un termine come Antropocene porta inevitabilmente all’esame di concezioni radicate, come si diceva: l’antropocentrismo, da questo punto di vista, merita di essere indagato – avendo presente l’insegnamento decisivo di Jacob von Uexküll, sul quale offre un utile contributo Daniele Palmieri – a partire dai due dogmi che sembrano renderlo inattaccabile, ritenendosi impossibile uscirne, obiettivo del resto velleitario in quanto ispirato e conformato comunque entro un quadro di riferimento ineludibilmente antropocentrico. Non si tratta di aggiungere alle molte formulate nuove perorazioni avverse all’antropocentrismo. Occorre invece – spiega Nicola Zengiaro – riuscire ad assumere che “lo stesso mondo – di cui ci pretendiamo più o meno implicitamente al centro – è vissuto da esseri aventi schemi concettuali propri e perciò differenti punti di vista che determinano diverse realtà”: è “attraverso la comparazione percettiva (che) usciamo dal primo dogma”, così come ci liberiano del secondo passando “da strumenti differenti da quelli che comunemente sono accettati come distintivi e specifici di Homo sapiens”, ossia “il ragionamento logico e il linguaggio”. Il discorso va seguito nel suo dipanarsi serrato, e in certi punti senz’altro impegnativo, per arrivare comunque a un’immagine risolutiva – e non estranea all’esperienza di molti – a cui proposito Zengiaro richiama Filosofia dell’animalità di Felice Cimatti: “«Accettare di farsi guardare dall’animale significa aprire la porta a questa molteplicità di viventi”». E’ questo il vero movimento che dev’essere attuato dall’essere umano per uscire dall’antropocentrismo. Significa aprirsi all’evento dell’incontro tra il proprio corpo e l’alterità”, alla possibilità di “comprendere noi stessi attraverso la sensazione di essere guardati dal mondo.”

Lo diceva anche John Berger, quando si chiedeva Perché guardiamo gli animali (Il Saggiatore 2016): “l’uomo diventa consapevole di se stesso nel ricambiare lo sguardo degli animali”, somiglianza e diversità convivono nell’attimo in cui vive, sospesa, questa muta reciprocità. Si tratta di accettarla, di non sfuggirla, e allora si comprenderà che “l’animale ha segreti che, a differenza dei segreti delle caverne, delle montagne, dei mari, si rivolgono specificamente all’uomo”.

Gli animali, e noi

Carl Safina, Al di là delle parole, Adelphi 2018 (pp. 687, euro 34)

“Parliamo di esseri umani e animali, come se tutti i viventi ricadessero in due sole categorie: noi e tutti gli altri.”

“Come può l’uomo conoscere, con la forza della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? Da quale confronto fra essi e noi deduce questa bestialità che attribuisce loro?”
A dispetto dell’“intimità” che connota il nostro rapporto con diversi animali – cani e gatti innanzitutto – “conserviamo una tentennante insistenza sul fatto che gli animali non sono come noi – benché noi stessi siamo animali. Potrebbe mai una relazione basarsi su un intendimento più profondo?”
“Abbiamo difficoltà a capire gli animali, ma, invece di prendere atto di questo limite, abbiamo l’impudenza di crederci superiori a loro”.
“Può darsi che noi siamo (…) incapaci di comprendere la ricchezza che altre specie percepiscono nella propria comunicazione: così come loro sono incapaci di capire quella della nostra specie”.
“Noi non comprendiamo le bestie più di quanto loro comprendano noi. Esse potrebbero avere di noi la stessa considerazione che noi abbiamo di loro. Dobbiamo quindi prendere in considerazione l’ipotesi di una sostanziale parità e provare a verificarla. (…) Del resto, vediamo in modo evidente, che c’è fra loro una piena e totale comunicazione, e che esse si capiscono fra loro, non solo quelle della stessa specie, ma anche quelle di specie diverse”.

Alcune frasi sono dell’autore di questo libro; altre di Montaigne. La consonanza è tale che sarebbe difficile distinguere le une dalle altre e attribuirle correttamente se  il corsivo non evidenziasse quelle di Safina. Non si tratta solo di riconoscere la straordinaria modernità di Montaigne, ma di ammettere che sono secoli ormai che abbiamo capito come stanno le cose, fra noi e gli animali. Sennonché un conto è sapere, un altro è saper di sapere e quindi regolarsi di conseguenza. I massacri di elefanti in Africa (10 milioni all’inizio del secolo scorso; 400mila oggi) ci dicono che continuiamo a fare come non sapessimo. Che cosa? Tutto quello che Safina ci dice prendendo spunto dall’osservazione di elefanti, appunto, e lupi e orche, ma allargando il discorso a molte altre specie: lo spirito cooperativo degli animali, la loro capacità di provare non solo dolore, ma anche empatia e compassione, sentimento del lutto e felicità del gioco; le loro abilità comunicative e linguistiche; la complessità delle loro forme di socialità.
Caratteri che altri autori illustrano con altrettanta precisione, ma forse non così efficacemente. Perché Safina, al dato di osservazione e all’argomentazione scientifica unisce la capacità narrativa. 
Al comparire di una mandria di elefanti, “la terra cotta dal sole aveva preso la forma di qualcosa d’immenso e vivo, ed era in movimento. (…) La pelle, mentre si muovevano, corrugata dal tempo e dall’uso, con le screpolature impresse dal passare degli anni, quasi che vivessero avvolti dalle mappe sgualcite  della vita già percorsa. Viaggiatori nei paesaggi dello spazio e del tempo.”

