Scritti II: Memorie e ritratti

Il filo della memoria lega la prima alla seconda parte degli scritti di Renzo Baldo raccolti in questo libro, da quelli autobiografici agli altri che tracciano ritratti – sintetici ed essenziali in alcuni casi, articolati e densi in altri – di coloro con i quali era intercorso un rapporto di consuetudine, amicizia, stima.
La sensazione di una continuità sostanziale che lega i primi scritti ai secondi trova certo origine nell’omogeneità delle figure pubbliche, dei ruoli sociali, delle professioni: insegnanti, giornalisti, intellettuali, cultori di musica sono, come l’autore, molti dei personaggi che si incontrano in queste pagine. Ma un motivo più profondo di questa continuità sembra potersi individuare se proviamo a leggere come un ritratto anche quello che emerge dalle memorie della propria giovinezza che l’autore propone e ne confrontiamo le linee essenziali con quelle che leggiamo nei ricordi e nei profili raccolti nella seconda parte.

In occasione del primo anniversario della morte di Renzo Baldo, i famigliari hanno promosso una nuova edizione di alcuni dei suoi scritti più significativi (raccolti, oltre che in questo libro, in un altro dal titolo Percorsi narrativi). Parallelamente, la rivista “BresciaMusica” ha pubblicato, in questa stessa edizione, i testi comparsi nella rubrica Biscrome.

Quella che segue è la prefazione di Carlo Simoni alla sezione “Ritratti” del libro:

 

Scrivere di sé, scrivere degli altri

Il filo della memoria lega la prima alla seconda parte degli scritti di Renzo Baldo raccolti in questo libro, da quelli autobiografici ai seguenti che tracciano ritratti – sintetici ed essenziali in alcuni casi, articolati e densi in altri – di coloro con i quali era intercorso un rapporto di consuetudine, amicizia, stima.
La sensazione di una continuità sostanziale che lega i primi scritti ai secondi trova certo origine nell’omogeneità delle figure pubbliche, dei ruoli sociali, delle professioni: insegnanti, giornalisti, intellettuali, cultori di musica sono, come l’autore, molti dei personaggi che si incontrano in queste pagine. Ma un motivo più profondo di questa continuità sembra potersi individuare se proviamo a leggere come un ritratto anche quello che emerge dalle memorie della propria giovinezza che Renzo propone e ne confrontiamo le linee essenziali con quelle che leggiamo nei ricordi che vengon dopo.

È di poche parole, fin da bambino, il personaggio che la memoria restituisce tornando agli anni dell’infanzia, e attento alle differenze che distinguono, durante il fascismo, l’ambiente borghese da quello proletario; la franchezza rude dello zio che sta a Borgo Milano, nella Brescia delle fabbriche, dalla prudenza dei propri genitori, che si traduce nella critica sottaciuta ed espressa più a gesti che in parole della madre o si risolve, nel padre, in una forma di nicodemismo alieno comunque dal consenso.
Non ama la retorica, il ragazzo che frequenta il liceo così come il giovane chiamato al servizio militare; gli ispirano un disagio profondo le parate e i riti collettivi che vengono imposti; depreca i protagonismi; diffida del conformismo, della doppiezza, del compromesso; detesta l’ambiguità delle posizioni, la semplificazione dei giudizi, la contraffazione delle ideologie.
La passione del confronto, invece, trova spazio nel suo animo, e del dialogo che non abdica ai principi in cui ci si riconosce: i valori della laicità e della cultura, di una cultura lontana da “astratti utopismi” ma innervata sempre di “tensione utopica”. Una cultura capace di esprimere l’impegno civile e politico di chi non si sente vocato alla “combattività partitica”.

Quando da questo autoritratto dell’autore nelle prime stagioni della vita passiamo a leggere di coloro che quella stessa vita hanno incrociato, la percezione di un ovvio cambio di registro si accompagna all’impressione che il discorso non trovi la soluzione di continuità che ci si potrebbe aspettare, ma in qualche modo prosegua.
Se sappiamo individuare le qualità di chi non è più, descrivere il suo modo di stare al mondo, la “verità esistenziale” che ha costruito nei suoi giorni, è perché in qualche misura abbiamo saputo “leggere quei fuggevoli tratti che ci consentono di intravvedere l’anima (di una persona) o almeno di accostarsi alla sua soglia”, aprendo con lei “consuetudini di colloquio, di conversazione, che ci permettono, almeno in parte, di capirla e di carpirle qualche dono o qualche segreto”.
L’eredità che ci ha lasciato era quindi già, in certo modo, parte di noi, e solo per questo possiamo ora riconoscerla, accoglierla, sentendoci capaci di metterne in luce la cifra, e di proporla così come qualcosa che non può andar perduto, perché ne va della possibilità di “pensare il mondo in una luce positiva”, della fiducia che continuiamo a riporre nei nostri simili. Della Speranza, in definitiva.

