Tornando a casa. Diario di un trekking himalayano

Dedicato a mia figlia Valeria, perfetta compagna di cammino
Si ringraziano Keshab lo sherpa, Prabath la guida e soprattutto il magico Nepal

Una volta anche lui era angosciato
dalla morte. Sì, e pure dalla vita, per
questo. Forse soprattutto dalla vita.
Angosciato, sì. Ma era molto tempo
prima. Anche l’angoscia è rimasta tra le
montagne. Ora c’è per lo più grande
quiete in lui. E, intorno a lui, come tra le
montagne.
(G. Gunnarsson, Il pastore d’Islanda)

La polvere nei denti è la prima sensazione che ti regala Kathmandu. Strade per lo più sterrate, traffico caotico peggiorato dalla guida a sinistra all’inglese. Macchine, bus strabordanti persone, motorini, biciclette, mucche patite, sdraiate sulla carreggiata che i veicoli evitano con sterzate improvvise, galli e galline, cani dallo sguardo mansueto e polvere dovunque. Gruppetti di donne, armate di scope di saggina hand made, spostano con gesti automatici la polvere dai marciapiedi, la sollevano per lasciarla ricadere pochi metri più avanti. Ci sembra di capire che il governo garantisca alle donne della capitale una sorta di compenso simbolico per il lavoro di pulizia strade, che in realtà si riduce a un semplice alzare la polvere in aria.

Kathmandu, oltre che inquinata e polverosa, è lurida e povera. Espone la propria miseria senza ritegno, baracche e campi tendati in pieno centro inclusi. Il Nepal è uno dei paesi più poveri al mondo, con una caduta del PIL del 35% negli ultimi due anni e un elevato tasso di denutrizione infantile. Ogni anno dalle cinquemila alle dodicimila ragazze nepalesi, dai sette anni in su, vengono rapite per lavorare nei bordelli indiani.

Al calare del sole la città si fa buia, cavi elettrici malconci penzolano fra un pilone e l’altro quasi sfiorando terra, annodati gli uni agli altri, ingarbugliati. La corrente elettrica illumina solo gli esercizi commerciali e gli alberghi, le strade sono scure e ci si devono cavare gli occhi per non calpestare mucche, bufali o cani randagi adagiati sui marciapiedi.

Kathmandu sorge a 1.337 metri di altitudine, ma di montagne neanche l’ombra. Comincio a chiedermi che cosa mi abbia condotta in questo luogo dimenticato dagli dei e sommerso dallo smog e dalla polvere. Che cosa mi credevo di trovare? Che cosa cercavo? Da dove veniva tutta quell’attesa, quel desiderio di Nepal che covavo da decenni e che mi ha portata qui a calcare i primi passi della mia vita da pensionata?

Il nostro è un viaggio in autonomia. Ho cercato di associarmi a un gruppo di Avventure nel Mondo che però non ha avuto fortuna. Dunque: o rinunciare al Nepal o organizzarsi da sé. Ho scandagliato internet, indagando tutti i siti di trekking, per poi decidermi a contattare un’agenzia nepalese che ci fornisse una guida e uno sherpa. Due viaggiatrici: io e mia figlia Valeria che si è offerta di condividere con me questa avventura.

Non è prudente due donne sole in un paese lontano come il Nepal – mi dicevano gli amici. In realtà si tratta di un paese povero ma tranquillo, dove non capita di sentirsi insidiate o in pericolo. Poi il percorso scelto è molto frequentato, uno dei classici, niente di veramente avventuroso. E poi si deve andare.

La guida ci conduce in un vicolo non più pulito di altri e in fondo compare come un lampo Boudanath, lo stupa buddhista più grande del mondo, ricostruito dopo il terremoto del 2015 che uccise novemila persone e ne ferì gravemente ventiduemila, riempiendo la capitale di profughi che avevano abbandonato i villaggi. L’impatto con questa imponente costruzione sacra è fortissimo. Su una base quadrata, poggia un’ampia cupola bianca. Da una sorta di campanile gli occhi di Buddha ti seguono ovunque. Pellegrini, monaci e nepalesi qualunque s’incontrano qui per camminare intorno allo stupa, secondo il rituale, suonando le campane tibetane, facendo rollare le ruote di preghiera e, ovviamente, pregando. Intorno monasteri, laboratori che producono candele di burro, corni cerimoniali, cappelli piumati per i lama e tamburi, scuole di pittura sacra e bandiere di preghiera ovunque. Un senso di sacralità è palpabile, forse è questo girare ipnotico, ne’ avanti, ne’ indietro, solo camminando in tondo in senso orario, in silenzio, le campane che suonano di continuo mentre il cielo scolora. Originariamente lo stupa era una stazione postale fra Lhasa e Kathmandu, dove i mercanti tibetani si fermavano a pregare per propiziare il viaggio prima di affrontare gli alti passi himalayani. Mi viene l’idea di acquistare un rosario nepalese e cominciare a sgranarlo, ma invisibili lacci ancora mi trattengono, sono appena approdata in questo mondo enigmatico. Un gesto mancato.

Il nostro tempo è risicato, domani si parte per Pokhara. Il resto della città lo scopriremo al rientro dal trekking. Ceniamo a Thamel, quartiere turistico fitto di alpinisti occidentali in partenza per l’Everest. Nel piccolo aeroporto disorganizzato di Kathmandu abbiamo visto decollare gli aerei da dodici posti che conducono a Pokhara e a Jomson. Dopo averli guardati dirigersi verso i giganti innevati alti più di ottomila metri e inclinarsi pericolosamente per il vento forte d’alta quota, abbiamo optato per il viaggio in bus turistico, per paura del mal d’aria. O forse per paura di lasciarci le penne.

Dopo qualche ora di viaggio nelle profonde gole del fiume Trisuli in piena, cominciamo a dubitare: nove ore per percorrere poco più di duecento chilometri, precipizi sfiorati, sorpassi arditi con clacson impazziti e ancora polvere che penetra dovunque. Chiudo gli occhi per non vedere le ruote del bus che sembrano sfiorare il vuoto, per non sentirmi cadere. Probabilmente venticinque minuti di terrore in volo sarebbero stati un incubo più breve.

La lentezza del viaggio ci rivela la fisionomia della periferia: povertà che si muta in miseria, case ancora sventrate dalle scosse telluriche, donne che lavano i panni in fontanelle sul marciapiede per stenderli poi in mezzo alla polvere. Che grazia conservano le ragazze nei gesti e nel passo anche nell’estrema povertà. Perfino le foglie degli alberi sono grigie di polvere. Mucche sempre distese al suolo, bambini che giocano sulla strada, moto che viaggiano appaiate a bufali, cani e polli in ogni dove. Questo viaggio è un giro in giostra che dà la vertigine.

All’ora di pranzo l’autobus ci concede una pausa: ci si può rifocillare in un ristorante locale all’aperto. Io e Valeria ci guardiamo bene intorno, consideriamo l’igiene locale e restiamo a bocca asciutta. Lei ha sperimentato l’India con le sue infezioni intestinali e non si persuade all’assaggio. I profumi e i colori non sono niente male però, e molti turisti già si abbuffano.

Pokhara sorge sul lago Phewa Tal, quattrocento metri più in basso rispetto a Kathmandu, ed è la porta d’ingresso per l’Himalaya. I turisti che vi soggiornano sono per lo più alpinisti, appassionati di parapendio e di rafting. La città pullula di negozi di abbigliamento sportivo dove si comprano a poco prezzo giacche e attrezzattura di marca contraffatta: The North Face nepalese. Non ci comprerei un paio di ramponi. Riusciamo a visitarla e a inoltrarci nel villaggio dei profughi tibetani, cacciati dalla loro terra dai cinesi e, per più della metà, ospitati in Nepal. Sopravvivono tessendo tappeti. Una mostra fotografica racconta l’invasione cinese del 1950, la devastazione fino alla scomparsa del regno dei monaci e dei pastori nomadi. Mi appare alla memoria la copertina di un libro che ho letto e amato negli anni ’70 di Enrica Colotti Pischel: Storia della rivoluzione culturale cinese. Ci avevamo creduto.

Cena come si deve e due birre per inaugurare il trekking. Chissà come si mangerà nei rifugi nepalesi. Prepariamo gli zaini e a nanna presto, il cambio di fuso ci ha portate avanti di cinque ore e quarantacinque minuti.