“Quando orche e delfini ci vedono spesso vengono a giocare; noi li salutiamo, e guardandoli negli occhi possiamo riconoscere che là dentro c’è qualcuno di molto speciale. Là dentro c’è qualcuno. Non è umano, ma è qualcuno…”. Ed proprio guardando i delfini che seguono la sua imbarcazione, dopo la meraviglia si chiede il perché dell’insoddisfazione che prova: “Volevo sapere che cosa stessero provando, e capire perché li percepiamo tanto interessanti e così… vicini. Questa volta mi permisi di porre loro la domanda che è il frutto proibito: chi siete?”

Ecco, in questa domanda sta il fulcro del metodo di Safina, etologo e filosofo trasgressivo: perché sa muoversi nello spazio stretto che è rimasto fra il comportamentismo (inaugurato, di fatto, da Cartesio e dalla visione dell’animale-macchina che ne è derivata) e l’antropomorfismo; senza perdersi nella polemica contro il primo, senza cedere alla paura di scivolare nel secondo, ma avendo fiducia nella propria empatia nei confronti degli animali riconoscendone allo stesso tempo la diversità, fra di loro innanzitutto e, dunque, anche fra ciascuna specie e la nostra.
La strada maestra è quella indicata da Henry Beston, citato in esergo (e in questi giorni in libreria con La casa estrema. Un anno di vita sulla grande spiaggia di Cape Cod, Ponte alle Grazie 2018): “l’animale non ha la sua misura nell’uomo. (…) Non sono nostri fratelli, non sono nostri sottoposti; sono altre nazioni, catturati insieme a noi nella rete della vita e del tempo, prigionieri con noi dello splendore e del travaglio della Terra.”

Brescia, 16 dicembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Le storie degli altri

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Rachel Cusk, Resoconto, Einaudi 2018 (pp. 185, euro 17)

“Vedere nella vita degli altri una cronaca della mia”: più che una scelta, una condizione. La protagonista – scrittrice, ad Atene per insegnare in un corso di scrittura – si chiede se sia “più reale” “vivere nel momento o fuori di esso”: nel frattempo, osserva gli altri, li ascolta soprattutto.

Si forma l’opinione che la maggior parte della vita, e delle scelte che si compiono, non avviene in uno stato di consapevolezza, ed è una cosa che si paga, questa: “Talora penso che (…) uno forgi il suo destino in base a ciò di cui non si accorge o per cui non prova compassione, e che infine sarà costretto a sperimentare proprio ciò che non conosce né si sforza di comprendere.” Ma del resto, forse ha ragione quel tale (uno dei tanti che lei ascolta) convinto che “migliorare le cose è impossibile, e che ne sono altrettanto responsabili le brave e le cattive persone, e che forse l’idea stessa di miglioramento è una fantasia personale, solitaria (…)”. Un modo di vedere che sembra trovare un corrispettivo nella parole di quell’altro, secondo il quale “una storia può essere una semplice successione di eventi nei quali ci sentiamo coinvolti, ma sui quali non esercitiamo alcuna influenza”, per cui “è pericolosa la tendenza a romanzare le nostre esperienze, inducendoci a credere che nella vita umana ci sia un qualche disegno e che siamo più importanti di quanto siamo in realtà.”

Da riflessioni simili, e da una disposizione solo apparentemente passiva rispetto a quel che succede e a chi si incontra, nasce quello che non a caso l’autrice identifica come un recosonto, più che un romanzo. Un resoconto fitto, però, di considerazioni sull’artificiosità dello sforzarsi perché qualcosa accada, sulla convenienza di vivere come una rondine sorvola il territorio, seguendone le forme senza poggiar visi, sull’inevitabilità di avvertire l’esistenza “come un dolore segreto, un tormento interiore impossibile da condividere con gli altri”. Tanto che nel racconto di un altro, che pure lei segue, non può non sentire “il resoconto di ciò che lei non era”, una sorta di “antidescrizione” che, tuttavia, le dava un’idea della persona che era adesso.”

Molte chiacchiere si sono lette all’uscita di questo libro, assunto come prova della ormai decretata (e pare mai avvenuta) morte del romanzo: “Ho cercato di ripensare le convenzioni del romanzo moderno, ammette Cusk in un’intervista (“La Repubblica”, 13 settembre), per controbattere, però, che le sue scelte nascono solo dall’esigenza di “sentirsi libera”, non volendo “camuffare il fatto che la narrazione è compromessa da diversi punti di vista, come invece fa la letteratura tradizionale”, e dovendo quindi “stravolgere le convenzioni, in maniera intuitiva”.  Ha detto bene un altro commentatore (Paolo di Paolo, sullo stesso giornale un paio di giorni dopo): “E’ come se Cusk trovasse la forma di ciò che scrive mentre la sta cercando. Funziona così: qualcuno narra di qualcuno che sta narrando, e si limita ad assecondare quel movimento”. Viene in mente il bel libro di un sociologo, Paolo Jedlowski: Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana (Bruno Mondadori 2002). La vita come intreccio di storie, nostre e degli altri, così il sociologo, ma non diversamente la romanziera: “M’interessa il modo in cui la gente parla delle proprie vite: si creano, senza volerlo, piccole strutture narrative affascinanti.” Affascinanti e tanto ricche da giustificare una trilogia, di cui Resoconto è il primo volume.

