La memoria di un giorno

La memoria di un giorno. Il giorno in cui in un villaggio della campagna ungherese arrivano due ebrei, trasportano due casse, affittano un carro per portarle dalla stazione al paese. È di quel giorno che racconta 1945, un film del 2017, di Ferenc Török. Trasmesso da Rai storia la sera del 25 gennaio, tuttora presente fra le proposte di Rai Play.

È lo stesso giorno – lo sentiamo dalla radio all’inizio del film: il 6 agosto 1945 – in cui una  bomba atomica  viene sganciata su Hiroshima. Ma si tratta di un evento che avviene lontano, e cade nella disattenzione generale: per i paesani è un giorno di festa, si sposa il figlio del notaio comunale, il boss della comunità, che il capostazione si precipita ad informare: sono tornati. Gli ebrei. Sono solo due ma potrebbero esser venuti a rivendicare anche per le famiglie degli altri, deportati e uccisi nei lager, le proprietà loro confiscate e poi “riassegnate” ai locali.

La comparsa dell’anziano e del giovane, che camminano silenziosi dietro al carro, getta nel panico l’intero paese, mobilitato da un interesse feroce a conservare il maltolto, chiuso in una rete di omertà che il pentimento di uno solo e il rifiuto disperato della connivenza da parte della moglie e del figlio del notaio non bastano a scalfire.
Sarà il comportamento dei due ebrei a svelare, senza far dichiarazioni, la ragione vera del loro viaggio, e a far così deflagrare il patto tacito stretto dagli abitanti.
Ma qual è il giorno in cui un intero paese ha derogato ai principi di civiltà, ai sentimenti di umanità? Come può una collettività farsi branco? convertirsi a un’ideologia e a pratiche che erano fino a quel momento sembrate esserle estranee?  
È la domanda che il film ci lascia. E non è mai venuto il giorno in cui la si possa “consegnare alla storia”, per usare l’espressione che i fautori della riconciliazione e degli effetti benefici dell’oblio prediligono.   

Di un altro giorno racconta un articolo di Paolo Rumiz apparso su “Robinson”, il supplemento di “Repubblica”, del 23 gennaio (Dove sono i sommersi e i salvati).
Il giorno in cui incontrò, in un campo profughi vicino a Islamabad,  “una famiglia muta. Padre, madre e due bambini. Erano inerti. Non chiedevano nulla, neanche da mangiare, e non c’era modo di capire cosa fosse accaduto. Si era tentato di tutto, senza successo”. 
Il giorno in cui, alla fine, “la storia emerse dalla bocca dell’uomo, in un racconto privo di apparente emozione”.
Il giorno in cui, dopo vent’anni, nei quali  ha tentato di raccontare quella storia senza riuscirci, lo fa. Riesce a trovare le parole, a superare la difficoltà di riferire non “tanto la cronaca dell’accaduto, ma il silenzio. Era irriproducibile. Un silenzio irreale, che catturava anche me e dava la dimensione di un dolore bestiale, incomprensibile nel nostro mondo”. E ci riesce perché ha capito che “lì, in quel campo, il dramma dei rifugiati si è saldato per sempre con quello dell’Olocausto, ed è stato lì che mi è apparso chiaro il ruolo del silenzio nella rimozione degli orrori. Silenzio degli aguzzini, dei bempensanti, della politica. Silenzio delle Ong, tenute sotto ricatto nel loro lavoro in prima linea. Ed è paradossale che anche chi ce l’ha fatta sia complice di questo oblio. I fantasmi arrivano in Italia, increduli e spaesati, ti sfiorano, finiscono in quarantena e si dissolvono nuovamente. Raccontano poco e vogliono dimenticare”.
Il giorno in cui noi leggiamo questo racconto, noi che “degli Ultimi sappiamo storie a lieto fine. Delle altre, poco o nulla”. Non solo perché “non è roba che vedi in tv”, ma anche perché “c’è il Covid a sdoganare l’indifferenza”. “E non ci sarà nessuno Spielberg a raccontare questa tragedia”.

“La ritualizzazione del Giorno della Memoria, subito depotenziato e banalizzato”, “non ha fatto che aggiungere altra noia ai rituali della vita scolastica sostituendosi alla Messa d’inizio anno scolastico che non era certo un’iniezione di spiritualità”, denuncia uno storico, Adriano Prosperi, nel suo recente Un tempo senza storia. La distruzione del passato (Einaudi 2021).
“Quando nei dintorni di Trieste vedo reticolati, cani lupo e mucchi di vestiti abbandonati nei boschi”, sembra fargli eco Rumiz, “dico che non me ne frega niente che fra vent’anni noi si istituisca un altro Giorno della Memoria per salvarci l’anima, ricordando queste vittime a tragedia finita. L’Italia è circondata di morti, in terra e in mare. Oggi, non ieri. Però è l’unico paese d’Europa a vantare non uno ma due giorni della memoria”.

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