Leggo due righe prima di crollare. Stefansson scrive: Sto contemplando la luna che ha la gentilezza di sistemarsi nel buio del cielo in modo da riempire quasi tutta la finestra. Come poteva saperlo quell’islandese che qui a Pokhara, una luna gialla panciuta avrebbe riempito la mia finestra? Descrive perfettamente lo spettacolo che si godono i miei occhi, peccato non le abbia sapute scrivere io queste parole.

23 ottobre 2018: Come di consueto mi sveglio all’alba, prima del canto del gallo. L’orologio che segna le quattro avanza a passo di lumaca verso il primo giorno di trekking.

Abbiamo a disposizione una giovane guida, Prabhat, e un portatore, Keshab, per niente robusto per quel lavoro. Due ore di jeep su strade disseminate di buche profonde venti o trenta centimetri, ancora terra e polvere. L’autista sembra abile, ma per evitare di danneggiare le sospensioni del veicolo guida contromano fino a pochi centimetri dal bus che procede in senso contrario, per poi sterzare all’ultimo momento. Capisco all’istante il significato dei numerosi amuleti che adornano il cruscotto. Meno chiara risulta l’utilità dei tanti braccialetti colorati che tintinnano infilati nella leva del cambio. Io siedo davanti accanto a lui, forse per rispetto dell’età, e chiudo gli occhi per evitarmi la vista dell’impatto. Poi, poco alla volta, comincio a fidarmi, o forse a cedere al fatalismo, a prenderla come viene. Qui tutti i conducenti suonano il clacson: per superare, per salutare, per avvertire di una curva stretta, per suonare il clacson e basta. Non è lo strombazzare irritato e nervoso di casa nostra, è come un gioco infantile. Più che su una jeep pare di essere su un ottovolante.

A Phedi, ottenuti i permessi di trekking, le spalle gravate dallo zaino, si parte. Il sentiero si snoda ripido in una vallata verde, fra i mille e cinquecento e i mille e settecento metri. Sullo sfondo cime innevate ma dolci di cui non conosco ancora l’identità. A Pothana il tracciato comincia a scendere per infilarsi nel bosco di Modi Khola e per raggiungere Tolka a mille e ottocento dieci metri. Camminiamo in un continuo saliscendi attraverso paesini di montagna: quattro case tinte di azzurro intenso, donne che lavano i panni al fiume, bambini che oscillano su un’altalena costruita con alti tronchi, galli e galline.

Devo nascondere la mia fobia per i pennuti, non voglio fare brutta figura. Una donna che a sessant’anni si prende la briga di organizzare un trekking d’alta quota non può avere paura dei polli. Indosso un’espressione fra il dignitoso e lo strafottente mentre deambulo fra una moltitudine di piumati del tutto indifferenti al mio passaggio, ma che a me sembrano attenti, gli occhi vitrei e inespressivi puntati proprio verso di me, come per misurare la mia paura o per sfidare il mio scarso coraggio. E’ solo il primo atto di una obbligata rieducazione al self control. Mi interrogo sull’origine di questa fobia così antica da non essere databile, e lo faccio con una cocciutaggine inconsueta, ma senza successo. Il terrore che mi scatenano gli animali alati resta un mistero. Come mi ha suggerito Rossella, provo ad attribuire ad ogni pennuto un’identità, per la precisione quella delle mie amiche. Quella gallinella agile e svelta potrebbe essere Aurora, quella alta e secca come un chiodo sembra proprio Rossella, quella che si aggira attonita e svagata magari è l’anima di Laura, quella incerta che pare incespicare di continuo e invece procede diritta è di certo Clara, quella acuta che sventola le ali per mettere al suo posto il gallo è Oriella.

Fa caldo, un caldo umido che fa grondare la fronte e che prosciuga. Gocciolo come se piovesse, la schiena bagnata contro gli spallacci dello zaino. Procediamo su scale di pietra verticali, senza pietà per il mio fiato corto. Penso alla scala santa di Roma che mia madre da bambini ci ha fatto salire in ginocchio: io e mio fratello, mio padre non s’era fatto incastrare. Penso a Starway to Heaven dei Led Zeppelin, rimpiango le scale del Miller della mia Valle Camonica e raggiungo i duemila metri.

A Ulleri ci accoglie un lodge niente male, dal comico nome di Courious Camels: le pareti azzurro intenso come si usa qui, penso per tenere lontane le mosche. Imparerò lungo il percorso che il celeste simboleggia la natura eterna. La dining room è costruita intorno a una stufa a legna enorme dove appendiamo i nostri panni lavati. La camera è essenziale e guarda la vallata di sotto. Abbiamo addirittura il bagno in camera, ma l’acqua precipita a terra perché non esistono tubature. La notte la temperatura scende sensibilmente in maniera non quantificabile, così come sembra non misurabile il dislivello percorso quotidianamente. E’ che ai nepalesi non passa neppure per la mente di prendere le misure della fatica, faticano e basta senza stare a precisare nulla. Si cammina, poi si cammina, poi si cammina ancora e poi si arriva, se si ha un animo puro.

Dopo la cena consumata alle diciotto e trenta, la sera passa fra una chiacchiera e l’altra. Mi mancava questo scambio con mia figlia così coinvolgente e interessante. Ora che da anni vive lontana, le parole che contano, quelle fitte, gli occhi negli occhi, sono rare. E non c’è internet o WhatsApp che tenga, la presenza è insostituibile.

Solleva una questione che tortura anche me dalla mattina: come non vergognarsi ad appaltare il proprio peso a uno sherpa? Come reggere l’immagine di quell’omino che peserà quaranta chili vestito che si porta il nostro bagaglio? Forse non siamo così diverse dai cinesi o dai grassi americani che si fanno trasportare in elicottero al campo base, fumano una sigaretta, scattano una fotografia e poi, gonfi d’orgoglio, volano a valle.

Noi che la montagna la frequentiamo molto e la amiamo anche di più, magari dovremmo limitarci ai percorsi che possiamo reggere in autonomia. Certo è che sobbarcandosi il nostro peso Keshab mantiene la famiglia, che senza questo lavoro farebbe la fame. Eppure c’è dell’altro che rode sia me che Valeria, un senso di disagio che sconfina nella colpa, nel sentirsi dalla parte sbagliata della barricata, o forse nell’essere la barricata stessa.

Già dal primo giorno percepisco l’importanza di questo viaggio, un viaggio iniziatico, anche se non so proprio a che cosa dia inizio: un’apertura magica sulla mia nuova vita senza lavoro, chissà. Certo è che ho sentito con acuta precisione la necessità di segnare questo passaggio con un viaggio, e non con un viaggio qualunque. Ci sono dei gesti, dei riti che celebrano una trasformazione, che segnano un limite, una fine, un inizio. Meglio non farsi troppe domande.

Le parole ci accompagnano fino alle nove e poi a nanna. La luna piena ancora illumina la valle che si stende ai piedi del massiccio dell’Annapurna. La guardiamo dai nostri letti duri, ammaliate. Per questa notte il buio non sarà troppo denso. Sembra che tutto il silenzio del mondo si sia insediato proprio qui per avvolgere noi, infilate nei nostri sacchi a pelo, e proteggere il nostro sonno.

Valeria si addormenta subito, io ascolto il suo respiro sommesso. Dorme come quando era bambina, girata su un fianco, i lineamenti distesi in chissà quale sogno. Si è addormentata leggendo, anche lei come me non riesce a prendere sonno se non legge almeno due righe, e non si è tolta i guanti che indossava per reggere il libro nel gelo della nostra cameretta. Ora non succhia più il pollice. Provo a ricordarmela in fasce, ma la memoria ha pietà di me e non mi soccorre. Sperpero le prime ore della notte tentando di dipingermi in testa i visi morbidi delle mie figlie bambine, ma la mente ha filtrato più sensazioni che immagini. Reagisco alla diserzione del passato, al suo ostinato sottrarsi con un gesto stizzito del capo; le cose succedono troppo in fretta. Poi, la bolla galleggiante che racchiude i miei pensieri si sgonfia e, finalmente, cedo al sonno.