Brescia, 9 dicembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Scritti III: Biscrome

La musica ha costituito un importantissimo campo di attività nella vita di Renzo Baldo. Se il suo spettro di interessi, proprio di un uomo di profonda cultura, fu quanto mai vasto e articolato, in esso la pratica e le conoscenze musicali occuparono comunque uno spazio essenziale. Baldo aveva acquisito sin da giovane buone doti di pianista e fu per tutta la vita un vorace lettore del repertorio musicale.
Nel lungo corso della sua esistenza diverse furono le occasioni in cui ebbe modo di rendere pubblico quello che era un interesse coltivato prevalentemente in una sfera privata. Tra i suoi maggiori impegni spicca quello all’interno della Società dei Concerti di Brescia, ma più del ruolo di organizzatore si integrò meglio nel suo profilo di acuto intellettuale quello di conferenziere e, ancor meglio, di scrittore in merito ai diversi argomenti musicali. Da questo punto di vista l’esperienza di BresciaMusica – di cui fu direttore dall’avvio, nel 1985, al 2004 – rappresenta un capitolo essenziale per ciò che concerne il rapporto tra Baldo e la musica.

Oltre a numerosi articoli, a lui si devono le note tempestive, non di rado pungenti, che si propongono in questo libro e che nella rivista alimentarono una rubrica il cui titolo, Biscrome, sottolineava l’efficace concisione di questi scritti.


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Da BresciaMusica di novembre 2018.
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Scritti II: Memorie e ritratti

Il filo della memoria lega la prima alla seconda parte degli scritti di Renzo Baldo raccolti in questo libro, da quelli autobiografici agli altri che tracciano ritratti – sintetici ed essenziali in alcuni casi, articolati e densi in altri – di coloro con i quali era intercorso un rapporto di consuetudine, amicizia, stima.
La sensazione di una continuità sostanziale che lega i primi scritti ai secondi trova certo origine nell’omogeneità delle figure pubbliche, dei ruoli sociali, delle professioni: insegnanti, giornalisti, intellettuali, cultori di musica sono, come l’autore, molti dei personaggi che si incontrano in queste pagine. Ma un motivo più profondo di questa continuità sembra potersi individuare se proviamo a leggere come un ritratto anche quello che emerge dalle memorie della propria giovinezza che l’autore propone e ne confrontiamo le linee essenziali con quelle che leggiamo nei ricordi e nei profili raccolti nella seconda parte.

In occasione del primo anniversario della morte di Renzo Baldo, i famigliari hanno promosso una nuova edizione di alcuni dei suoi scritti più significativi (raccolti, oltre che in questo libro, in un altro dal titolo Percorsi narrativi). Parallelamente, la rivista “BresciaMusica” ha pubblicato, in questa stessa edizione, i testi comparsi nella rubrica Biscrome.

Quella che segue è la prefazione di Carlo Simoni alla sezione “Ritratti” del libro:

 

Scrivere di sé, scrivere degli altri

Il filo della memoria lega la prima alla seconda parte degli scritti di Renzo Baldo raccolti in questo libro, da quelli autobiografici ai seguenti che tracciano ritratti – sintetici ed essenziali in alcuni casi, articolati e densi in altri – di coloro con i quali era intercorso un rapporto di consuetudine, amicizia, stima.
La sensazione di una continuità sostanziale che lega i primi scritti ai secondi trova certo origine nell’omogeneità delle figure pubbliche, dei ruoli sociali, delle professioni: insegnanti, giornalisti, intellettuali, cultori di musica sono, come l’autore, molti dei personaggi che si incontrano in queste pagine. Ma un motivo più profondo di questa continuità sembra potersi individuare se proviamo a leggere come un ritratto anche quello che emerge dalle memorie della propria giovinezza che Renzo propone e ne confrontiamo le linee essenziali con quelle che leggiamo nei ricordi che vengon dopo.

È di poche parole, fin da bambino, il personaggio che la memoria restituisce tornando agli anni dell’infanzia, e attento alle differenze che distinguono, durante il fascismo, l’ambiente borghese da quello proletario; la franchezza rude dello zio che sta a Borgo Milano, nella Brescia delle fabbriche, dalla prudenza dei propri genitori, che si traduce nella critica sottaciuta ed espressa più a gesti che in parole della madre o si risolve, nel padre, in una forma di nicodemismo alieno comunque dal consenso.
Non ama la retorica, il ragazzo che frequenta il liceo così come il giovane chiamato al servizio militare; gli ispirano un disagio profondo le parate e i riti collettivi che vengono imposti; depreca i protagonismi; diffida del conformismo, della doppiezza, del compromesso; detesta l’ambiguità delle posizioni, la semplificazione dei giudizi, la contraffazione delle ideologie.
La passione del confronto, invece, trova spazio nel suo animo, e del dialogo che non abdica ai principi in cui ci si riconosce: i valori della laicità e della cultura, di una cultura lontana da “astratti utopismi” ma innervata sempre di “tensione utopica”. Una cultura capace di esprimere l’impegno civile e politico di chi non si sente vocato alla “combattività partitica”.

Quando da questo autoritratto dell’autore nelle prime stagioni della vita passiamo a leggere di coloro che quella stessa vita hanno incrociato, la percezione di un ovvio cambio di registro si accompagna all’impressione che il discorso non trovi la soluzione di continuità che ci si potrebbe aspettare, ma in qualche modo prosegua.
Se sappiamo individuare le qualità di chi non è più, descrivere il suo modo di stare al mondo, la “verità esistenziale” che ha costruito nei suoi giorni, è perché in qualche misura abbiamo saputo “leggere quei fuggevoli tratti che ci consentono di intravvedere l’anima (di una persona) o almeno di accostarsi alla sua soglia”, aprendo con lei “consuetudini di colloquio, di conversazione, che ci permettono, almeno in parte, di capirla e di carpirle qualche dono o qualche segreto”.
L’eredità che ci ha lasciato era quindi già, in certo modo, parte di noi, e solo per questo possiamo ora riconoscerla, accoglierla, sentendoci capaci di metterne in luce la cifra, e di proporla così come qualcosa che non può andar perduto, perché ne va della possibilità di “pensare il mondo in una luce positiva”, della fiducia che continuiamo a riporre nei nostri simili. Della Speranza, in definitiva.

