Author Archives: Secondorizzonte

Gli animali, e noi

Dicembre 17th, 2018 | Posted by Secondorizzonte in Carlo Simoni | Leggere e rileggere - (0 Comments)

Carl Safina, Al di là delle parole, Adelphi 2018 (pp. 687, euro 34)

“Parliamo di esseri umani e animali, come se tutti i viventi ricadessero in due sole categorie: noi e tutti gli altri.”

“Come può l’uomo conoscere, con la forza della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? Da quale confronto fra essi e noi deduce questa bestialità che attribuisce loro?”
A dispetto dell’“intimità” che connota il nostro rapporto con diversi animali – cani e gatti innanzitutto – “conserviamo una tentennante insistenza sul fatto che gli animali non sono come noi – benché noi stessi siamo animali. Potrebbe mai una relazione basarsi su un intendimento più profondo?”
“Abbiamo difficoltà a capire gli animali, ma, invece di prendere atto di questo limite, abbiamo l’impudenza di crederci superiori a loro”.
“Può darsi che noi siamo (…) incapaci di comprendere la ricchezza che altre specie percepiscono nella propria comunicazione: così come loro sono incapaci di capire quella della nostra specie”.
“Noi non comprendiamo le bestie più di quanto loro comprendano noi. Esse potrebbero avere di noi la stessa considerazione che noi abbiamo di loro. Dobbiamo quindi prendere in considerazione l’ipotesi di una sostanziale parità e provare a verificarla. (…) Del resto, vediamo in modo evidente, che c’è fra loro una piena e totale comunicazione, e che esse si capiscono fra loro, non solo quelle della stessa specie, ma anche quelle di specie diverse”.

Alcune frasi sono dell’autore di questo libro; altre di Montaigne. La consonanza è tale che sarebbe difficile distinguere le une dalle altre e attribuirle correttamente se  il corsivo non evidenziasse quelle di Safina. Non si tratta solo di riconoscere la straordinaria modernità di Montaigne, ma di ammettere che sono secoli ormai che abbiamo capito come stanno le cose, fra noi e gli animali. Sennonché un conto è sapere, un altro è saper di sapere e quindi regolarsi di conseguenza. I massacri di elefanti in Africa (10 milioni all’inizio del secolo scorso; 400mila oggi) ci dicono che continuiamo a fare come non sapessimo. Che cosa? Tutto quello che Safina ci dice prendendo spunto dall’osservazione di elefanti, appunto, e lupi e orche, ma allargando il discorso a molte altre specie: lo spirito cooperativo degli animali, la loro capacità di provare non solo dolore, ma anche empatia e compassione, sentimento del lutto e felicità del gioco; le loro abilità comunicative e linguistiche; la complessità delle loro forme di socialità.
Caratteri che altri autori illustrano con altrettanta precisione, ma forse non così efficacemente. Perché Safina, al dato di osservazione e all’argomentazione scientifica unisce la capacità narrativa. 
Al comparire di una mandria di elefanti, “la terra cotta dal sole aveva preso la forma di qualcosa d’immenso e vivo, ed era in movimento. (…) La pelle, mentre si muovevano, corrugata dal tempo e dall’uso, con le screpolature impresse dal passare degli anni, quasi che vivessero avvolti dalle mappe sgualcite  della vita già percorsa. Viaggiatori nei paesaggi dello spazio e del tempo.”

“Quando orche e delfini ci vedono spesso vengono a giocare; noi li salutiamo, e guardandoli negli occhi possiamo riconoscere che là dentro c’è qualcuno di molto speciale. Là dentro c’è qualcuno. Non è umano, ma è qualcuno…”. Ed proprio guardando i delfini che seguono la sua imbarcazione, dopo la meraviglia si chiede il perché dell’insoddisfazione che prova: “Volevo sapere che cosa stessero provando, e capire perché li percepiamo tanto interessanti e così… vicini. Questa volta mi permisi di porre loro la domanda che è il frutto proibito: chi siete?”

Ecco, in questa domanda sta il fulcro del metodo di Safina, etologo e filosofo trasgressivo: perché sa muoversi nello spazio stretto che è rimasto fra il comportamentismo (inaugurato, di fatto, da Cartesio e dalla visione dell’animale-macchina che ne è derivata) e l’antropomorfismo; senza perdersi nella polemica contro il primo, senza cedere alla paura di scivolare nel secondo, ma avendo fiducia nella propria empatia nei confronti degli animali riconoscendone allo stesso tempo la diversità, fra di loro innanzitutto e, dunque, anche fra ciascuna specie e la nostra.
La strada maestra è quella indicata da Henry Beston, citato in esergo (e in questi giorni in libreria con La casa estrema. Un anno di vita sulla grande spiaggia di Cape Cod, Ponte alle Grazie 2018): “l’animale non ha la sua misura nell’uomo. (…) Non sono nostri fratelli, non sono nostri sottoposti; sono altre nazioni, catturati insieme a noi nella rete della vita e del tempo, prigionieri con noi dello splendore e del travaglio della Terra.”

Brescia, 16 dicembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Le storie degli altri

Dicembre 9th, 2018 | Posted by Secondorizzonte in Carlo Simoni | Leggere e rileggere - (0 Comments)
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Rachel Cusk, Resoconto, Einaudi 2018 (pp. 185, euro 17)

“Vedere nella vita degli altri una cronaca della mia”: più che una scelta, una condizione. La protagonista – scrittrice, ad Atene per insegnare in un corso di scrittura – si chiede se sia “più reale” “vivere nel momento o fuori di esso”: nel frattempo, osserva gli altri, li ascolta soprattutto.

Si forma l’opinione che la maggior parte della vita, e delle scelte che si compiono, non avviene in uno stato di consapevolezza, ed è una cosa che si paga, questa: “Talora penso che (…) uno forgi il suo destino in base a ciò di cui non si accorge o per cui non prova compassione, e che infine sarà costretto a sperimentare proprio ciò che non conosce né si sforza di comprendere.” Ma del resto, forse ha ragione quel tale (uno dei tanti che lei ascolta) convinto che “migliorare le cose è impossibile, e che ne sono altrettanto responsabili le brave e le cattive persone, e che forse l’idea stessa di miglioramento è una fantasia personale, solitaria (…)”. Un modo di vedere che sembra trovare un corrispettivo nella parole di quell’altro, secondo il quale “una storia può essere una semplice successione di eventi nei quali ci sentiamo coinvolti, ma sui quali non esercitiamo alcuna influenza”, per cui “è pericolosa la tendenza a romanzare le nostre esperienze, inducendoci a credere che nella vita umana ci sia un qualche disegno e che siamo più importanti di quanto siamo in realtà.”