Il ritmo del trekking sembra perfettamente sagomato sulla mia naturale tendenza a coricarmi e alzarmi presto. Sveglia alle sei, breakfast alle sei e trenta, partenza alle sette.

24 ottobre 2018: ho dormito bene nonostante l’altitudine. Mi resta però in qualche fondo del cervello, il brusio della preoccupazione per quando supereremo i quattromila metri, per come i miei bronchi e miei polmoni lavoreranno in debito di ossigeno. Credo che questo tarlo mi accompagnerà fino ad allora, anche se sembra rosicchi lontano, in qualche strato antico, forse neanche più mio.

Breakfast sul terrazzo, il sole splende e non fa freddo. Ci inerpichiamo sulle scale di ferro del rifugio, verticali senza pietà come tutto il resto. Scegliamo un tavolo al margine dello spazio aperto e alzo lo sguardo. Eccola, improvvisa, la prima cima innevata della catena himalayana che mi si para davanti, silenziosa, massiccia. Mi ha presa alla sprovvista, non avevo messo in conto di poter vedere così presto i monumenti rocciosi che hanno popolato i miei sogni e, per la sorpresa, mi salgono le lacrime agli occhi. Doveva avvisarmi l’Annapurna che era già qui, avevo bisogno di preparare gli occhi a tanto candore e il cuore all’emozione dell’incontro con un grande amore. Valeria ride della mia commozione, ma è turbata pure lei, anche se non lo ammette. Mi prende come una felicità incontenibile, come se qualcosa mi bollisse dentro e, come sempre quando stento ad arginare la gioia, ho voglia di correre. Ma è meglio fare riserva d’energia, qui si sgobba. Ci perdiamo nelle fotografie e nella colazione abbondante.  Mangiamo e ridiamo come due bambine, abbiamo davanti a noi l’Annapurna, ora non ci scappa più.

Comincia il cammino, direzione Ghorepani. Ancora scale di pietra, ancora villaggi blu, semplici manciate di case gettate fra le montagne, bambini che giocano, donne che vendono frutta, bandiere e mulini di preghiera. Cammino e, io che ho disimparato a pregare, ringrazio. Non so bene chi o che cosa. Ringrazio le mie gambe e miei piedi che continuano a portarmi per i monti, la mia schiena che regge lo zaino, la mia testa sempre più leggera.

L’altitudine comincia a lasciare le sue orme. Fatico più di ieri e, probabilmente, meno di domani. Il respiro è più corto e stenta a salire dalle profondità in cui alloggia. Arriva in gola, dove deve fare i conti con il nodo del senso di colpa per quell’omino che porta il mio bagaglio. Abbiamo camminato appaiati per un tratto e mi ha raccontato dei suoi due figli che vorrebbe mandare in una scuola internazionale perché imparino l’inglese. E’ fondamentale per i nepalesi che lavorano nel turismo. Ma le rupie scarseggiano e gli uomini lavorano solo quattro mesi l’anno come portatori, poi coltivano il riso, allevano un paio di mucche o di bufali e niente più. Per le donne il lavoro fuori casa non è previsto. Ancora molti matrimoni sono combinati dalle famiglie, il suo pure, ma è stato fortunato, sembra. Osservo quest’uomo tutto nervi e muscoli affrontare con passo ben più lesto del mio le scale verso il Santuario dell’Annapurna, porta una fascia a cingergli la fronte cui ha agganciato il nostro bagaglio che gli sfiora le spalle. Sembra siano solo testa e collo a lavorare.

Con uno slancio generoso che si può permettere solo chi è nato nella parte buona del mondo, mi ingegno ad inventarmi una soluzione per la vita sua e della sua famiglia. Coda di paglia borghese. Non c’è soluzione nella buona volontà individuale, dovrei saperlo alla mia età, ma non la digerisco ancora questa ingiustizia, questo tanto nelle mani di pochi, e allora continuo a rimestare nel mio disagio, sollevando solo polvere. Sento che si deve continuare a provarci, a sbatterci il muso contro, anche senza spiragli visibili. Forse è nell’invisibile il pertugio. Mentre cammino e mi interrogo a vuoto, comincio a intuire la profondità dei miei passi.

I fiori sono rimasti più in basso, ora camminiamo in un bosco di piante enormi che si incurvano ad arco. E’ la pianta simbolo del Nepal, il rododendro. Confronto questi enormi fusti con i cespugli dei nostri rododendri alpini, la mia pianta del cuore. E’ chiaro ormai che il Nepal è il mio luogo. Non erano solo le cime a chiamarmi, ma anche la vegetazione che popola questa impervia regione, questa rustica e coraggiosa pianta che riesce a fiorire sulle rocce. Il Nepal è sulla traccia del mio passo. Qui i rododendri gemmano fiori rosa, bianchi e blu. Chi ha mai visto da noi rododendri blu? Dovrò tornare per il tempo della fioritura.

Purtroppo so poco di alberi e erbe: riconosco betulle, pini, cedri, forse querce. E so ancor meno di animali: volano in cielo molti tipi di uccelli, tra cui riesco a individuare solo i corvi. L’inizio del nostro trekking era stato salutato dal volo di un’aquila che abbiamo intravvisto solo da lontano.

Non è un viaggio facile, tanti contrasti, molto sudore, il fiato corto, la mente a tratti confusa o forse di una diversa lucidità. Qui è come se in pensieri fossero superflui. Li lascio cadere a terra e mi pare addirittura di sentirne il tonfo attutito sul sentiero.

Ora so perché era qui che volevo venire, per sentire le cime nelle gambe, l’aria pungente in faccia, l’asprezza dolce di un luogo che non si regala alle ruote di un’auto ma solo alla pianta dei piedi, i rododendri.

Guardo questo popolo che ha imparato a farsi bastare il poco, che sembra contento comunque, che prega nella fatica e mi imbarco in una discussione con Valeria. Si interroga sul fatto che sia la religione ad impedire ai popoli poveri di ribellarsi alla miseria. Può darsi, o forse senza speranza il Nepal sarebbe già morto, forse in questo clima inclemente non resta che sperimentare le verità di sapienze antiche e trarne forza.

Ecco Ghorepani: un grappolo di case verniciate d’azzurro, di cui quattro sono rifugi. Le colline, molto curate, somigliano a gradinate enormi, tagliate come sono da terrazzamenti di coltivazioni di riso, miglio e orzo che scendono a sbalzi verso il fiume. Visti dall’alto disegnano linee curve morbide e dolci. Siamo a duemila e ottocentocinquanta metri eppure la terra produce cereali. Sullo sfondo svetta il profilo delle immani formazioni rocciose dell’Annapurna. Poi neve e un cielo che trabocca galassie.

Un gruppo di donne è impegnato a battere l’orzo con bastoni lunghi. Ne ricavano, oltre che cibo, anche una birra leggera e il rakshi, un distillato fermentato dall’odore di grappa. Una vecchia sbuccia le patate mentre culla un neonato in una cesta. Un’altra espone braccialetti e collane in vendita, mentre ne confeziona di nuovi al bordo del sentiero. Portano pesanti gioielli d’argento e pietre dure.

Qui nessun mezzo a motore, solo file di asini o pony adorni di campanelle che trasportano granoturco o bombole di gas. Impressiona vederli in processione affrontare i gradini umidi di queste scale verticali, la testa quasi attaccata alla coda l’uno dell’altro, a seguire il primo che porta al collo finimenti colorati. Li guardo e mi accorgo di sorridere.

La nostra stanza è, come sempre, molto essenziale, cioè un giaciglio, ma guarda i monti coperti di neve. Di fronte a noi la piramide del Macchapuchre, seimila novecento novantatre metri. Ricorda il nostro Cervino, ma è alto quasi il doppio. Niente può gettare ombre sulla purezza di questa cima. Lo ammiro e comincio a conoscerlo. Mi accompagnerà per altri dieci giorni.

25 ottobre 2018:  la notte era chiara, la luna un grande lume… Che cosa ci fa nei miei pensieri la prima strofa di una ballata scritta da Massimo Bubola? Il titolo era Eurialo e Niso, credo, e a noi piaceva l’interpretazione dei Gang. Ma che cosa mi viene in mente questa mattina, cantare all’alba? Ricomincio la frase, le canzoni non c’entrano niente, qui si deve raccontare una storia, proseguire nel diario di viaggio. E’ che la strofa mi è balzata alla mente al risveglio alle quattro e trenta, ammirando la luna piena che imbianca il cielo e ho cominciato a canticchiarla a bassa voce. La cantavamo quando le nostre figlie erano bambine e andavano matte per questa storia.