***

Non una sprezzante laconicità, ma la riservatezza di un uomo che non si lasciava facilmente conoscere, Renzo ricorda del suo maestro, Isidoro Capitanio: la “sua singolarissima modestia”, fraintendibile da chi non l’avesse conosciuto da vicino come “una sorta di incapacità di collocarsi con la necessaria e opportuna energia nel tessuto della società”. Segno inequivocabile, invece, del “bisogno irresistibile di un’esistenza anonima”, di uno “sforzo di allontanamento dalle distrazioni per raccogliersi nel religioso silenzio della propria meditazione, si concentrasse essa in termini di musica o in termini di saggezza molteplicemente e profondamente umana”. Senza per altro che questo implicasse il distacco da quel che accadeva: resta nella memoria la pacatezza con cui Capitanio pronunciava giudizi e opinioni, e “scarne ma rivelatrici osservazioni sulla vita politica contemporanea”.
Non diversamente, la “distaccata impenetrabilità” di Arturo Benedetti Michelangeli rimandava in realtà alla ferma volontà di “difendere il proprio mondo interiore, il recinto dove albergava e fioriva la sua sensibilità”.
“Schivo e ciò nondimeno affabile” appariva anche Giovanni Ugolini, “capace di avvolgerti con ironia pungente e al tempo stesso sorridentemente comprensiva”: “non accadeva mai di sentirlo cedere alla tentazione della sottolineatura verbale delle proprie convinzioni, al rischio della retorica dei sentimenti”.
“Pacata, seria, riflessiva, ragionata” era la scrittura di Guido Puletti, fautore di “un giornalismo attivo, attento, umano, intelligente, in grado di informare e di formare, senza ripiegamenti narcisistici”. In ciò vicino a un altro giornalista, Roberto Balzani, e alla “sua esperienza, orientata a non lasciarsi mai sfuggire l’importanza della simbiosi fra il rigore dell’informazione e l’impiego, su di essa, degli strumenti etici e intellettuali capaci di sottrarla al naufragio dell’insignificanza”, “in anni, si badi bene – scriveva nel ’97, Renzo, ma non occorre sottolineare come le sue parole suonino attuali – nei quali l’appassionarsi in nome di un’assunzione di impegno civile sembra aver sempre più ceduto spazio a forme di disincanto, nelle quali possono tranquillamente convivere dignitosa professionalità e ben dosato distacco.”
“Il segno del limpido e saldo rifiuto dell’artificioso” si coglieva nel modo di porsi di Davide Pelizzari: “dell’innaturale, dell’inautentico, che gli si configuravano come spie esplicite di qualcosa, di cui bisogna diffidare, qualcosa, che va dalla mistificazione alla sopraffazione.”
Qualcosa di simile a ciò che in Renzo Bresciani chiedeva “uno sguardo che interpreta, che ci colloca entro una visione della realtà, visione ben consapevole, non casuale e approssimativa, ma netta e irrinunciabile, mai proclamata, ma costantemente e sottilmente presente”, capace se necessario di tradursi in “una riflessione, netta e perfino risentita”. Esito di un atteggiamento che sembra richiamare la “sottile e tormentata volontà di chiarezza” di Teodoro Simoni.

Di Michele Zorat restano la “ricchezza e linearità delle sue convinzioni civili”, l’“acuta e continua attenzione alla vita politica e culturale”, la “sottile arguzia” come la “ disincantata saggezza”, frutto di “una visione serenamente e consapevolmente laica”, capace di coniugarsi ad “una partecipazione costante alla vita come responsabilità nei confronti degli altri”, “uomo tra gli uomini, senza paternalismi e senza servilismi, insofferente di ipocrisie, ansioso di partecipazione alla vita nella sua pienezza”. Caratteri che significativamente vengono sottolineati in un altro medico, Giuseppe Cernigliaro, “pronto ad intendere i bisogni di tutti, ma soprattutto degli umili, degli indigenti. Naturaliter christianus” anche se “di formazione laica, nutrito di fertile cultura umanistica e civile, imbevuto di mazzinianesimo costantemente rivissuto con fermezza nelle sue dimensioni etiche più pure.”
Analogamente, di Mario Lussignoli restano in mente “la sua capacità di piegarsi ad intendere e ad amare anche le manifestazioni più semplici ed elementari della vita”, il “suo carattere, dolcemente e teneramente aperto”, nella consapevolezza che “ogni separatezza è un vizio”, “e al tempo stesso severamente intransigente”, diffidente del “potere, in qualunque forma esso si organizzi” e pronto a indignarsi “contro i mercenari della parola, gli astuti organizzatori del consenso, gli esperti in massificazioni svuotanti”.
Il rigore, dunque, come virtù umana e civile, non destinata comunque a risolversi fatalmente in severità scostante: “Conoscendo persone come lui – il professore Cesare Trebeschi – ci si (poteva) persuadere che forse la laicità è fatta anche di sorridente benevolenza, e che sono gli uomini come Cesare che le consentono di essere presente nell’umile, ma vitale, concretezza della vita quotidiana.”
Partecipandovi silenziosamente, alla maniera di Giuseppe Perucchetti, uomo “non certo avvezzo a usare troppe parole”, ma non per questo incapace di manifestare la sua “forte inclinazione ad assumersi, pacatamente, ma decisamente, la responsabilità delle proprie convinzioni.”