Da riflessioni simili, e da una disposizione solo apparentemente passiva rispetto a quel che succede e a chi si incontra, nasce quello che non a caso l’autrice identifica come un recosonto, più che un romanzo. Un resoconto fitto, però, di considerazioni sull’artificiosità dello sforzarsi perché qualcosa accada, sulla convenienza di vivere come una rondine sorvola il territorio, seguendone le forme senza poggiar visi, sull’inevitabilità di avvertire l’esistenza “come un dolore segreto, un tormento interiore impossibile da condividere con gli altri”. Tanto che nel racconto di un altro, che pure lei segue, non può non sentire “il resoconto di ciò che lei non era”, una sorta di “antidescrizione” che, tuttavia, le dava un’idea della persona che era adesso.”

Molte chiacchiere si sono lette all’uscita di questo libro, assunto come prova della ormai decretata (e pare mai avvenuta) morte del romanzo: “Ho cercato di ripensare le convenzioni del romanzo moderno, ammette Cusk in un’intervista (“La Repubblica”, 13 settembre), per controbattere, però, che le sue scelte nascono solo dall’esigenza di “sentirsi libera”, non volendo “camuffare il fatto che la narrazione è compromessa da diversi punti di vista, come invece fa la letteratura tradizionale”, e dovendo quindi “stravolgere le convenzioni, in maniera intuitiva”.  Ha detto bene un altro commentatore (Paolo di Paolo, sullo stesso giornale un paio di giorni dopo): “E’ come se Cusk trovasse la forma di ciò che scrive mentre la sta cercando. Funziona così: qualcuno narra di qualcuno che sta narrando, e si limita ad assecondare quel movimento”. Viene in mente il bel libro di un sociologo, Paolo Jedlowski: Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana (Bruno Mondadori 2002). La vita come intreccio di storie, nostre e degli altri, così il sociologo, ma non diversamente la romanziera: “M’interessa il modo in cui la gente parla delle proprie vite: si creano, senza volerlo, piccole strutture narrative affascinanti.” Affascinanti e tanto ricche da giustificare una trilogia, di cui Resoconto è il primo volume.

Brescia, 9 dicembre 2018
Carlo Simoni

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Scritti III: Biscrome

Novembre 27th, 2018 | Posted by Secondorizzonte in Renzo Baldo | Viaggi: raccontare, ricordare - (0 Comments)

La musica ha costituito un importantissimo campo di attività nella vita di Renzo Baldo. Se il suo spettro di interessi, proprio di un uomo di profonda cultura, fu quanto mai vasto e articolato, in esso la pratica e le conoscenze musicali occuparono comunque uno spazio essenziale. Baldo aveva acquisito sin da giovane buone doti di pianista e fu per tutta la vita un vorace lettore del repertorio musicale.
Nel lungo corso della sua esistenza diverse furono le occasioni in cui ebbe modo di rendere pubblico quello che era un interesse coltivato prevalentemente in una sfera privata. Tra i suoi maggiori impegni spicca quello all’interno della Società dei Concerti di Brescia, ma più del ruolo di organizzatore si integrò meglio nel suo profilo di acuto intellettuale quello di conferenziere e, ancor meglio, di scrittore in merito ai diversi argomenti musicali. Da questo punto di vista l’esperienza di BresciaMusica – di cui fu direttore dall’avvio, nel 1985, al 2004 – rappresenta un capitolo essenziale per ciò che concerne il rapporto tra Baldo e la musica.

Oltre a numerosi articoli, a lui si devono le note tempestive, non di rado pungenti, che si propongono in questo libro e che nella rivista alimentarono una rubrica il cui titolo, Biscrome, sottolineava l’efficace concisione di questi scritti.


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 25 novembre 2018.
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Da BresciaMusica di novembre 2018.
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Scritti II: Memorie e ritratti

Novembre 27th, 2018 | Posted by Secondorizzonte in Renzo Baldo | Viaggi: raccontare, ricordare - (0 Comments)

Il filo della memoria lega la prima alla seconda parte degli scritti di Renzo Baldo raccolti in questo libro, da quelli autobiografici agli altri che tracciano ritratti – sintetici ed essenziali in alcuni casi, articolati e densi in altri – di coloro con i quali era intercorso un rapporto di consuetudine, amicizia, stima.
La sensazione di una continuità sostanziale che lega i primi scritti ai secondi trova certo origine nell’omogeneità delle figure pubbliche, dei ruoli sociali, delle professioni: insegnanti, giornalisti, intellettuali, cultori di musica sono, come l’autore, molti dei personaggi che si incontrano in queste pagine. Ma un motivo più profondo di questa continuità sembra potersi individuare se proviamo a leggere come un ritratto anche quello che emerge dalle memorie della propria giovinezza che l’autore propone e ne confrontiamo le linee essenziali con quelle che leggiamo nei ricordi e nei profili raccolti nella seconda parte.

In occasione del primo anniversario della morte di Renzo Baldo, i famigliari hanno promosso una nuova edizione di alcuni dei suoi scritti più significativi (raccolti, oltre che in questo libro, in un altro dal titolo Percorsi narrativi). Parallelamente, la rivista “BresciaMusica” ha pubblicato, in questa stessa edizione, i testi comparsi nella rubrica Biscrome.

Quella che segue è la prefazione di Carlo Simoni alla sezione “Ritratti” del libro:

 

Scrivere di sé, scrivere degli altri

Il filo della memoria lega la prima alla seconda parte degli scritti di Renzo Baldo raccolti in questo libro, da quelli autobiografici ai seguenti che tracciano ritratti – sintetici ed essenziali in alcuni casi, articolati e densi in altri – di coloro con i quali era intercorso un rapporto di consuetudine, amicizia, stima.
La sensazione di una continuità sostanziale che lega i primi scritti ai secondi trova certo origine nell’omogeneità delle figure pubbliche, dei ruoli sociali, delle professioni: insegnanti, giornalisti, intellettuali, cultori di musica sono, come l’autore, molti dei personaggi che si incontrano in queste pagine. Ma un motivo più profondo di questa continuità sembra potersi individuare se proviamo a leggere come un ritratto anche quello che emerge dalle memorie della propria giovinezza che Renzo propone e ne confrontiamo le linee essenziali con quelle che leggiamo nei ricordi che vengon dopo.