***

Non una sprezzante laconicità, ma la riservatezza di un uomo che non si lasciava facilmente conoscere, Renzo ricorda del suo maestro, Isidoro Capitanio: la “sua singolarissima modestia”, fraintendibile da chi non l’avesse conosciuto da vicino come “una sorta di incapacità di collocarsi con la necessaria e opportuna energia nel tessuto della società”. Segno inequivocabile, invece, del “bisogno irresistibile di un’esistenza anonima”, di uno “sforzo di allontanamento dalle distrazioni per raccogliersi nel religioso silenzio della propria meditazione, si concentrasse essa in termini di musica o in termini di saggezza molteplicemente e profondamente umana”. Senza per altro che questo implicasse il distacco da quel che accadeva: resta nella memoria la pacatezza con cui Capitanio pronunciava giudizi e opinioni, e “scarne ma rivelatrici osservazioni sulla vita politica contemporanea”.
Non diversamente, la “distaccata impenetrabilità” di Arturo Benedetti Michelangeli rimandava in realtà alla ferma volontà di “difendere il proprio mondo interiore, il recinto dove albergava e fioriva la sua sensibilità”.
“Schivo e ciò nondimeno affabile” appariva anche Giovanni Ugolini, “capace di avvolgerti con ironia pungente e al tempo stesso sorridentemente comprensiva”: “non accadeva mai di sentirlo cedere alla tentazione della sottolineatura verbale delle proprie convinzioni, al rischio della retorica dei sentimenti”.
“Pacata, seria, riflessiva, ragionata” era la scrittura di Guido Puletti, fautore di “un giornalismo attivo, attento, umano, intelligente, in grado di informare e di formare, senza ripiegamenti narcisistici”. In ciò vicino a un altro giornalista, Roberto Balzani, e alla “sua esperienza, orientata a non lasciarsi mai sfuggire l’importanza della simbiosi fra il rigore dell’informazione e l’impiego, su di essa, degli strumenti etici e intellettuali capaci di sottrarla al naufragio dell’insignificanza”, “in anni, si badi bene – scriveva nel ’97, Renzo, ma non occorre sottolineare come le sue parole suonino attuali – nei quali l’appassionarsi in nome di un’assunzione di impegno civile sembra aver sempre più ceduto spazio a forme di disincanto, nelle quali possono tranquillamente convivere dignitosa professionalità e ben dosato distacco.”
“Il segno del limpido e saldo rifiuto dell’artificioso” si coglieva nel modo di porsi di Davide Pelizzari: “dell’innaturale, dell’inautentico, che gli si configuravano come spie esplicite di qualcosa, di cui bisogna diffidare, qualcosa, che va dalla mistificazione alla sopraffazione.”
Qualcosa di simile a ciò che in Renzo Bresciani chiedeva “uno sguardo che interpreta, che ci colloca entro una visione della realtà, visione ben consapevole, non casuale e approssimativa, ma netta e irrinunciabile, mai proclamata, ma costantemente e sottilmente presente”, capace se necessario di tradursi in “una riflessione, netta e perfino risentita”. Esito di un atteggiamento che sembra richiamare la “sottile e tormentata volontà di chiarezza” di Teodoro Simoni.