Un tono sommesso, apparentemente minore (che in musica, ricorda Renzo, non è affatto termine riduttivo, ma indica anzi “l’ingresso in una più penetrante e intensa sfera emotiva”) manifestava la “saggezza” di Marco Bonomini, il sarto di Livemmo, che “si esprimeva in un calibratissimo equilibrio tra affettuosa partecipazione agli stati d’animo, alle vicende, agli umori degli altri, di tutti gli altri, e una sorridente garbatissima ironia, che smussava, ridimensionava, inquadrava e chiariva”; una sensazione simile a quella che nasceva in chi incontrava Maria Olga Furlan Fornari, maestra elementare, e la sua “cordiale, mai tramontabile, e adorabile, disponibilità alla vita come perenne operosità, proiettata a capire e ad aiutare, sempre pronta, perfino in un modo luminosamente ingenuo, a proporre calore di affetti, comprensione ed aiuto per gli altri”.

***

Tornando a scorrere queste pagine, si può notare come non rappresenti un caso isolato quello testimoniato nella prima parte del libro: la scrittura autobiografica sembra spesso non sapere, non volere andare oltre gli anni della giovinezza, quasi che l’intenzione di restituire fedelmente il chi si è stati non possa esser mantenuta se ci si avvicina al chi si è; avvertiti, forse, della velleitarietà, o dell’intrinseca e inaggirabile ambiguità, dei propositi di dir di se stessi in tutta verità che dichiarano Montaigne e Rousseau, soprattutto.
Dire degli altri, allora, di quelli in cui ci si è riconosciuti, può offrire – senza costituire l’approdo di un intento consapevole – la possibilità di continuare il discorso iniziato: i tratti che di loro si è saputo cogliere, e la loro morte chiama a mettere in parole, lasciano intravedere quegli stessi che ci appartengono, o vorremmo ci appartenessero (o fossero appartenuti) più compiutamente. Quasi a cercare in quelli convalida di ciò che siamo o non abbiamo cessato di aspirare ad essere; quasi a tentar di proseguire la delineazione di quel ritratto di noi stessi che incessantemente, pur senza averne piena coscienza, vorremmo completare, sfidando l’evidenza del fatto che solo gli altri potranno percepire nella nostra vita una storia. E dunque provandoci, nonostante tutto, a dire chi siamo stati, chi eravamo; quali erano i caratteri essenziali che la nostra esistenza ha infine lasciato trasparire, senza che coincidessero con i tratti di eccezionalità che si vuole connotino gli uomini illustri, ma senz’altro di unicità, e irripetibilità, che competono anche a coloro che illustri non si sono detti. In ciò ricordando l’insegnamento di uno di coloro di cui Renzo racconta, Nando De Toni, grande studioso di Leonardo, che “amava dire che non esistono geni, eccezionalità, ma soltanto anelli di una catena della quale tutti facciamo parte.”


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Scritti I: Percorsi narrativi

Percorsi narrativi raccoglie i testi letterari di Renzo Baldo: apre con una “summula” in chiave aforistica del pensiero intimo di “Filippo Ottonieri Junior”, prosegue con la rappresentazione dei regni di distopia nei “Racconti rabelesiani”, per continuare sui condizionamenti biologici, le forme di alienazione e le aspirazioni a nuovi ordinamenti sociali che attanagliano l’uomo moderno in “Paradossi (quasi racconti)”, per concludere, infine, con i “Pensamenti dello zio Eufrasio”, ultima ed estrema personificazione aforistica del sentire laico del narratore.
Il ritratto che emerge, sottolinea Giovanni Tesio, è quello di un “moralista in senso classico”. Per dar corpo al suo pensiero, Baldo ricorre a frequenti riferimenti culturali, ora espliciti, ora impliciti, mescola diversi registri formali, affidando il suo messaggio a scelte lessicali e a intrecci concettuali che il lettore è invitato a individuare e il critico aiuta a portare alla luce, rilevandone, tra l’altro, lo stile consapevolmente classicistico, “marginale per scelta”, per “meditato straniamento”, nel quale l’autore trova “il suo pieno domicilio”. Per dire, esponendosi di persona e senza mai arrendersi, la problematicità del vivente.

In occasione del primo anniversario della morte di Renzo Baldo, i famigliari hanno promosso una nuova edizione di alcuni dei suoi scritti più significativi (raccolti, oltre che in questo libro, in un altro dal titolo Memorie e ritratti). Parallelamente, la rivista “BresciaMusica” ha pubblicato, in questa stessa edizione, i testi comparsi nella rubrica Biscrome.


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Il linguaggio dei piedi

zallot immVirtus Zallot, Con i piedi nel Medioevo, Il Mulino 2018 (pp. 220, euro 25,00)

In anni non tanto lontani – anni Cinquanta, su per giù – le persone ammodo non dicevano piedi. Dicevano estremità.

Un  pudore di cui non avrebbero probabilmente saputo spiegare le ragioni, ma di cui si può trovare un corrispettivo nell’atteggiamento degli storici dell’arte, grandi indagatori delle movenze e delle posture di braccia e mani, ma assai poco propensi ad abbassare allo sguardo. Alle estremità, appunto. Lo nota Chiara Frugoni – la grande medievista della quale l’autrice si dichiara allieva – che nella sua prefazione ricorda una zia che ogni volta che doveva nominare le estremità premetteva un compito “con licenza parlando”. Un fare ben diverso da quello del Nanni Moretti di Bianca, il cui sguardo è appunto ai piedi che ossessivamente corre ( “Ogni scarpa una camminata. Ogni camminata una diversa concezione del mondo”).   