È di poche parole, fin da bambino, il personaggio che la memoria restituisce tornando agli anni dell’infanzia, e attento alle differenze che distinguono, durante il fascismo, l’ambiente borghese da quello proletario; la franchezza rude dello zio che sta a Borgo Milano, nella Brescia delle fabbriche, dalla prudenza dei propri genitori, che si traduce nella critica sottaciuta ed espressa più a gesti che in parole della madre o si risolve, nel padre, in una forma di nicodemismo alieno comunque dal consenso.
Non ama la retorica, il ragazzo che frequenta il liceo così come il giovane chiamato al servizio militare; gli ispirano un disagio profondo le parate e i riti collettivi che vengono imposti; depreca i protagonismi; diffida del conformismo, della doppiezza, del compromesso; detesta l’ambiguità delle posizioni, la semplificazione dei giudizi, la contraffazione delle ideologie.
La passione del confronto, invece, trova spazio nel suo animo, e del dialogo che non abdica ai principi in cui ci si riconosce: i valori della laicità e della cultura, di una cultura lontana da “astratti utopismi” ma innervata sempre di “tensione utopica”. Una cultura capace di esprimere l’impegno civile e politico di chi non si sente vocato alla “combattività partitica”.

Quando da questo autoritratto dell’autore nelle prime stagioni della vita passiamo a leggere di coloro che quella stessa vita hanno incrociato, la percezione di un ovvio cambio di registro si accompagna all’impressione che il discorso non trovi la soluzione di continuità che ci si potrebbe aspettare, ma in qualche modo prosegua.
Se sappiamo individuare le qualità di chi non è più, descrivere il suo modo di stare al mondo, la “verità esistenziale” che ha costruito nei suoi giorni, è perché in qualche misura abbiamo saputo “leggere quei fuggevoli tratti che ci consentono di intravvedere l’anima (di una persona) o almeno di accostarsi alla sua soglia”, aprendo con lei “consuetudini di colloquio, di conversazione, che ci permettono, almeno in parte, di capirla e di carpirle qualche dono o qualche segreto”.
L’eredità che ci ha lasciato era quindi già, in certo modo, parte di noi, e solo per questo possiamo ora riconoscerla, accoglierla, sentendoci capaci di metterne in luce la cifra, e di proporla così come qualcosa che non può andar perduto, perché ne va della possibilità di “pensare il mondo in una luce positiva”, della fiducia che continuiamo a riporre nei nostri simili. Della Speranza, in definitiva.

***

Non una sprezzante laconicità, ma la riservatezza di un uomo che non si lasciava facilmente conoscere, Renzo ricorda del suo maestro, Isidoro Capitanio: la “sua singolarissima modestia”, fraintendibile da chi non l’avesse conosciuto da vicino come “una sorta di incapacità di collocarsi con la necessaria e opportuna energia nel tessuto della società”. Segno inequivocabile, invece, del “bisogno irresistibile di un’esistenza anonima”, di uno “sforzo di allontanamento dalle distrazioni per raccogliersi nel religioso silenzio della propria meditazione, si concentrasse essa in termini di musica o in termini di saggezza molteplicemente e profondamente umana”. Senza per altro che questo implicasse il distacco da quel che accadeva: resta nella memoria la pacatezza con cui Capitanio pronunciava giudizi e opinioni, e “scarne ma rivelatrici osservazioni sulla vita politica contemporanea”.
Non diversamente, la “distaccata impenetrabilità” di Arturo Benedetti Michelangeli rimandava in realtà alla ferma volontà di “difendere il proprio mondo interiore, il recinto dove albergava e fioriva la sua sensibilità”.
“Schivo e ciò nondimeno affabile” appariva anche Giovanni Ugolini, “capace di avvolgerti con ironia pungente e al tempo stesso sorridentemente comprensiva”: “non accadeva mai di sentirlo cedere alla tentazione della sottolineatura verbale delle proprie convinzioni, al rischio della retorica dei sentimenti”.
“Pacata, seria, riflessiva, ragionata” era la scrittura di Guido Puletti, fautore di “un giornalismo attivo, attento, umano, intelligente, in grado di informare e di formare, senza ripiegamenti narcisistici”. In ciò vicino a un altro giornalista, Roberto Balzani, e alla “sua esperienza, orientata a non lasciarsi mai sfuggire l’importanza della simbiosi fra il rigore dell’informazione e l’impiego, su di essa, degli strumenti etici e intellettuali capaci di sottrarla al naufragio dell’insignificanza”, “in anni, si badi bene – scriveva nel ’97, Renzo, ma non occorre sottolineare come le sue parole suonino attuali – nei quali l’appassionarsi in nome di un’assunzione di impegno civile sembra aver sempre più ceduto spazio a forme di disincanto, nelle quali possono tranquillamente convivere dignitosa professionalità e ben dosato distacco.”
“Il segno del limpido e saldo rifiuto dell’artificioso” si coglieva nel modo di porsi di Davide Pelizzari: “dell’innaturale, dell’inautentico, che gli si configuravano come spie esplicite di qualcosa, di cui bisogna diffidare, qualcosa, che va dalla mistificazione alla sopraffazione.”
Qualcosa di simile a ciò che in Renzo Bresciani chiedeva “uno sguardo che interpreta, che ci colloca entro una visione della realtà, visione ben consapevole, non casuale e approssimativa, ma netta e irrinunciabile, mai proclamata, ma costantemente e sottilmente presente”, capace se necessario di tradursi in “una riflessione, netta e perfino risentita”. Esito di un atteggiamento che sembra richiamare la “sottile e tormentata volontà di chiarezza” di Teodoro Simoni.

