Le ombre del passato

Paolo Maurensig, Il quartetto Razumovsky, Einaudi 2022 (pp. 148, euro 17,50)

“Non è lontano dalla verità chi oggi afferma scherzando che la Seconda guerra mondiale si sia conclusa con l’invasione tedesca degli Stati Uniti”. Una migrazione avvenuta non prima della guerra – e dunque Thomas Mann, Theodor Adorno, Bertold Brecht e tanti altri intellettuali costretti dal nazismo a lasciare il loro paese non c’entrano –, ma dopo, quando “non solo intere famiglie ma vere e proprie comunità furono trapiantate dalle ceneri di una nazione rasa al suolo a una prospera terra promessa. Alcuni, però, si portarono dietro anche l’ombra del loro passato”, il timore costante di essere riconosciuti per quel che erano stati e per ciò in cui avevano creduto (e credevano ancora, nel caso del protagonista). Tra questi tedeschi espatriati troviamo anche quattro musicisti, un tempo celebri per l’esecuzione del quartetto beethoveniano richiamato nel titolo del romanzo, l’ultimo scritto da Paolo Maurensig, scomparso meno di un anno fa.

È quella di uno di loro, Rudolf Vogel, la voce narrante, la voce di un ex aguzzino nazista, di un assassino, di un detenuto condannato a morte, di un uomo che si aggrappa alla poca e discontinua memoria che gli resta per scrivere quella sorta di confessione di cui è fatto il romanzo. A partire dal suo arresto, poco dopo il funerale di Max Brentano, il violinista che – rincontrato negli Stati Uniti, dopo molti anni – aveva convinto i colleghi a ricostituire l’ensemble di cui erano stati membri in gioventù, ottenendo successi come quello di suonare al cospetto del Führer.

In realtà, solo tre dei musicisti tornano a provare insieme, in preparazione del concerto che previsto alla Carnegie Hall di New York: la violoncellista ha dovuto essere sostituita da una giovane americana, da poco diplomata. Victoria, l’impareggiabile esecutrice di un tempo, rintracciata a fatica, è l’ormai smemorata ospite di una casa di riposo, incapace di riconoscere i compagni. Una condizione dalla quale Rudolf non può che sentirsi sollevato: il passato resterà sepolto, non si saprà che proprio lui aveva denunciato e fatto arrestare l’ebrea Vittoria, geloso dell’amore che la legava a Max, dal quale lui stesso, Rudolf, era irresistibilmente attratto. Di sentimenti oscuri, almeno per come sono vissuti, nel clima soffocante e omofobo del nazismo, e di trascorsi inconfessabili – che conosceremo nella seconda parte del romanzo – è dunque fatto quel passato. Sullo sfondo, relazioni che si immaginerebbero armoniose, tra persone che passano giorni interi a suonare insieme, e invece nutrono tensioni e rancori inespressi: il quartetto come microcosmo nel quale gli uomini danno prove, spesso drammatiche, delle pulsioni che sotterraneamente li abitano, come in un film indimenticabile, Quartetto Basileus di Fabio Carpi (1982), ma anche nel più recente Una fragile armonia (A Late Quartet) di Yaron Zilberman (2012). Anche nel romanzo di Maurensig dietro ai due violini di Max e Rudolf, alla viola di Benedict e al violoncello, un tempo di Victoria, ora di Vanessa, si intravedono personalità e storie fra le quali agiscono motivi di attrazione e di repulsione, due forze di cui “la prima mira a costruire, l’altra a disgregare”. E questo nonostante l’intima coesione fra i membri di un ensemble musicale sia tale che “lo sguardo che ci si scambia a volte per indicare una ripresa, un’entrata, un’anticipazione, una pausa è simile a uno sguardo d’amore”.

Ma un altro, essenziale elemento appare decisivo nel racconto: la memoria, la memoria di un passato di compromissione che non affatto è passato. Una memoria offuscata, invece, nella vecchia violoncellista; cancellata per sempre nel violinista trovato morto nel suo studio, per un colpo di pistola; labile nel secondo violino, il narratore: “Per quanto tenti di frugare nella memoria, questa mi rimanda solo immagini sfocate (…); ogni fatto da me esposto nelle pagine seguenti – si legge quando il flashback sulla ricostituzione del quartetto è concluso e il racconto passa ad occuparsi delle indagini sulla morte di Max – andrebbe preceduto da un Mi sembra che…”, perché “È da un po’ che comincio a sovrapporre i piani temporali, a metterci qualcosa del passato nel presente, o qualcosa del presente nel passato”. Ma non si tratta solo di questo: “Sono stato imprudente”, si rimprovera il protagonista, ormai preso nella morsa degli interrogatori, “tanto più che conoscevo a fondo il meccanismo del romanzo poliziesco”. E in effetti anche questo è il racconto di Maurensig, oltre che un’indagine penetrante su “quanto di più intimo e allo stesso tempo impersonale” si nasconde nell’anima e muove le azioni degli uomini, non esclusa la convinzione esaltata dei “fedelissimi al Partito nazionalsocialista”, di cui “nessuno si è mai considerato costretto a svolgere il proprio compito”. Ma, appunto, sono solo i pazzi “ad avvalersi del libero arbitrio”: per “voler esercitare la piena libertà di scelta è necessario uscire dagli schemi della normalità”, quella condizione in cui “la scelta è sempre determinata da una pulsione interna che non conosciamo, ma che affonda nel passato”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.