Tutti atteggiamenti nei quali si possono rintracciare i segni di una storia che affonda le sue radici in secoli lontani, una storia ricostruibile innanzitutto sulla base del patrimonio iconografico che il passato ci ha consegnato: “Nella società medievale piedi e calzature erano figure parlanti”, avverte l’autrice aprendo il suo saggio, e nelle immagini del Medioevo “contribuiscono a definire la condizione fisica ed esistenziale delle figure”, “raccontando storie e frammenti di Storia” a chi, come Virtus Zallot, a una lettura estetico-stilistica antepone un’indagine iconografica che prescinde dal valore artistico, coerentemente occupandosi più di opere minori – bresciane, in alcuni casi – che di capolavori.

E’ quindi la grande lezione della storiografia delle mentalità, della vita quotidiana e della cultura materiale a innervare le competenze storico-artistiche e a permettere di far emergere un “linguaggio dei piedi”, una gamma di “gesti e usi che ancora ci appartengono” e sono documentati da una straordinaria, capillare analisi. Dai piedi mostruosi o diabolici a quelli “che soffrono” – i piedi dello storpio, “bisognoso per antonomasia” nell’arte del Medioevo –, ma, si badi, se è una spina conficcatasi nel piede quella che fa soffrire, si tratta in realtà d’altro: “la spina è peccato da estrarre ed espiare”, così come avere i piedi calzati o scalzi era un dato carico di valenze simboliche, “che elevava o declassava, proteggeva o esponeva”- Del resto, scalzare non significa ancora oggi declassare, compromettere l’autorità o il ruolo di qualcuno? Mentre scalzarsi poteva suggerire la volontà di abbandonare il peccato, sempre che non alludesse a una precisa e a suo modo polemica dichiarazione: si pensi ai primi francescani (o, per altro verso, ai “medici scalzi” della Cina di Mao). Analogamente, in un gioco di rimandi e simbolismi che ha in molti casi perduto per noi l’immediatezza del suo significato, lavare i piedi – e far levare le scarpe a chi arriva – è espressione di cortesia, umiltà o addirittura deferenza al limite della devozione; calcare i propri calzari su draghi e diavoli (o eretici), calpestarli insomma, è il segno della vittoria sul male, o sulla morte; accostare il proprio capo a piedi altrui, prosternandosi, dice della reverenza assoluta di chi  può giungere – o è richiesto, se al cospetto del papa – a baciarli (senza per questo aver nulla a spartire con l’inclinazione adulatoria e servile del  leccapiedi). La preziosità dell’appoggio offerto ai piedi può indicare lo status del personaggio, i cui piedi godono in questo modo del privilegio di non toccar terra, che li sporcherebbe, ma conta soprattutto, in questo senso, la foggia dei calzari, prodotto dell’arte dei ciabattini e dei calzolai non di rado presenti nell’iconografia medievale, figure di artigiani con i quali si conclude questa rassegna, sorta di andirivieni colto e accattivante – grazie anche a un vasto apparato di immagini – fra sacro e profano, fra storia dei privilegiati e vicende di gente comune, fra arte e immaginario.

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Brescia, 25 novembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Da «sonadùr» al Carnevale a concertista

Dal Corriere della Sera (Brescia) del 10 gennaio 2018

Daniele Richiedei con il padre Nerio: entrambi oggi sono fra i sonadùr del Carnevale di Bagolino

«Io, bambino, accolto nel gruppo dei suonatori. Io, piccolo, in mezzo a loro, avvolto nel suono del bassetto, delle chitarre e dei violini. Ero troppo piccolo per suonare, e sentivo di essere privilegiato rispetto gli altri bambini nel poter stare lì, ai piedi di mio papà che suonava. Il violino».
Nel primo ricordo che Daniele Richiedei ha del Carnevale del suo paese, Bagolino, a occupare la scena è la musica, l’esperienza dell’essere immersi nella musica: un po’ come accade a chi, come lui oggi, suona in complessi musicali e in orchestre.
Certo, il violino di suo padre era lì, in casa, per il resto dell’anno, ma non è su quello che lui proverà a mettere le mani: è un violino piccolo, adatto a un bambino di sei anni, quello sui cui inizierà a studiare alla scuola di musica giù a Storo.
Avrebbe potuto diventare un sonadùr, come altri sui coetanei di Bagolino, e il violino prenderlo in mano, ogni anno, solo qualche settimana prima del Carnevale. Invece, liceale diciassettenne, decide di far sul serio, va al conservatorio.
L’esperienza accumulata gli risparmia qualche anno: a ventitré è diplomato. Oggi, a trentatré, è secondo violino dell’Ensemble del Teatro Grande, ma gli accade spesso di esser chiamato a suonare anche nell’orchestra del Festival pianistico e in altre compagini prestigiose. La musica classica però non è tutto: ci sono anche il pop e il rock, il jazz e l’improvvisazione. Perché la musica bagossa non si è mai ridotta a preistoria della sua vocazione. Non solo per il fatto che ogni anno è là, sonadùr fra i sonadùr ad accompagnare le danze dei balarì, ma anche perché senza quella non ci sarebbero state probabilmente la curiosità di sperimentare, la versatilità come dimensione connaturata del far musica. E, coerentemente, sarebbe forse diversa l’immagine che Daniele ha del proprio futuro, non coincidente con il posto sicuro, in un’orchestra stabile, ma con il perseverare nel mettersi alla prova su piani diversi di espressione musicale, perché, in fondo, la musica è una. Non c’è musica colta o incolta, classica o popolare.

