Una favola antiglobalista

John Ironmonger, La balena alla fine del mondo, Bollati Boringhieri 2021 (pp. 414, euro 18)

Il corpo di un uomo sull’arenile di un paesino della Cornovaglia, una balena che poco dopo vi si spiaggia. Ma l’uomo non è morto: gli abitanti di St Piran lo salvano, ed è lui a guidarli poi nel salvataggio della balena, risospinta a forza in mare, lei che, a quanto pare, aveva a sua volta salvato l’uomo sospingendolo fin sulla riva. Questi i fatti da cui si sviluppa la storia, coinvolgente nel suo intreccio e nella galleria di personaggi che spiccano nella piccola comunità, ma anche nel suo tema di fondo: la differenza abissale fra il mondo del villaggio e quello della città, la City londinese da cui il protagonista era fuggito, convinto di aver mandato in bancarotta la finanziaria in cui lavorava affidandone le strategie al programma da lui ideato, capace di mettere a fuoco la miriade di connessioni che percorrono il pianeta globalizzato e prevederne l’evoluzione. È questa la sequenza che ha cambiato la vita di Joe Haak: “nello spazio di quarantotto ore, era passato da funzionario relegato alla scrivania nell’angolo buio di una banca della City a eroe di una minuscola comunità a centinaia di chilometri di distanza”, una comunità nella quale il tempo “si muoveva a un ritmo diverso. Un uomo poteva stare seduto con del sidro e osservare l’oceano, e le lancette dell’orologio avrebbero fatto il giro del quadrante e nessuno lo avrebbe chiamato per nome. Avevano ‘tempo’ nella City? Era lo stesso fenomeno?”.

Ma c’è anche altro a rendere incolmabile la distanza fra St Piran e Londra, e si fa evidente quando i timori del grande banchiere per il quale Joe lavorava sembrano avverarsi: le comunicazioni e gli approvvigionamenti si bloccano in conseguenza del venir meno dei rifornimenti di carburante, effetto del propagarsi – dall’Indonesia – di un virus che miete vittime in ogni parte del mondo e arriva sin lì, nello sperduto villaggio inglese. L’uomo si farà lupo per il suo simile, come previsto, secondo la visione di Hobbes, dal banchiere? Da qui, più che dalla storia della balena e del suo protetto, deriva il sapore di favola che con bonaria ironia permea il romanzo: Joe spende tutti i suoi, non miseri, risparmi per accaparrarsi scorte per quelli che sono ormai divenuti suoi compaesani, e questi si dimostrano inclini non all’egoismo ma una solidarietà che giungerà a includere gli abitanti della cittadina vicina in un pranzo di Natale che festeggia anche la vittoria sul virus e offre ai commensali – colpo di scena finale – carne di balena, quella stessa balena che ha discretamente accompagnato la narrazione e, finita con lo spiaggiarsi, questa volta irreparabilmente, a suo modo partecipa all’allegra celebrazione della comunità.

Non è uno dei tanti libri che hanno cercato di dar conto tempestivamente del carattere inedito della pandemia, questo di Ironmonger: è un romanzo che sa mettere in scena la risposta, l’unica risposta possibile, per quanto utopica, ai disastri di una globalizzazione guidata dai ciechi interessi della finanza.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

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