Un romanzo fatto di racconti

Carlo Simoni, Se viene qualcuno, Castelvecchi 2021 (pp. 400, euro 25,00)

“Se viene qualcuno” è l’intercalare – si legge nella quarta di copertina – che accompagna i discorsi di Gina, la madre del protagonista, per tutta la vita, e che negli anni perderà via via i colori di una speranza vaga per assumere quelli di una minaccia incombente.
Il taglio autobiografico di questo romanzo fatto di racconti non impedisce all’autore di dar conto dell’esemplarità della vicenda della sua famiglia in quella più generale del dopoguerra e del secondo Novecento nel nostro Paese, muovendosi non sul terreno della ricostruzione storica ma su quello dell’evocazione narrativa, dell’immedesimazione – anche sul piano linguistico – con il bambino e poi il ragazzo di un tempo.
A emergere sono momenti cruciali che la narrazione privilegia in forza di una necessità dettata dalla percezione del carattere essenziale e per nulla logorato di alcuni ricordi, dalla certezza del ruolo da essi giocato nel determinare passaggi nodali, qualificanti la singolarità di una formazione.
Il tutto, giocato sempre nella consapevolezza del carattere indistinto e mutevole della relazione fra l’Io che racconta e l’Io di cui si racconta.

Nel segnalare questo romanzo fatto di racconti, mi è perciò venuto da pensare che, più di una presentazione, che rischierebbe di aggiungere altre parole alle innumerevoli che si spendono attorno alla scrivere di sé, ci si potrebbe forse affidare a possibili momenti, secondo modalità da definire, per scambiarsi osservazioni non tanto sul libro, quanto a partire da esso, per confrontare in primo luogo le risonanze che il racconto può aver suscitato in chi l’avrà letto. Alcuni di quelli che hanno potuto vedere – già qualche anno fa, in una prima, parziale stesura – queste pagine si sono riconosciuti in situazioni e sentimenti che ricorrono nel racconto, tanto da far balenare il dubbio che il famoso incipit di Tolstoj (“Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”) possa essere rivisitato, ammettendo che anche le famiglie, in alcuni momenti o per certi aspetti, “infelici” finiscano per somigliarsi.
Se poi dal piano dei contenuti si passasse a quello della logica che ha guidato la scrittura, il libro potrebbe offrire l’occasione di verificare – soprattutto con chi ha fatto qualche esperienza, o non esclude di farne, sul terreno dell’autobiografia e della storia della propria famiglia – in che modo e con quali risultati la scrittura possa nutrirsi della memoria, e quanto il lavoro di chi scrive, e il suo desiderio, riescano a incrociare l’esperienza, e le speranze, del personaggio di cui si racconta.

Quelli che seguono sono alcuni brani tratti da Genealogie, mitologie, la nota che compare nelle ultime pagine del libro:

Erano passate poche settimane dalla morte di mio padre quando, nel 1985, scrissi l’inizio, solo qualche pagina, del racconto della sua malattia e della sua fine.
Ci sono voluti altri vent’anni perché riprendessi quell’abbozzo, scrivessi La morte di Giuseppe e di seguito, come fosse caduto un impedimento, alcune storie della mia infanzia, a partire da La stella: potevo parlare di me, partendo da quello che mi era rimasto nella memoria come un momento di iniziazione, solo dopo aver raccontato di lui, della sua vita, dell’uomo che ai miei occhi era stato.
Soltanto un breve racconto avevo scritto prima, nella seconda metà degli anni Novanta, Fraternità. L’avevo regalato a mio fratello per il suo sessantesimo compleanno. Ma si era trattato di un episodio isolato. Così avevo creduto, quantomeno.
Il desiderio di scrivere tuttavia, di scrivere per raccontare – non più per render conto, spiegare, persuadere… – era ormai affiorato, non era nuovo ma occorreva che lo riconoscessi, che sentissi di poterne fare qualcosa. Ed era appunto dalla storia di mio padre che dovevo incominciare. Senza pensare che la scrittura mi avrebbe liberato dalla sensazione che i conti con lui erano e sarebbero rimasti aperti. Sapendo bene, anzi, che non si trattava di tentare di chiuderli ricostruendo ragioni, elaborando spiegazioni, ma di riconoscere che proprio questo era il modo in cui mio padre avrebbe continuato a essere presente nella mia vita. Di riconoscerlo nei fatti, secondo le mie capacità, seguendo la mia inclinazione: scrivendo, appunto, raccontando di lui, di me, di noi. Della mia famiglia.
Il titolo di quella che allora pensavo avrebbe costituito solo una raccolta di quattro o cinque racconti si era imposto fin dal momento in cui sulla scena, accanto a quella di Giuseppe, era comparsa la figura di mia madre, e con lei quel suo intercalare, Se viene qualcuno, unica cellula di un lessico familiare che ha lasciato traccia nella mia memoria degli anni dell’infanzia ma è poi andato disperso, negli anni Sessanta e nei cambiamenti che da quel momento sono intervenuti, come le fotografie dell’album fino allora conservato.
Se viene qualcuno, parole che ho sentito pronunciare da mia madre per tutta la vita, risuonare nelle diverse case che abbiamo abitato, perdendo via via i colori di una premura vaga, venata di speranza forse, per assumere quelli di una minaccia indistinta. Solo dopo, però, che i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, e di qualche momento della mia prima giovinezza, si erano sedimentati in una ventina di racconti, è venuto il momento di creare uno spazio del quale mia madre, da figura aleggiante nella gran parte delle vicende evocate, si facesse protagonista.
Corrispettivo del primo si può quindi considerare il quinto capitolo. Momenti di sintesi, pur nell’andirivieni della memoria che li contraddistingue, La morte di Giuseppe e Mancare la vita svolgono un ruolo portante, come i due pilastri di un ponte sospeso sul quale hanno potuto disporsi in successione le altre storie.

Sono nate da un’ultima rilettura queste considerazioni, insieme a quelle che seguono: il bilancio di un’esperienza conclusa, dunque, anche se alimentato dalle riflessioni, dalle incertezze, dalle risoluzioni sempre provvisorie emerse nel corso della scrittura. Non è un progetto ad averla guidata, infatti, ma il desiderio di comprendere. Un desiderio consapevole del proprio orientamento, meno del proprio oggetto che – lo avrei appreso in seguito, per approssimazioni successive – solo la scrittura poteva rivelare, rintracciando nella storia della mia famiglia il segno lasciatovi dai tempi precedenti e immediatamente successivi alla mia nascita, da un lato, e, dall’altro, i momenti cruciali del formarsi della mia personalità, del mio carattere. I tratti salienti di quello che sarei diventato. Di quello che sono.

Un percorso a ritroso, dunque, era quello che mi si imponeva. Un’indagine genealogica da giocarsi tuttavia non sul terreno dello storico, da me a lungo praticato, ma su quello del narratore, possibile dunque solo attraverso una presa di distanza – senza la quale la memoria non si fa scrittura – che non poteva identificarsi nel distacco di chi indaga il passato sulla base di documenti certi (…).

Non il generico intento di dare uno sfondo alla storia della famiglia Savona, ma la percezione e la conseguente volontà di dar conto dell’esemplarità della sua vicenda in quella più generale del dopoguerra e del secondo Novecento nel nostro paese esigeva che, a parte i nomi, nessun’altra circostanza dovesse essere cambiata. E le voci stesse dei personaggi potessero essere restituite fedelmente. A partire da quella del bambino, e poi del ragazzo che sono stato, in modo tale che la frammentazione, la discontinuità della narrazione trovassero riscontro in una modulazione via via diversa della voce narrante, adulta nei due capitoli che si sono definiti portanti, espressione delle età precedenti negli altri.