Daniele da bambino impegnato a eseguire le prime musiche

C’è musica cattiva e buona se mai, ma soprattutto c’è musica ridotta a prodotto da consumare e musica che vive del respiro lungo di una socialità che non si è lasciata omologare nei riti di massa, e resiste, non in forza di un arroccamento geloso ma del senso che una comunità continua ad attribuirle. Non troverete sonadùr, balarì e màscher alle feste del vino e agli shopping day dei centri commerciali: il Carnevale di Bagolino è conosciuto in tutta Europa perché generazione dopo generazione (sì, ci sono anche «nativi digitali» fra le figure che lo animano) continua a vivere. Se chiedete a Nerio – il padre di Daniele, animatore della Casa museo di Bagolino – perché fra gli oggetti raccolti ed esposti sono pochi quelli attinenti al Carnevale vi risponderà che non potrebbe essere diversamente, «perché la festa è ancora viva, e i suoi segni non sono ancora oggetti da museo». Viva, e capace di stimolare sempre nuove ricerche sul suo passato e i suoi significati – ultima quella, tuttora in corso, che confluirà in un libro che proprio Daniele sta curando – ma anche di produrre esperienze e raccontare storie. Come quella del sonadùr il cui figlio divenne concertista.

Sentieri in città

Alfredo, pensionato flâneur, percorre ogni giorno la città con un’attenzione e una curiosità che gli permettono di trovarvi occasioni di incontro, momenti di scambio, ma anche di confrontarsi con atteggiamenti e mentalità che lo inducono a rifl essioni disincantate, non di rado perplesse o apertamente critiche e tuttavia mai inclini alla recriminazione o al risentimento.
Nelle sue passeggiate è a volte accompagnato dal nipotino, e la diff erenza d’età non sembra compromettere la sintonia del loro sguardo. Uno sguardo che potrebbe a volte richiamare quello di Marcovaldo, il cui creatore è non a caso esplicitamente richiamato in uno dei racconti. Anche Alfredo appare infatti sempre aperto al nuovo, al diverso, nella città di oggi emblematicamente rappresentato dallo straniero immigrato. Senonché, il protagonista di questi racconti non si guarda attorno cercando occasioni di evasione o insperate risorse che possano portare conforto alla
misera vita familiare. A richiamare l’attenzione di Alfredo sono piuttosto episodi e situazioni da cui ricavare cauti ma fondati giudizi su come va oggi il mondo.
Mai rinunciando, comunque, alla disposizione a credere che anche “una città infelice può contenere, magari solo per un istante, una città felice”, per quanto invisibile ai più.

Quelli che seguono sono brani tratti da alcuni dei racconti:

da Cerchio blu:

Se ci entri, alle 8, quando hanno appena aperto, cammini in strade che non sono strade. Perché non ci sono le vetrine. Son tutte chiuse, le serrande tirate giù. Come di notte, in città, che allora incontri solo qualche sbandato ogni tanto, ma soprattutto marocchini e neri. Sembra che ci siano solo loro.
Invece qui no. Loro non ci sono. Ci sono solo ragazzi se mai, che mangiano gelati e bevono cocacole  e birre anche se sono appena passate le otto, di mattina. Fumano, e camminano camminano in queste strade che sono corridoi. Han bruciato. Non sono andati a scuola. Staranno qui tutta la mattina.
Una volta andavano in castello, i ragazzi che bruciavano. A girare per i viali e a giocare a flipper al bar che c’era là. Poi allo zoo, sui terrazzi delle torri a guardar giù… Ma adesso vengono qui. A anche se la mattina presto non ci sono ancora le vetrine illuminate, i tabelloni che dicono le offerte, le televisioni che fanno la pubblicità, e sembra tutto come il giorno dopo l’epifania. Perché qui è così: o è festa o niente. Non ci sono i giorni feriali. Solo domeniche, oppure è un mortorio.
Che se c’era un posto dove non c’era mai la domenica era proprio questo, perché i tubi li facevano sempre, giorno e notte, natale e pasqua. Facevano i turni, ma tu non vedevi niente perché non si poteva entrare e c’erano muri tutto intorno.
Adesso invece ci si passa dentro, anche senza comprare niente.
Cerchio blu, l’han chiamato. Dappertutto cerchi blu, per terra, sulle vetrine, sulle camicette delle commesse. E fuori, sul tetto, cerchi blu di neon, che li vedi a un chilometro.

(…)

Bè insomma, adesso saran tre mesi che passo sempre dentro. Non è che mi è passata del tutto di sentirmi un po’ un pollo d’allevamento a andar dentro, ma è che fuori è più triste. Lì dentro guardi e nessuno ti guarda, ma non ti spiace. Anzi. Anche tu non li guardi, gl’altri. Nessuno guarda nessuno.
Fuori, non hai niente da guardare, ma sei sempre lì che aspetti come di riconoscere qualcuno, o che qualcuno sia lui a salutarti.
Dentro, no. Ho visto uno che conoscevo, ma ho fatto finta di niente e ho guardato dritto avanti. Non è mica un posto da star lì a dirsi come va, quello lì. Massimo, un saluto con la mano, ma da lontano, senza fermarsi.
Il bianco con le bollicine costa quattro euro invece che due. Perché io la sera… mi piace bere un bianco prima di tornare a casa. Te lo fanno pagare il doppio. Però lì non ti resta sullo stomaco perché l’hai bevuto tutto in una volta per uscire subito perché il bar è vuoto e non c’è nessuno che conosci.
Lì dentro no. Te la prendi calma. Perché è  normale non conoscere nessuno.
Quando hai bevuto molli il cine a colori e torni in quello in bianco e nero. È  questo l’effetto che fa.
’Sera… ma lo dici a voce bassa, tanto lo sai che neanche ti sentono. C’è la musica sempre, lì dentro. Se per caso ti hanno sentito allora dicono buona giornata. Né buongiorno né buonasera: buona giornata. E non sai se l’han detto a te o a un altro.
Buona giornata. Anche se è già sera.