E’ prevista una camminata per vedere l’alba sull’Himalaya. Una fila di assonnati amanti delle cime, pile frontali, guanti e cuffie, si snoda sul sentiero per Poon Hill da dove ammireremo il sole che sorge sulla catena dell’Annapurna. Dai duemila ottocento sessanta metri di Ghorepani, saliamo a tremila e duecentodieci. Non è un grande dislivello, ma come sempre è concentrato, verticale, con una pendenza inclemente. Qui marce lunghe sono impensabili. Pochi minuti e mi levo il piumino, altri dieci e tolgo anche il pile, mentre misuro la mia scarsa riserva respiratoria. La fatica mi trema nelle gambe e i polmoni annaspano. Il fiato oggi è ancora più corto, in fondo ad ogni respiro un senso di vertigine e di vuoto. Provvedo con un paio di inspiri nella mia pompetta di cortisone e broncodilatatore. Trascino gradino per gradino la mia fiacchezza, sono preoccupata, se fatico a respirare oggi, nei giorni prossimi sarà molto peggio. Rallento ulteriormente il passo, in cerca della nota sintonia fra gambe e respiro. Da asmatica so bene che l’unica chance è la lentezza, camminare pianissimo, al passo di una formica, ma non disseminare il percorso di tappe, non arrestarsi, altrimenti ogni volta è un nuovo inizio. Solo così il corpo riprende vigore, la mente sembra ripulirsi e ricomincio a respirare. Forte della mia lentezza, quasi ultima della fila, proseguo a testa bassa nell’ascensione, attenta a dove metto i piedi, i gradini sono umidi e sdrucciolevoli. E’ meglio non guardare in alto, non considerare il percorso nel suo complesso e, tanto meno, nella sua verticalità, ma spezzettarlo, gradino per gradino, attimo per attimo. Dopo dieci minuti mi accorgo che il fiato arriva e i piedi ricominciano a raspare la terra, come gli zoccoli di un mulo che scalcia. Supero i meno accorti che sono partiti in velocità e ora boccheggiano a bordo sentiero, e mi batto il cinque da me: lenta ma accorta, esperta dei propri limiti.

In un’ora raggiungiamo il punto panoramico da dove la catena di monti ci stringe in un abbraccio: cime innevate per trecento sessanta gradi. Che ci fate qui a quest’ora? sembrano chiederci le rocce, perché tanta fatica? Come sempre non ho risposte sensate.

Il cielo comincia a schiarirsi poco alla volta e l’alba tinge di un alone intenso i fianchi dei giganti che da argentei si fanno rosa e poi dorati, ben prima che il sole si palesi. Il colore sembra cambiare il profilo dei monti. Visti a questa luce sono irriconoscibili. Poi finalmente il sole sorge, accolto da un collettivo urlo di gioia e il cielo lentamente schiarisce, mentre il buio si attarda nelle gole. Ci concediamo un masala tea speziato che ci scalda la pancia. Fa veramente freddo.

Ormai il significato dell’appellativo Santuario ci risulta chiaro, ha svelato il suo segreto nell’imponenza e nella verticalità delle cime che i nepalesi venerano quasi timorosi. Come non avere un poco paura di fronte a queste lame di ghiaccio incombenti? Come non abbassare il capo di fronte al loro maestoso candore? Come non pregare? E’ che non so chi pregare. Mi dico che in fondo non è così importante, ciò che conta è l’intenzione.

Attraversiamo il paese di Chhomrong, ultimo insediamento stabilmente abitato da gurung, una delle innumerevoli etnie che popolano in Nepal. Nel corso dei secoli i popoli dell’India e quelli mongolici dell’Himalaya sono confluiti in questa regione. In Nepal si parlano circa cento dialetti diversi, il nepali è la lingua franca, anche se parlata da meno della metà dei nepalesi. I gurung di Chhomrong sono di origini tibetano-birmane, la pelle color del rame e gli zigomi mongoli. Hanno portato con sé una religione animista. Qui dobbiamo ripresentare i nostri permessi di trekking che vengono ulteriormente timbrati. La nostra guida si informa all’ufficio trekking sulle condizioni dei sentieri. Da qui in poi aumenta il rischio valanghe. Usciti dal paese percorriamo un sentiero stretto che sale inesorabilmente. All’ultimo baracchino comperiamo dei fazzoletti di carta di scarso valore e nessuna resistenza. I nepalesi non li usano, anzi sembrano guardarci con riprovazione. Loro scatarrano a terra, uomini e donne indifferentemente. Probabilmente considerano poco igienico portarsi appresso le proprie secrezioni.

Questo è il limite dell’abitato, da ora in poi niente case, niente negozi.

Lungo il percorso si incontrano solo chorten, torrette ex voto alte al massimo due metri, spesso diroccate, ma sempre ornate di stracci di preghiera. Anche i chorten vanno aggirati in senso orario.

Cammino lenta e resto immancabilmente in coda, non mi dispiace la sensazione di solitudine e mi muovo piano per non rompere l’incanto. Nessun luogo è intensamente vivo come la foresta: uccelli e insetti confondono i loro richiami. Mentre metto un piede davanti all’altro, ho l’impressione che qualcuno mi stia guardando, mi sembra di percepire presenze come mi succede sempre in montagna, e mi perdo ad immaginarmi occhi di camoscio, zanne di lupo o fauci di tigre. Qui al massimo posso aspirare all’attenzione di uno yak, di un bufalo o, speriamo di no, di un gallo himalayano incavolato. Se comincio a sentire le voci è finita, mi dico ridendo dentro di me e godendo dei miracoli quotidiani che l’altitudine concede.

Alle quindici circa raggiungiamo il rifugio per la notte a Chuili. Le ore vanno perdendo significato. Fa freddo e pioviggina. Più che gocce è un pulviscolo d’acqua quello che scende dalle nuvole che si sono radunate in cielo, in un turbinio di grigi convulsi. Ci infiliamo nei sacchi a pelo per leggere un poco fino all’ora di cena. Ho già finito il mio libro e comincio a rileggere quello che si è portata Valeria. Fra un paio di giorni non mi resterà nulla da leggere. Mi accorgo con stupore che questa mancanza di parole scritte non mi mette in ansia, né mi intristisce. Forse sulle nevi himalayane posso stare senza libri.

Se qui piove, a quattromila metri nevica, mi viene da pensare. E alla preoccupazione per l’altitudine a venire si aggiunge quella per il ghiaccio e il freddo. Ma non si tratta di una vera preoccupazione, qui l’ansia non trova posto, è giusto il soffio di un pensiero, un lieve battito d’ali che non riesce a scalfire questa calma che mi si è adagiata dentro fin dal primo giorno. E’ come se sentissi chiaramente tutti questi giorni poggiare su solide fondamenta, come se io stessa fossi le fondamenta. Sposto senza fatica ogni pensiero con gesto leggero e sento crescermi dentro una pace inconsueta e indecifrabile.

Che cosa ti è venuto in mente di organizzare un viaggio tu e tua figlia da sole? mi aveva chiesto un’amica prima della partenza, Non hai paura? No, non avevo avuto paura e neppure ne ho ora che sono nel mezzo della fatica. Forse il desiderio era più forte dell’ansia, del ragionamento. E’ che ci si arrugginisce se si dà retta alla paura. E’ che dovevo venire qui e venirci con Valeria era il meglio che potesse capitarmi. Mia figlia cammina senza mai lagnarsi, mangia quel che c’è, dorme dovunque e si prende cura di me. E poi essere qui insieme, parlare o non parlare affatto, solo mettere in fila i passi e riempirci gli occhi di tanta meraviglia. Grazie Annapurna.

Prima del crepuscolo, il sole torna ad infrangersi sulle creste bianche delle montagne e compare l’arcobaleno. Più i giorni procedono, più questo viaggio perde ogni sembianza di realtà. Siamo partite da poco, eppure sembriamo lontane secoli.

