Genio e dissipazione

Giorgio Fontana, Il Mago di Riga, Sellerio 2022 (pp. 126, euro 13)

C’è chi gioca a scacchi e chi no. I secondi, di cui faccio parte, si accostano con una certa diffidenza al nuovo romanzo di Fontana (non sarà una lettura per scacchisti?). Ma Fontana è quello di Un solo paradiso (che abbiamo letto alla fine del 2016) e di Prima di noi (in queste note nel maggio del 2020), e dunque… E poi, c’è anche il fatto che non si contano i grandi uomini appassionati di scacchi. Lenin, per esempio: lo si vede, in quella fotografia famosa del 1908, che gioca – tranquillo, forse sta perfino sbadigliando – con il compagno Bogdanov sotto gli occhi dell’amico Gor’kij. Sì, però – sostiene qualcuno – ha poi smesso, a Zurigo: s’è accorto che gli scacchi lo prendevano troppo, rischiavano di distoglierlo dal suo lavoro di rivoluzionario professionale. Mah…

Fidiamoci di quel che dice l’autore stesso in un’intervista su Youtube: “è un libro che parla di scacchi, ma che va oltre, che parla dell’urgenza del desiderio, di malattia, di quanto è cruciale il gioco in sé, in una società che spesso lo rimuove… e soprattutto della libertà, che Tal’ incarnava”. E allora leggiamo: “1.e4 c5 2.Cf3 Cc6 3.Ab5 d6. Miša mulinò per un istante il polso sopra la scacchiera, simulando indecisione”. L’inizio non si può dire incoraggiante… Ma ormai si è iniziato: quel Miša, che è poi il Michail Tal’ ritratto in copertina, malato, ormai allo stremo, che tuttavia gioca la sua partita (siamo a Barcellona, all’inizio degli anni ’90) e mentre gioca non fa che ricordare i suoi successi, la fama conquistata trent’anni prima, e ricapitolare la sua vita, assume nel giro di poche pagine una consistenza di personaggio non comune, un giocatore alla Dostoevskij, verrebbe da pensare, non fosse che lui, Miša non si riconoscerebbe nella disincantata constatazione del grande russo (“Dappertutto gli uomini non fanno altro che togliersi o vincersi qualcosa a vicenda”), perché il disincanto non gli appartiene proprio. Ed è qui il punto, la ragione stessa che ha affascinato l’autore e l’ha spinto a scrivere del grande scacchista: lui è un uomo entusiasta della vita. Pagina dopo pagina, Fontana ritorna su questo atteggiamento esistenziale, ne fornisce le diverse declinazioni, ne approfondisce le radici: l’alcolista fumatore indefesso, desideroso di essere amato ma incostante nell’amore, insonne viaggiatore amante del viaggio più che dei luoghi, insofferente del tempo degli orologi, ribelle alle convenzioni sociali regole del gioco comprese così come alla proprietà e ai soldi, è un uomo al quale il giocare agli scacchi ha rivelato la sua natura profonda di “paziente tessitura di un altrove”. Tanto più in un contesto sociale e politico come quello sovietico, nel quale “il solo fatto di essere ancora vivi comportava uno sforzo continuo e financo una misura di vergogna, perché sopravvivere era sopravvivere alle sciagure altrui (…). Tutto ciò esigeva un compenso: e gli scacchi lo offrivano”. Erano “un modo di resistere all’urto del reale”.

Una resistenza che tuttavia sconfina nella dissipazione di sé. “Del resto scegliere di ardere il proprio genio è a sua volta opera geniale: soltanto i mediocri credono sia possibile incrementarlo giorno dopo giorno, o proteggerlo dagli urti. Il talento sepolto non porta frutti, e forse nemmeno il talento investito con oculatezza. Solo quando dissipato è realmente vero”. Ci sono romanzi – perché questo libro “non è una biografia è un romanzo”, precisa Fontana nella nota finale – che, indipendentemente dai loro meriti, svolgono un ruolo che è proprio della narrativa: arricchire, articolare, specificare il catalogo dei modi di stare al mondo. La fuga senza fine del Mago di Riga è uno di questi. Anche “prendersi tutto e tutto donare (…) rifiutando ciò che gli altri ritenevano essenziale, e vendicando il superfluo” è una delle vie innumerevoli che una vita può percorrere. Di fatto oppure nel racconto che di essa l’individuo fa a sé stesso, ma fa differenza?

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

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