Di Michele Zorat restano la “ricchezza e linearità delle sue convinzioni civili”, l’“acuta e continua attenzione alla vita politica e culturale”, la “sottile arguzia” come la “ disincantata saggezza”, frutto di “una visione serenamente e consapevolmente laica”, capace di coniugarsi ad “una partecipazione costante alla vita come responsabilità nei confronti degli altri”, “uomo tra gli uomini, senza paternalismi e senza servilismi, insofferente di ipocrisie, ansioso di partecipazione alla vita nella sua pienezza”. Caratteri che significativamente vengono sottolineati in un altro medico, Giuseppe Cernigliaro, “pronto ad intendere i bisogni di tutti, ma soprattutto degli umili, degli indigenti. Naturaliter christianus” anche se “di formazione laica, nutrito di fertile cultura umanistica e civile, imbevuto di mazzinianesimo costantemente rivissuto con fermezza nelle sue dimensioni etiche più pure.”
Analogamente, di Mario Lussignoli restano in mente “la sua capacità di piegarsi ad intendere e ad amare anche le manifestazioni più semplici ed elementari della vita”, il “suo carattere, dolcemente e teneramente aperto”, nella consapevolezza che “ogni separatezza è un vizio”, “e al tempo stesso severamente intransigente”, diffidente del “potere, in qualunque forma esso si organizzi” e pronto a indignarsi “contro i mercenari della parola, gli astuti organizzatori del consenso, gli esperti in massificazioni svuotanti”.
Il rigore, dunque, come virtù umana e civile, non destinata comunque a risolversi fatalmente in severità scostante: “Conoscendo persone come lui – il professore Cesare Trebeschi – ci si (poteva) persuadere che forse la laicità è fatta anche di sorridente benevolenza, e che sono gli uomini come Cesare che le consentono di essere presente nell’umile, ma vitale, concretezza della vita quotidiana.”
Partecipandovi silenziosamente, alla maniera di Giuseppe Perucchetti, uomo “non certo avvezzo a usare troppe parole”, ma non per questo incapace di manifestare la sua “forte inclinazione ad assumersi, pacatamente, ma decisamente, la responsabilità delle proprie convinzioni.”

Un tono sommesso, apparentemente minore (che in musica, ricorda Renzo, non è affatto termine riduttivo, ma indica anzi “l’ingresso in una più penetrante e intensa sfera emotiva”) manifestava la “saggezza” di Marco Bonomini, il sarto di Livemmo, che “si esprimeva in un calibratissimo equilibrio tra affettuosa partecipazione agli stati d’animo, alle vicende, agli umori degli altri, di tutti gli altri, e una sorridente garbatissima ironia, che smussava, ridimensionava, inquadrava e chiariva”; una sensazione simile a quella che nasceva in chi incontrava Maria Olga Furlan Fornari, maestra elementare, e la sua “cordiale, mai tramontabile, e adorabile, disponibilità alla vita come perenne operosità, proiettata a capire e ad aiutare, sempre pronta, perfino in un modo luminosamente ingenuo, a proporre calore di affetti, comprensione ed aiuto per gli altri”.

***

Tornando a scorrere queste pagine, si può notare come non rappresenti un caso isolato quello testimoniato nella prima parte del libro: la scrittura autobiografica sembra spesso non sapere, non volere andare oltre gli anni della giovinezza, quasi che l’intenzione di restituire fedelmente il chi si è stati non possa esser mantenuta se ci si avvicina al chi si è; avvertiti, forse, della velleitarietà, o dell’intrinseca e inaggirabile ambiguità, dei propositi di dir di se stessi in tutta verità che dichiarano Montaigne e Rousseau, soprattutto.
Dire degli altri, allora, di quelli in cui ci si è riconosciuti, può offrire – senza costituire l’approdo di un intento consapevole – la possibilità di continuare il discorso iniziato: i tratti che di loro si è saputo cogliere, e la loro morte chiama a mettere in parole, lasciano intravedere quegli stessi che ci appartengono, o vorremmo ci appartenessero (o fossero appartenuti) più compiutamente. Quasi a cercare in quelli convalida di ciò che siamo o non abbiamo cessato di aspirare ad essere; quasi a tentar di proseguire la delineazione di quel ritratto di noi stessi che incessantemente, pur senza averne piena coscienza, vorremmo completare, sfidando l’evidenza del fatto che solo gli altri potranno percepire nella nostra vita una storia. E dunque provandoci, nonostante tutto, a dire chi siamo stati, chi eravamo; quali erano i caratteri essenziali che la nostra esistenza ha infine lasciato trasparire, senza che coincidessero con i tratti di eccezionalità che si vuole connotino gli uomini illustri, ma senz’altro di unicità, e irripetibilità, che competono anche a coloro che illustri non si sono detti. In ciò ricordando l’insegnamento di uno di coloro di cui Renzo racconta, Nando De Toni, grande studioso di Leonardo, che “amava dire che non esistono geni, eccezionalità, ma soltanto anelli di una catena della quale tutti facciamo parte.”


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 25 novembre 2018.
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Da BresciaMusica di novembre 2018.
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Scritti I: Percorsi narrativi

Novembre 27th, 2018 | Posted by Secondorizzonte in Renzo Baldo | Viaggi: raccontare, ricordare - (0 Comments)

Percorsi narrativi raccoglie i testi letterari di Renzo Baldo: apre con una “summula” in chiave aforistica del pensiero intimo di “Filippo Ottonieri Junior”, prosegue con la rappresentazione dei regni di distopia nei “Racconti rabelesiani”, per continuare sui condizionamenti biologici, le forme di alienazione e le aspirazioni a nuovi ordinamenti sociali che attanagliano l’uomo moderno in “Paradossi (quasi racconti)”, per concludere, infine, con i “Pensamenti dello zio Eufrasio”, ultima ed estrema personificazione aforistica del sentire laico del narratore.
Il ritratto che emerge, sottolinea Giovanni Tesio, è quello di un “moralista in senso classico”. Per dar corpo al suo pensiero, Baldo ricorre a frequenti riferimenti culturali, ora espliciti, ora impliciti, mescola diversi registri formali, affidando il suo messaggio a scelte lessicali e a intrecci concettuali che il lettore è invitato a individuare e il critico aiuta a portare alla luce, rilevandone, tra l’altro, lo stile consapevolmente classicistico, “marginale per scelta”, per “meditato straniamento”, nel quale l’autore trova “il suo pieno domicilio”. Per dire, esponendosi di persona e senza mai arrendersi, la problematicità del vivente.

In occasione del primo anniversario della morte di Renzo Baldo, i famigliari hanno promosso una nuova edizione di alcuni dei suoi scritti più significativi (raccolti, oltre che in questo libro, in un altro dal titolo Memorie e ritratti). Parallelamente, la rivista “BresciaMusica” ha pubblicato, in questa stessa edizione, i testi comparsi nella rubrica Biscrome.