Anche qui a Chuili siamo ben sistemate: stanzetta da due, prato davanti alla finestra. Dormo bene, ma i sogni sono sempre aggrovigliati. Niente incubi, mi conferma Valeria, ma anche per lei sogni contorti e insensati. La carenza d’ossigeno ferisce anche le notti.

26 ottobre 2018: dopo una notte fredda, il velo dei sogni storti ancora disteso sugli occhi, mettiamo i piedi a terra alle sei, recuperiamo i vestiti che avevamo infilato nel sacco a pelo per tenerli al caldo, una sciacquata alla faccia, breakfast abbondante e partenza. La colazione è sempre una meraviglia, questa mattina ci hanno offerto un frittellone con miele e un caffè lungo. In trekking nessun problema digestivo.

Passo dopo passo, step by step. Qui in Nepal dicono: siri siri.

Me lo ripeto mentalmente, questo siri siri, nella speranza che scovi il fiato che mi manca. E’ il quarto giorno di trekking e, oltre i tremila metri, oggi sono in crisi.

C’è sempre un giorno di crisi in un trekking e tutte le volte è come se il corpo mi tendesse un tranello, mi strizzasse i bronchi, mi sottraesse l’ossigeno. Allora si scatenano i dubbi: ma chi mi credevo di essere quando mi sono lanciata in questa impresa? Avrei dovuto essere più cosciente dei miei limiti, e via discorrendo. Perplessità inutili, perché ormai sono qui e devo venirne a capo.

Non sono mai stata una donna robusta, in cambio la natura però mi ha dotato di determinazione e tenacia che a volte rasentano la stupida ostinazione, la cocciutaggine di un mulo. Mi appello alla mia resistenza che oggi potrebbe tornarmi utile. Mettere a frutto i propri limiti.

Siri siri. Keshab, il nostro sherpa, mi cammina a fianco. Ha rallentato per starmi vicino perché, con il suo fiato, sarebbe già in cima da tempo. Il suo passo è leggero, non manca una scorciatoia, a tratti pare volare, nonostante il peso che si porta sulle spalle, fissato alla fronte. Ciò che porta è il nostro bagaglio, quello che chi ha pretese da montanaro dovrebbe portarsi da sé e che io, a questa altitudine, non potrei reggere. Ogni mattina lo realizzo e i sensi di colpa tornano ad opprimermi l’animo e ad appesantirmi il passo.

Questa mattina, io e Valeria, ci siamo caricate gli zaini per alleggerire il suo e diluire la nostra vergogna. Ma io non ce la faccio, le gambe vanno, ma il fiato non sale.

La struttura del percorso non aiuta: qui, per valicare mille metri di dislivello se ne fanno duemila, per via di queste scale di pietra, scale sante, di questo continuo su e giù, up and down che i nepalesi chiamano ukallo, urallo. Keshab mi fa coraggio: Ukallo then urallo, don’t worry.

Ma io vedo solo ukallo and ukallo, and nothing else. Una salita infinita su questa scala verticale quasi come una parete, per sei, sette ore, forse più. Invece eccolo urallo, gradini che scendono anch’essi verticali e scoscesi da vertigine. La discesa è forse più faticosa della salita, mette alla prova le ginocchia e si fa sentire sulle unghie degli alluci. Poi un ponte tibetano da brivido teso fra due montagne. A guardarlo fa paura, ma camminarci sopra dondolandosi non è male. Un cartello ci avvisa: Please stop and wait while mules are walking over the bridge, cioè se incrociate un mulo, dategli la precedenza. Altro ordine di priorità.

Incontriamo molti altri sherpa: uno regge una settantina di chili in materassi sulle spalle, indossa ciabattine infradito, cammina mentre sgrana una corona di rosaio. Keshab li saluta tutti e ci fa due parole. Sono del tuo paese? gli chiedo, li conosci? No, non li conosce, ma svolgono lo stesso lavoro, sopportano la stessa fatica, così lui li incita tutti.

Oltre i duemila e ottocento metri scompaiono i villaggi, solo rifugi, galli, galline. Il sentiero serpeggia verticale, bordato a tratti da muriccioli a secco dove i portatori si appoggiano e depositano i nostri pesi. Il sole penetra con le sue occhiaie oblique fra i monti a intiepidire l’aria. Alcune donne martellano sassi per farne ghiaia che pavimenterà le strade. I bambini saltellano cantilenando. Keshab, appena scarica il suo peso, cioè il nostro, prende in braccio tutti i piccoli, gioca con loro, li coccola, li solleva in aria, ancora non sazio di fatica. E i bambini riconoscono in lui le impronte dell’infanzia.  I’m a babu, mi dice, sono papà. Ma c’è dell’altro in questo padre-bambino che sorride di continuo. Un uomo povero e felice. Cammina con i piedi alati, passo dopo passo, siri siri, sorride, saluta e prega. Resto interdetta: come essere felice in tutta questa miseria? E perché pregare?

Da anni ho smesso di ridurre la religione all’oppio dei popoli, ma pregare sembra troppo. Le conosco anch’io le preghiere – mi dico per sentirmi meno insufficiente rispetto al nepalese. Perché prima della lotta di classe, ho insegnato catechismo e ho militato nell’Azione Cattolica per anni. E mentre lo penso, istintivamente, provo a recitare. Ma le labbra si muovono a vuoto, le parole arrancano: Padre nostro che sei nei cieli, benedetto il frutto del seno tuo Gesù, risplenda ad essi la luce perpetua, amen. Oddio, non ricordo una preghiera per intero e ne ho mescolate tre, cazzo. E ho pure detto una parolaccia: sconsiderata, penalità, penalità.

Namaste, mi salutano altri escursionisti che popolano l’Annapurna, le mani giunte sulla fronte. Keshab mi spiega che quello non è un semplice saluto, che non equivale a good morning o bon journ. Namaste significa saluto il Dio che è dentro di te. Sorrido. Ma se peserai trenta chili vestito, dove lo nascondi Dio dentro di te?  gli chiedo.

Ride anche lui, perché essendo induista, di divinità ne ospita ben più d’una. E comincia all’istante a snocciolare almeno una ventina di nomi. Ne riconosco forse quattro, non di più.

E mi dice che dentro si tiene anche quelli degli altri: le innumerevoli incarnazioni di Buddha, perché in Nepal induisti e buddisti condividono i templi in una inconsueta, pacifica tolleranza e pure il nostro bambino piccolo che il venticinque dicembre gli fa fare festa, perché è sempre un Dio che nasce.

Dove li metterà tutti in quell’esile corpo affamato?

Ride forte alla mia domanda: E’ che tu cammini ma non ascolti, non senti.

E se fosse vero? E se avesse ragione?

Provo a fare attenzione a quello che succede dentro di me: respiro affannoso, tachicardia, il ticchettio laborioso di un pensiero contorno e nulla più.

Sono delusa da me stessa, spiritualità zero.

Avvicino entrambe le mani a conchiglia ad un orecchio e ascolto ancora: niente che non si possa ricondurre al fisiologico lavoro di un corpo affaticato. Poi un brusio solo accennato che poco alla volta si fa rumore indistinto e poi fracasso. Faccio ancora più attenzione e individuo chiaramente delle voci.

Io rilancio, urla uno che a guardarlo bene potrebbe essere Visnù. Io raddoppio la posta, sibila Ganesh. Io passo la mano, lagna la colomba che dovrebbe essere l’immagine dello Spirito Santo della Trinità, non ho neanche un tris. E tutti scoppiano a ridere al pensiero che la Trinità sia a zero di tris. Buddha sonnecchia, Krishna segna i punti al tabellone mentre sorseggia un negroni. Jesus, il solito Jesus del Vangelo che non ha mai imparato a barare, riempie i bicchieri e sorride. Ha la faccia di Keshab. Il vecchio, quello dell’Antico Testamento, non sembra dismettere lo sguardo severo. La dea Kali gli si avvicina e gli porge, con una delle sue innumerevoli mani, una ciotola di dahl bath, riso e lenticchie molto piccanti.

Attento Dio, gli urlo spaventata, noi non siamo abituati a questo cibo così speziato, vacci piano, potresti ustionarti il palato. Lui scoppia in una risata grassa e fragorosa di cui non lo credevo capace. Ehi, io sono Dio, onnipresente, onnisciente, onnipotente e, ovviamente, onnivoro. Non c’è proprio più religione.