Falsi ricordi, ricordi di copertura, illusione di poter rinvenire archetipi, tendenza a congegnare mitizzazioni, e rimitizzazioni, occulti desideri di revisione di ciò che è stato, nello spirito di bandire equivoci annosi, di guadagnare un chiarimento definitivo se non una sorta di rivalsa: sono di varia natura le considerazioni critiche, a proposito dello scrivere di sé, che rendono ineludibile il sospetto che ogni sforzo di risalire al proprio passato, ogni genealogia, finisca per risolversi in una mitologia, e che ogni intenzione di rivisitare la propria storia finisca con il risultarne se non una falsificazione interessata, in quanto viziata da un narcisismo di fondo, un involontario quanto inconsapevole travisamento di fatto. Come non intravedere una tentazione mitologizzante già nel fatto di credere alla sostanziale continuità di un Io passato attraverso tempi fra loro distanti ed esperienze disparate? Un Io che, oltre tutto, ha ereditato mitologie che appartenevano ad altri, ai propri genitori come a tanti italiani loro coetanei.

(…)

Sono state considerazioni simili, arrivate soltanto dopo aver scritto le parole che chiudono l’ultimo capitolo, a darmi conferma definitiva che il romanzo era davvero giunto alla sua conclusione.
La sua, non quella della storia da cui si è originato. La mia storia.
“Si racconta bene – constatava Italo Calvino – di ciò che si è lasciato alle nostre spalle, che rappresenta qualcosa di concluso (e poi si scopre che non è concluso affatto)”.


Ordini

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Via della Posta, 7 – 25121, Brescia – Tel. 0303755394
libri@nlr.plus

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Recensioni

Dal Giornale di Brescia dell’8 gennaio 2022.
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Dal Corriere della Sera (Brescia) del 10 marzo 2022.
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Le trame si comprano dal tabacchino, ma i personaggi no: così diceva Furio Scarpelli, sceneggiatore principe. I personaggi sono fatti di anima e di carne, sono circumnavigabili, non sono maschere, dietro cui si spalanca il vuoto. Ed è un bel personaggio di fisica e credibile consistenza Giuseppe, il padre, che apre l’ultimo romanzo di Carlo Simoni («Se viene qualcuno», Castelvecchi, pp. 391, euro 25). Ci sono libri che sono sempre in corso d’opera, risultato di fogli sparsi, di scritture ruminate e riposte, di scartafacci carsici e vergati a mente. Questo nella fattispecie ha avuto una gestazione lunga e laboriosa: affonda le sue radici nell’autobiografia, anche se nomi e cognomi non sono quelli anagrafici, apre cassetti segreti di famiglia, con uno sguardo pieno di spietatezza e grazia. Carlo Simoni, che rimane uno storico della cultura materiale nonostante il suo bernoccolo per la narrativa, sa bene che noi siamo la prova, il documento, un archivio vivente. È lì, nella memoria, che si deve scavare. Giuseppe, si diceva. Ci appare in exitu, sul letto di un ospedale e la sua esistenza scorre a ritroso. Uomo vitale e positivo, con le sue ombre e i suoi rimorsi: origini contadine, carabiniere e poi rappresentante di mobili, emblema di una forza lavoro tipica del dopoguerra, una variante in meglio del commesso viaggiatore di Arthur Miller. Simoni parte da lì e costruisce un agglomerato di racconti di educazione sentimentale, di pezzi di vita: le case che raccontano sempre qualcosa di noi anche quando abbiamo traslocato, l’adolescenza, le gite al faro a Jesolo, i viaggi, i libri, gli amori… Un temario sferico, complesso, ma forse le pagine più commoventi sono quelle dedicate alla madre, figura dolente e fragile, risucchiata dal suo male oscuro: suo il mantra da lessico familiare diventato titolo, che condensa il senso dell’attesa, il mistero e dignità del vivere. Senza infingimenti né leziosità, tra rime interne, congegni narrativi o macguffin, Simoni ci consegna un romanzo di pregiata qualità sulla morte, perché i libri sui genitori lo sono inevitabilmente, sulla ricerca di identità e sul perché della scrittura, che è carotaggio e ricerca della verità, forse ultima e unica.


Presentazioni

Una conversazione a partire dal romanzo di Carlo Simoni
Giovedì 10 marzo, ore 19 – nuova libreria Rinascita – Brescia, via della Posta 7
I posti a disposizione sono limitati: si consiglia perciò di segnalare la propria presenza: qui per prenotarsi

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