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Dal Giornale di Brescia del 25 novembre 2018.
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Il linguaggio dei piedi

Novembre 26th, 2018 | Posted by Secondorizzonte in Carlo Simoni | Leggere e rileggere - (0 Comments)

zallot immVirtus Zallot, Con i piedi nel Medioevo, Il Mulino 2018 (pp. 220, euro 25,00)

In anni non tanto lontani – anni Cinquanta, su per giù – le persone ammodo non dicevano piedi. Dicevano estremità.

Un  pudore di cui non avrebbero probabilmente saputo spiegare le ragioni, ma di cui si può trovare un corrispettivo nell’atteggiamento degli storici dell’arte, grandi indagatori delle movenze e delle posture di braccia e mani, ma assai poco propensi ad abbassare allo sguardo. Alle estremità, appunto. Lo nota Chiara Frugoni – la grande medievista della quale l’autrice si dichiara allieva – che nella sua prefazione ricorda una zia che ogni volta che doveva nominare le estremità premetteva un compito “con licenza parlando”. Un fare ben diverso da quello del Nanni Moretti di Bianca, il cui sguardo è appunto ai piedi che ossessivamente corre ( “Ogni scarpa una camminata. Ogni camminata una diversa concezione del mondo”).   

Tutti atteggiamenti nei quali si possono rintracciare i segni di una storia che affonda le sue radici in secoli lontani, una storia ricostruibile innanzitutto sulla base del patrimonio iconografico che il passato ci ha consegnato: “Nella società medievale piedi e calzature erano figure parlanti”, avverte l’autrice aprendo il suo saggio, e nelle immagini del Medioevo “contribuiscono a definire la condizione fisica ed esistenziale delle figure”, “raccontando storie e frammenti di Storia” a chi, come Virtus Zallot, a una lettura estetico-stilistica antepone un’indagine iconografica che prescinde dal valore artistico, coerentemente occupandosi più di opere minori – bresciane, in alcuni casi – che di capolavori.

E’ quindi la grande lezione della storiografia delle mentalità, della vita quotidiana e della cultura materiale a innervare le competenze storico-artistiche e a permettere di far emergere un “linguaggio dei piedi”, una gamma di “gesti e usi che ancora ci appartengono” e sono documentati da una straordinaria, capillare analisi. Dai piedi mostruosi o diabolici a quelli “che soffrono” – i piedi dello storpio, “bisognoso per antonomasia” nell’arte del Medioevo –, ma, si badi, se è una spina conficcatasi nel piede quella che fa soffrire, si tratta in realtà d’altro: “la spina è peccato da estrarre ed espiare”, così come avere i piedi calzati o scalzi era un dato carico di valenze simboliche, “che elevava o declassava, proteggeva o esponeva”- Del resto, scalzare non significa ancora oggi declassare, compromettere l’autorità o il ruolo di qualcuno? Mentre scalzarsi poteva suggerire la volontà di abbandonare il peccato, sempre che non alludesse a una precisa e a suo modo polemica dichiarazione: si pensi ai primi francescani (o, per altro verso, ai “medici scalzi” della Cina di Mao). Analogamente, in un gioco di rimandi e simbolismi che ha in molti casi perduto per noi l’immediatezza del suo significato, lavare i piedi – e far levare le scarpe a chi arriva – è espressione di cortesia, umiltà o addirittura deferenza al limite della devozione; calcare i propri calzari su draghi e diavoli (o eretici), calpestarli insomma, è il segno della vittoria sul male, o sulla morte; accostare il proprio capo a piedi altrui, prosternandosi, dice della reverenza assoluta di chi  può giungere – o è richiesto, se al cospetto del papa – a baciarli (senza per questo aver nulla a spartire con l’inclinazione adulatoria e servile del  leccapiedi). La preziosità dell’appoggio offerto ai piedi può indicare lo status del personaggio, i cui piedi godono in questo modo del privilegio di non toccar terra, che li sporcherebbe, ma conta soprattutto, in questo senso, la foggia dei calzari, prodotto dell’arte dei ciabattini e dei calzolai non di rado presenti nell’iconografia medievale, figure di artigiani con i quali si conclude questa rassegna, sorta di andirivieni colto e accattivante – grazie anche a un vasto apparato di immagini – fra sacro e profano, fra storia dei privilegiati e vicende di gente comune, fra arte e immaginario.

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Brescia, 25 novembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Da «sonadùr» al Carnevale a concertista

Gennaio 16th, 2018 | Posted by Secondorizzonte in Carlo Simoni | Mappe - (0 Comments)

Dal Corriere della Sera (Brescia) del 10 gennaio 2018

Daniele Richiedei con il padre Nerio: entrambi oggi sono fra i sonadùr del Carnevale di Bagolino

«Io, bambino, accolto nel gruppo dei suonatori. Io, piccolo, in mezzo a loro, avvolto nel suono del bassetto, delle chitarre e dei violini. Ero troppo piccolo per suonare, e sentivo di essere privilegiato rispetto gli altri bambini nel poter stare lì, ai piedi di mio papà che suonava. Il violino».
Nel primo ricordo che Daniele Richiedei ha del Carnevale del suo paese, Bagolino, a occupare la scena è la musica, l’esperienza dell’essere immersi nella musica: un po’ come accade a chi, come lui oggi, suona in complessi musicali e in orchestre.
Certo, il violino di suo padre era lì, in casa, per il resto dell’anno, ma non è su quello che lui proverà a mettere le mani: è un violino piccolo, adatto a un bambino di sei anni, quello sui cui inizierà a studiare alla scuola di musica giù a Storo.
Avrebbe potuto diventare un sonadùr, come altri sui coetanei di Bagolino, e il violino prenderlo in mano, ogni anno, solo qualche settimana prima del Carnevale. Invece, liceale diciassettenne, decide di far sul serio, va al conservatorio.
L’esperienza accumulata gli risparmia qualche anno: a ventitré è diplomato. Oggi, a trentatré, è secondo violino dell’Ensemble del Teatro Grande, ma gli accade spesso di esser chiamato a suonare anche nell’orchestra del Festival pianistico e in altre compagini prestigiose. La musica classica però non è tutto: ci sono anche il pop e il rock, il jazz e l’improvvisazione. Perché la musica bagossa non si è mai ridotta a preistoria della sua vocazione. Non solo per il fatto che ogni anno è là, sonadùr fra i sonadùr ad accompagnare le danze dei balarì, ma anche perché senza quella non ci sarebbero state probabilmente la curiosità di sperimentare, la versatilità come dimensione connaturata del far musica. E, coerentemente, sarebbe forse diversa l’immagine che Daniele ha del proprio futuro, non coincidente con il posto sicuro, in un’orchestra stabile, ma con il perseverare nel mettersi alla prova su piani diversi di espressione musicale, perché, in fondo, la musica è una. Non c’è musica colta o incolta, classica o popolare.