Di Michele Zorat restano la “ricchezza e linearità delle sue convinzioni civili”, l’“acuta e continua attenzione alla vita politica e culturale”, la “sottile arguzia” come la “ disincantata saggezza”, frutto di “una visione serenamente e consapevolmente laica”, capace di coniugarsi ad “una partecipazione costante alla vita come responsabilità nei confronti degli altri”, “uomo tra gli uomini, senza paternalismi e senza servilismi, insofferente di ipocrisie, ansioso di partecipazione alla vita nella sua pienezza”. Caratteri che significativamente vengono sottolineati in un altro medico, Giuseppe Cernigliaro, “pronto ad intendere i bisogni di tutti, ma soprattutto degli umili, degli indigenti. Naturaliter christianus” anche se “di formazione laica, nutrito di fertile cultura umanistica e civile, imbevuto di mazzinianesimo costantemente rivissuto con fermezza nelle sue dimensioni etiche più pure.”
Analogamente, di Mario Lussignoli restano in mente “la sua capacità di piegarsi ad intendere e ad amare anche le manifestazioni più semplici ed elementari della vita”, il “suo carattere, dolcemente e teneramente aperto”, nella consapevolezza che “ogni separatezza è un vizio”, “e al tempo stesso severamente intransigente”, diffidente del “potere, in qualunque forma esso si organizzi” e pronto a indignarsi “contro i mercenari della parola, gli astuti organizzatori del consenso, gli esperti in massificazioni svuotanti”.
Il rigore, dunque, come virtù umana e civile, non destinata comunque a risolversi fatalmente in severità scostante: “Conoscendo persone come lui – il professore Cesare Trebeschi – ci si (poteva) persuadere che forse la laicità è fatta anche di sorridente benevolenza, e che sono gli uomini come Cesare che le consentono di essere presente nell’umile, ma vitale, concretezza della vita quotidiana.”
Partecipandovi silenziosamente, alla maniera di Giuseppe Perucchetti, uomo “non certo avvezzo a usare troppe parole”, ma non per questo incapace di manifestare la sua “forte inclinazione ad assumersi, pacatamente, ma decisamente, la responsabilità delle proprie convinzioni.”

Un tono sommesso, apparentemente minore (che in musica, ricorda Renzo, non è affatto termine riduttivo, ma indica anzi “l’ingresso in una più penetrante e intensa sfera emotiva”) manifestava la “saggezza” di Marco Bonomini, il sarto di Livemmo, che “si esprimeva in un calibratissimo equilibrio tra affettuosa partecipazione agli stati d’animo, alle vicende, agli umori degli altri, di tutti gli altri, e una sorridente garbatissima ironia, che smussava, ridimensionava, inquadrava e chiariva”; una sensazione simile a quella che nasceva in chi incontrava Maria Olga Furlan Fornari, maestra elementare, e la sua “cordiale, mai tramontabile, e adorabile, disponibilità alla vita come perenne operosità, proiettata a capire e ad aiutare, sempre pronta, perfino in un modo luminosamente ingenuo, a proporre calore di affetti, comprensione ed aiuto per gli altri”.

***

Tornando a scorrere queste pagine, si può notare come non rappresenti un caso isolato quello testimoniato nella prima parte del libro: la scrittura autobiografica sembra spesso non sapere, non volere andare oltre gli anni della giovinezza, quasi che l’intenzione di restituire fedelmente il chi si è stati non possa esser mantenuta se ci si avvicina al chi si è; avvertiti, forse, della velleitarietà, o dell’intrinseca e inaggirabile ambiguità, dei propositi di dir di se stessi in tutta verità che dichiarano Montaigne e Rousseau, soprattutto.
Dire degli altri, allora, di quelli in cui ci si è riconosciuti, può offrire – senza costituire l’approdo di un intento consapevole – la possibilità di continuare il discorso iniziato: i tratti che di loro si è saputo cogliere, e la loro morte chiama a mettere in parole, lasciano intravedere quegli stessi che ci appartengono, o vorremmo ci appartenessero (o fossero appartenuti) più compiutamente. Quasi a cercare in quelli convalida di ciò che siamo o non abbiamo cessato di aspirare ad essere; quasi a tentar di proseguire la delineazione di quel ritratto di noi stessi che incessantemente, pur senza averne piena coscienza, vorremmo completare, sfidando l’evidenza del fatto che solo gli altri potranno percepire nella nostra vita una storia. E dunque provandoci, nonostante tutto, a dire chi siamo stati, chi eravamo; quali erano i caratteri essenziali che la nostra esistenza ha infine lasciato trasparire, senza che coincidessero con i tratti di eccezionalità che si vuole connotino gli uomini illustri, ma senz’altro di unicità, e irripetibilità, che competono anche a coloro che illustri non si sono detti. In ciò ricordando l’insegnamento di uno di coloro di cui Renzo racconta, Nando De Toni, grande studioso di Leonardo, che “amava dire che non esistono geni, eccezionalità, ma soltanto anelli di una catena della quale tutti facciamo parte.”


Ordini

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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 25 novembre 2018.
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Da BresciaMusica di novembre 2018.
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