da Per leggere il giornale:

Io il giornale, a casa, non sono mica capace di leggerlo. Non so… mi sembra di non aver niente a che fare con quelle cose che leggo. O perché sono lontane – l’Iraq, la Corea… – o perché… magari non sono lontane ma è lo stesso: di quelle robe che si fa fatica a pensare che succedono qui da noi, in Italia. Bè insomma: se le leggo in casa mi sembra di essere scemo a prendermela per quelle cose lì. Se invece sono fuori, dove c’è dell’altra gente, allora mi sembra di fare il mio dovere a leggere il giornale, e ci provo anche gusto se c’è qualcuno da dire due parole. Leggere il giornale fa parlare, delle volte. Perché è raro che qualcuno racconti qualcosa, se no. Una volta succedeva, ma adesso… E è un bel po’ che a me sembra che non succede più. Raccontavano una volta. Mica tutti ma ce n’erano: cose che c’hai a che fare anche tu e se le ascolti magari dici anche tu la tua. Ma siccome oggi non succede bisogna trovare qualcosa per parlare, qualcosa che non è né mio né tuo né suo, ma un po’ è di tutti, e delle volte le notizie sono così. Non importa se sono da ridere o se fanno arrabbiare, che poi la maggior parte fanno arrabbiare. Che conta è che tu magari leggi una notizia a alta voce… non occorre un discorso, basta mezza parola, anche solo la faccia che fai, e un altro butta lì una parola, e tu allora un’altra e via, si parla. Non mi importa che quello la pensi come me. Certo se è uno come te, che vedo che legge anche lui la repubblica, va meglio. Però, delle volte, ascolto quelli che stanno dall’altra parte e mi fanno pensare, perché più andiamo avanti e più mi pare che ci sono cose che pensiamo anche noi come loro, se vuoi che te lo dica. E questa è già una cosa che fa pensare. E non ce ne accorgiamo se continuiamo a parlarci solo fra noi, e anzi: crediamo di essere sempre i più forti, quelli che la vedono giusta. Speciali addirittura, noi. Invece, a ascoltare come la vedono gli altri, anche quando dà fastidio, primo: capisci che sono tantissimi. Di più di noi. E poi senti delle cose che, ecco, ti fanno pensare che non si può continuare a dire le cose come le dicevamo trent’anni fa, mica perché sono sbagliate eh: io non sono mica uno di quelli che dicono che ci vuole il nuovo e i giovani e insomma bisogna buttar via tutto, figuriamoci. Però… va a finire che a parlare solo fra noi convinci solo quelli che sono già convinti.

da Sentieri in città:

(…) la caccia ai sentieri. Era una gara: chi li vedeva per primo, e lui teneva il conto. Bastava andare in qualche giardino pubblico e c’era da divertirsi. Dove c’era un vialetto che faceva una curva potevi giurarci che trovavi il sentierino che tagliava dritto. Al campo militare, che adesso non è più per i soldati, ci vanno a correre tutti, lo sapevo che c’era un sentiero che lo tagliava esattamente a metà. Il più lungo che avessi mai visto: l’ho lasciato scoprire al Luigino…
Dopo è venuto che, non che il gioco ci avesse stufato, ma lui ha cominciato con le domande: quanto saranno vecchi? c’erano già prima che mettessero l’asfalto sulle strade?
A me è sembrato di rispondergli che sì, mi sembravano vecchissimi, di più delle strade asfaltate. Non so perché ho detto così: mi faceva piacere pensare che nella città di oggi ci fossero i segni di dove camminavamo in quell’altra che non c’è più.  La città dove si andava solo a piedi, niente macchine, solo cavalli se mai. La città dove i passi lasciavano il segno, non come sull’asfalto. O sul cemento. Anche se il Luigino, una volta che parlavamo di questa cosa, mi ha portato a vedere un marciapiede vicino a casa sua dove si vedono le orme di un cane: passato quando il cemento era ancora fresco, mi ha spiegato.

(…)

Lui, questa cosa delle impronte gli interessava molto, ci ragionava su. Un giorno che eravamo alla fontana dei giardini e c’era un piccolino col padre che gli faceva andare la barca telecomandata –  e intanto il figlio guardava Luigino che tirava sassolini nella vasca e si era dimenticato della barca e non ascoltava più il padre che gli diceva come si faceva a guidarla – il Luigino ha detto che la barca lascia come una specie di orma, ma lunga.
Una scia, gli ho detto io.
Sì, proprio, come quella che lasciano gli sci.
Ero lì che pensavo alla scia e agli sci, e lui ha fatto: anche in piscina, quando vado a nuotare, ci faccio la scia. Però non dura.
E qui lui è saltato fuori con una di quelle che bisognerebbe scrivere: i sentieri sono le scie dei passi, ha detto, serio come è lui quando proprio in quel momento sta capendo qualcosa. Ma non era finita: sono le scie che fanno i passi per far sapere agli altri che siamo passati di lì e dunque anche loro possono passarci.


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 16 novembre 2017.
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Dal Corriere della Sera Brescia del 23 novembre 2017.
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Da Bresciaoggi del 28 dicembre 2017.
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