Daniele da bambino impegnato a eseguire le prime musiche

C’è musica cattiva e buona se mai, ma soprattutto c’è musica ridotta a prodotto da consumare e musica che vive del respiro lungo di una socialità che non si è lasciata omologare nei riti di massa, e resiste, non in forza di un arroccamento geloso ma del senso che una comunità continua ad attribuirle. Non troverete sonadùr, balarì e màscher alle feste del vino e agli shopping day dei centri commerciali: il Carnevale di Bagolino è conosciuto in tutta Europa perché generazione dopo generazione (sì, ci sono anche «nativi digitali» fra le figure che lo animano) continua a vivere. Se chiedete a Nerio – il padre di Daniele, animatore della Casa museo di Bagolino – perché fra gli oggetti raccolti ed esposti sono pochi quelli attinenti al Carnevale vi risponderà che non potrebbe essere diversamente, «perché la festa è ancora viva, e i suoi segni non sono ancora oggetti da museo». Viva, e capace di stimolare sempre nuove ricerche sul suo passato e i suoi significati – ultima quella, tuttora in corso, che confluirà in un libro che proprio Daniele sta curando – ma anche di produrre esperienze e raccontare storie. Come quella del sonadùr il cui figlio divenne concertista.

Sentieri in città

Novembre 7th, 2017 | Posted by Secondorizzonte in Carlo Simoni | Viaggi: raccontare, ricordare - (4 Comments)

Alfredo, pensionato flâneur, percorre ogni giorno la città con un’attenzione e una curiosità che gli permettono di trovarvi occasioni di incontro, momenti di scambio, ma anche di confrontarsi con atteggiamenti e mentalità che lo inducono a rifl essioni disincantate, non di rado perplesse o apertamente critiche e tuttavia mai inclini alla recriminazione o al risentimento.
Nelle sue passeggiate è a volte accompagnato dal nipotino, e la diff erenza d’età non sembra compromettere la sintonia del loro sguardo. Uno sguardo che potrebbe a volte richiamare quello di Marcovaldo, il cui creatore è non a caso esplicitamente richiamato in uno dei racconti. Anche Alfredo appare infatti sempre aperto al nuovo, al diverso, nella città di oggi emblematicamente rappresentato dallo straniero immigrato. Senonché, il protagonista di questi racconti non si guarda attorno cercando occasioni di evasione o insperate risorse che possano portare conforto alla
misera vita familiare. A richiamare l’attenzione di Alfredo sono piuttosto episodi e situazioni da cui ricavare cauti ma fondati giudizi su come va oggi il mondo.
Mai rinunciando, comunque, alla disposizione a credere che anche “una città infelice può contenere, magari solo per un istante, una città felice”, per quanto invisibile ai più.

Quelli che seguono sono brani tratti da alcuni dei racconti:

da Cerchio blu:

Se ci entri, alle 8, quando hanno appena aperto, cammini in strade che non sono strade. Perché non ci sono le vetrine. Son tutte chiuse, le serrande tirate giù. Come di notte, in città, che allora incontri solo qualche sbandato ogni tanto, ma soprattutto marocchini e neri. Sembra che ci siano solo loro.
Invece qui no. Loro non ci sono. Ci sono solo ragazzi se mai, che mangiano gelati e bevono cocacole  e birre anche se sono appena passate le otto, di mattina. Fumano, e camminano camminano in queste strade che sono corridoi. Han bruciato. Non sono andati a scuola. Staranno qui tutta la mattina.
Una volta andavano in castello, i ragazzi che bruciavano. A girare per i viali e a giocare a flipper al bar che c’era là. Poi allo zoo, sui terrazzi delle torri a guardar giù… Ma adesso vengono qui. A anche se la mattina presto non ci sono ancora le vetrine illuminate, i tabelloni che dicono le offerte, le televisioni che fanno la pubblicità, e sembra tutto come il giorno dopo l’epifania. Perché qui è così: o è festa o niente. Non ci sono i giorni feriali. Solo domeniche, oppure è un mortorio.
Che se c’era un posto dove non c’era mai la domenica era proprio questo, perché i tubi li facevano sempre, giorno e notte, natale e pasqua. Facevano i turni, ma tu non vedevi niente perché non si poteva entrare e c’erano muri tutto intorno.
Adesso invece ci si passa dentro, anche senza comprare niente.
Cerchio blu, l’han chiamato. Dappertutto cerchi blu, per terra, sulle vetrine, sulle camicette delle commesse. E fuori, sul tetto, cerchi blu di neon, che li vedi a un chilometro.

(…)

Bè insomma, adesso saran tre mesi che passo sempre dentro. Non è che mi è passata del tutto di sentirmi un po’ un pollo d’allevamento a andar dentro, ma è che fuori è più triste. Lì dentro guardi e nessuno ti guarda, ma non ti spiace. Anzi. Anche tu non li guardi, gl’altri. Nessuno guarda nessuno.
Fuori, non hai niente da guardare, ma sei sempre lì che aspetti come di riconoscere qualcuno, o che qualcuno sia lui a salutarti.
Dentro, no. Ho visto uno che conoscevo, ma ho fatto finta di niente e ho guardato dritto avanti. Non è mica un posto da star lì a dirsi come va, quello lì. Massimo, un saluto con la mano, ma da lontano, senza fermarsi.
Il bianco con le bollicine costa quattro euro invece che due. Perché io la sera… mi piace bere un bianco prima di tornare a casa. Te lo fanno pagare il doppio. Però lì non ti resta sullo stomaco perché l’hai bevuto tutto in una volta per uscire subito perché il bar è vuoto e non c’è nessuno che conosci.
Lì dentro no. Te la prendi calma. Perché è  normale non conoscere nessuno.
Quando hai bevuto molli il cine a colori e torni in quello in bianco e nero. È  questo l’effetto che fa.
’Sera… ma lo dici a voce bassa, tanto lo sai che neanche ti sentono. C’è la musica sempre, lì dentro. Se per caso ti hanno sentito allora dicono buona giornata. Né buongiorno né buonasera: buona giornata. E non sai se l’han detto a te o a un altro.
Buona giornata. Anche se è già sera.