Riprendo la marcia, siri siri, passo dopo passo, ma sono più leggera, nonostante la masnada di divinità che mi porto appresso, urla ed effluvi alcolici inclusi. Non mi dispiace l’idea di ospitare dentro me questa bisca di divinità sbevazzone. Sarà la rarefazione dell’ossigeno o il sacro tasso di etanolo endogeno, ma la mia testa sembra un palloncino in volo.

Tanti anni a cercare un Dio fuori di me, nei trattati di filosofia, nelle equazioni matematiche, nelle dimostrazioni e invece ne avevo una moltitudine dentro. Come ho potuto non sentire questo baccano silenzioso?

Forse dovevo venire così lontano per scoprire Dio così vicino.

Oggi mille e ottocento metri di dislivello circa di scale sante. Dopo uno sforzo simile credo, o almeno spero, di avere scontato buona parte dei miei peccati. Forse potrei puntare alla beatitudine, soprattutto tenendo conto dei momenti, e non sono stati pochi, in cui ho creduto di schiantare, di mollare la presa e stendermi ai margini del percorso per esalare l’ultimo respiro.

Ci ho pensato seriamente quando abbiamo incontrato, stesa in mezzo al sentiero, una cavalla gravida che dormiva, coricata su un fianco. Si doveva scavalcarla per proseguire, ma lei neanche si squassava, respirava pesantemente e sembrava sognare. Ecco, mi sono detta, perché non distendermi accanto a lei, scaldarmi al contatto del suo corpo, abbracciarle il collo e lasciarmi andare?

Invece eccomi arrivata a Sinuwa sudata e sconvolta. Alle volte si riesce ad essere meglio di ciò che si pensava d’essere. Altre succede il contrario.

Sinuwa si riduce a un rifugio sgangherato, tinteggiato di blu acceso come il Nepal impone, popolato di galli e galline. Mentre scrivo questi appunti cinque pennuti mi starnazzano a poca distanza, e io, incredibilmente, non fuggo. Ma non è ancora sera.

Sul muro del rifugio è dipinta la catena dell’Annapurna in tutta la sua estensione, altitudine compresa. Provo a impararne i nomi: Annapurna I 8.091 metri, Annapurna South 7.210 metri, Hiunchuli 6.441 metri, Annapurna III 7.556 metri, Gaudharvachiuli 6.249 metri, Macchapuchre 6.993 metri, Dhaulagiri  8.167 metri e non è finita.

Questa sera si mangia alla grande: riso fritto con verdura, ma così piccante che le labbra e la lingua sembrano gonfiarsi. Tutto eccellente. Siamo in molti intorno a un unico grande tavolo, seduti su panche che saranno letti per gli sherpa nella notte. Facciamo conoscenza con un uomo dell’Alaska, simpatico e gentile. Doccia calda e alle nove siamo già nei sacchi a pelo.

Le pareti della nostra stanzetta sono piene di buchi e di fessure. E se dovessi svegliarmi nella notte con un ratto sul sacco a pelo? Mi alzo e provo a tappare i buchi con sacchetti di plastica e cerotto mentre Valeria se la ride e mi fa notare che c’è uno spazio alto quattro dita fra la porta e il terreno, da lì ci passa una volpe. Continuo imperterrita nella mia opera di inutile restauro, poi mi infilo a letto. Ma di dormire non se ne parla. Di norma alle ore ventuno c’è il coprifuoco e si impone un silenzio denso e assoluto, ma questa sera c’è un gran fracasso sul sentiero. Ci affacciamo e scopriamo che una ventina di escursionisti autonomi, privi di portatore e guida, sono senza posto letto. E’ così che impariamo che i rifugi danno la precedenza ai viaggiatori accompagnati da nepalesi, per sostenere l’economia del paese. Gli alpinisti self made accendono le pile frontali, si caricano gli zaini e tornano sui loro passi, nella speranza che più sotto qualcuno li ospiti. Ringrazio il cielo che non sia toccata a me e alleggerisco il mio senso di colpa rispetto al nostro sherpa. In fondo gli diamo lavoro.

27 ottobre 2018: giorno della riscossa. E’ un luminoso mattino di montagna, la terra sembra congelata e risuona dura sotto le suole degli scarponi. Oggi ho gambe d’acciaio con muscoli scattanti e il fiato le sostiene bene. Percorriamo il tratto di sentiero che sembra puntare dritto al cielo in quattro ore e mezza, mentre il cartello ne segnalava sette.  Il petto mi si gonfia d’orgoglio. A Deurali deponiamo la nostra fatica in un rifugio ancora più spartano, niente camera singola e, a tremila e duecento metri, fa ancora più freddo. A questa altitudine la differenza di temperatura fra il sole e l’ombra è impressionante. Qui la valle si restringe in un collo di bottiglia, prima dei campi base. Pareti rocciose incombono scure sul rifugio, puntino minuscolo e irrilevante in questa gola. Shiva, che dimora nelle viscere del Macchapuchhere, ci tiene d’occhio e ci protegge. Questa è la mia montagna preferita e la eleggo a simbolo del Nepal, insieme al rododendro.

Ci sediamo a goderci l’ultima lama di luce sulle cime, finché il cielo si riempie di stelle. Vorrei riconoscerle ma, a parte il grande e il piccolo carro, non so nulla. Delle cose che contano so veramente poco. Questa notte non c’è traccia di nuvole. Mandiamo un messaggio a casa  che sembra appartenere a un’altra vita, ci invia come un’eco di cose lontane, ma non dimenticate. Incredibilmente mi sento a casa anche qui, disancorata dal mio mondo, dove il vento sferza le valli con rabbia, dove picchi incandescenti si stagliano superbi, dove sembrano mancare le mezze misure.

Anche questa notte molti camminatori devono riprendere il passo a ritroso e al buio. Condividiamo la camera con una coppia di Taiwan. L’uomo russa come un mantice mentre, dall’altro lato della parete di legno, un alpinista dell’est rumoreggia anche di più. Toni lunghi e profondi si alternano anote pettorali tonanti che sfumano in fischi di gola, sibili dal naso e versetti a fior di labbra. I tappi per le orecchie attutiscono solo di poco questa notte si veglia.

Niente luna nella gola, forse si nasconde dietro le cime. Anche le stelle sembrano di colpo svanite, tutto è successo così in fretta.  Raramente il buio è stato così denso e profondo. Qui la notte è proprio a casa sua e si sente in diritto di entrare dalle finestre per accerchiarmi. Soffio nella mia lampada solare che si distende in un cilindro luminoso, annacquando il nero intorno. Così gli spiriti del buio non si accorgeranno di me.

Da bambina temevo l’attimo in cui si sarebbero spente le luci di casa per andare a letto. Cominciavo a pensarci già a cena e la paura mi stava seduta accanto per ore, immobile, silenziosa.

La paura del buio non mi ha mai abbandonata del tutto, prelude alla paura del vuoto, del nulla. La lampada solare è la mia salvezza, non la sola, hai visto mai che l’energia accumulata non sia sufficiente. Allora per non correre rischi, mi lego una pila frontale al polso e cerco di addormentarmi con il pollice direzionato verso il pulsante d’accensione, così che il buio non riesca a sopraffarmi l’animo.

Le ore della notte avanzano nel nero a passi lenti, come se dovessero attraversare un fiume in piena. Resto distesa ad ascoltare lo scorrere del mio sangue.

Negli anni scorsi il pensiero di questo trekking aveva vegliato sui miei sogni come una premonizione, come una promessa. Senza ragione apparente avevo scelto il Nepal come meta e l’avevo caricato di significato, un significato indefinito, forse solo un salto più lungo dei consueti. E il Nepal mi rincorreva nei sogni, saltando da un sogno all’altro, aprendo spiragli sulle mie paure. Ora che calpesto il terreno di questa dimora delle nevi himalayane, mi sento come nel nocciolo della vita, come se toccassi l’essenziale, come se questi luoghi remoti fossero l’essenziale. Come se artigli affilati avessero lasciato la loro presa su di me e la mia pelle fosse meno spessa del solito. C’è ancora una parte illesa in me, malgrado tutto, ho ancora un cuore che batte da qualche parte.

Leggo qualche riga di Stefansson: la vita non è mai un filo ininterrotto … alcuni fatti ci passano attraverso e spariscono senza lasciare traccia, ma ce ne sono altri che continuiamo a rivivere perché quel che è avvenuto permane dentro di noi, colora i nostri giorni, trasforma i nostri sogni.

29 ottobre 2018: è il grande giorno. Ci strofiniamo l’insonnia dagli occhi, nessuna delle due ha chiuso occhio e oggi ci tocca lo strappo più grande, il salto verso i quattromila centotrenta metri del campo base. Il freddo ci pianta le unghie nella carne e il fiato si condensa in quest’aria quasi gelida. Mangiamo ancora di più, chiacchierando con una coppia canadese che ha dovuto rinunciare per il mal di montagna.

Alle sette siamo già in marcia, io mi avvio in anticipo, consapevole della mia lentezza. C’è una luminosità candida in cielo, lame di sole colpiscono la forma possente dei monti, ma l’aria resta gelida e il Machhapuchre sembra una piramide appuntita con i fianchi imbiancati e una cresta che, vista da qui, sembra impercorribile senza precipitare. Keshab ci dice che il governo ha vietato l’alpinismo su questa montagna sacra, ci racconta dei molti alpinisti morti sulle sue pareti, perché, dice lui, hanno scambiato l’ascensione per uno sport. Sembra che Shiva ne abbia graziato solo uno, un inglese che, nel ‘57 ha avuto l’umiltà di arrestarsi a cinquanta metri dalla vetta. Chissà se sarà vero. Qui in Nepal si diventa creduloni e perfino io sento sciogliersi il mio atavico scetticismo. Anzi più ci sto su queste cime, più i sogni svaporano lentamente e lasciano i loro aloni nel giorno, più tendo a considerare tutto come un segno, a rispettare i rituali locali con seria determinazione. Dentro di me qualcosa si è arreso, qualcosa si è sbrogliato.

I nostri accompagnatori hanno freddo. Indossano a tremila e ottocento metri gli stessi indumenti che portavano in città. Valeria si toglie giacca a vento e guanti e glieli consegna. La guardo con ammirazione e con immenso amore mentre si rimette in cammino in silenzio.

Keshab ha occhi grandi che sembrano cogliere ogni particolare al primo sguardo. Non l’ho mai visto affaticato. Mi sorride squadernando i suoi denti troppo lunghi per quel volto scarno. Chissà cosa pensa di gente come noi che si diverte arrancando al freddo. Un cane magro dall’aspetto pacifico ci segue per un tratto, scodinzolando, anche lui felice come Keshab. Una felicità che in pianura mi pareva incomprensibile, ma che a questa quota sembra al posto giusto, così come la devozione delle persone che si incontrano che chinano il capo e giungono le mani alla fronte. Tutto è come dovrebbe essere.

Mi perdo nella contemplazione delle cime appoggiate al cielo, senza nessuna fretta. Cerco con lo sguardo le valli himalayane segrete protette dai passi e dalla neve, dove si dice che fioriscano fiori e crescano alberi. Cerco la Shangrilla di James Hilton, inseguo un sogno o una realtà invisibile. Qui il tempo scorre così lento da farsi dimenticare e tutto sembra possibile.

Ora l’aria è proprio rarefatta e l’ossigeno non si trova. Camminare diventa un’impresa, siri siri, passo dopo passo, sempre più lenta, come se avessi pietre incatenate alle caviglie. Sento il peso degli anni. Faccio economia di tutto, di aria, di fatica, di movimenti. Solo il pensiero corre che è un piacere. La testa sempre più leggera, mi si rovescia addosso tutta la chiarezza che mi è mancata. E’ come quando ci si sente un po’ alticci: si capisce di più, si intuisce come d’improvviso, come se la realtà si trasfigurasse e si facesse trasparente.

Provo la sensazione di essere guarita da una qualche malattia, come quando si rinviene dopo uno svenimento, o quando ci si sfebbra. Sono tornata. Senza forze ma presente, acutamente presente a me stessa, come se avessi varcato una soglia invisibile ma perfettamente percepibile.

Il sangue sembra pulsare ovunque, in ogni cellula, le orecchie aperte ad altri suoni, mentre l’aria crepita di gelo e in questa chiarezza l’ossigeno continua a mancare. Rallento ancora su questo sentiero che si inerpica fra speroni di roccia, mentre osservo Valeria procedere rapida verso il passo. Altra forma fisica, altra età. Una parte di me è con lei, quella che sono stata a trent’anni, quella che non si stancava mai, che abbondava d’energia. L’altra sta risparmiando il fiato e gli sforzi. Ma cammino, incredibilmente ancora cammino e, soprattutto, contemplo la scrittura delle nuvole, i fianchi dei monti, il blu del cielo.

Siri siri, ed ecco il campo base: quattromila e centotrenta metri di altitudine, in Himalaya ci sono arrivata davvero. Mi si squaderna davanti il Santuario dell’Annapurna, dimora degli dei. Una bellezza che commuove e che toglie il fiato. Intanto nevica davanti a questo monumento roccioso.

Ci facciamo fotografare davanti all’insegna del campo base, con in mano gli stracci di preghiera che garriscono al vento. Ridiamo forte, impossibile essere più felici. Leggo sul volto di mia figlia la stessa mia emozione. Siamo qui, siamo insieme.

Davanti a questi giganti non mi prende quel senso di insignificanza e di smarrimento che alle volte le cime trasmettono. Non mi sento né piccola, né tantomeno superflua, qui mi sembra di essere grande, grande come le montagne, piena di queste montagne che mi si sono infilate nelle vene a sostituire il sangue, della loro sacra energia, trasparente. Sono le montagne, non c’è più confine fra il dentro e il fuori. E come se una cortina fra due mondi si fosse squarciata.

Sto bene, respiro leggero, ma niente affanno e niente cefalea. Fa freddo. Riesco a restare fuori dal rifugio dieci, quindici minuti al massimo, camminando, e poi devo rientrare svelta per non vedere il mio naso congelarsi e cadere a terra. Fuori dal rifugio cumuli di pietre votive e la lapide di un alpinista russo, Anatoli e non so che altro, morto arrampicando sull’Annapurna I, la cima che ha chiesto il più alto tributo in termini di vite umane. Si dice che non sia la montagna tecnicamente più difficile, ma che sia la più spaventosa, priva di una via normale, di punti di riferimento in parete, con un elevatissimo rischio di valanghe, scariche di pietre e crepacci.

Il sole indora le cime sacre. Dalla grande vetrata del rifugio studiamo il colore della luce sul profilo della catena himalayana che cambia attimo dopo attimo. Non si può fare altro che ammirare, non si riesce a staccare gli occhi. Mai prima d’ora mi ero concessa di stare semplicemente a guardare, ci associavo sempre altro, che fosse ascoltare musica, pensare, progettare. Ero solo capace di un’attenzione intermittente o di uno sguardo teso a cogliere i significati. Qui, invece, riesco finalmente a fare una cosa per volta: guardare i ripidi contrafforti che calano a valle, gli appuntiti coni di ghiaccio sul fondo, le gradazioni di blu delle pareti del rifugio, ascoltare il respiro del vento gelido senza la consueta impazienza, senza che la gragnola di pensieri mi si infittisca in testa. Appartengo a quella vastità, ho perduto qualcosa di vecchio e acquisito del nuovo di cui ancora so poco, ma che percepisco con forza.

Sento che la corsa a perdifiato dei miei giorni si è arrestata, che non ho più fretta, i minuti non mi incalzano, l’ansia non mi morde le caviglie, quello strano timore che mi faceva riempire ogni pertugio del tempo sembra dissolto. S’è interrotta come per incanto la mia ricerca senza fine, mi sono sgravata di buona parte della mia zavorra.

D’un tratto la neve si infittisce e salgono nubi dal basso. Le montagne sembrano emergere dai cirri rosati. Poi l’orizzonte si pulisce e torna il sole, che in realtà non se n’era andato mai. E’ un sole freddo, ma potente nei colori. Rende nitidi i contorni. Il vento sventola gli stracci di preghiera, ormai sottilissimi.

Di fronte a questi muri di ghiaccio, una calma cristallina mi risuona dentro come una ruota di preghiera. Mi accorgo che non erano imprudenza o senso di sfida ad attrarmi qui, ma una profonda fiducia verso l’esistenza, come un’eco di cose dimenticate ma ancora vitali.