da Per leggere il giornale:

Io il giornale, a casa, non sono mica capace di leggerlo. Non so… mi sembra di non aver niente a che fare con quelle cose che leggo. O perché sono lontane – l’Iraq, la Corea… – o perché… magari non sono lontane ma è lo stesso: di quelle robe che si fa fatica a pensare che succedono qui da noi, in Italia. Bè insomma: se le leggo in casa mi sembra di essere scemo a prendermela per quelle cose lì. Se invece sono fuori, dove c’è dell’altra gente, allora mi sembra di fare il mio dovere a leggere il giornale, e ci provo anche gusto se c’è qualcuno da dire due parole. Leggere il giornale fa parlare, delle volte. Perché è raro che qualcuno racconti qualcosa, se no. Una volta succedeva, ma adesso… E è un bel po’ che a me sembra che non succede più. Raccontavano una volta. Mica tutti ma ce n’erano: cose che c’hai a che fare anche tu e se le ascolti magari dici anche tu la tua. Ma siccome oggi non succede bisogna trovare qualcosa per parlare, qualcosa che non è né mio né tuo né suo, ma un po’ è di tutti, e delle volte le notizie sono così. Non importa se sono da ridere o se fanno arrabbiare, che poi la maggior parte fanno arrabbiare. Che conta è che tu magari leggi una notizia a alta voce… non occorre un discorso, basta mezza parola, anche solo la faccia che fai, e un altro butta lì una parola, e tu allora un’altra e via, si parla. Non mi importa che quello la pensi come me. Certo se è uno come te, che vedo che legge anche lui la repubblica, va meglio. Però, delle volte, ascolto quelli che stanno dall’altra parte e mi fanno pensare, perché più andiamo avanti e più mi pare che ci sono cose che pensiamo anche noi come loro, se vuoi che te lo dica. E questa è già una cosa che fa pensare. E non ce ne accorgiamo se continuiamo a parlarci solo fra noi, e anzi: crediamo di essere sempre i più forti, quelli che la vedono giusta. Speciali addirittura, noi. Invece, a ascoltare come la vedono gli altri, anche quando dà fastidio, primo: capisci che sono tantissimi. Di più di noi. E poi senti delle cose che, ecco, ti fanno pensare che non si può continuare a dire le cose come le dicevamo trent’anni fa, mica perché sono sbagliate eh: io non sono mica uno di quelli che dicono che ci vuole il nuovo e i giovani e insomma bisogna buttar via tutto, figuriamoci. Però… va a finire che a parlare solo fra noi convinci solo quelli che sono già convinti.

da Sentieri in città:

(…) la caccia ai sentieri. Era una gara: chi li vedeva per primo, e lui teneva il conto. Bastava andare in qualche giardino pubblico e c’era da divertirsi. Dove c’era un vialetto che faceva una curva potevi giurarci che trovavi il sentierino che tagliava dritto. Al campo militare, che adesso non è più per i soldati, ci vanno a correre tutti, lo sapevo che c’era un sentiero che lo tagliava esattamente a metà. Il più lungo che avessi mai visto: l’ho lasciato scoprire al Luigino…
Dopo è venuto che, non che il gioco ci avesse stufato, ma lui ha cominciato con le domande: quanto saranno vecchi? c’erano già prima che mettessero l’asfalto sulle strade?
A me è sembrato di rispondergli che sì, mi sembravano vecchissimi, di più delle strade asfaltate. Non so perché ho detto così: mi faceva piacere pensare che nella città di oggi ci fossero i segni di dove camminavamo in quell’altra che non c’è più.  La città dove si andava solo a piedi, niente macchine, solo cavalli se mai. La città dove i passi lasciavano il segno, non come sull’asfalto. O sul cemento. Anche se il Luigino, una volta che parlavamo di questa cosa, mi ha portato a vedere un marciapiede vicino a casa sua dove si vedono le orme di un cane: passato quando il cemento era ancora fresco, mi ha spiegato.

(…)

Lui, questa cosa delle impronte gli interessava molto, ci ragionava su. Un giorno che eravamo alla fontana dei giardini e c’era un piccolino col padre che gli faceva andare la barca telecomandata –  e intanto il figlio guardava Luigino che tirava sassolini nella vasca e si era dimenticato della barca e non ascoltava più il padre che gli diceva come si faceva a guidarla – il Luigino ha detto che la barca lascia come una specie di orma, ma lunga.
Una scia, gli ho detto io.
Sì, proprio, come quella che lasciano gli sci.
Ero lì che pensavo alla scia e agli sci, e lui ha fatto: anche in piscina, quando vado a nuotare, ci faccio la scia. Però non dura.
E qui lui è saltato fuori con una di quelle che bisognerebbe scrivere: i sentieri sono le scie dei passi, ha detto, serio come è lui quando proprio in quel momento sta capendo qualcosa. Ma non era finita: sono le scie che fanno i passi per far sapere agli altri che siamo passati di lì e dunque anche loro possono passarci.


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 16 novembre 2017.
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Dal Corriere della Sera Brescia del 23 novembre 2017.
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Da Bresciaoggi del 28 dicembre 2017.
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Il tempo raggiunto

Novembre 7th, 2017 | Posted by Secondorizzonte in Mariagrazia Fontana | Viaggi: raccontare, ricordare - (0 Comments)

Mariagrazia Fontana, Il tempo raggiunto, secondorizzonte/Liberedizioni (pp. 280, euro 16) 

Misurarsi con il proprio corpo, i segni che ne giungono, le paure e i desideri che indistintamente esprime, nell’esperienza della malattia come nella pratica della corsa.

Soccorrere quello ferito e sofferente – tanto più da interpretare nel suo muto linguaggio  se chi ricorre alle cure è straniero – nell’esercizio del proprio lavoro, un lavoro – l’autrice è chirurga, presso l’Ospedale Civile – che non si lascia mai ridurre al protocollo né alla semplice procedura tecnica dell’intervento; confrontarsi con il corpo  che attraversa le età della vita, nella relazione, densa di ricordi e significati sedimentati, con la madre che invecchia, così come in quella sempre in via di nuova definizione e anche per questo rigenerante con le figlie che, da bambine che erano, sono già donne.
Sono queste le coordinate principali entro cui si delinea il corso di un’esistenza che per dirsi non ricorre al romanzo autobiografico ma a una sequenza di racconti che rimandano  uno all’altro in una medesima trama, entro l’orizzonte aperto di un tempo che solo la scrittura sa raggiungere. Una scrittura che sa aspettare in solitudine le parole che, sfuggendo all’inflazione e al brusio assordante delle molte che si pronunciano, sanno conservare traccia dei giorni, e far uscire dallo spazio del silenzio la voce che può tenere in vita la vita, nella sua unità profonda.
Come la pratica della corsa è seguita alla malattia, nascendo dalla “pressante richiesta del corpo che si era risvegliato, che voleva guarire, riprendere fiato, rimarginare le ferite, semplicemente esserci”, così la scrittura trova radice nel corpo: “Corsa e scrittura emergono dallo stesso magma profondo, alle volte oscuro, torbido, alle volte limpido e lieve. (…) Certi giorni la scrittura viene fluida, la penna corre da sola sulle righe e le parole corrispondono perfettamente a ciò che sento necessario dire. Altri giorni ricado nella scrittura analitica, indagatrice, anatomica. (…) Quando finisco in questo vortice sento la fatica, e ora ho imparato che devo lasciare, deporre la penna e infilare le scarpette. Nei giorni fortunati la corsa fa pulizia, opera una spoliazione, mi libera dalla verbosità. So che, quando spreco troppe parole, non ho chiaro ciò che va detto o obbedisco ad un vizio antico che mi allontana dalla verità.
Quando la corsa fa il suo lavoro, ricevo il grande dono dell’intuizione. Mentre sudo in salita, mi si spalanca davanti quella verità che mi aveva messa davanti al quaderno e dalla quale mi ero lasciata sviare. Limpida, pura, perfettamente ripulita dalle parole in eccesso, dalle parole viziate.”

Il testo che segue è tratto dal primo racconto, La traccia della corsa:

E’ necessaria la disposizione dell’animo al silenzio, al vuoto, all’ascolto di quello che la corsa porta.
Non so bene descrivere cosa c’è da ascoltare. Si comincia con il cinguettio degli uccelli, il frusciare delle foglie sui rami, l’improvviso sgambettare di uno scoiattolo. Poi si ascolta il rumore delle suole sull’asfalto, sul terreno del sentiero, ripetitivo, sempre uguale eppure diverso. Ritmo veloce, muscoli contratti nello sforzo, che gradualmente si sciolgono.
Ma per sciogliersi devono attraversare la fatica e il sudore, evolvere dallo stadio di contrattura serrata a quello di abbandono che regala movimento gratuito, fluido, passivo, liberato dal controllo cerebrale. (…) Motore principale silente, semplice ripetizione ossessiva, danza di dervisci, taranta, soppressione del controllo della coscienza.

(…)

La corsa induce all’ascolto del corpo, alla confidenza con i muscoli e dunque con il cuore, ma non con il cuore dei sentimenti, con il cuore pompa formidabile, magico motore silenzioso, scrigno segreto.

(…)

La chemioterapia aveva cancellato anche l’equilibrio fisico, mi accorgevo di sbandare per strada, di pencolare sotto la doccia come un giunco, vittima di una lieve vertigine che non mi ha più abbandonata del tutto. Attraverso lo yoga ho ripreso una parte del vecchio equilibrio (…)
Per qualche anno lo yoga ha funzionato (…)
Finché l’ambiente della palestra yoga ha cominciato a guastarsi. Le pretese atletiche crescevano e con loro cominciava a fare capolino la competizione e il gusto per la perfezione del corpo che mi disturbava.

(…)

Ho abbandonato la palestra yoga, ma a quel punto il corpo aveva le sue esigenze e reclamava spazio. Non potevo chiuderlo in cantina un’altra volta.
La corsa nasce qui, da questa pressante richiesta del corpo che si era risvegliato, che voleva guarire, riprendere fiato, rimarginare le ferite, semplicemente esserci. Un richiamo forte, ineludibile. Il bisogno di riprovare ad immaginare una sopravvivenza, di rigiocarsi.

(…)

Corsa e scrittura emergono dallo stesso magma profondo, alle volte oscuro, torbido, alle volte limpido e lieve.
Quando mi siedo alla scrivania, per lo più non so cosa voglio scrivere, obbedisco a un bisogno interiore, al richiamo di parole che chiedono di essere messe in fila su un foglio, di essere tirate fuori dal silenzio, direbbe Maria Zambrano.
Certi giorni la scrittura viene fluida, la penna corre da sola sulle righe e le parole corrispondono perfettamente a ciò che sento necessario dire. Altri giorni ricado nella scrittura analitica, indagatrice, anatomica. Quella scrittura che spolpa la carne, che asserisce, spiega, fa ordine. Scrittura rigida, metallica, non diversa dalla scrittura scientifica e neppure da quella intimistica che vuole svelare il sé in successione logica.
Quando finisco in questo vortice sento la fatica, e ora ho imparato che devo lasciare, deporre la penna e infilare le scarpette. Nei giorni fortunati la corsa fa pulizia, opera una spoliazione, mi libera dalla verbosità. So che, quando spreco troppe parole, non ho chiaro ciò che va detto o obbedisco ad un vizio antico che mi allontana dalla verità.
Quando la corsa fa il suo lavoro, ricevo il grande dono dell’intuizione. Mentre sudo in salita, mi si spalanca davanti quella verità che mi aveva messa davanti al quaderno e dalla quale mi ero lasciata sviare. Limpida, pura, perfettamente ripulita dalle parole in eccesso, dalle parole viziate. Allora so che quando avrò finito di correre, dopo la doccia, la scrittura sarà essenziale, scarna, adesa al vero. Devo appuntare subito le parole che sono venute correndo, urgenti, ancora prima di lavarmi, per non lasciarle scomparire. Come faccio nelle mattine in cui mi sveglio ancora preda di un sogno: scrivo subito poche parole, per tenerle prigioniere, per accalappiare quel sogno prima che la veglia lo disintegri nell’ordine logico. I sogni sono soffi parlanti, ma leggeri come l’aria.
Le parole in cui più mi riconosco, quelle che mi calzano addosso come un vestito cucito su misura, sono quelle che sono comparse nella corsa, trasparenti, semplici, che sgomberano il campo, che vanno dritte alle viscere, alla sorgente della parola.


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La spedizione non comporta aggravi di spesa.