Il rifugio si chiama Snow Land Lodge. Non è molto diverso dai precedenti, se possibile ancora più essenziale. Allungo il collo per controllare la cucina: è un ambiente angusto ma ordinato, come sempre le cucine nepalesi di questa valle: scatole di riso in fila, sacchi di legumi accatastati, verdura in un secchio, padelle e padellini appesi a chiodi infissi in una trave. Non male. Il bagno invece, per la precisione il cesso, è fuori, in fondo al lodge ed è lurido. Niente docce. La nostra stanza è piena di spifferi. Mi ripropongo di non bere la sera per non essere costretta, nel buio e nel gelo della notte, a utilizzare la toilette. Ma per evitare il mal d’alta quota dovrei invece bere molto. Che fare?

Con il buio il freddo si accentua rapido. Ho le labbra e il mento screpolati, nonostante la crema idratante. L’aria sembra ustionarmi i polmoni, continuo a respirare, è un inspirare lento, più superficiale, ma senza affanno. La mente invece sembra trasparente, come percepisse dettagli mai notati, come se registrando immagini comprendesse senza alcuno sforzo.

La notte cala millenaria sul rifugio e incede a passo lento. Si dorme a tratti, ma è un sonno di superficie, in cui si resta all’erta. Qualche sfortunato vomita e si sente male. Deve essere riportato cinquecento metri a valle. Io conservo nello zaino tutti i farmaci che mi sono portata e incrocio le dita.

Incrocio anche le gambe, strette strette, nella speranza di comprimere la vescica e, fino alle quattro e mezza, riesco a resistere. Poi mi faccio coraggio e esco dagli strati della notte. Abbiamo dormito vestite nel sacco a pelo coperto da un piumone, con cuffia e guanti. E avevamo freddo. Fuori fa meno freddo che in stanza e albeggia. La notte è quasi sbiadita del tutto e l’Annapurna è dorata, le sue lingue di ghiaccio scendono verticali verso il basso, la neve è disegnata dall’aria della notte in curve strette. Corro schivando un cane coricato a terra fino al bagno, mi tappo il naso e faccio pipì. Poi torno ad ascoltare le cime, il vento che fa danzare i panni di preghiera, l’aria che spacca la pelle e mormora di vita, lo sguardo già nostalgico, l’animo sospeso a mezz’aria. Come abbandonare la meraviglia di questo luogo?

No, questa non è più la montagna di un tempo, mi dico per consolarmi e prepararmi al distacco. Da aprile a maggio decine di elicotteri raggiungono quotidianamente il campo base dell’Everest sfornando turisti pigri, c’è il collegamento wi.fi in quasi tutti i rifugi. La strada che dal 2012 congiunge Jomson a Lo Manthang ha tolto fascino anche al mitico Mustang. Non c’è da farsi illusioni. La montagna, quella solitaria e sperduta, quella irraggiungibile, non esiste più. E’ il progresso bellezza, è la globalizzazione. E come condannare questa povera gente alla miseria per consentire a noi di sperimentare la vita rude?

Questo è il possibile ora, non serve aggrapparsi a un mondo scomparso, mi dico e penso al vecchio e amato Terzani e ai suoi viaggi in Asia, al suo registrare la distruzione di culture, tradizioni, religiosità in nome del mercato e del benessere economico. Che prezzo paga questo paese, che prezzo continuiamo a pagare noi, senza alzare la testa.

Non cercavo il viaggio estremo, nessun bisogno di superare me stessa, di varcare i confini che il corpo, anno dopo anno, mi impone. Né ero alla ricerca di un mondo mistico perduto. Sono contenta del Nepal che ho trovato, non della miseria, certo, ma della dignità di questo popolo, della sua gentilezza lontana dal servilismo, della serenità inspiegabile finché non la si tocca con mano, dei cieli così vasti che ci si potrebbe perdere, delle cime inviolate e inviolabili perché sacre, della magia e del mistero che respirano in queste valli.

Che cosa cercavo allora? E chi lo saprà mai. In fondo che cosa importa. Importa ciò che ho trovato, fuori e dentro di me.

Gli occhi mi si velano mentre accarezzo il profilo delle cime innevate, faccio scorta di silenzio, lontana dal tam tam feroce della vita di sotto. Assaporo il mistero, raccolgo le mani giunte alla fronte e ringrazio. Ringrazio i monti che mi hanno chiamata per tutti questi anni, ringrazio Dio che mi ha condotta fin qui.

Quale Dio? Quello vecchio e severo dell’Antico Testamento, suo figlio che ha il sorriso di Keshab, la colomba senza carte buone in mano. In fondo il primo amore non si scorda mai.

Lui, Dio, strizza l’occhio, quello inscritto nel triangolo e mi sussurra: certo bella mia che ce ne hai messo di tempo e di fatica.

30 ottobre 2018: questa notte non ho avuto sintomi. Mi congratulo con i miei polmoni. Alle spalle l’Annapurna South, di fronte il Macchapuchre. Ora altri quattro giorni per il ritorno. Un lungo, lento addio. Già mi morde la malinconia degli attimi che gocciolano via.

Seguiamo i passi di Keshab che si lasciano dietro una scia di serenità che sminuzza i pensieri. Prabhat invece, più giovane, ha già in sé le impronte della modernità. Porta jeans a vita bassa, magliette strette e una pettinatura alla moda. Chiede in prestito a Valeria i suoi occhiali da sole e si produce in una raffica di selfy per aggiornare il suo profilo Facebook. Quindici anni di differenza fra i due svelano uno scarto di un secolo: la tradizione e la modernità, l’antico e l’attuale, il sacro e le merci.

Ripassiamo per Sinuwa, per proseguire per Landruk, nel consueto sali e scendi che sforza le ginocchia. Il giro della discesa è diverso, i contrafforti calano verso valli verdeggianti, attraversiamo altri paesi sempre minuscoli, ma la vegetazione cambia. Grandi foreste, fiori e ancora riso, orzo, miglio. Alle spalle ancora svettano le lame di ghiaccio con le loro forme possenti e silenziose. Continuo a volgere lo sguardo alle cime, come nella speranza di non lasciarle, di non essere abbandonata da loro, di proteggere dentro di me la calma serena che mi hanno concesso.

A Landruk, Keshab ci accompagna ad una fonte naturale d’acqua calda dove ci si può immergere. Senza alcun indugio io e Valeria ci infiliamo nell’acqua a goderci il vapore che ne emana. Anche le nostre guide si decidono a bagnarsi, dopo qualche perplessità. Mi accorgo che è la prima volta che vedo Keshab lavarsi in dieci giorni. Prabhat invece, quando ci vedeva lavarci i denti ci imitava e un giorno si era perfino lavato i jeans alla fontana. Keshab invece non si è mai né lavato né cambiato: pantaloni da città, magliettina sbrindellata, camicia di flanella e giacca quasi trasparente. Oggi, finalmente, si lava. Realizzo di essermi abituata, giorno per giorno, al suo odore, un misto di sudore acido e curry, che alla fine neanche mi disturbava. Dopo il bagno Keshab non si smentisce e torna ad indossare i vestiti sporchi.

Anche le ultime notti sono trapuntate di stelle, il tempo è stato generoso con noi.

Mi sento smarrita ora che il trekking è finito, orfana, come quando si finisce di leggere un libro bellissimo.

Ho preso nota sul mio quaderno di molte delle cose che abbiamo vissuto, delle cime, degli incontri, delle sensazioni senza motivo. Forse per tenere vive le braci della memoria, o per il semplice vizio di farlo, di provare a racchiudere la vita nelle parole. Eppure so bene come le parole, anche le più cristalline, con il tempo tendano a impallidire, a perdere la luce che le ha generate.

So che la vita è un pettine a denti troppo larghi per essere trattenuta, che le parole possono addirittura esserle di ostacolo, ma è tutto quello che ho e senza parole mi manca il respiro.

So che quando le rileggerò nel sopore della quotidianità, inchiodata alle abitudini, aghi di nostalgia mi feriranno la pelle ormai sottile, ma grazie a loro risentirò il silenzio stregato dell’Annapurna, il respiro profondo di quella terra.

Oggi so un poco di più, ma c’è ancora tanto che non riesco a dire.

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